Tra Stati Uniti ed Europa le divergenze in tema di politica mediorientale sono quelle più accentuate, da quattro anni a questa parte, da quando iniziò la seconda Intifada palestinese. L’Europa non ha saputo far altro che proporre maggiori pressioni su Israele.
Di recente, tre “saggi” europei, Lord Dahrendorf, membro della Camera dei Lord britannica, Valérie Giscard d’Estaing, ex capo di Stato francese e presidente della Convenzione per la Carta dell’Ue, e Giuliano Amato, ex premier italiano e vicepresidente della Convenzione per la Costituzione europea, hanno scritto in una lettera aperta pubblicata sul Corriere del 28 novembre scorso che occorre “un’azione congiunta in medio oriente”.
In che cosa consiste tale sinergia?
Un cambio della politica americana.
L’invito dei saggi è alla “rapida revisione delle relazioni” transatlantiche da parte del vincitore delle elezioni negli Stati Uniti. Auspicano inoltre un intervento americano, “nei fatti, non solo a parole”, a favore della soluzione dei due Stati.
L’appello non si è limitato a chiedere al presidente George W. Bush di cambiare politica, ma di cambiarla proprio dove i risultati stanno dimostrando come sia invece la linea europea a essere bancarottiera.
Per quattro anni gli europei hanno sostenuto il dialogo con l’ex rais Yasser Arafat, “il legittimo e democraticamente eletto leader dei palestinesi”.
Gli americani, accettando le tesi israeliane, hanno invece riconosciuto come Arafat fosse parte del problema, invece che della soluzione.
Morto Arafat, gli sviluppi delle ultime settimane, per quanto sia ancora prematuro ostentare ottimismo, dimostrano come l’Europa avesse torto e come la sua volontà di trattare con il rais sia stata causa di ritardi e di ostruzionismo.
Dall’elezione di Ariel Sharon a primo ministro, gli europei hanno sottoscritto l’immagine di un premier “generale” e leader militare guerrafondaio, ostacolo alla pace.
Gli americani hanno invece accettato il verdetto elettorale israeliano e hanno cooperato con Sharon, non perdendo mai di vista il fatto che l’anziano politico, come nel caso di Arafat, andava giudicato dai fatti e non dalla retorica dei suoi avversari. Ed è Sharon, infatti, non gli sfiduciati ed elettoralmente sconfitti leader della sinistra israeliana, beniamini degli europei, che ha promosso il primo realistico piano di pace che potrebbe sbloccare la situazione di stallo.
Non soltanto: Sharon è stato definito “un uomo di pace” da Bush, e “l’unica chance di pace per i palestinesi” dal presidente egiziano Hosni Mubarak, la settimana scorsa.

Se perfino Hamas usa un’altra retorica
Dall’inizio dell’Intifada sono stati gli europei, non gli americani, a criticare ogni azione e tattica militare del governo Sharon contro il terrorismo, giudicando il ricorso israeliano alla violenza eccessivo e controproducente, sostenendo che agli attacchi contro civili ci sia una sola risposta, quella politica (cioè la capitolazione al ricatto del terrore).
Eppure, dopo quattro anni di politica di uccisioni mirate – tanto osteggiate dal moralismo europeo, non dagli americani – Hamas sta cambiando retorica, dicendosi disponibile, per la prima volta, a un possibile compromesso con Israele.
E’ stata la fragilità di un’organizzazione indebolita dall’efficace campagna mirata israeliana a spingere Hamas al pragmatismo, non altro.
Gli europei si ostinano a opporsi alla barriera difensiva israeliana, mentre gli americani l’hanno sostenuta negoziandone modifiche e aggiustamenti, eppure è la barriera che ha sconfitto il terrorismo palestinese, creando sia le condizioni politiche per il piano di disimpegno di Sharon sia un confine di fatto, che con il tempo consoliderà l’idea di due nazioni separate e quindi di due Stati.
Se fosse stato per gli europei, non ci sarebbe la barriera e l’incessante terrorismo palestinese avrebbe finito per mettere in ginocchio il paese.
Gli europei avrebbero preferito che l’America costringesse Israele a non reagire alla violenza assassina dei palestinesi, spingendo lo Stato verso maggiori concessioni.
L’Amministrazione Bush ha fatto il contrario, sostenendo il principio secondo cui Israele può difendersi anche con metodi non convenzionali, come le uccisioni mirate e la barriera, e secondo cui solo la rinuncia al terrorismo, la fine della violenza e una stagione di riforme porteranno i palestinesi a uno Stato.
Se oggi c’è una nuova speranza di uscire dalla lunga crisi nel processo di pace lo si deve non alla bancarotta intellettuale della politica estera europea, che ha sostenuto tutte le scelte sbagliate negli ultimi anni, ma alla politica di Bush e Sharon. Sarebbe bene che i saggi europei non chiedessero all’America di cambiar corso.

Emanuele Ottolenghi su Il Foglio

saluti