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Discussione: Il Gulag

  1. #211
    anticomunista
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    Sandro MAGISTER
    Arcipelago Gulag in Romania: ciò che nessuno aveva mai raccontato

    La testimonianza è di pochi giorni fa. E' stata letta in Vaticano da un prete greco-cattolico che è stato sedici anni nelle prigioni comuniste. Ai limiti dell'immaginabile


    ROMA - [...] Il volume ha per titolo: "Fede e martirio. Le Chiese orientali cattoliche nell'Europa del Novecento". Raccoglie gli atti di un convegno di storici tenuto in Vaticano nel 1998 sulle persecuzioni delle Chiese dell'est. E' stato stampato nel 2003 dall'Editrice Vaticana. Ma nelle librerie è praticamente introvabile. Persino lo scaffale virtuale di Amazon.com lo ignora.

    Eppure questo è un libro decisamente fuori dell'ordinario. E ancor più lo è stata la sua presentazione, anch'essa passata sotto immeritato silenzio.

    Per capirlo, basta leggere il testo riprodotto qui sotto, letto dal suo autore proprio durante la presentazione del volume, in Vaticano. L'autore è un anziano sacerdote della Chiesa greco-cattolica di Romania che ha passato sedici anni nelle prigioni comuniste. Il racconto della sua prigionia è concretissimo e insieme spirituale. Un po' Solgenitsin, un po' atti dei martiri. Tra mistero d'iniquità spinto ai limiti dell'immaginabile e Grazia. Con la "Santa Provvidenza" che opera per le mani inconsapevoli degli aguzzini.

    In tempi in cui il martirio è parola abusata, applicata anche agli "shahid" islamisti che si fanno esplodere per fare strage, questa è una testimonianza che aiuta a restituir verità. Assolutamente da non perdere.


    "Ma è più grande il Cielo sopra di noi" di Tertulian Ioan Langa

    Il mio nome è Tertulian Langa e della mia vita sono ben 82 gli anni che non ho più. Di questi, 16 regalati alle prigioni comuniste.

    A 24 anni, nel 1946, ero un giovane assistente alla facoltà di filosofia dell'università di Bucarest. Le truppe russe avevano occupato quasi un terzo della Romania e mi fu intimato, come membro del corpo insegnante, di iscrivermi d'urgenza al sindacato manipolato dal partito comunista, imposto al potere dai blindati sovietici.

    Già allora ero pienamente attestato sul fermo atteggiamento magisteriale che la Chiesa cattolica aveva adottato contro il comunismo, dichiarato male intrinseco. Quindi non c'era posto nella mia coscienza per un compromesso. Rinunciai alla carriera universitaria e mi ritirai in campagna come operaio agricolo; ma non fu sufficiente, poiché ero conosciuto, già alla facoltà, come militante cattolico e anticomunista. Velocemente fu improvvisato a mio carico un dossier accusatorio; e visto che le accuse si fondavano su fatti che il codice penale dell'epoca ancora non incriminava (rapporti con i vescovi, con la nunziatura, apostolato laico), il mio dossier fu assimilato a quello dei grandi industriali. Dopo gli interrogatori accompagnati da atroci trattamenti, il procuratore dichiarò con perfetta logica comunista: "Nel dossier dell'accusato non si trova nessuna prova sulla sua colpevolezza; ma chiediamo ugualmente il massimo della pena: 15 anni di lavori forzati. Poiché, se non fosse colpevole, non si troverebbe qui". Obiettai: "Ma non è possibile che mi condanniate senza avere nessuna prova!". E lui: "Non è possibile? Guarda come è possibile: 20 anni di lavori forzati per aver protestato contro la giustizia del popolo". E questa fu la sentenza.

    Ciò avveniva quando la Chiesa greco-cattolica di Romania ancora non era stata messa fuori legge. Si dava per scontato che il mio arresto e le torture sarebbero riuscite a trasformarmi in uno strumento a favore della futura incriminazione di vescovi e preti della Chiesa greco-cattolica e della nunziatura.

    Degli interrogatori e della mia prigionia nei campi di sterminio comunisti riferisco soltanto alcuni momenti.

    Sono stato arrestato a Blaj, nell'ufficio del vescovo Ioan Suciu, allora amministratore apostolico della metropolia greco-cattolica di Romania e futuro martire. Mi ero presentato a lui, al capo della nostra Chiesa, per chiedere lumi alla Santa Provvidenza, poiché il mio padre spirituale, monsignor Vladimir Ghika, altro futuro martire, era all'epoca nascosto. Mi era stata offerta da qualcuno la possibilità di partire per l'estero. Trattandosi di un passo importante, non volevo compierlo senza confrontarlo con la volontà di Dio. E la risposta arrivò: il mio arresto. Capivo che avrei passato la mia vita nelle prigioni create dal regime comunista, ma ero sereno: seguivo il percorso della Santa Provvidenza.


