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Discussione: sovrappopolazione

  1. #21
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    Predefinito

    In origine postato da Jenainsubrica
    bhè il sangue è + o - quello , i Langbarten erano originari del Gotland, regione svedese, e il veneto è la nazione padana forse con + sangue Longibardo.

    Per il resto della PDN poi potete sincerarvene ammirando quel capolavoro ario-padano di donna che di nome fa Carolina Lussana.
    I Longobardi sono parenti stretti dei Sassoni e hanno
    dimorato per secoli in una vasta area posta ad oriente
    di dove stavano questi ultimi, area che oggi si puo' far coincidere
    con il Lueneburghese.
    In Veneto si hanno forti insediamenti longobardi lungo
    tutta la fascia pedemontana, nelle citta' ducali,
    nelle citta' nuove - tipo Castelfranco - e lungo il confine
    tra le provincie di Padova e Treviso con Venezia ove
    si erano insediati parecchi gruppi di arimanni con funzione
    di presidi antibizantini.

  2. #22
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    Predefinito Re: Re: Re: sovrappopolazione

    In origine postato da Wyatt Earp
    è il primo problema mondiale...
    Qualche lettura interessante in proposito.

    IL FALSO MITO DELLA SOVRAPPOPOLAZIONE
    (da Ideazione, n. 4, 2003)

    di Nicola Iannello

    Giovanni Sartori ha chiamato direttamente in causa Ideazione nella Prefazione del suo ultimo libro, scritto con Gianni Mazzoleni, La Terra scoppia. Sovrappopolazione e sviluppo (Milano, Rizzoli, 2003. Libro: vabbè, sono pagine riempite di scrittura e rilegate, ma si tratta di una collezione di articoli di giornale - nulla di inedito, quindi, tranne due "pezzi" finali - per giunta corredati da uno scritto - questo sì originale - dal giornalista Mazzoleni del Resto del Carlino.) Il politologo fiorentino dice di aver provato l'impulso a gratificarci con questa sua fatica leggendo le "sciocchezze" scritte sul numero 5 del 2002 di questa rivista a proposito di ecologismo, a suo dire un "tutto va ben, madama la marchesa" del tutto ingiustificato (pp. 7-8). Lasciamo da parte l'offesa "personale" (tra l'altro Sartori poteva scegliere frasi più compromettenti, ché quelle tacciate di sciocche sono davvero semplice buon senso) e passiamo al fatto.

    L'autore di Democrazia e definizioni ha perso un'occasione per lasciar ingiallire nelle raccolte dei quotidiani alcuni suoi infelici articoli, certo la parte più caduca della sua altrimenti buona produzione intellettuale. Destituiti di qualunque valore scientifico, questi "pezzi" non rendono giustizia all'alto ingegno dell'autore. Veniamo al punto.

    Siamo davvero in troppi sulla terra? Il problema vero è che nessuno lo sa. Troppi rispetto a cosa? Allo spazio a disposizione? Alle risorse naturali? All'inquinamento che deriva dall'attività umana? Ai gusti del professor Sartori? L'intellettuale fiorentino sembra paventare su tutto l'esaurimento delle risorse. E lo fa in modo apodittico: "La diagnosi è irrefutabile: la Terra è troppo sfruttata, troppo 'consumata'. Dal che si dovrebbe ricavare che la colpa primaria è dei troppi consumatori, del fatto che siamo in troppi a consumare" (p. 52); "Per le persone di normale buonsenso il problema è che la Terra è malata di sovraconsumo: noi stiamo consumando molto più di quanto la natura può dare. Pertanto a livello globale il dilemma è questo: o riduciamo drasticamente i consumi, oppure riduciamo altrettanto drasticamente i consumatori" (p. 72). Troppa gente, troppo consumo. Cosa c'è di più lineare di un ragionamento del genere? Ma siamo convinti che lo cose stiano proprio in questo modo? Ovvero è corretto l'assunto che sovrappopolazione significa esaurimento delle risorse? Invero qualche dubbio sarebbe opportuno.

