



Approfondimenti[...]Poco dopo ventitré capi del partito Herri Batasuna vengono condannati a sette anni di carcere con l'accusa di legami con l'ETA. L'offensiva sempre più dura del governo Aznar costringe l'ETA nell'angolo: nel settembre 1998 annuncia la prima tregua a tempo indeterminato della sua storia.
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Integro con testimonianza


Rote Armee Fraktion (RAF)
Organizzazione clandestina armata tedesca per "la lotta armata nelle metropoli" nata nella primavera 1970 e operante fino ai primi anni novanta. Rifacentesi al marxismo leninismo e su una linea internazionalistica che la portò a cooperare con le organizzazioni armate palestinesi e Action Directe, la Raf si definì: "collegamento tra lotta illegale e lotta legale, tra lotta nazionale e internazionale, tra lotta politica e lotta armata."
La storia della Raf si può dividere in tre fasi: la prima dal 1970 al giugno 1972, quando fu arrestato il nucleo dirigente della Raf. La seconda dal 1975 all'autunno 1977, quando furono ritrovati morti in carcere i leaders del gruppo, la terza dal 1979 al "cessate il fuoco" del 1992. Se la prima parte fu contraddistinta da una serie di attentati contro sedi delle Forze armate americane in Germania e da nessuno atto contro specifici individui, la seconda fu contraddistinta da una campagna contro il potere politico ed economico della Germania, che portò la Raf ad uccidere magistrati, direttori di banca ed imprenditori.
Questa fase culminò nell'autunno 1977 in uno scontro frontale con le istituzioni, il 5 settembre 1977 con il sequestro di Hans Martin Schleyer, presidente della Confindustria tedesca. La terza fase, iniziata nel 1979 fu contraddistinta da una ripresa della "lotta antimperialista" caratterizzata da una serie di attentati contro uomini e sedi della Nato e, nel 1985, dall'alleanza, per altro di breve durata, con Action Directe. L'attività armata del gruppo proseguì a fasi alterne fino al 1992, quando fu dichiarato il cessate il fuoco.
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La banda della Uno Bianca.
La sera del 21 novembre 1994 Roberto Savi, assistente capo della polizia di stato della Questura di Bologna, viene arrestato dai colleghi con l' accusa di essere uno dei membri della banda della Uno bianca.Pochi giorni dopo viene arrestato anche il fratello Fabio Savi, camionista, che stava cercando di fuggire con la fidanzata Eva Mikula in Austria. Il terzo fratello Savi, Alberto, anche lui poliziotto, verra' arrestato il 26 novembre. Le accuse sono sempre le stesse: i tre fratelli farebbero parte della terribile banda della Uno Bianca, che dal 1987 al 1994 ha terrorizzato l' Emilia-Romagna e soprattutto Bologna con rapine e ammazzamenti. Cadono nelle mani degli investigatori anche altri tre agenti di Polizia: Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli.
Il 19 giugno 1987 la banda commette il suo primo crimine; si tratta di una rapina ad un casello autostradale che frutta solo 1.300.000lire. Ne seguiranno tante altre di rapine; dapprima la "Uno Bianca" prende di mira quasi esclusivamente caselli e uffici postali, poi, a partire dal novembre '87, comincia a rapinare i supermercati della Coop, la cooperativa rossa vicina al PC. Ma la Uno Bianca non si limita ad effettuare rapine; prende di mira Carabinieri ed extracomunitari. Nel 1988, il 20 aprile, quelli della Uno Bianca uccidono due carabinieri; nel corso del 1990 uccidono 2 nomadi e feriscono 13 persone tra extracomunitari e nomadi. Il 4 gennaio 1991 realizzano la loro impresa piu' nota: affiancano una pattuglia di Carabinieri formata da 3 ragazzi poco piu' che ventenni, e li uccidono barbaramente, nei pressi della zona del Pilastro. Sempre nel 1991 Fabio e Roberto Savi entrano in un' armeria, uccidono la proprietaria ed un commesso e rubano 2 pistole Beretta; da allora in poi la Uno Bianca utilizzera' quasi sempre queste due pistole. Prima di allora la banda aveva utilizzato sempre fucili mitragliatori AR70. La Uno Bianca agisce con rapidita' e spietatezza; i suoi membri utilizzano tecniche militari e dimostrano di conoscere alla perfezione le province di Bologna, Forli', e tutto il riminese. Gli inquirenti sono spaesati: non riescono a collegare tra loro crimini apparentemente cosi' diversi; le indagini imboccano mille strade diverse, ma sembrano non esserci prove decisive.
Nel frattempo Roberto Savi, nella Polizia dal 1976, viene trasferito alla centrale operativa della Polizia bolognese; il suo compito e' quello di smistare le auto in servizio e sotto di lui passano tutte le informazioni in possesso della Questura. Lavora solo sei ore al giorno ed ha tempo di pianificare e realizzare rapine piu' lucrose di quelle sino ad allora realizzate ai danni di caselli autostradali, che avevano fruttato poche decine di milioni. La Uno Bianca si dedica alle rapine in banca.