    LA VERGA DI FERRO

    Ricordo il giovedì santo dell'anno 1948. Da due settimane, ogni giorno, mi percuotevano con un ferro sulla pianta dei piedi, attraverso gli scarponi: dei fulmini mi percorrevano la spina dorsale e mi esplodevano nel cervello, senza però che mi fosse rivolta alcuna domanda. Mi preparavano col ferro per farmi arrivare più morbido all'interrogatorio. Legato mani e piedi e appeso con la testa in giù, i miei carcerieri mi infilavano in bocca un calzino, già lungamente passato negli scarponi e nella bocca di altri beneficiari dell'umanesimo socialista. Il calzino era diventato lo strumento antirumore grazie al quale si impediva al suono di oltrepassare il luogo dell'interrogatorio. D'altra parte, era praticamente impossibile emettere un solo gemito. Per di più, mi ero autobloccato psicologicamente: non ero più capace di gridare o di muovermi. I miei torturatori interpretavano questo atteggiamento come fanatismo da parte mia. E continuavano sempre più accaniti, alternandosi nel torturarmi. Notte dopo notte, giorno dopo giorno. Non mi domandavano nulla, poiché non era la risposta ciò che li interessava, ma l'annientamento della persona, fatto che tardava ad avverarsi. E come si prolungava lo sforzo di annientare la mia volontà, di ottenebrare il mio pensiero, si prolungava indefinitamente la tortura. Gli scarponi maciullati mi caddero dai piedi, pezzo dopo pezzo.

    In quella notte del giovedì santo, in una chiesa vicina, si celebrava l'ufficio liturgico, accompagnato come da un pianto di campane spaventate. Trasalii. Gesù avrà sentito il mio grido soffocato, quando, non so come, urlai da quell'inferno: "Gesù! Gesù!". Fuoruscito attraverso il calzino, il mio grido non fu compreso dagli aguzzini. Trattandosi del primo suono che udivano da me, si dichiararono contenti, sicuri d'avermi piegato. Mi trascinarono con la coperta fino alla cella, dove svenni. Al mio risveglio, davanti a me stava l'inquisitore, con in mano una risma di carta: "Ti sei ostinato, bandito, ma non uscirai di qui finché non avrai tirato fuori tutto ciò che tieni nascosto dentro. Hai 500 fogli. Scrivi tutto ciò che hai vissuto: tutto su tua madre, su tuo padre, sulle sorelle, i fratelli, i cognati, i parenti, i compagni, i conoscenti, i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, le religiosi, i politici, i professori, i vicini e i banditi come te. Non ti fermare finché non avrai finito la carta". Ma non scrissi nulla. Non per chissà quale fanatismo, ma perché non ne avevo la forza: anche la mente mi sembrava svuotata.


    LA LUPA

    Dopo quattro giorni, lo stesso individuo: "Hai finito di scrivere?". Vedendo che i fogli non erano stati toccati, disse: "Se così stanno le cose, spogliati! Ti voglio vedere come Adamo nel paradiso". Passarono così altri giorni, vissuti a pelle nuda sul pavimento: conforto tipico del socialismo umano. Un altro individuo mi si presentò dopo un po' di tempo davanti alla porta: "Vediamo, cosa c'è allora sulla carta? Nulla? Sempre ostinato! Guarda che abbiamo anche altri metodi". Dopo di che uscì. Ritornò accompagnato da un cane lupo enorme, con le zanne minacciose, in vista. "La vedi? E' Diana, la cagna eroina, alla quale hanno sparato i tuoi banditi sulle montagne. Ti insegnerà lei cosa devi fare. Comincia a correre!". E io: "Come a correre? In una stanza di soli tre metri?". Nella stanza c'era anche una lampadina di 300 watt, troppo per una stanza di soli tre metri per due, fissata non in alto ma sul muro, a livello del viso. "Corri!". La lupa, ringhiando, stava pronta ad attaccare. Corsi per sei, sette ore, ma di ciò mi resi conto soltanto verso l'alba, vedendo la luce farsi strada nella cella e sentendo movimenti nell'edificio. Ogni tanto quel tale faceva uscire la lupa per i bisogni. A me non era concesso. Quando cominciai a perdere l'equilibrio e accennavo a fermarmi, la lupa vigilante, come a un comando, mi ficcava le sue zanne nella spalla, nella nuca e nel braccio.