    Due considerazioni, l'una di carattere statistico, l'altra di carattere storico. Tra i paesi più ricchi della terra ve ne sono molti ad alta densità demografica - Paesi Bassi, Giappone, Belgio, per non parlare di Hong Kong e Singapore - che non stanno correndo alcun rischio di esaurimento delle risorse (Hong Kong ad esempio per il semplice fatto che non ne ha). Sembra quindi che sovraconsumo, sovrappopolazione e benessere possano convivere. Se poniamo a confronto le tabelle della ricchezza delle nazioni - ovvero le statistiche sul reddito pro capite per paese - e quelle sulla densità della popolazione ricaviamo un fatto semplice: non esiste alcuna relazione di causa-effetto tra densità abitativa e ricchezza o viceversa.

    Come riscontro empirico possiamo solo affermare che spesso accade che i paesi più ricchi siano anche quelli più (relativamente al territorio) popolati. Prendiamo come riferimento un dato: una densità di popolazione di 100 abitanti per kmq. Ebbene, soltanto 7 dei 21 Paesi più poveri del mondo superano questa soglia, mentre sono 12 tra i 21 più ricchi a varcarla. Il problema allora è contrario a quello sollevato da Sartori: i paesi poveri sono… sottopopolati! I paesi ricchi dal canto loro sono tali perché abbondano di risorse a disposizione dei consumatori, senza che un'era di penuria sia alle viste.

    Il dubbio che sorge allora è questo: non è che invece di essere di sovraconsumo la questione è di sottosviluppo?

    Del resto - siamo alla considerazione di carattere storico - l'Occidente è lì a dimostrarlo: il più spettacolare incremento di popolazione della storia della nostra specie - ovviamente parliamo degli ultimi due secoli - si è accompagnato a un aumento senza precedenti del livello di vita, concetto in cui comprendiamo l'allungamento dell'aspettativa di vita, il crollo della mortalità infantile, l'alimentazione, l'igiene, l'istruzione, ecc . In questo lasso di tempo la popolazione dell'Europa è sestuplicata; vogliamo davvero metterci a discutere chi sta meglio tra noi e i nostri avi?

    Sartori è però convinto dell'impossibilità di continuare su questo terreno. Per lui, l'ambiente non è più in grado di sopportare il nostro livello di vita: "Tutti sanno, anche se fanno gli struzzi, che il pianeta Terra è finito, e che perciò non può sostenere una popolazione a crescita infinita. E la 'non sostenibilità' del nostro sviluppo è ormai sicurissima" (p. 16). Qui il politologo fiorentino si dimostra schiavo di una cultura ecologista votata al catastrofismo ingiustificato e soprattutto non più giustificabile; la 'non sostenibilità' sartoriana dello sviluppo e lo speculare "sviluppo sostenibile" invocato dagli ambientalisti alla moda sono figli gemelli di quel The Limits to Growth che ha avvelenato gli anni '70 con le sue profezie di sventura puntualmente smentite dai fatti. È francamente imbarazzante vedere un intellettuale come Sartori accodarsi pedissequamente e acriticamente alla vulgata ecologista di maniera; soprattutto perché le proiezioni statistiche stile Club di Roma, Paul Ehrlich, Lester Brown e compagnia bella si sono smentite da sé.

    Intruppandosi in siffatta cattiva compagnia Sartori scade nel ridicolo; invece di accantonare questi profeti di sventure mai accadute (il politologo cita senza batter ciglio la "previsione" di Ehrlich, The Population Bomb, 1968, secondo la quale entro il 1983 un quarto della popolazione mondiale sarebbe morta per fame), egli invita a non confondere le scadenze con il trend (p. 77). Distinzione raffinata, invero: ricorda la profondità diagnostica di quel medico che, predetta al paziente morte per tumore in sei mesi, si vanta di aver azzeccato il quadro clinico quando vent'anni dopo il poveretto muore sotto un tram.

