Domenica, 5 Dicembre 2004




Ma la religiosità è una costante nella storia
Il ritorno del sacro in un mondo ateo


di CARLO SGORLON
Quello del ritorno del sacro è un argomento che appare sempre più di frequente sui mezzi di comunicazione di massa. Non è un evento che possa stupirmi, perché il sacro è sempre stato presente nel mio modo di sentire e nella mia cultura. Oggi se ne parla a volte persino nei giornali o settimanali pesantemente laici, con tonalità di sorpresa e forse, velatamente, di dispetto. Infatti la mia impressione è che oggi il mondo culturale sia diviso non tanto tra pensiero di destra e di sinistra, tra socialismo e liberalismo, quanto piuttosto tra una concezione radicalmente laica e storicista, e una concezione sacrale del mondo. Tra coloro che credono soltanto nell'immanenza e nella somma dei suoi valori, la storia, e coloro che ammettono la possibilità di una trascendenza, o quantomeno ritengono possibile l'esistenza di un aspetto misterioso e indecifrabile dell'Essere. Come sempre, i mass media ci forniscono notizie di tipo superficiale. Non vanno a fondo del problema, che è metafisico; si fermano a dati di facile lettura, che si possono utilizzare in numeri, statistiche, gruppi, formule, slogan, e così via.

A quelli che si occupano di siffatte questioni sembra che esistano soltanto da una parte i "credenti" e dall'altra gli "atei", i laici intransigenti e "bigotti", come li definisce Marcello Veneziani. Io non dividerei mai gli uomini in modi così netti, perché vi sono sfumature e posizioni intermedie. Infatti la religiosità di molti non è fede totale e indiscussa nei dogmi, in cui la cultura laica indica l'aspetto mitico del cristianesimo.

A me è sempre parso che la base fondamentale della religione, anzi di tutte le religioni, sia il sentimento della sacralità. In che cosa consiste? Soprattutto in questo: nella consapevolezza, da parte degli uomini, che la Realtà, di cui essi fanno parte, e che dovrebbero accettare umilmente, chinando la fronte, è qualcosa di enorme, di infinitamente misterioso, di cui non conosciamo né l'origine né il destino. Qui ci soccorre l'etimologia. Religione viene da "religare", cioè "legare".

Legame con che? Naturalmente con l'Essere, infinito, misterioso, incomprensibile; con la Terra madre; con la Vita.

Nella letteratura moderna, l'Essere e la Vita sembrano suscitare soltanto forme di rifiuto e di ribrezzo. Il personaggio di Roquentin, protagonista dell'unico romanzo di Sartre, prova "nausea" per l'Essere. Ed è proprio questa parola che dà il titolo al libro. Montale, con infiniti altri poeti del nostro tempo, parla del "male di vivere".

La cultura moderna ha fatto tutto ciò che era in suo potere per dissipare in noi il sentimento della sacralità, sostituendolo con quello contrario della dissacrazione. Ma quest'ultimo andava bene per sgretolare superstizioni, pregiudizi, oscurantismi, ciarlatanerie e false convinzioni di epoche remote. Serviva ai tempi dell'Illuminismo, quando le forme ricordate dominavano la cultura popolare.

Oggi la dissacrazione ha una funzione molto meno importante, perché le deformazioni culturali esistenti si possono considerare collocate dentro limiti fisiologici.

Oggi dissacrazioni, sarcasmi, ironie, parodie, servono per lo più a ingrandire l'immenso vuoto spirituale dentro il quale vive la società. Serve ad incrementare gli immensi cumuli di macerie spirituali ed etiche tra le quali ci aggiriamo, rintronati e disorientati. La progressiva laicizzazione non fa che dilatare la vacuità delle menti, che si tenta di riempire con eccessi di ogni genere, con surrogati che producono effetti micidiali, quali la droga, il rock, il sesso perverso, il potere, anche se deforme, il successo ad ogni costo, la conquista del video, i minimalismi di ogni genere, i narcisismi esperati, i sadismi, e così via.

Uno dei modi per recuperare la pienezza, la vitalità profonda, quella che ci dà la sensazione di crescere su noi stessi è, appunto, il sentimento della sacralità, che ci unisce in modi religiosi alla totalità del Reale. È un sentimento non falso, ma assolutamente naturale, perché l'Essere è misterioso e infinito. Ciò che possiede queste dimensioni non può venir sentito se non come sacro; né può essere considerato superfluo, perché chi possiede il sentimento della sacralità nei confronti dell'Universo lo applica anche alla vita, ai rapporti umani, alle occasioni quotidiane. Chi nutre questo sentimento non uccide (e, a proposito di Iraq, meno che mai una signora che si dedica ad aiutare il prossimo, soltanto perché inglese, anzi irlandese. Né si comporta come Maramaldo, sparando per uccidere un ferito). Chi sente profondamente la sacralità non ruba, non mente, non distrugge, non seduce le donne degli altri, rispetta il prossimo, non è né servile né conformista, e così via.

Certo, anche un laico, o un sedicente ateo, può essere possessore di una morale rigorosa, che non scende a compromessi. Ma il senso della sacralità, aiuta potentemente a sostenerla. Per mia fortuna ho sempre sentito in modi imponenti la sacralità, e tutti i miei trenta libri ne sono impregnati e la riflettono. Ma volevo aggiungere ancora un corollario. Coloro che si definiscono atei lo sono veramente? Io sono sempre stato convinto del contrario. Per essere atei fino in fondo bisogna ritenere che siamo noi stessi degli dei; che ci siamo fatti da soli e che l'universo non è che una nostra creazione. Il filosofo tedesco Giovanni Fichte era un ateo, quando affermava che "l'io" (ossia il pensiero) crea il "non io" (ossia il mondo). Ateo era Giovanni Gentile, quando sosteneva che l'Essere non è che un "atto puro dello spirito", ossia una sua creazione. Su Giovanni Gentile alla scuola Normale Superiore di Pisa (di cui fu prima alunno e poi direttore) correva questo aneddoto. Una volta si produsse una forte contusione nella gamba, picchiando contro un armadio. Un collega gli disse: «Ma scusa, Giovanni. Ti che crei il mondo col tuo spirito, non potevi collocare quel mobile un poco più in là? Così evitavi questa botta...». Ateo forse è anche Max Stirner, quando sostiene che l'individuo è un "assoluto", e non ha nulla alle proprie spalle.

Ma chi crede che esistano l'universo, la terra, la vita, e il suo stesso corpo, e che tutto questo sia stato creato in modi misteriosi da Forze cosmiche, non può definirsi ateo, ma piuttosto panteista. Non è una differenza da nulla, perché il panteista ha un senso profondo della sacralità. "Deus, sive natura" scrisse il più grande dei panteisti, Baruch Spinoza (o Espinoza, essendo egli un ebreo di origine spagnola).