    Ho corso sotto i suoi occhi e le sue zanne per 39 ore senza interruzione. Alla fine crollai e la lupa si lanciò su di me. Mi azzannò al collo, senza però strozzarmi. Sulla fronte e sugli occhi sentii scorrere qualcosa di caldo e bruciante, capii che la bestia mi orinava sul viso. Ed è dalle parole dei miei carnefici che seppi d'aver corso per 39 ore. "Questo lo possiamo mandare alla maratona di Rio! Che resistenza, la bestia fascista!". Ma vedendo che nemmeno la maratona era riuscita a convincermi a rilasciare una dichiarazione sui vescovi e la nunziatura, o su qualche compagno ricercato, ritennero utile passare a un altro metodo di convincimento: il sacchetto di sabbia.


    IL SACCHETTO DI SABBIA

    Il giorno dopo, in un ufficio, mi legarono mani e piedi a una sedia, davanti a un tavolo con un sacchetto sopra. Dietro di me c'era un aguzzino impalato e muto. A una scrivania, nell'angolo, un individuo calvo con una barbetta da caprone, che voleva rassomigliare a Lenin. Muto anche lui, fece un segno muovendo la testa. Il mio boia capì il comando. Impugnò il sacchetto e me lo picchiò in testa con ritmo, accompagnando ogni colpo con la parola: "Parla!". Decine di volte, centinaia di volte, non so, magari migliaia: "Parla!". Ma nessuno mi chiedeva alcunché. Soltanto una voce cavernosa, monotona, mi ficcava nel cervello l'idea imperativa di dire, di rispondere a ogni domanda sottoposta alla mia coscienza dall'organo inquisitore. Non mi fu difficile decifrare la satanica idea di voler sottomettere la mia volontà. Dopo circa venti colpi, cominciai ad applicare il principio morale "age contra", fa il contrario, dicendo tra me ad ogni colpo: "Non parlo!". Decine di volte, centinaia di volte. Con l'autosuggestione avevo impiantato in me lo stereotipo "Non parlo!", col rischio di diventare io stesso schiavo di quell'unico modo di esprimermi. In effetti fu così: da allora in poi, automaticamente, a ogni domanda che mi veniva rivolta, non importa su quale argomento, io rispondevo: "Non parlo!". Mi ci volle un anno intero di sforzi mentali per liberarmi da questo sinistro riflesso automatico.


    VENTOTTO CENTIMETRI

    Come soggetto privo di valore e interesse negli interrogatori, fui trasferito nella prigione sotterranea della zona paludosa di Jilava, a 8 metri sotto terra, che era stata costruita un tempo a difesa della capitale, ma era allora completamente inutilizzabile a causa delle forti infiltrazioni d'acqua. Nulla e nessuno vi resisteva tranne l'uomo, il più alto tesoro del materialismo storico. Nelle celle di Jilava, i poveri uomini facevano l'esperienza delle sardine: però non nell'olio, ma nel succo proprio, fatto di sudori, di orine e di acque di infiltrazione, che scorrevano senza sosta sui muri. Lo spazio era sfruttato nel modo più scientifico: due metri di lunghezza e ventotto centimetri di larghezza per ciascuna persona stesa a terra, sul fianco. Alcuni, i più anziani, stavano stesi su tavole di legno, senza lenzuola o coperte. A contatto col legno erano l'osso omerale e la parte esterna del ginocchio e della caviglia. Stavamo sulla punta delle ossa, per occupare uno spazio minimo. La mano non poteva appoggiarsi che sull'anca o sulla spalla del vicino. Non resistevamo così più di mezz'ora; poi tutti, al comando, poiché non era possibile separatamente e uno dopo l'altro, ci voltavamo sull'altro fianco. La catasta di corpi stipati, così disposti, aveva due livelli, come in un letto a castello. Ma al di sotto di questi c'era un terzo livello, dove i detenuti giacevano direttamente sul cemento. Sul cemento i vapori di condensa del respiro dei settanta uomini, assieme alle acque di infiltrazione e all'orina che fuorusciva dalle latrine, formavano una miscela viscosa in cui nuotavano i malcapitati. Al centro della cella-tomba di Jilava troneggiava un recipiente metallico, di circa settanta-ottanta litri, per l'orina e le feci di settanta uomini. Non aveva coperchio e l'odore e il liquido traboccavano abbondantemente. Per raggiungerlo, dovevi passare per il "filtro", vale a dire per un controllo severo applicato a pelle nuda, controllo nel quale veniva sottoposto ad esame l'intero organismo e ogni suo orifizio.