    Secondo Sartori più popolazione significa più consumi cioè più inquinamento ed esaurimento delle risorse. La corsa verso la catastrofe può essere interrotta solo da un intervento che inverta la tendenza agendo o sulla popolazione o sui consumi, anche se Sartori se ne esce con un malthusianesimo di bassa lega: "La semplice verità è che la fame (e ancor prima la sete) sta vincendo, e che vincerà sempre più, perché ci rifiutiamo di ammettere che la soluzione non è di aumentare il cibo ma di diminuire le nascite, e cioè le bocche da sfamare" (p. 39). Quindi il problema si riduce a uno solo: contenere o ridurre il numero degli umani. Per Sartori in tutta evidenza non è possibile coniugare incremento demografico e aumento del tenore di vita in quanto il secondo condurrebbe alla morte del nostro habitat. Il politologo non ha fiducia nel fatto che la terra possa sostenere un incremento di produzione di generi alimentari che sia compatibile con l'ambiente, benché la storia dimostri come il grande cambiamento epocale delle nostre società sia proprio l'aumento esponenziale della produzione agricola in senso lato in corrispondenza della riduzione ai minimi termine degli addetti del settore.

    L'unica cosa da augurarsi quindi sarebbe che il Sud del mondo - ma sarebbe meglio chiamarlo non-Occidente - si incammini sullo stesso sentiero imboccato prima dall'Europa occidentale e poi dall'America del nord negli ultimi duecento anni, magari evitando proprio quel controllo politico che Sartori invoca a proposito della demografia. Eh sì, perché invece di guardare a Occidente, a proposito di rimedi lo studioso guarda a Oriente. Se la questione è, sartorianamente, "diminuire le nascite", ci sono poche opzioni in offerta: o si impediscono i rapporti sessuali (rischiosissimi, trasmettono una malattia ereditaria: la vita), o si pratica la sterilizzazione, o, se il danno è fatto, si impone l'aborto (da escludere la "soluzione Erode"). Aborto obbligatorio?, si chiederà. Ebbene sì. La parola a Sartori: "Si potrà protestare sulla crudeltà delle norme sulla procreazione imposte in Cina dal 1971 in poi. Ma in precedenza, a cavallo degli anni '50-'60, tra i 15 e i 30 milioni di cinesi erano morti di fame e di epidemie. È più crudele imporre l'aborto o lasciar fare alle carestie?" (p. 49. Una chicca anche a p. 83: "Tanto più si riesce a prevenire una gravidanza e tantomeno si deve ricorrere alla sua interruzione". Si deve?).

    Intendiamoci, il problema esiste; effettivamente in Cina milioni di persone sono morte in quel periodo. E pensare che ci sono degli ingenui che pensano sia stato il comunismo! Ricordate il comunismo? Si tratta di quel sistema politico-sociale ovunque imposto con la forza e che ovunque è riuscito a coniugare oppressione e povertà. Bene, magari protestate con le sue crudeltà, però che bella soluzione al problema che tanto sta a cuore al professor Sartori! Allora imponiamo l'aborto e non pensiamoci più. Che poi la Cina dell'esempio abbia provveduto all'eliminazione fisica - oltre che dei feti - anche di qualche milione di nati - 35 milioni per il massimo studioso di "democidi" - è solo una coincidenza, ma imporre l'aborto e sopprimere i vivi, chissà perché, spesso vanno a braccetto. E dire che proprio lo sterminato paese asiatico fornisce il più lampante controesempio fattuale al discorso di Sartori. Mai sentito parlare di Hong Kong? L'ex colonia inglese è diventata dal 1° luglio 1997 una Regione amministrativa speciale della Repubblica Popolare Cinese ma continua da anni, anche nel 2003, ad essere insignita del primo posto nell'Indice della libertà economica redatto dalla Heritage Foundation di Washington; Hong Kong (dati 2001) stipa 6.724.900 di abitanti in appena 1.092 kmq assicurando loro un reddito annuo pro capite di 24.506 dollari. La Cina spalma il suo miliardo e 271 milioni di abitanti su 9.596.960 kmq con un reddito pro capite di 876 dollari. Lascio giudicare al lettore se il problema è di sovrappopolazione o di sistema politico-economico.

    Intendiamoci, nulla di male nell'elogio delle politiche demografiche altrui - "Di fronte a questo allucinante crescendo, la Cina, l'India e da ultimo il grosso degli Stati islamici hanno aperto gli occhi e si sono impegnati nel controllo e nella riduzione delle nascite" (p. 47) - purché le si chiami col loro nome: eugenetica, ovvero controllo forzato delle nascite, gestione autoritaria della procreazione, sorveglianza poliziesca della gravidanza. (Per inciso: questo discorso è totalmente indipendente da quello sulla legittimità o meno dell'interruzione volontaria della gravidanza. L'aspetto che qui interessa è la differenza tra la volontarietà e la coattività dell'interruzione.)