All' inizio del 1994, il sostituto procuratore di Rimini, Daniele Paci, crea un pool anti-Uno Bianca, di cui entrano a far parte carabinieri e poliziotti. Nel marzo del 1994 le telecamere di una banca rapinata dalla banda permettono al pool di individuare il viso di uno dei banditi; sembra essere un colpo di fortuna, ma l' unico risultato a cui porta e' un identikit. Poco dopo il pool viene sciolto e le indagini si ribloccano. Finche' due giovani poliziotti, l' assistente capo Baglioni e l' ispettore Costanza, agendo autonomamente, dopo mesi di pattugliamenti, individuano dinanzi una banca di Santa Giustina, frazione di Bologna, un tipo sospetto che assomigliava al personaggio raffigurato nell' identikit. Lo seguono fino a Torriana, appena fuori Bologna, e scoprono che si tratta di Fabio Savi. Scoprono che durante le rapine il fratello Roberto non era mai in servizio; e scattano le manette.
Si scoprira' che Fabio e Roberto Savi erano stati ideatori ed autori di tutti i crimini della banda. Alberto Savi, Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli, avevano partecipato sporadicamente alle azioni dalla Uno Bianca. Alberto Savi, all' indomani dell'arresto dei fratelli, dichiarera' di essere affranto e sdegnato per la condotta di Roberto e Fabio; dopo le confessioni dei fratelli, ammettera' di aver partecipato anche lui ad alcune rapine; invece risultera' essere uno dei killer del Pilastro. Gugliotta sembrava essere un bravo poliziotto. Occhipinti e Vallicelli apparivano degli insospettabili, oltre che degli ottimi agenti; Occhipinti partecipo' solo alle rapine del biennio 1987-88, ma rimane il mistero sul suo successivo silenzio.
Quando Fabio Savi fu arrestato a 23 km dal confine austriaco, era in compagnia di una diciannovenne romena, Eva Mikula. Si trattava di un' ex-prostituta che Fabio Savi aveva conosciuto durante uno dei suoi viaggi nell' est-Europa. Eva Mikula conosceva il trafficante d' armi Tamas Somogyi, che procuro' le armi alla banda della Uno Bianca e cerco' di coinvolgere Fabio Savi in un traffico di mercurio rosso dall' ex-Urss. Eva Mikula dimostro' di essere una validissima conoscitrice di armi ed ammise di essere a conoscenza delle attivita' criminose del compagno, ma di aver taciuto per le minacce che egli le rivolgeva. I Savi invece affermano che Eva Mikula era una loro collaboratrice e che aveva partecipato a dei sopralluoghi presso alcune banche da rapinare. Si dubita fortemente del passato della giovane romena; viene avanzata l' ipotesi che non abbia 19 ma bensi' 24 anni, che sia una trafficante d' armi professionista e non un' ex- prostituta…Fatto sta che Eva Mikula non sara' arrestata. Confessera' di aver sentito Fabio Savi ammettere di essere un ex agente segreto; Fabio Savi ammettera' invece di aver usato quegli argomenti con il solo fine di far colpo sulla compagna.
L' attivita' della Uno Bianca, la scaltrezza e la preparazione dei suoi membri, le uccisioni indiscriminate che crearono un clima di terrore senza precedenti nell' Emilia-Romagna, il passato nebuloso di Eva Mikula ed i suoi legami con trafficanti d' armi, fanno tutt' oggi pensare alla possibilita' che la banda non sia stata un gruppo di banditi sanguinari e razzisti, bensi' un gruppo terrorista legato magari ai servizi segreti, operante con il fine di instaurare un clima di tensione per l' adozione di un regime di polizia. Nonostante questa possibilita' non possa essere scartata del tutto, appare priva di fondamenti concreti. I fratelli Savi erano davvero dei sanguinari esaltati, dei fanatici delle armi e della violenza. Loro padre, Giuliano Savi, aveva partecipato alla Marcia su Roma, era un collezionista di armi ed era stato lui stesso ad aver insegnato ai figli a sparare. Forse e' proprio questa la chiave di volta dell' intera vicenda: i Savi erano semplicemente e tragicamente degli assassini senza scrupoli, educati a sparare, che riuscirono a coinvolgere nella spirale di folle violenza soggetti deboli e repressi.