    IL "FILTRO"

    Con una bacchetta di legno ci raspavano in bocca, sotto la lingua e le gengive, nel caso in cui noi banditi avessimo lì nascosto qualcosa. La stessa bacchetta ci perforava le narici, le orecchie, l'ano, sotto i testicoli, rimanendo sempre la stessa, rigorosamente la stessa per tutti, come segno d'egualitarismo. Le finestre di Jilava non erano fatte per dare luce, ma per ostacolarla, poiché tutte erano accuratamente chiuse da tavole di legno inchiodate. La mancanza d'aria era tale che per respirare, tre per volta, ci avvicendavamo a turni, pancia in giù, con la bocca accanto allo spiraglio della porta, posizione in cui contavamo sessanta respiri, affinché poi anche altri compagni potessero riprendersi dallo svenimento e dalla carenza d'ossigeno.

    Contribuivamo così, a nostro modo, all'edificazione del più umano sistema del mondo. [...]


    NUDI NEL GELO

    Da Jilava, dopo lunghi anni di profanazioni umane, fummo trasferiti, catene ai piedi, al carcere di massimo isolamento, chiamato Zarka, padiglione del terrore della prigione di Aiud. L'accoglienza si svolse secondo lo stesso rituale sinistro, diabolico, di profanazione dell'uomo creato dall'amore di Dio. La stessa raspatura, gli stessi stivali tremendi che ci si ficcavano nelle costole, nella pancia e nei reni. Nonostante ciò, notammo una differenza: non eravamo più sottoposti al regime di conserva in orine, sudori, condensa e carenza d'ossigeno, ma fummo sottoposti a una intensa cura di ossigenazione a pelle nuda e nel gelo, bandito dopo bandito (da intendere ministri, generali, professori universitari, scienziati, poeti) compreso me, che non ero nulla tranne che un "Non parlo!" gigante, una ferma e umile fiducia nella Grazia che mi avrebbe fatto superare la prova.

    Tutti dovevamo sparire, come nemici del popolo. Altrimenti, come avrebbe potuto farsi avanti il tanto proclamato "Uomo nuovo sovietico"? La cella in cui ero stato introdotto non conteneva nulla: né letto, né coperta, né lenzuolo, né cuscino, né tavolo, né sedia, né stuoia e nemmeno finestre. Soltanto sbarre di acciaio e io, come tutti gli altri, da solo nella cella: mi meravigliavo di me stesso, vestito con la sola pelle e coperto dal freddo.

    Era la fine di novembre. Il freddo si faceva sempre più penetrante, come uno scomodo compagno di cella. Dopo circa tre giorni, dalla porta violentemente sbattuta mi furono gettati dei pantaloni logori, una camicia con maniche corte, mutande, una divisa a strisce e un paio di scarponi consumati, senza lacci, senza calzini. Nulla da mettere in testa. E in più una specie di latrina, un misero recipiente di circa quattro litri. Mi vestii come un razzo. Congelati, il quarto giorno ci contarono. Al posto del nome mi diedero un numero: K-1700, l'anno in cui la Chiesa della Transilvania si riunì con Roma. All'anagrafe, ero già ucciso. Sopravvivevo solo come numero statistico. Arrivò poi il brodo, servito con un mestolo da 125 grammi: un fluido allungato prodotto dalla bollitura di farina di mais. Come pranzo ci fu distribuita una minestra di fagioli, nella quale potei contare all'incirca otto, nove chicchi, con parecchie bucce vuote, senza contenuto. Per la cena, ci portarono del te con una crosta di pane bruciato. Dopo una settimana, i fagioli furono sostituiti da un passato di crusche, nel quale contai quattordici chicchi. Di tanto in tanto, i fagioli si alternavano con il passato di crusche. Vivevamo con meno di quanto si dà a una gallina.