    Ripetiamo: nulla di male. Questione di gusti. Si può parlar bene di qualunque cosa a patto di non voler passare per quel che non si è. Noam Chomsky è ancora un intellettuale rispettato a livello internazionale; negli anni '70 gli piaceva tanto Pol Pot da difenderlo dalle calunnie della reazione, giungendo a sbeffeggiare i profughi cambogiani, accusati di inventarsi un genocidio inesistente. Almeno Chomsky non ha la fissazione di farsi passare per un liberale. Ma forse Sartori, dopo tanti anni a New York, non è più capace di distinguere un liberale da un liberal.

    A proposito di demografia, Sartori si sveglia nel 2003 quando il tasso di fertilità nel mondo è in discesa significativa da almeno vent'anni. Se Sartori consultasse il World Population Prospect 2002 dell'Onu si accorgerebbe che per la prima volta in questa sede si punta il dito sulla denatalità nei paesi più sviluppati; l'area più ricca della terra si avvia a scendere sotto il tasso di fertilità dei 2,1 figli per donna, ovvero la soglia che garantisce il ricambio generazionale. Nei paese più ricchi ogni donna ha in media 1,9 figli, e l’Italia è il paese con la fecondità più bassa del mondo: 1,3 figli in media per donna. Questo ha indotto i demografi dell'Onu a rivedere al ribasso le stime sull'incremento demografico del rapporto precedente, quello del 2000, scendendo per l'anno 2050 dai 9,3 miliardi agli 8,9: una riduzione di 400 milioni di persone (Sartori spara un 9-10 miliardi che nessuno ormai considera realistico). Tra l'altro la riduzione del tasso di fertilità è di tale portata che questa revisione al ribasso ha mandato all'aria previsioni ancora precedenti che prevedevano proprio per il 2050 il raddoppio della popolazione attuale (6,2 miliardi) e in ogni caso il passaggio della soglia dei 12 miliardi di umani. Tra l'altro, secondo John Clarke, alla luce della flessione della fertilità totale, la popolazione della terra è destinata a stabilizzarsi proprio sui 12 miliardi .

    La fecondità media dei paesi del terzo mondo (3,7 figli per donna) è molto superiore a quella necessaria per il rimpiazzo generazionale, e sta comportando una crescita della loro popolazione totale; ma nel 1960 era ai 6,1 figli per donna. Cosa è accaduto allora veramente in questi paesi? È accaduto il fenomeno che gli esperti chiamano con il nome di "transizione demografica": l’impatto delle tecniche mediche che hanno abbattuto la mortalità infantile e aumentato la speranza di vita alla nascita ha causato un grande aumento della popolazione; ma mentre nei paesi sviluppati questo aumento nel corso del XIX secolo è stato lento e si è accompagnato a uno analogo a livello economico, in quelli in via di sviluppo nel XX secolo è stato improvviso, e spesso senza una sufficiente contropartita in termini di sviluppo economico, creando dunque l’allarme della popolazione. In sostanza, il fatto non è tanto che si nasce di più ma che si muore di meno.

    Sartori però non condivide la posizione di chi prospetta al terzo mondo la via occidentale: "Si risponde che il calo delle nascite dei popoli sottosviluppati avverrà 'naturalmente' (quando? Quando saremo 15 miliardi?) con lo sviluppo economico. Ma assolutamente no. Anche perché l'aumento incontrollato delle nascite è, circolarmente, causa ed effetto di povertà e sottosviluppo" (p. 19). L'affermazione è sorprendente. Come si spiega allora che l'aumento incontrollato delle nascite in Europa occidentale nel XIX secolo non ha portato né povertà né sottosviluppo ma il contrario? La nostra storia dimostra proprio il successo di un modello che è riuscito a coniugare - ribadiamo: per la prima volta nella storia della nostra specie - crescita demografica e sviluppo economico.

