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    Predefinito Romano Prodi lascia o rattoppa?

    “Adesso la parrocchia é diventata una giungla in cui ciascuno fa i fatti suoi e non si riesce a mettere insieme né giovani, né anziani, né uomini, né donne per aggiustare le cose e per lanciare le nuove iniziative che prosperano invece nelle parrocchie vicine”. Le parole sono quelle di Romano Prodi , che spiazza i suoi stessi elettori ammettendo oggi, in risposta alla rubrica Bestiario, di Giampaolo Pansa, su L’Espresso, tutto il suo spiazzamento rispetto ad una realtà politica interna, quella italiana, di fronte alla quale il Professore si sente estraneo.
    La parrocchia è, metaforicamente, l’Italia.

    Tanto per scrollarsi di dosso la nomea del prete mancato, Prodi definisce Europa ed Italia “due parrocchie”. Ben al di là del vocabolario usato, le parole tradiscono il malumore che lo stesso leader della coalizione di centrosinistra non riesce più a tenere celato. Il ritorno a casa dell’ex commissario europeo non poteva iniziare peggio, guardando ai dieci giorni che Prodi conta all’attivo. Gli accordi che riteneva di aver chiuso sono invece tutti in alto mare

    La polemica con Rifondazione è al calor bianco sia sulla questione della riforma elettorale sia sulla candidatura Vendola alla regione Puglia. La candidatura prodiana, quella di La tensione con l’Udeur è alle stelle ed ha già portato Clemente Mastella ad annunciare le sue dimissioni dalla vicepresidenza della Camera. A nulla sono valse le telefonate del fondatore dell’Ulivo. Ds, Margherita e Sdi dovevano marciare uniti in tutte le regioni, aveva chiesto Prodi, ed invece in almeno la metà dei casi non sarà così.

    Le elezioni primarie nel centrosinistra, che hanno alimentato un autentico tormentone estivo, sono state rimandate a data da definire. Meno male che il Romano nazionale le aveva definite “priorità” per il centrosinistra, cioè per la sua stessa legittimazione, Quando Prodi ha preannunciato il nome della coalizione di centrosinistra, ed ha inventato l’acronimo Gad, le prime cose che gli sono piovute addosso sono state le critiche di Francesco Rutelli e di Massimo D’Alema: “E’ un nome ridicolo”, gli hanno fatto sapere.

    E le gaffe non si fanno attendere, a partire dalla triste scivolata sui “mercenari di Forza Italia” che porta i giovani azzurri in piazza e procura a Prodi una sonora tirata d’orecchi da parte di tutti i segretari della coalizione. Quando chiede in ogni regione la lista del Presidente, meditando un Comitato per Prodi a livello nazionale, suscita la levata di scudi della Quercia e della Margherita. Ieri il presidente Ds, D’Alema, glielo ha voluto dire chiaramente: “Non deve mettersi a fare dei comitati. Prodi é il candidato premier del centrosinistra in quanto capo dell'Ulivo”.

    Il “niet” è inequivocabile. E oggi il capo dell’Ulivo, con i nervi a pezzi e il morale a terra, mostra più chiaramente i segni del logoramento: “Quando sono tornato dalla ‘parrocchia europea’ ho dovuto constatare che nella mia vecchia parrocchia italiana erano cambiati i costumi e lo stesso modo di esercizio della fede”. Il richiamo è indirizzato al centrosinistra stesso. E d’altronde tra l’Ulivo, la Quercia, la Margherita e la rosa dello Sdi, il pulpito prodiano ha tutte le ragioni per sentirsi in “una giungla”.
    E punta il dito sulle nuove dinamiche intestine, sotto il peso della non leggitimazione.

    Avverte l’imbarazzo di dieci giorni vissuti sotto schiaffo, tra le reprimende dei leader di partito ed un mancato riscontro popolare.
    La manifestazione per il suo ritorno era in programma da mesi in una “grande piazza di Milano”. Ma le fosche previsioni sulla partecipazione hanno suggerito agli organizzatori un drastico e repentino cambio di programma. Riviste le aspettative al ribasso, i prodiani hanno dovuto affittare il Palalido di Milano e l’adunata oceanica ha finito per mettere insieme a malapena cinquemila persone.

    I segnali di allarme non sono mai stati tanto numerosi e intensi. Hanno iniziato a prendere le distanze e fare un passo indietro anche gli amici fidati. “Non sono pagato da Prodi, o omosessualmente innamorato di lui, oppure ancora il suo spin doctor, come ha detto qualcuno”, ha precisato Gad Lerner. Così prende corpo l’ipotesi che Romano Prodi, memore della débacle del ’96 e consapevole di avere una lunga strada in salita davanti, starebbe pensando di alzare il tiro, e minaccia di abbandonare il campo. La exit strategy? La più diretta. Fare il novello Celestino V che “fece per viltade il gran rifiuto” e rinunciare al trono dell’Ulivo se i prossimi giorni non dovessero segnare un’inversione di rotta.