    CAMMINARE O MORIRE

    Per sopravvivere al freddo, eravamo costretti a muoverci continuamente, a far ginnastica. Nel momento in cui cadevamo stremati dalla stanchezza e dalla fame, precipitavamo nel sonno; un sonno brevissimo, giacché il freddo era tagliente. Da un tale sonno mi svegliò un giorno una voce proveniente dall'altra parte del muro: "Qui professor Tomescu. Chi sei?". Era un ex ministro della sanità che, udito il mio nome, così proseguì: "Ho sentito parlare di te. Ascoltami attentamente: siamo stati portati qui per essere sterminati. Non collaboreremo mai con loro. Ma chi non cammina muore, e quindi diventa un collaboratore. Trasmettilo agli altri: chi si ferma, muore. Camminare senza sosta!". Il padiglione, immerso nel silenzio lugubre della morte, risuonava sotto i nostri scarponi senza lacci. Eravamo animati dalla misteriosa volontà di un popolo di rimanere nella storia e dalla vocazione della Chiesa di restare viva. Ci fermavamo dal camminare solamente intorno alle 12,30, per una mezz'ora, quando il sole si fermava avaro per noi nell'angolo della stanza. Là, rannicchiato col sole sul viso, rubavo un fiocco di sonno e un raggio di speranza. Quando il sole mi abbandonava anche lui, sentivo però di non essere abbandonato dalla Grazia. Sapevo di dover sopravvivere. Camminavo, dicendomi come in un ritornello, sillabando: "Non voglio morire! Non voglio morire!". E non sono morto! A ogni passo cadenzavo nella mente una preghiera, componevo litanie, recitavo versetti di salmi.

    Continuammo a camminare così, per non inciampare nella morte, diciassette settimane. Chi non aveva più la forza o la volontà di muoversi, moriva. Degli 80 uomini entrati nella Zarka, appena 30 sopravvissero. La sbarre di ferro, piano piano, si rivestivano di brina, formatasi dagli aliti di vita del nostro respiro, brillante abito di passaggio verso il cielo.


    MA TUTTO E' GRAZIA

    Credetti fortemente, più volte, che sarei arrivato fino ai margini della notte. Ma avevo ancora una lunga strada da percorrere. Arrivato poi, anni dopo, in ciò che immaginavo dovesse essere la libertà, costatai che non era in realtà che un nuovo modo di essere della notte, che il gelo tra la Chiesa greco-cattolica e la gerarchia della Chiesa sorella ortodossa non si lasciava sciogliere ancora; che le nostre chiese continuavano ad essere confiscate, e il gregge diminuiva sempre di più, ucciso dalle promesse. Ma anche Cristo Signore ha vinto soltanto quando ha potuto pronunciare con l'ultimo respiro: "Consummatum est", tutto è compiuto.

    Non ho scritto molto di queste mie drammatiche esperienze. Chi può credere a ciò che sembra incredibile? Chi può credere che le leggi fisiche possono essere superate dalla volontà? E se dovessi raccontare i miracoli che ho vissuto? Non sarebbero considerati delle fantasmagorie? Sopporterei più difficilmente questa incredulità che non altri anni di prigione. Ma nemmeno Gesù è stato creduto da tutti coloro che l'hanno visto: "Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui" (Gv 6,66).

    Nulla avviene per caso nella vita. Ogni attimo che il Signore ci concede è gravido della Grazia - impazienza benevola di Dio - e della nostra volontà di rispondergli o di rifiutarlo. Spetta a ciascuno di noi non ridurre tutto a un semplice racconto duro, feroce, incredibile, e capire invece che la Grazia accolta non frena l'uomo, ma lo porta oltre le sue aspettative e forze. Questa testimonianza spero di cuore che apra una finestra di Cielo. Perché è più grande il Cielo sopra di noi che non la terra sotto i nostri piedi.

  2. #212
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    Predefinito galere comuniste

