da www.corriere.it
L'intervista a Massimo D'Alema
Più maggioritario, cambiamo la legge elettorale
«Prodi non si tocca. Poi bisogna pensare al progetto
del partito unico dei riformisti»
ROMA - Massimo D'Alema non ci sta a criticare Prodi. Nemmeno un po'. Di mercenari e volontari della politica non vuol sentir parlare. Prodi non si tocca, è la sua parola d'ordine. Parla di unità indispensabile e di riforme ineludibili. A cominciare da quella elettorale.
D'accordo, lei non vuole criticare i toni duri di Prodi. Però ripete che non si vince solo con l'antiberlusconismo
«Siamo di fronte al disastroso fallimento del governo. Berlusconi rasenta l'avventura finanziaria, sta riportando il Paese nella situazione da cui noi l'avevamo salvato agli inizi degli anni 90. L'opposizione deve essere in grado di mettere in campo una proposta di governo, per il futuro del Paese. E abbiamo già cominciato».
Sul fisco una proposta l'avete fatta, ma non siete tutti d'accordo su quel modello
«Siamo tutti d'accordo su una visione alternativa di politica fiscale. E’ vero che ci sono stati i distinguo di Bertinotti, ma tra Ds e Margherita c'è una sostanziale convergenza. Letta e Bersani sono la stessa cosa e anche Visco. Il punto è che siamo di fronte a conti pubblici che sono stati dissestati. Trucchi, imbrogli, finte coperture, spese correnti finanziate con entrate improbabili, vedi cartolarizzazioni».
Ma la riduzione delle tasse sembra avervi spiazzati. E i sondaggi dicono che ora Berlusconi è in rimonta.
«Niente affatto. Dai nostri sondaggi non risultano consistenti spostamenti. Il problema, in ogni caso, non è elettorale ma di bilancio dello Stato. E' chiaro che se si danno soldi a tutti, si guadagnano voti. All'avventurismo di Berlusconi, noi contrapponiamo una gestione corretta dei conti pubblici».
Ma allora il vostro riformismo è solo un oculato comportamento contabile, da buon padre di famiglia?
«E' una precondizione. Le riforme non possono essere finanziate in deficit spending, perché il dissesto delle finanze pubbliche penalizza i ceti più deboli. Una politica rigorosa, al contrario, libera risorse. Berlusconi parte dal presupposto che il fisco è il male, per noi è uno strumento».
Ma per far che?
«La nostra proposta si basa su due pilastri. Il primo è usare la leva fiscale per migliorare la competitività. Il secondo è l'equità sociale: stiamo assistendo a una forte contrazione dei consumi popolari, non di quelli di lusso. La finta riduzione delle tasse penalizza proprio i ceti medi e bassi, perché con una mano gli dà pochissimo e con l'altra gli toglie tantissimo».
E il centrosinistra?
«Noi abbiamo dovizia di proposte e di esperienze. Abbiamo governato in anni difficili risanando e favorendo la crescita. Non possiamo essere trattati come i tupamaros in Uruguay e non siamo nemmeno il vecchio Pci, al quale si pretendeva sempre di fare l'esame del Dna».
Quindi se si andasse a votare domani, vincereste?
«Avremmo vinto anche se si fosse votato ieri. La cosa più ragionevole sarebbe accorpare regionali e politiche, in aprile, anche perché al contrario avremo 16 mesi di campagna elettorale, di fibrillazioni, di scontri».
I maligni sostengono che vorreste votare subito perché il prossimo anno Berlusconi potrebbe tagliare di più le tasse...
«Io penso il contrario: semmai avremo le manovre aggiuntive e la gente capirà il trucco. Berlusconi è come un giocatore d'azzardo che ha messo sul tavolo delle fiches che non hanno copertura e spera di poter far saltare il patto di stabilità. Perché l'unica possibilità che ha di fare manovre demagogiche è farle in deficit. Ma si illude. Più passa il tempo e più verrà l'ora della verità. Il rischio è di arrivarci con il Paese a pezzi».
A quel punto, mettiamo, arrivate voi. Che fate?
«Intanto è sbagliato dire che ci troveremo davanti solo i problemi che ci ha lasciato Berlusconi. Lui li ha solo aggravati: non è il responsabile della malattia del Paese ma ne è il sintomo. La sua logica somiglia assai di più al clientelismo degli anni 80 che alla politica della signora Thatcher o a quella di Ronald Reagan. Non è un caso che Berlusconi voglia tornare al proporzionale: il suo modello è controriformista, il ritorno allo strapotere dei partiti».