    Attualmente la popolazione mondiale cresce con un tasso dell’1,2% annuo che implica 77 milioni di nuovi terrestri l’anno. Considerando che il tasso era del 2,1% nella seconda metà degli anni '60, il trend - parola amata da Sartori - è quello di una notevole decelerazione dell'incremento demografico. Le tendenze demografiche incoraggiano un cauto ottimismo, come quello dello statistico danese Bjørn Lomborg: "Viviamo più del doppio di quanto accadeva cent'anni fa, e il miglioramento è avvenuto sia nel mondo industrializzato, sia in quello in via di sviluppo. La mortalità infantile è crollata sia nei paesi sviluppati, sia in quelli in via di sviluppo di assai più del 50%. Infine, siamo molto meno malati di un tempo, e non viceversa" . Tesi, quelle di Lomborg, che Sartori definisce chissà perché "pierinesche" (p. 71; forse il bello del successo accademico e non solo è proprio quello di poter affibbiare definizioni bizzarre al lavoro scientifico di colleghi con cui non si è d'accordo). Certo, lui che Pierino non è, ha ben chiaro il problema: "L'Unicef denunzia il dramma di 30000 bambini che muoiono ogni giorno di malattie curabili. Non fa dramma, invece, che ogni giorno la popolazione del mondo cresca di più di 230000 persone" (p. 19). Riflettiamo su questo punto: decessi e nascite, secondo questo metro, stanno sullo stesso piano. Disgrazie gli uni, disgrazie le altre.

    Ma che mondo ha in mente Sartori? Ma non si rende conto che proprio la lotta contro la morte e gli ahimè umanamente relativi successi contro di essa sono la caratteristica fondamentale della nostra civiltà? Gli storici dell'economia Rosenberg e Birdzell, a proposito dell'enorme incremento di ricchezza ottenuto dall'Occidente negli ultimi secoli, scrivono: "La minaccia più grande è sempre stata la morte, e il cammino dalla povertà alla ricchezza è, prima di tutto, un percorso di allontanamento dalla morte" . Ora, di fronte al calo della mortalità infantile e all'allungamento dell'aspettativa di vita che fa Sartori? Equipara la nascita alla morte, entrambe dei drammi. Come fa Sartori a non capire che la "sconfitta" della morte - proprio nel senso biologico del termine, come fatto dell'esistenza - è la più grande conquista dell'Occidente? Altro che affannarsi a "combattere" le nascite! Vien da chiedersi che cosa hanno fatto i bambini al professor Sartori.

    "A peste, fame et bello: libera nos Domine", impetravano i nostri antenati. Per quanto riguarda noi discendenti diretti, la loro preghiera è stata esaudita. Nel mondo sviluppato le grandi epidemie sono un ricordo così lontano che le centinaia di morti per Sars hanno creato un allarme mondiale; in alcune zone dell'Africa invece alcune malattie terribili sono endemiche. La fame è un problema che alle nostre latitudini viene risolto tre volte al giorno, mentre si muore di denutrizione in altre aree del pianeta. La guerra è un flagello che non riguarda più il territorio dell'Occidente (minaccia terroristica a parte) ma che devasta ampie porzioni della terra; anzi, è la causa principale di fame e malattie e delle morti che ne derivano.

    Non è vero, quindi, che il mondo è sovrappopolato; è vero che ci sono aree del mondo dove si muore di fame e malattie e aree del mondo dove si vive nella prosperità. Ricordo di aver sentito dire da un funzionario della Fao durante il vertice a Roma nel 2002 che la terra è già in grado di sfamare 20 miliardi di umani (ovviamente l'esperto voleva attirare l'attenzione sul fatto che a risorse alimentari globali abbondanti corrisponde un'"ingiustizia" nel godimento tra le aree del pianeta). Ci sono certo fatti che testimoniano uno squilibrio. L’Europa e l’America Settentrionale - che costituiscono il 14% della popolazione del pianeta - producono e godono il 60% circa del reddito mondiale. Ed è vero il contrario di ciò che denuncia Sartori: la ricchezza (disponibilità di risorse) può accompagnarsi ad un'alta densità di popolazione. Quindi non è vero che la sovrappopolazione è il problema. Lo sviluppo riduce la crescita della popolazione e non provoca l'esaurimento delle risorse. Allora il rimedio non è, almeno per chi si professa liberale, bloccare coattivamente le nascite ma favorire le istituzioni che sostengono il benessere: su tutte la proprietà privata e il mercato.