    Aldo Torchiaro da "L'Opinione"

  2. #2
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    Predefinito

    Non è che ci piacciano in particolar modo le consultazioni vetero-familiari sul nome da dare “ar pupo”.
    Abbiamo però lo stesso rispetto per il dibattito in corso su come debba chiamarsi la Gad, la Grande alleanza democratica. E mai ci saremmo permessi di entrare in argomento se in occasione del ritorno in scena di Romano Prodi, non fossero successe cose.
    Se ad esempio Fausto Bertinotti infastidito dalla platea che scandiva “Uniti nell’Ulivo” non avesse cortesemente chiesto la rimozione di quelle bandiere in cui lui non si riconosce punto.
    E se di rimando i prodiani sorpresi dal coro spontaneo di “Bella ciao” in violazione della scaletta prevista non avessero chiesto all’organizzazione di farlo smettere perché la canzone è legata a “una simbologia antica” che non li definisce.
    Se insomma sabato scorso al Palalido di Milano non si fosse toccato con mano quanto conti l’assenza di un nome e della carica di destino che l’accompagna.
    A ben guardare altre assenze precedono e in qualche modo spiegano perché la scelta del nome non sia affatto facile.
    Manca nel centrosinistra un’idea forza, una ragion d’essere e quanto altro farebbe il successo di una convention, dallo slogan alla colonna sonora.
    Meglio, forse tutto questo c’è ma non riesce a irrompere con la forza di una comunicazione che colpisce e seduce.
    Gli slogan usati nei tanti congressi e meeting dei numerosi partiti che compongono la Grande alleanza sono passati senza lasciare traccia se non fra gli addetti ai lavori: il coraggio di cambiare il mondo, l’ecologia fa bene alla sinistra e all’Italia, la sinistra che unisce, io ci credo, metti in circolo la tua forza, giovani sì grazie, generatori di futuro, i colori del futuro, la sinistra che unisce, cambia il vento, la pace si fa con la pace, noi ci saremo, contro la destra nuova resistenza, il partito della gente, centriamo il nostro futuro.
    Noi che non siamo ossessionati ma seguiamo con attenzione e senza alcuna volontà di nuocere quanto ribolle nel centrosinistra, l’unico che ricordiamo all’impronta è in inglese: “I care”.
    Quanto allo slogan finale della casa “Il futuro ci unisce”, ha, diciamocelo, lo stesso fascino di un minimo comune denominatore.
    Già un tempo le prime generose leve del post comunismo si macerarono attorno al nome da dare alle Cose Uno e Due.
    Altri hanno avuto analoghi problemi d’identità e li hanno risolti brillantemente con un marketing fantasioso e creativo. Ma la sinistra pensa di avere qualcosa in più e di diverso dalla destra, quel supplemento d’anima che difficilmente si può trasmettere con le tecniche della vendita.
    Ed è questo il rompicapo in cui si dibatte la Gad.
    Il supplemento d’anima viene in generale da nomi o da simboli che hanno radici profonde e risalgono lontano nella storia.
    Alcuni come comunismo o socialismo che avevano nobile corso in passato oggi hanno per ragioni diverse poteri addirittura nocivi.
    La socialdemocrazia, così come all’opposto il liberalismo, non può avere forza evocativa in un paese che ha importato molto e il cui unico contributo originale alla scienza della politica è stato il fascismo.
    La Gad è una conglomerata che trova i suoi limiti, la sua debolezza proprio in quello che è forse la sua forza, cioè la complessità.
    Se la famiglia d’antan poteva restringere l’attesa alla semplice alternativa fra maschio e femmina, la Gad declina tutta la gamma del cross gender: ex comunisti, neo comunisti, post comunisti, ex socialisti, post socialisti, verdi, cattolici, popolari fino ai rigorosamente non comunisti.

    Impossibili ritorni al passato
    In questa condizione appare impossibile ogni ritorno al passato sia pure a quello che l’iniziativa giudiziaria ha ingiustamente azzerato. Ma debole è anche lo sconfinamento in un presente indistinto. Certo nell’acronimo Gad, grande suona vacuo e pomposo e si può ammettere che dia fastidio.
    Ma a non funzionare affatto è “democratica”: l’aggettivo che dovrebbe accompagnare in futuro il partito che ancora non c’è, e che per ora fa da specifica a un’alleanza puntuale, non solo non suscita passioni ma non è nemmeno un tratto distintivo. Nei paesi europei non ci sono partiti semplicemente democratici perché è entrato ormai nel senso comune che la democrazia sia un patrimonio di tutti. E’ difficile anche il basso profilo. Una bella intelligenza ha proposto qualche tempo fa il nome “Buon Governo”.
    Ma a parte che fu già usato in passato dalla destra, va detto che in questa formulazione di dimesso non c’è assolutamente nulla, anzi.
    Il buon governo è o almeno dovrebbe essere la più alta ambizione per chi si dedica alla cosa pubblica: ma a giudicarne sono solo gli elettori e dopo che si è governato. Annunciarlo prima, come programma e obiettivo, non si fa, non si dovrebbe fare.
    Nel nostro piccolo, ci permettiamo di dare un consiglio “de sinistra”, per forza di cose dalemiano. Che la Gad non finisca come l’armata Brancaleone: “Ove ite?”. “Imo così, sanza meta”. “Puro noi, sanza meta ma in altra direzione”.

    Lanfranco Pace su Il Foglio

    saluti

 

 

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