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Se avesse dato ascolto soltanto all’associazione dei magistrati e ai giornali che le hanno tenuto bordone, il presidente della Repubblica avrebbe dovuto prendere la riforma dell’ordinamento giudiziario, appena approvata dal Parlamento, e trasformarla in coriandoli, buoni per il cestino o per un camino da accendere a Natale.
Perché i magistrati, davanti a questa legge, non conoscono vie di mezzo.
Dicono che ogni articolo è un oltraggio alla Costituzione, a cominciare da quello che fissa la separazione delle funzioni tra inquirenti e giudicanti.
E sostengono che dietro ogni norma prevista per regolamentare finalmente carriere, gerarchie e avanzamenti di stipendio, si nasconde in realtà uno strumento dato in mano al governo per meglio manovrare inchieste e sentenze.
“Una riforma sbagliata, ingestibile, irrazionale”, aveva sintetizzato Edmondo Bruti Liberati, leader dell’Anm, prima che la legge approdasse al Quirinale per la controfirma.
Ma il coro da tragedia non ha spaventato Ciampi più di tanto.
Il capo dello Stato si è limitato a fare quattro osservazioni certamente importanti ma non fondamentali.
E ha rinviato la legge alle Camere per la messa a punto.
Nel suo messaggio, Ciampi fa sapere che alcune prerogative assegnate dalla nuova legge al ministro della Giustizia – per esempio quella di fissare ogni anno le linee di politica giudiziaria o di monitorare l’esito dei procedimenti - sono formulate in maniera così vaga da “creare uno spazio di discrezionalità politica destinato a incidere sulla giurisdizione”.
Ciampi si sente obbligato a ribadire la centralità del Csm: spetta all’organo di autogoverno, ricorda, promuovere o punire un magistrato. Il monitoraggio finirebbe per esprimere un giudizio di merito sull’efficienza di questo o quell’ufficio, di questo o quel magistrato. E darebbe al ministro un potere che la Costituzione non gli assegna.
Noi pensiamo che da lungo tempo Ciampi avrebbe dovuto inviare un messaggio motivato alle Camere sull’insostenibile condizione della giustizia, invitando a profonde riforme e non limando quel poco che le Camere stanno producendo.
Ma si tratta di opinioni.
Tutto il resto della legge approvata rimane in piedi.
E non è né poco né tanto.
Se il Parlamento correggerà il testo approvato secondo le indicazioni di un autorevole anche se improprio colegislatore, giudici e procuratori si troveranno per la prima volta di fronte a una legge che li obbliga a guadagnarsi, con maggiore rigore, il rispetto generale.
Fino a ieri c’era, per esempio, l’avanzamento automatico di stipendio e carriera.
Da ora in poi la promozione sarà sempre decisa dal Csm, ma per meritarsela occorrerà studiare (e lavorare) un pochino di più.
Ferrara su Il Foglio
saluti




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