    Dopo aver concentrato la sua attenzione sul problema delle risorse messe a repentaglio dalla sovrappopolazione, il politologo fiorentino non può trattenersi dalla più classica delle banalità: ci manca lo spazio! Comico l'avvertimento: "attenzione, quando saremo, in ipotesi, il doppio di oggi (12 miliardi), la Terra vivibile sarà, in ipotesi, la metà di oggi" (p. 19). Ma lo sa il professor Sartori che oggi l'umanità occupa neanche l'1% delle terre emerse e libere dai ghiacci? Ma lo sa il professor Sartori che l'intera popolazione mondiale potrebbe insediarsi in Texas dove comunque una famiglia di quattro persone avrebbe a disposizione l'equivalente di un isolato urbano? Che se l'intera popolazione mondiale si trasferisse in Alaska ogni individuo disporrebbe di metà dello spazio di cui gode oggi una famiglia americana?

    Segnalo al lettore che volesse un quadro concettuale serio e cifre affidabili i saggi di David Osterfeld e Giorgio Bianco , ma soprattutto The Ultimate Resource II di Julian Simon ; la monografia dell'economista dell'Università del Maryland scomparso nel 1998 fa giustizia di tutti i luoghi comuni dell'ecologista di maniera, mito della sovrappopolazione incluso. Secondo Sartori siamo al punto di rottura. Si consoli: nulla lo fa prevedere. La razza umana è destinata ad estinguersi? Certamente, un millennio o l'altro. Ma, tranquillizziamo il professore fiorentino, noi non ci saremo. Né soprattutto ci sarà più alcun umano per leggere i suoi articoli di giornale sulla sovrappopolazione, sottratti all'oblio del tempo grazie a questo prezioso volumetto. Forse allora si avvererà il detto che non tutto il male vien per nuocere.

    ---

    "LASSU' MALTHUS SE LA RIDE": MA DI CHE?

    (da www.ragionpolitica.it del 12/3/2003)

    di Giorgio Bianco

    Correva l'anno 1798 quando il pastore anglicano Thomas Robert Malthus scrisse An Essay on the Principle of Population as its Effects the Future Improvement of Society, più noto come Saggio sul principio di popolazione. Profondamente, incrollabilmente convinto che la crescita demografica fosse il peggiore dei mali, Malthus volle pubblicare quel saggio per manifestare la sua opposizione ad una legislazione, varata nel 1795, che accordava un sussidio a quanti non ricevevano un salario sufficiente per vivere. Questo aiuto veniva finanziato con tasse a carico degli abitanti di ogni parrocchia (una piccola forma di Stato sociale ante litteram). [...]

    Malthus considerava questa legge una follia, perché aiutare i poveri avrebbe significato un incremento spropositato di nuove nascite, e nel suo Saggio espose la nota teoria secondo cui, mentre la produzione alimentare cresce seguendo una progressione aritmetica (1, 2, 3, 4, 5, 6… ), la popolazione cresce seguendo una progressione geometrica (2, 4, 8, 16… ). Per questo, l'umanità si sarebbe ridotta alla fame se non avesse immediatamente fermato la crescita della popolazione. La sua convinzione che ogni atto utile a migliorare la condizione delle classi più disagiate fosse contraria alle leggi di Dio e di natura lo spinse non solo a scagliarsi contro ogni forma di iniziativa governativa e perfino contro il semplice innalzamento dei salari, ma addirittura a raccomandare ogni azione che favorisse la riduzione e l'eliminazione dei poveri.

    In oltre due secoli, le sue teorie e le sue raccomandazioni sono state più volte raccolte da zelanti seguaci. Nel XX secolo, tra i più convinti nel riproporre le teorie maltusiane e nel far risuonare l'"allarme sovrappopolazione" sono stati autori come Lester Brown, presidente del World Watch Institute e coautore, nel 1993, del volume Beyond Malthus: Nineteen Dimensions of the Population Challenge, Paul Erlich, autore, nel 1968, di The Population Bomb, immediatamente divenuto best seller, e il Club di Roma di Aurelio Peccei, che nel 1972 commissionò ad un gruppo di studiosi l'altrettanto noto The Limit to Growth.