    tratto da: OMBRE ROSSE SULLA CINA

    http://www.mascellaro.info/abes/orsc/orsc_08.php


    GALERE COMUNISTE

    Fui arrestato la mattina del 6 novembre 1953. Veramente già dal 6 gennaio 1950 ero stato destituito dalla libertà di viaggiare e di assentarmi dalla residenza di Yutze, senza un permesso speciale della polizia. Dissero che la polizia ci voleva proteggere da presumibili nemici; doveva perciò essere preavvisata di qualunque nostro spostamento. Inoltre ci volevano far comprendere che il popolo, già tanto scontento di noi, avrebbe potuto ricorrere ad assalti sulle vie per sfogare la sua ira contro gli oppressori. Gli «oppressori» saremmo stati noi. Ci consigliarono, per il nostro bene, a star quieti e ritirati; tutt'al più muoversi solo in caso di necessità e soltanto entro i limiti del rione cittadino, ma con cautela. Per oltrepassare detti limiti era necessario informare la polizia essendo essa incaricata della nostra protezione. Così, con la ipocrita scusa di proteggerci fummo tenuti in arresto, in casa nostra, circa quattro anni.
    Chiesi tre volte il permesso per il nostro vescovo che doveva recarsi a Taiyuen per aggiustarsi la dentiera, ma sempre con un esito negativo. Dentisti ce n’erano anche a Yutze, ed essi ritenevano che non fosse proprio il caso di andare a Taiyuen. Alle mie obbiezioni sulla libertà di scegliersi un medico o un dentista, mi si rispose iratamente: «Osi tu calunniare i medici di qui come incapaci? Sei sicuro tu che qui non ci sia un dentista bravo abbastanza per piantare dei denti nelle gengive di un imperialista?». Capii l'aria che tirava e mi accomiatai al più presto. In seguito fecero sapere per vie indirette che era desiderio del popolo di non vederci più. Capitava spesso che qualche cristiano venisse a raccomandarmi a non farci vedere per le vie del rione, che al nostro apparire c'era chi imprecava. Nessun dubbio sul buon cuore di quei cristiani, ma si può star sicuri che essi erano strumenti inconsci della polizia, poiché s'è poi scoperto che erano gli stessi emissari della polizia ad imprecare a bella posta per farsi udire da qualche cristiano e spargere il terrore tra noi. Comunque, ci sentimmo sorvegliati, mal tollerati e costretti all’immobilità.
    Intanto, con 1’andar del tempo, la polizia allungava i suoi tentacoli fin dentro la comunità dei cristiani. Essi venivano chiamati nottetempo da qualche commissario, sottoposti a lunghe conversazioni notturne, fatte di indottrinamento, di interrogazioni, di calunnie contro di noi; venivano dati loro incarichi speciali di vigilarci e di riferire alla polizia; questa, dal canto suo — dichiaravano gli sgherri — riceveva rapporti da altre spie e quindi sarebbe stato dannoso per l'incaricato il non riferire tutto e bene. Sarebbe come una specie di autoaccusa di connivenza con gli imperialisti il non riferire tutto e bene. Tanto più che quei poveri diavoli scelti a questo incarico erano persone incriminate e sospette per aver collaborato con l'antico governo, alle quali perciò venivano date quelle mansioni come mezzo dì riscatto.
    Il silenzio era loro imposto sotto la minaccia di pena capitale. Ma i cristiani buoni vogliono prima far i conti con la loro coscienza. E venivano a chiedere consigli precisamente da noi sul come comportarsi in un imbarazzo così grave.
    Attraverso questi, nel 1951, apprendemmo di un «consiglio-ordine» della polizia di non prender parte troppo attiva nelle funzioni religiose giacché non sta bene vedere il popolo cinese inginocchiato dietro un imperialista straniero funzionante sul1’altare.
    Nel frattempo ricevevamo visite di certi bellimbusti, tre o quattro alla volta, i quali, senza tanti preamboli, entravano nelle nostre stanze e le perquisivano. Poi, senza un motto della più ovvia urbanità, se ne andavano. Eravamo considerati già prigionieri; ed io dovetti diradare ancora le rare uscite dalla residenza.
    Morto il vescovo, per risentimento del modo barbaro con cui fu trattato durante la malattia (non si permise al medico di venirlo a visitare e non venne permesso a lui stesso di andare all'ospedale di Tientsin) volli far qualche passo oltre i limiti prescritti sino a un rione lontano di Yutze per visitare un sacerdote infermo. Fui visto, ma nessuno mi disse niente: tanto dovevo pagarla una volta per tutte.