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Esercito Islamico Iraq
Un’organizzazione autodefinitasi «Esercito islamico In Iraq, brigata Khaled bin al Waleed ha fatto la sua prima apparizione nel febbraio 2004 annunciando, in un video, la sua nascita. In questo video l’organizzazione sunnita dichiarava di essersi dotata di una struttura rigidamente gerarchizzata, composta da brigate specializzate guidate da un comando generale. Il primo attentato rivendicato è del 31 marzo 2004, quando quattro agenti di un’organizzazione di sicurezza americani, vengono uccisi a Falluja. Sempre in marzo l'organizzazione proclama di essersi alleata con Al Qaeda nella guerra alle forze della coalizione che occupano il territorio iracheno. Successivamente, il 7 luglio, il gruppo sequestra il camionista filippino Angelo de la Cruz che viene rilasciato dopo aver ottenuto il ritiro dall’Iraq del contingente filippino. Il 26 luglio l’«Esercito islamico in Iraq», senza la dicitura, brigata Khaled bin al Waleed, rivendica con un video, il rapimento di due cittadini pachistani Sajjad Naim e Raja Azad Khan e di un iracheno, tutti dipendenti della filiale kuwaitiana del gruppo saudita Al Tamini. Due giorni dopo i sequestratori uccidono i due ostaggi pachistani e liberarono l'iracheno.
L’8 agosto, in un comunicato letto dalla televisione araba al Arabiya viene rivendicato il sequestro del diplomatico iraniano Fereydun Jahani, incaricato di aprire un consolato a Karbala. In questa occasione viene lanciato un monito all'Iran per i suoi "flagranti interventi negli affari interni iracheni".
Il 24 agosto l’Esercito Islamico rivendica, con un video, il sequestro del giornalista di Diario, Enzo Baldoni di cui non si avevano notizie dal venerdì precedente, esigendo il ritiro delle truppe italiane in Iraq entro 48 ore. Enzo Baldoni viene ucciso il 25 agosto. Il 28 agosto con un video molto simile a quello in cui era ripreso Enzo Baldoni, l’organizzazione rivendica il rapimento dei giornalisti francesi Christian Chesnot di Radio France e Radio France Internationale e Georges Malbrunot del quotidiano Le Figaro, scomparsi venerdì 20 agosto. Nel video si richiedeva l'abrogazione della legge francese sul velo. Malbrunot e Chesnot sono stati rilasciati il 21 dicembre 2004.
Secondo molti osservatori l’organizzazione, con questi rapimenti, tenta di accreditarsi nei confronti delle frange più radicali della resistenza irachena nella speranza di reclutare nuovi elementi e di assicurarsi finanziamenti destinati ai gruppi jihadisti.


28 agosto 2004
L'Esercito islamico in Iraq
sei mesi di sequestri e esecuzioni
ROMA - Il sedicente Esercito islamico in Iraq, che ha rivendicato oggi il rapimento di due giornalisti francesi in Iraq, è lo stesso che ha sequestrato e ucciso Enzo Baldoni. La prima volta che si sentì parlare di questo gruppo fu il 31 marzo scorso, quando rivendicò l'uccisione di quattro "contractors" americani a Falluja. Sempre in marzo l'organizzazione proclamò di essere alleata con Osama Bin Laden nella guerra alle forze della coalizione che occupa il territorio iracheno.
Il gruppo armato è tornato alla ribalta il 7 luglio, quando si è attribuito la responsabilità del rapimento del cittadino filippino Angelo de la Cruz, l'autista padre di otto figli dipendente di un'impresa saudita che lavora con le forze americane in Iraq.
L'Esercito islamico in Iraq chiese subito a Manila di ritirare le sue truppe dall'Iraq (una cinquantina di uomini) in cambio della liberazione dell'ostaggio. De la Cruz venne poi rilasciato il 20 luglio successivo: quattro giorni prima il governo di Manila aveva annunciato l'inizio del ritiro.
Come nel caso di de la Cruz, fu ancora la televisione qatariota al Jazeera a mostrare il 26 luglio altri tre civili rapiti dall'Esercito islamico, i pachistani Sajjad Naim e Raja Azad Khan e un iracheno, tutti dipendenti della filiale kuwaitiana del gruppo saudita Al Tamini.
Il video ammoniva i datori di lavoro degli ostaggi che il destino del prigioniero iracheno sarebbe stato uguale a quello dei due pachistani se le operazioni in Iraq non si fossero fermate. Due giorni dopo i sequestratori uccisero i due ostaggi pachistani e liberarono l'iracheno.
Il gruppo si è reso anche responsabile, l'8 agosto scorso, del sequestro del diplomatico iraniano Fereydun Jahani, incaricato di aprire un consolato a Karbala. In un comunicato, letto in questo caso dalla televisione araba al Arabiya, il gruppo terroristico ha lanciato un monito all'Iran per i suoi "flagranti interventi negli affari interni iracheni" ma non ha chiesto alcun riscatto né posto condizioni per la liberazione dell'ostaggio.
Martedì scorso, infine, è un'altra volta Al Jazeera che diffonde un comunicato nel quale l'Esercito Islamico rivendica il sequestro di Baldoni, di cui non si avevano notizie dal venerdì precedente, esigendo il ritiro delle truppe italiane in Iraq nel termine di 48 ore. Scaduto l'ultimatum, il giornalista e creativo pubblicitario è stato ucciso dai suoi rapitori.
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