    Naturalmente non sono mai mancate, nei confronti dell'autore del Saggio, voci di dissenso, e negli ultimi anni ha preso corpo un vero e proprio movimento di scienziati, economisti, e pubblicisti fautori di una visione del mondo e di un ecologismo improntati all'ottimismo, ad una maggiore fiducia nella scienza e nella tecnologia, e diffidenti nei confronti dei lugubri - e spesso interessati - "profeti di sventura". È contro questa cultura, fiduciosa nelle capacità dell'uomo di affrontare e risolvere i problemi dell'ecologia e dello sviluppo (l'economista e teologo americano Michael Novak ha parlato, in contrapposizione all'ecologismo "verde", di "ambientalismo blu", come colore della speranza) che Giovanni Sartori, celeberrimo politologo e editorialista del "Corriere della Sera", e Gianni Mazzoleni, giornalista, hanno realizzato un volume a quattro mani, La Terra scoppia. Sovrappopolazione e sviluppo, che nella prima parte raccoglie una serie di editoriali di Sartori, nella seconda, curata da Mazzoleni, sviluppa degli "approfondimenti" sul tema.

    Insofferenti di questo nuovo ecologismo fondato sulla speranza, Sartori e Mazzoleni ci informano che "Queste sciocchezze spiegano questo libro. Ci sentiamo in dovere di contrastarle una a una". In che modo, lo lascia intuire il tutolo uno dei capitoli del volume che intende demolire mattone per mattone l'"ecologismo ottimista": "Siamo più di 6 miliardi e lassù Malthus se la ride". Forse Sartori e Mazzoleni, oltre ad aver capito tutto delle angustie di questa Terra, sono anche molto ben informati su quanto accade in Cielo, ma a noi viene il sospetto che se davvero Malthus ride, è probabile che rida di se stesso, visto che, come ha osservato Antonio Gaspari, giornalista e saggista esperto di questi temi, se i suoi calcoli fossero stati esatti la popolazione mondiale attuale dovrebbe essere non di 6, ma di 256 miliardi di individui!

    Fra i principali testi di riferimento di Sartori e Mazzoleni figura il già citato The Limit to Growth, lo studio commissionato dal Club di Roma presieduto da Aurelio Peccei a Dennis e Donella Meadows, e pubblicato nel 1972. La tesi di fondo di The Limit to Growthera che la crescita della popolazione, collegata ai consumi sempre crescenti, avrebbe esaurito le risorse del pianeta in pochi anni: ai livelli di consumo del 1972, l'oro si sarebbe esaurito nel 1981, il mercurio nel 1985, lo stagno nel 1987, lo zinco nel 1990, il petrolio nel 1992, rame, piombo e gas nel 1993. Previsioni totalmente sballate, come ognuno può constatare, anche se né gli autori del libro né i suoi commissionari hanno mai ammesso le proprie clamorose cantonate.

    A 31 anni di distanza, si può constatare che queste profezie erano completamente errate. I dati forniti dal Dipartimento delle Miniere degli Stati Uniti, infatti, attestano che i prezzi reali di antimonio, mercurio, platino, argento, stagno e tungsteno sono crollati del 50%. I prezzi di rame, piombo e magnesio sono crollati del 20%. A dispetto delle previsioni, stagno, uranio e piombo costano meno oggi di quando fu redatto lo studio dei Meadows.

    Ancora: Jerry Taylor, specialista ambientale del Cato Institute, think tank libertario di Washington, ha compilato una statistica riguardo alla disponibilità conosciuta delle 13 più importanti risorse naturali nel periodo 1950-1990. Con buona pace del professor Sartori, i risultati della ricerca di Taylor, ampiamente confermati anche dalle statistiche compilate dalla Banca Mondiale, emerge infatti che le disponibilità si sono moltiplicate nel giro di 50 anni in modo stupefacente: le riserve di bauxite (da cui si estrae l'alluminio) sono cresciute del 1.436%; quelle di cromo del 500%; di rame del 250%; di minerale di ferro del 663%; di piombo del 75%; di manganese del 96%; di nickel del 247%. Le riserve di petrolio e gas sono aumentate del 733%, quelle di carbone del 27% e quelle di zinco del 107%. Solo le riserve di stagno risultano diminuite del 30%, ma il calo sembra causato dalla scarsa richiesta sul mercato piuttosto che da un'improvvisa scarsità.

