...Prodi Romano
Roma. La cupola, il teorema, la rete.
Le intercettazioni, la pista sommersa, i faldoni riciclati, le procure, due città del sud e una lontana città del nord.
La cospirazione, l’associazione sovversiva, le riunioni clandestine.
Una storia di mafia?
Una vecchia storia di spie sopravvissuta alla caduta del muro di Berlino?
No, è la storia scritta dalle parole ricorrenti nei documenti dell’inchiesta “Rete del Sud ribelle”, ieri approdata alla Corte di assise di Cosenza per la prima udienza del processo contro tredici attivisti no global.
Imputati eccellenti: Francesco Caruso, portavoce dei disobbedienti napoletani e Luca Casarini, leader storico, oggi un po’ appannato, delle tute bianche del nord-est.
Quei paroloni altisonanti raccontano una storia già conosciuta: gli scontri in piazza a Napoli nel 2001 e il G8 di Genova del luglio 2001.
Una storia di cui si occupano altri due grandi processi per violenze, disordini e abusi, uno a carico dei dimostranti e uno a carico delle forze dell’ordine.
Al processo di Cosenza si parla degli stessi fatti, ma le eventuali violenze e gli atti illeciti commessi, dall’una o dall’altra parte, rischiano di passare in secondo piano (e magari di restare impuniti).
Si è già prodotto un effetto boomerang preventivo, con gli imputati glorificati come “eroi per caso” di una battaglia giuridica attorno alla libertà di opinione.
Il processo di Cosenza, infatti è già da mesi sotto processo mediatico, proprio per quei paroloni, i capi d’imputazione.
I reati contestati dal pm Domenico Fiordalisi sono l’associazione sovversiva, art. 270 bis del codice penale, punita con reclusione da 5 a 10 anni; la cospirazione politica mediante associazione, art. 305, pena da 5 a 12 anni; l’attentato agli organi costituzionali, art. 289, pena tra i 10 e i 24 anni, ove “l’attentato” in questo caso non è una bomba ma la “turbativa alle funzioni dello Stato”; l’associazione a delinquere; la propaganda sovversiva; l’istigazione a disobbedire alle leggi, pena fino a 5 anni.
Secondo Fiordalisi, insomma, una cupola di disobbedienti cospiratori, sotto organizzazione clandestina coperta dal cappello “Sud ribelle”, avrebbe pianificato gli scontri in piazza del marzo 2001 a Napoli e del luglio 2001 a Genova per attentare all’ordine costituzionale e sovvertire l’ordine economico dello Stato.
Secondo la difesa è invece il processo ad attentare alla “libertà di manifestazione del dissenso”. Quelli contestati agli imputati sono reati politici.
Reati d’opinione tirati fuori dalla naftalina del codice Rocco e usati come calamita e collante per fatti che in sé non costituiscono reato ma che vanno a supportare il “teorema” Fiordalisi.
Un modo subdolo “per mettere il bavaglio alla società civile”, dice Fausto Bertinotti. (altro volontario di P.R.?)
In principio fu un volantino
Cominciò tutto con un volantino legato a un’organizzazione terroristica, una pista da seguire all’Università di Cosenza.
Era il 15 novembre 2002.
Con una retata vengono arrestati 18 “attivisti antagonisti”; altri vengono iscritti al registro degli indagati.
Un mese dopo il Tribunale della libertà di Catanzaro rimette in libertà tutti gli arrestati e demolisce l’impianto accusatorio, sostenendo che esprimere il dissenso non è reato.
Nella motivazione si appella a precedenti sentenze della Corte costituzionale, in cui si predilige un’interpretazione del codice penale in armonia con le norme costituzionali che tutelano la libertà di espressione.
Nel 2003 la Cassazione annulla la sentenza per vizi di forma.
Fiordalisi presenta una memoria in cui chiede di poter depositare nuove prove (per la difesa già rifiutate da altre procure).
Nella primavera del 2004 vengono archiviate le posizioni di 41 indagati, l’accusa si allarga fino a comprendere “l’associazione a delinquere”.
Tra gli indagati compare Casarini.
Nel luglio scorso si decide il rinvio a giudizio per i 13 imputati oggi alla sbarra.
Il processo è stato già condannato da tutta la sinistra.
L’Osservatorio parlamentare per il diritto al dissenso si dice pronto “a vigilare”.
Gianclaudio Bressa della Margherita, pur non condividendo “nulla di quanto fa Caruso”, difende “il diritto a manifestare”.
Il sindaco di Cosenza Eva Catizone si è schierato “al fianco dei concittadini inquisiti per reati d’opinione”.
Qualche dubbio serpeggia anche nel Polo. Per il vicepresidente della Camera Alfredo Biondi, legale di Pietro Troiani, indagato per l’inchiesta sulla notte alla scuola Diaz di Genova, “ogni manifestazione di protesta è legittima, meno legittimo è ritenere che l’esercizio della pretesa punitiva dello Stato sia definito ‘accusa’ tipica del regime fascista”.
Quanto al pericolo di sovversione, per Biondi “ritenere che un’associazione sovversiva non possa essere numericamente rilevante significa non tener conto del fatto che ciò dipende dal numero degli associati.
Altro discorso è se tale vincolo associativo sussista e se sia tale da assurgere al livello di sovversione. Ma questo, con buona pace degli assedianti, è proprio quello che il tribunale accerchiato dovrà decidere”.
Giuliano Pisapia, difensore di Caruso, deputato di Rifondazione comunista e relatore di due proposte di legge per l’abolizione dei reati d’opinione, si augura che emerga
“l’insussistenza dei reati contestati” e ricorda che “l’impianto accusatorio è basato su tre anni di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali in cui gli imputati si scambiano in pubblico i loro proclami. Condivisibili o meno, ma pubblici”.
Pisapia sostiene che agli imputati non vengono contestati reati specifici ma “l’antagonismo allo stato di cose”. E potranno magari aver commesso illeciti l’imputata a cui è contestata “la diffusione via Internet dell’invito a ripetere al G8 gli scontri di Napoli”, oppure l’imputato che, dalle intercettazioni, risulta essere interessato a partecipare a una riunione “per vedere dov’è che succedono casini”, o Caruso stesso, a cui è contestato “l’acquisto e la distribuzione di maschere antigas”.
Ma, dice Pisapia, la cospirazione e l’associazione sovversiva non c’entrano.
Marianna Rizzino su Il Foglio del 3 dicembre
saluti




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