La nomina di Giulio Tremonti alla vicepresidenza di Forza Italia è passata come una nota a pie’ di pagina.
Accolta da un silenzio distratto o al più da un qualche sarcasmo, manco fosse il contentino dovuto a un bravo bambino caduto da un cavallo a dondolo.
Eppure la scelta di Tremonti è maturata in un clima di relativa euforia dopo che con l’aut aut sulle tasse il presidente del Consiglio ha riconquistato la leadership della maggioranza e punti nei sondaggi. E fra le tante anime del berlusconismo, esprime quella avventurosa e amatoriale, senza dubbio la migliore, in ogni caso quella innovativa.
E’ difficile credere che Tremonti dovrà, come è stato scritto, costruire un improbabile partito gollista in Italia e assicurarne la continuità come accadde nella vicina Francia.
Tremonti non è Goerges Pompidou perché Berlusconi non è Charles de Gaulle: l’unico tratto in comune tra i due semmai è la diffidenza, l’insofferenza nei confronti della cosa parlamentare e dei suoi riti.
Per il resto il Generale fondatore della Quinta Repubblica incarnava una certa idea della nazione e un progetto coerente di Stato in grado di realizzarla.
Berlusconi invece è soprattutto un’idea del benessere e della massima felicità possibile in terra.
De Gaulle è “moi, géneral”, Berlusconi almeno la sua parte migliore è “we the people” e in questo è molto americano.
Il gollismo fu nel bene e nel male un progetto organico e compiuto, il berlusconismo ha fin ora terremotato un sistema partitico e istituzionale gettando le basi di un’altra Repubblica ma dal punto di vista per così dire filosofico è un’incompiuta.
La riduzione della pressione fiscale imposta nella Finanziaria per il 2005 ha valore fortemente simbolico ed è ancora troppo timida per lasciare l’impronta di una rivoluzione sociale.
La stessa riforma in senso federalista della Costituzione sembra attenuata nelle premesse e negli effetti.
Il partito dello Stato centrale e della spesa pubblica si è rivelato ben più forte del previsto e ha ramificazioni potenti fin dentro la coalizione di governo.
Da qui l’importanza di una guerra ideologica e culturale di lungo periodo, che tenda all’egemonia esattamente come fece il marxismo nel secolo scorso.
E della necessaria trasformazione che incombe su Forza Italia, macchina finora essenzialmente elettorale, molto opaca e niente affatto sexy.
Da questo punto di vista Tremonti può essere l’uomo giusto al posto giusto. Anzi l’unico, per la padronanza della teoria, per la testardaggine con cui difende le sue convinzioni, per l’altezzoso disprezzo mostrato nei confronti dei cascami ideologici serviti da una sinistra ridotta a far da traino al pubblico impiego e una destra egualmente malata di assistenzialismo.
L’intronizzazione di Tremonti è una non notizia per chi ha un pregiudizio negativo del populismo, per chi ne usa persino il sostantivo o l’aggettivo come un insulto.
E per i tanti che pensano che sia soltanto una parentesi destinata a richiudersi in modo fallimentare proprio per l’overpromising, l’eccesso di promesse che lo accompagna e lo ha portato in molti casi al successo, che sia comunque inevitabile convertirsi al realismo e scendere a patti con le élite tradizionali.
La rielezione trionfale di George W. Bush però dovrebbe almeno far riflettere.
Il populismo di questo scorcio di secolo ha poco in comune con fenomeni analoghi del passato come il poujadismo o l’Uomo qualunque. Sa poco di bottega e molto invece del malessere da eccesso di astrazione della democrazia e di crisi della rappresentanza.
E’ una rivolta della periferia contro il centro, della vita quotidiana del cittadino contro una logica estranea come quella statuale, contro il formalismo di cui la fiscalità è il simbolo ultimo e più pesante.
E’ perciò un fenomeno destinato a durare, probabilmente ad ampliarsi.
Come dire il populismo è popolare.
Riscrivere con penna liberale il pedigree di quanto si sta agitando dentro e attorno a Forza Italia e alla Lega, cancellando meschinità ed egoismi, fino a costruire un valido strumento di battaglia anche culturale, non è certo una sinecura.
Ma è una scommessa che una destra che vuole essere moderna deve fare.
E chiunque sia convinto che si vivrebbe tutti meglio con lo Stato minimo, non può che tifare per Giulio Tremonti.
Lanfranco Pace su Il Foglio
e, aggiungo io, tifare per Berlusconi e Bossi: comunque la porta è aperta, avanti, c'è posto per tanti.
saluti




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