Però anche nel centrosinistra chiedono il ritorno al proporzionale.
«Sì e sbagliano. Perché mentre Berlusconi ci vuole tornare per i suoi interessi - gruppi, gente beneficiata, corporazioni - loro di interessi non ne hanno. Semmai, dunque, bisogna procedere nella direzione opposta, con un rafforzamento degli elementi coesivi».
Come, nel concreto?
«Per le elezioni amministrative e regionali introdurrei il criterio che il candidato sindaco o presidente è il capo della sua lista. L'avere consentito la frammentazione delle liste di sostegno è stato un disastro. Abolirei la pluralità delle liste collegate. Per le politiche eliminerei la quota proporzionale del 25% e introdurrei il doppio turno, magari con la correzione del modello francese che prevede il diritto di tribuna, cioè una presenza pur minima in Parlamento, delle forze minori. Questo sarebbe da fare, altro che aggiustarsi la legge elettorale come vuol fare Berlusconi per vincere le elezioni. Il suo è un approccio ucraino».
Mettiamo, dunque, che voi vinciate le elezioni. Poi?
«Diventa molto importante il progetto di consolidamento della federazione riformista. Che non dovrebbe essere una scatola organizzativa, ma l'asse del centrosinistra, un asse politico per governare il Paese. E' chiaro che se l'alleanza di centrosinistra si costruisse intorno a una forza che abbia più del 30% dei voti, di dimensioni europee comunque, sarebbe più robusta di una sommatoria di tanti partiti che ce l'hanno con Berlusconi».
E qui torna il problema di un programma di schieramento.
«E’ falso dire che non abbiamo un programma. Su quasi tutte le grandi questioni abbiamo presentato proposte in Parlamento».
Il congresso dei Ds dovrebbe favorire il rafforzamento di quest'area riformista a cui Lei fa riferimento...
«Certo».
Con una sorta di plebiscito sulla linea di Fassino...
«C'è una larga maggioranza, un ampio consenso, i plebisciti sono un fatto antidemocratico».
Ma è un congresso vero?
«E' un congresso che conclude una fase. A Pesaro eravamo sotto il peso di una grave sconfitta, in un momento drammatico. Non c'era una normale successione, si discusse e fu scelto Fassino e la sua linea riformista. La ricetta si è rivelata vincente e via via si sono stemperate anche le polemiche. Questo è un congresso in cui c'è un bilancio, non ci sono grandi alternative in campo».
E tra lei e Fassino c'è piena intesa?
«In che cosa consisterebbero i dissensi di cui talvolta si scrive? Quali sarebbero i punti politici del nostro presunto dissenso?».
Forse più che politici sono personali...
«Tutti i miei amici sono con Fassino, se sono amici miei devono schierarsi con lui. Con chi altri sennò?».
Ma lei si rende conto di essere ingombrante?
«Tre anni fa, dopo essermi dimesso da presidente del Consiglio, ho deciso di fare un passo indietro, senza chiedere o pretendere nulla. Fassino non ha mai subito condizionamenti da parte mia. Il resto sono chiacchiere, ragionamenti campati in aria, stravaganze. O fanno parte di manovrine di chi vorrebbe seminare zizzania e non ci riesce».
Dunque conta di rimanere presidente dei Ds...
«Certamente, se mi verrà chiesto».
E continua a credere nel progetto di partito Riformista?
«Sì, perché non è una improvvisazione ma un percorso che viene e va lontano. L'incontro tra diverse tradizioni del riformismo italiano era l'idea originaria dell'Ulivo. E’ un progetto mio come di Amato».
Se il centrosinistra vincerà le elezioni, entrerà al governo?
«Quello che fa D'Alema lo decide Prodi. Se c'è una cosa che va riconosciuta a chi si assume la responsabilità di governare il Paese è la piena libertà di scegliersi la squadra».
Dica la verità: non ha alcun dubbio su Prodi?
«No. Assolutamente. E considero intollerabile questa sorta di gioco di società per trovare questo o quell'altro candidato. Noi abbiamo scelto Prodi. E con lui vinceremo le regionali e poi le politiche».
Antonio Macaluso


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