    In Corea era stato firmato 1’armistizio e nel mondo sembrava tornata la calma. Pensavo che quella distensione internazionale tornasse un poco anche a mio vantaggio. Pioveva la mattina del 6 novembre 1953. Chi può uscire di casa quando piove? Maggior ragione di calma e tranquillità. Stavo facendo lezione di medicina alle suore, quando un brutto ceffo, di nome Lao Siè, entra e squadrandomi con due occhi cattivi mi dice: «Ah, tu stai qui». «Sì, come vedi». — E lui: «Finisci pure la tua incombenza con comodo, prego». Dopo una decina di minuti, come annoiato, riprende: «Non hai ancora finito?». «Sì, eccomi pronto: desideri?». Egli mi invita ad uscire dicendomi: «Andiamo in camera tua, avrei piacere di fare due chiacchiere con te. Oggi questa pioggia mi impedisce di andare a vedere la commedia, perciò mi permetto di venirti a disturbare». Io andavo chiedendomi come mai tanta gentilezza; che mi porti il permesso di tornare in Italia? Son tre anni che aspetto.
    Alla porta della mia stanza vi era un altro che non conoscevo, il quale sorridendo mi fa segno d'entrare. «Bene, entrate anche voi due» — dico io. Però uno solo di essi, il Lao Siè, entra e l'altro invece si dilegua. Mentre ero tutto intento a fare gli onori di casa a Lao Siè, che si mostrava così gentile, improvvisamente irrompono nella stanza sei o sette poliziotti con baionetta in canna. Uno di essi mi spiana la rivoltella contro gli occhi, mi impone di alzare le mani e mi grida: «Tu sei un imperialista, nemico del popolo, istitutore della reazionaria Legione di Maria! - Ordine del governo del popolo: da questo momento sei in arresto».
    Con manette di ferro mi legano le braccia dietro alla schiena. Con uno spintone mi cacciano fuori dalla stanza e via, sotto la pioggia, fra una truppa d’una cinquantina di poliziotti armati. Non mi sarei mai immaginato che ci fosse bisogno di tante forze armate per me.
    Le vie erano deserte, sia per la pioggia e sia per i picchetti armati piantonati agli sbocchi. Qualche bimbo occhieggiava dalle porte semichiuse. «Avanti, mascalzone: non girare il capo e gli occhi a destra e a sinistra» — mi ordinò il poliziotto capo con uno strattone alle manette provocandomi un dolore orribile. «Maledetta tua madre! Va adagio! Cosa ti metti a correre? Vorresti scappare dalle nostre mani?». E giù un'altra stretta accompagnata dalla irripetibile precedente bestemmia.
    Alla porta del carcere fui perquisito da capo a piedi. Non mi fu lasciato niente addosso. Era una stanzaccia larga tre metri, col piancito rugoso e sconnesso, luridissima. Un piano elevato di mattoni con sopra una stuoia lacera. Un finestrino inferriato in alto. Non vi era l'ombra di un sedile. Sul piano elevato di mattoni si vedevano nella semioscurità tre individui seduti uno appresso all'altro: capo infossato tra le spalle, occhi sbarrati e confusi, braccia conserte coi gomiti appoggiati sulle ginocchia, gambe contratte e tenute una sull'altra: sembravano esterrefatti.
    «Ecco il posto destinato a te; su quel pezzo di stuoia vicino al muro: é fa di starvi disciplinarmente». La voce rauca e dura di questo comando mi sconvolse. Ero in prigione. La cruda realtà mi si parò dinanzi improvvisa. Come farò a vivere qui? Sarà provvisoriamente, pensavo. Possibile che questa sia un'abitazione umana? Gli altri tre mi guardavano zitti. Ero madido di acqua e di sudor freddo; ma non davo a ciò molta importanza, giacché il guaio principale erano le manette che mi stringevano le mani procurandomi un acuto dolore.
    Intanto cerchiamo di farci qualche amico. Mi rivolsi ad uno di quei tre chiedendogli: «Da quanto tempo ti trovi qui?».
    «Poche chiacchiere inutili — fu la risposta — Pensa ai tuoi delitti e al modo di redimerti, e basta».
    Fu come una botta sulla testa. Tacqui subito. Sedevo immobile come una statua e andavo intanto ripensando all’arresto improvviso, al rigore del carcere e chissà per quanto tempo avrei dovuto starci; e a che cosa potrei aver commesso contro le leggi del governo. Salvai tanti cinesi dalla morte e dal carcere durante 1’occupazione giapponese; ne aiutai tanti altri in cento modi: asilo ai profughi, scuole ai bimbi poveri, assistenza agli orfani, e tanti altri quotidiani modi di carità cristiana. Avevo ceduto al governo del popolo gli edifici del seminario, della residenza centrale, le case attigue: si tratta di non meno di 230 vani. Avevo comprato numerose schede del prestito nazionale; avevo lasciato al governo una gran quantità di materiale da costruzione; avevo lasciato al popolo oltre quindici ettari di terra da noi dissodata e resa fertile; avevo beneficato il popolo con l'istituzione di un ambulatorio medico; avevo anche prestato le mie mansioni ecclesiastiche di parroco e di procuratore diocesano al clero indigeno per non venir tacciato di imperialista. In che cosa avrei potuto mancare? Forse qualche mormorazione contro le ingiustizie perpetrate dal governo verso di noi?
    Un acuto dolore alle mani mi riscosse. Per attutirlo mi alzai in piedi. «Ohe, ohe, chi t’ha dato il permesso di muoverti? Credi di trovarti a casa tua? — mi apostrofa uno dei carcerati. — Devi sapere che senza un debito permesso, qui non devi muoverti affatto. Hai capito?».

