…ramanzina è meritata

Ecco. Ci risiamo. La poco elegante pratica di strattonare il Capo dello Stato per dettargli quello che deve o non deve fare è tornata in voga.
Il pretesto? L’ordinamento giudiziario, of course.
Eppure ci sembra che il Presidente non abbia bisogno di suggeritori: da galantuomo sa da solo quello che deve fare. I suoi consiglieri passeranno al vaglio la legge-delega e valuteranno se sussistono o no discrepanze con la Costituzione. Punto.
Se poi nel merito il Presidente vorrà dare con messaggio suggerimenti nel merito per migliorare il testo, non potranno che essere accolti con la massima deferenza.
Sine ira et studio.
Perché l’alternativa che pare stare a cuore ai detrattori del provvedimento, ossia il quieta non movere, è semplicemente impraticabile, è una non-proposta che lascia incancrenire lo status quo. Una condizione che non giova agli stessi magistrati i quali, confidenzialmente, ammettono qui e là di non ritenere affatto sgradite alcune innovazioni della legge, quale ad esempio la progressione per carriera meritocratica.
Basta prestare ascolto a ciò che si mormora nei corridoi degli uffici giudiziari per rendersi conto che la frustrazione è diffusa per un meccanismo quale quello attuale che non premia i più dotti e laboriosi.
L’ambizione non è un peccato nell’ordine giudiziario.
E’ vero che altri aspetti del disegno infastidiscono e allarmano le toghe.
Mi riferisco alla separazione delle funzioni che intralcia la circolazione orizzontale dei magistrati tra uffici requirenti e giudicanti.
Ma, signori, ammettiamolo con serenità: può essere seccante per gli interessati, ma incostituzionale certamente non è.
I padri costituenti hanno chiaramente stagliato la disciplina della funzione di pubblico ministero perché avevano intuito che necessitasse di una specifica regolazione, come avviene in tutti i paesi occidentali.
Non certo perché aspirassero a mettere la museruola alla pubblica accusa.
La circostanza che questa differenziazione non abbia ottenuto una traduzione giuridica fino ad oggi è una lacuna dell’ordinamento, non di sicuro un suo inveramento.
Del resto il governo si è tenuto saggiamente al di qua dei paletti fissati dalla Corte costituzionale che si riassumono in un perentorio: niente separazione delle carriere.
Bene: ci inchiniamo alla Corte.
Ma almeno che il processo accusatorio - meglio: il giusto processo consacrato dalla Costituzione – trovi infine il suo naturale e logico sviluppo in una più spiccata articolazione di ruoli: il giudice, e le parti processuali, accusa e difesa appunto.
Studiosi non in sospetto di parzialità da tempo segnalano l’anomalia di una contiguità eccessiva tra funzione requirente e giudicante e invocano addirittura una coraggiosa apertura del reclutamento agli avvocati.
Il disegno di legge non si è spinto a tanto ma ha solo voluto introdurre un po’ di razionalità europea. Così è avvenuto per il reclutamento, dove la previsione di una scuola della magistratura non può che essere benvenuta per conferire serietà e garanzie alla formazione e aggiornamento professionale dei magistrati.
Così accade per gli illeciti disciplinari, che sono stati infine tipizzati come da più parti si invocava, ciò che è una salvaguardia per i magistrati, non un vulnus alla loro indipendenza.
Ci si può certo chiedere forse se il legislatore, in un eccesso di zelo, non ha straripato un pò come quando include tra gli illeciti “i provvedimenti la cui motivazione consiste nella sola affermazione della sussistenza dei presupposti di legge senza indicazione degli elementi di fatto”.
O quando allude a “l’adozione intenzionale di provvedimenti affetti da palese incompatibilità tra la parte dispositiva e la motivazione”.
Probatio diabolica! Ma si tratta di difetti minori.
Per il resto, l’ esplicitazione del dovere di riservatezza, l’autolimitazione nei rapporti con la stampa, il conferimento di una chiara responsabilità al capo dell’ufficio nelle esternazioni come nell’esercizio dell’azione penale sono norme di puro buon senso.
A questo punto occorre chiedersi se una riforma moderata come questa sia scaturita da una ostinata e arrogante “dittatura della maggioranza”.
Mi pare proprio di no.
Con l’opposizione il dialogo c’è stato, ma come avviene ovunque in Europa, dopo la discussione la maggioranza avrà pure il diritto di decidere, assumendosi la responsabilità di fronte agli elettori e all’opinione pubblica.
In Gran Bretagna, in Francia, ovunque accade così.
Perché mai dovremmo essere proprio noi l’eccezione alla regola nel concerto dei paesi civili?
Stefano Mannoni su il Foglio

saluti