…di guerra
Può essere che sbagliamo, mai escluderlo.
Ma l’apparenza dei tempi è quella: c’è una guerra in corso, e il suo sostrato è uno scontro tra civiltà politiche a sfondo religioso.
Non uso tecnico del terrorismo per scopi di piccolo nazionalismo etnico regionale (baschi, comunità cattoliche irlandesi) o come coda in esaurimento della guerra di classe del Novecento (brigate rosse, rote armée fraktion, i maoisti del Nepal, sendero luminoso).
L’apparenza dell’11 settembre, di Madrid-Atocha, di Bali, di Casablanca, dell’omicidio Van Gogh, delle decapitazioni, della seconda intifada islamista suicida contro i civili israeliani –e chiamiamola apparenza – dice altro, dice guerra: non come auspicio, sia detto per i negazionisti e gli stolti, ma come constatazione ovvero fatto, non opinione.
Di fronte a questo fatto la politica, gli eserciti, gli esecutivi, i servizi, le polizie fanno quel che possono, e non è poco quel che fanno.
Gli intellettuali e gli esperti per lo meno sono divisi: per alcuni la guerra è un’invenzione del dominio imperialista per realizzare i suoi scopi, per altri è una realtà di cui prendere atto, da capire e combattere.
Le chiese occidentali e orientali, le chiese cristiane, inorridiscono e predicano la pace, com’è nel loro carattere non temporalistico, ma poi si assumono le loro responsabilità.
Il mercato è lì che scambia tutto lo scambiabile e si difende dalle conseguenze economiche della guerra.
Le anime belle, che non si lasciano toccare dalla guerra, sono i giudici e i giornalisti.
I Law Lords di Londra vogliono estendere al nemico esterno, quello che ti uccide senza una divisa e che uccide specialmente i civili per terrorizzarti e infiacchirti, le guarentigie dello stato di diritto nato per tutelare la libertà civile e per combattere nel rule of law il crimine e l’illegalità.
Che cosa ne sarà dell’Inghilterra, domandano, se si consenta all’esecutivo di detenere “illegalmente”, cioè senza avvocato e senza giusto processo, i sospetti di terrorismo?
Il direttore di un eccellente giornale israeliano, Ha’aretz, si gloria di pubblicare le notizie e anche le mezze notizie scomode per l’esercito che difende Israele, e si domanda in nome del valore della libertà di stampa in una democrazia: che cosa sarebbe Israele senza Ha’aretz?
E’ un classico problema moderno, dai tempi di Weimar, quando una democrazia “senza spada” finì nelle mani di Hitler. Abbiamo sempre più rifinito e compiuto le democrazie occidentali, proprio in tema di diritti e stato di diritto, proprio in tema di libertà di espressione, e questa è una benedizione. Se il terrorismo fosse una qualunque emergenza criminale, magari più ingombrante delle altre, dovremmo difendere questa benedizione, con qualche blando aggiustamento, punto e basta.
Ma è così?
Se invece è in atto una guerra, cambiano le domande.
Che ne sarà delle libertà britanniche se un esercito senza volto le userà per ucciderle?
Che ne sarebbe di Ha’aretz senza Israele?
Se io non sono per me, chi sarà per me?
Ferrara su Il Foglio del 18 dicembre
saluti




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