  3. #213
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    In origine postato da dexter
    se prendevate il potere nel '48 i lavoratori se lo sognavano il bagno e il cesso in casa. L'Italia oggi sarebbe ridotta come la Romania...

    voi comunisti siete tanto bravi a sputare nel piatto dove mangiate

    e manco lo centrano il piatto con lo sputo, anche se quanto a magnare non sono stati secondi a nessuno....

    Shalom

  4. #214
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    In origine postato da dexter
    se prendevate il potere nel '48 i lavoratori se lo sognavano il bagno e il cesso in casa. L'Italia oggi sarebbe ridotta come la Romania...

    voi comunisti siete tanto bravi a sputare nel piatto dove mangiate
    Allora vai ad accendere un cero a Palmiro Togliatti ed ai dirigenti del PCI italiani:

    - quando nel '48 subì il famoso attentato prima di svenire disse "mantenete la calma"

    - quando i partigiani comunisti occuparono la Prefettura di Milano e telefonarono alla sede del PCI a Roma, dicendo che la Rivoluzione era Iniziata si sentirono rispondere "avete occupato la prefettura? E adesso? Tornatevene a casa!" (nel frattempo i carabinieri svuotarono gli arsenali per dare le armi ai militanti della DC).

    - quando gli venne offerta la dirigenza del Cominform (che lo avrebbe fatto diventare il numero 2 del comunismo mondiale) Togliatti rifiutò perché sentiva la necessità di una via "democratica" al comunismo in contrasto con le pressioni che venivano dall'est per far passare l'Italia nel campo del Patto di Varsavia.

    - prima di morire dall'Unione Sovietica inviò in Italia il suo "testamento ideologico" in cui appoggiava le posizioni di Cruschev nel 1956 sulla condanna assoluta dello Stalinismo, rompendo con la sua precedente posizione filo-Stalin e proponendo un democratico per una "Via nazionale al comunismo" che non seguisse l'esempio dell'Europa dell'Est.

    - quando poi negli anni '70 i movimenti comunisti cercarono lo scontro con il "Sistema" il partito fu il primo ad allearsi con le forze democratiche e ad isolarli.

    - le vittime comuniste (del mondo politico comunista) furono tantissime durante gli Anni di Piombo la lotta del PCI contro i terroristi senza quartiere a tutti i livelli.

    Se l'Italia non è come la Romania ringrazia il PCI, che se non avesse agito come ha agito avrebbe fatto accadere anche qui quello che è accaduto nella Repubblica Ceca, in Polonia e negli altri paesi dove, ricostruito uno stato democratico subito dopo la II Guerra Mondiale, tra il 1946-48 passarono al Patto di Varsavia ed istaurarono una dittatura. Per loro l'URSS era un esempio da seguire nel bene, ma non vollero mai unirvisi incondizionatamente, né combatterono per farlo (come avrebbero potuto quando all'indomani della II Guerra Mondiale la DC non si era ancora affermata e gran parte delle forze partigiane rispondevano a loro). Prendete lezioni di democrazia da chi può darle veramente!!

  5. #215
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    lezioni di democrazia ...dai comunisti!!! ma fammi il piacere....

    guarda é inutile che ci tenti, sul comunismo "buono, giusto e democratico" non ci caschiamo. Non siamo nati ieri....

    riprova sul forum di rifondazione

  6. #216
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    Togliatti non ha mai fatto altro che eseguire le direttive di Mosca.

    Shalom

  7. #217
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    togliatti "democratico"?!! hahahahaha.....

  8. #218
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    In origine postato da ariel


    togliatti "democratico"?!! hahahahaha.....
    Cito:

    "...è doveroso riconoscere il merito immenso, storico, secolare, delle armate organizzate dal genio di Giuseppe Stalin."

    A. De Gasperi, 3 luglio 1944 (discorso di celebrazione di J. Stalin).

    A quanto pare i vincitori di Stalingrado godevano di un notevole prestigio all'epoca. Qualsiasi denigrazione anacronistica gli ignoranti ne possano fare oggi, che il comunismo è debole, democratico e non offensivo, dopo aver nascosto la testa per 50 anni.

  9. #219
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    Forse De Gasperi ancora non sapeva delle immense porcherie fatte da Stalin e perpetrate ai danni non solo del suo popolo (kulaki, oppositori politici) ma anche ai danni dei PRIGIONIERI DI GUERRA italiani, gli alpini dell'ARMIR.

    Togliatti era parimenti allo scuro? Pare proprio di no.
    Togliatti, semplicemente, chiudeva un occhio. E intanto i prigionieri morivano.

  10. #220
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    Stalin è, oltre che un dittatore criminale, un vincitore della seconda guerra mondiale alleato delle democrazie occidentali [dopo aver contribuito a scatenare la guerra stessa a seguito della spartizione della Polonia con Hitler, eccetera].......e la DC è stata alleata del PCI staliniano nei CLN.

    Shalom

 

 
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