Roma. La discussione nel palazzo della Consulta comincia oggi, la decisione potrebbe arrivare già oggi. Si tratta di stabilire se alcuni parlamentari che hanno espresso giudizi critici contro alcuni magistrati possano essere processati o siano invece tutelati dall’articolo 68 della Costituzione che garantisce l’insindacabilità degli eletti dal popolo nello svolgimento delle loro funzioni. Qualche settimana fa l’Alta Corte non ha avuto dubbi: il presidente del Senato, Marcello Pera è stato spedito dritto verso il processo contro il parere della Giunta delle immunità parlamentari che a suo tempo lo aveva giudicato non processabile.
Ora le cose si complicano un bel po’ perché all’esame della Corte si trovano assieme i casi del ministro degli Interni, del neo ministro degli Esteri, del segretario di un partito di maggioranza e di una ex parlamentare di Forza Italia.
Oltre, ovviamente, l’immancabile Pera.
La vicenda rimanda al 9 marzo del 1999 quando la Procura di Palermo chiese l’autorizzazione all’arresto di Marcello Dell’Utri da parte del Gip Gioacchino Scaduto. I
n quei giorni, Giuseppe Pisanu, Gianfranco Fini, Marco Follini, Tiziana Maiolo e Marcello Pera – allora deputati e senatori d’opposizione – fecero dichiarazioni preoccupate per un atto che, con toni diversi, definirono una chiara interferenza sul Parlamento.
La reazione di Giancarlo Caselli e dei suoi sostituti fu pronta: querela per diffamazione presso il tribunale di Roma e avvio del processo.
Fermato però dalla Giunta delle immunità e da una larga maggioranza in aula che ritennero i parlamentari pienamente protetti dall’articolo 68.
Parte da qui il rinvio alla Corte Costituzionale che ora si trova a giudicare, non più di un manipolo di deputati dell’opposizione, ma di vertici istituzionali, membri di governo e segretari di partito. Chi guarda con attenzione agli arcana imperii della Consulta si interroga ormai da giorni su quale potrà essere l’atteggiamento dei giudici costituzionali su un caso così delicato.
In realtà la Corte ha davanti a se un cammino stretto.
O decide di mantenere la giurisprudenza usata nella sentenza Pera dello scorso 18 novembre e quindi dà il via a una vera “retata” mandando tutti sotto processo; oppure è costretta a smentire se stessa trovando un modo per tirarsi fuori d’impaccio, magari con qualche cavillo, in modo da non dare platealmente torto ai ricorrenti palermitani.
Nel primo caso si darebbe il via a una stagione di processi che coinvolgono direttamente i vertici istituzionali e politici del paese, proprio nell’avvicinarsi della prossime fasi elettorali.
Nel secondo, la Corte si troverebbe a dover fare un virata dottrinale che richiamerebbe in causa anche la precedente decisione sul presidente del Senato, già autorevolmente criticata in fatto e in diritto, da esperti quali Nicolò Zanon e Paolo Pombeni.
C’è chi racconta che in queste ore sarebbe anche in corso il tentativo di dividere i potenziali imputati tra buoni e cattivi.
Ma la partita si annuncia complicata.
Tra i “cattivi”, a quanto si apprende, ci dovrebbe essere ancora una volta il presidente del Senato.
Ma tornando alla cronaca di quei giorni si vede che proprio l’allora senatore Pera portò la polemica sulla richiesta di arresto per Dell’Utri in sede parlamentare alla prima occasione possibile: alle 8 e 50 dell’11 marzo in commissione Giustizia e poi subito dopo in aula.
E’ vero che la Corte ha argomentato che per essere protetti dall’immunità, i parlamentari devono prima esprimersi in Parlamento e solo dopo alla stampa, ma in questo caso Pera intervenne nelle prime sedute disponibili dopo i fatti.
“Cosa avrebbe dovuto fare? – dicono nel suo entourage – chiudersi in casa e tapparsi la bocca fino alla prima convocazione utile? E se si fosse stati d’estate, doveva aspettare mesi prima di dire quello che pensava?”.
Il solo aiuto che arriva alla Corte in queste ore concitate proviene dalla sede più insospettabile.
E’ di domenica una lettera al Sole24ore di Vincenzo Siniscalchi, in risposta all’intervento di Zanon che criticava la decisione su Marcello Pera.
Il deputato ds, presidente della Giunta della Camera che dovrebbe difendere le prerogative dei parlamentari dà, in quella lettera, pienamente ragione alla Corte.
Non solo smentisce i suoi predecessori, che nella scorsa legislatura difesero i parlamentari incriminati.
Contraddice il suo attuale omologo al Senato, il senatore Giovanni Crema, che non ha invece esitato a prendere posizione contro l’ultima sentenza e infine trascina la Camera in una scivolosa polemica con il Senato.

saluti