    Non sarebbe allora opportuno domandarsi, per prima cosa, se le continue smentite della storia a tutte le profezie di sventura propagate nel corso di secoli non rappresentino già di per sé un forte indizio per dubitare del carattere scientifico delle teorie dei catastrofisti?

    L'economista David Osterfeld, nel suo scritto "Il perenne mito della sovrappopolazione", osserva che "praticamente tutte le risorse, incluse le energie, sono meno costose oggi rispetto a qualsiasi altro periodo che la storia ricordi. In relazione agli stipendi, i prezzi delle risorse naturali negli Stati Uniti nel 1990 erano solo la metà di quel che erano nel 1950, e un quinto di quelli del 1900". Se, come insegnano gli economisti, la cartina di tornasole della scarsità o dell'abbondanza di un bene sono i prezzi, dovremmo concluderne che le risorse stanno diventando, anno per anno, non più scarse, ma più abbondanti!

    In realtà, questo apparente paradosso è facilmente spiegabile: la tesi secondo cui le risorse sarebbero limitate e in via di esaurimento denota infatti un sostanziale fraintendimento del concetto di stesso di "risorsa". "Gli ecologisti - ha scritto il giornalista Rodolfo Casadei - intendono le risorse come una quantità fissa, ma questo è sbagliatissimo, perché il concetto di risorsa non è definito dalla natura, ma dalla tecnologia che può essere utilizzata". "Le risorse - fa eco Osterfeld - non sono cose che troviamo in natura. Sono le idee che creano le risorse. Se noi non sappiamo come usare una qualche cosa, non abbiamo una risorsa". Ne sono esempi tipici il carbone, pochissimo usato prima dell'invenzione del motore a vapore, e il petrolio, che prima dell'avvento dei motori a scoppio era per lo più considerato una passività, una melma inutile e inquinante. Per non parlare del silicio, che prima dell'avvento dell'informatica era nulla più che un insignificante materiale sabbioso.

    Tutto questo mette radicalmente in discussione i dogmi di Sartori, secondo il quale se la "causa primaria" dei problemi del pianeta è l'incremento demografico, la "più importante causa concomitante" è la tecnologia, "che ci consente di vivere e di sopravvivere in modo innaturale, oltrepassando i limiti imposti dalle risorse naturali". Come si è visto, infatti, è proprio il progresso scientifico e tecnologico a consentire di perpetuare e moltiplicare la disponibilità di risorse.

    La stragrande maggioranza delle risorse, quindi, non sono tali di per sé, ma perché esiste una tecnologia che le utilizza. E perché esistano le tecnologie occorrono idee, e le idee, va da sé, le hanno gli uomini: più uomini, più idee, più risorse. Si comprende bene, allora, perché l'economista libertario Julian L. Simon abbia intitolato il suo libro più importante The Ultimate Resource, la risorsa decisiva, il bene supremo, ovvero l'uomo.

    Ma la questione che a tutti sta più a cuore, naturalmente, è quella della miseria, della sottoalimentazione e della morte per fame. E da questo punto di vista, la verità - quella del professor Sartori - è assolutamente semplice: "la fame (e ancor più la sete) sta vincendo, e vincerà sempre più, perché ci rifiutiamo di ammettere che la soluzione non è di aumentare il cibo ma di diminuire le nascite, e cioè le bocche da sfamare". Tutto molto semplice, apparentemente. Ma se la diminuzione delle nascite fosse "la" soluzione, come si spiegherebbe allora il fatto che non solo i Paesi del Terzo e Quarto mondo, ma la popolazione mondiale nel complesso ha conosciuto, soprattutto a partire dal XVIII secolo, un'espansione senza precedenti, ed è cresciuta di sei volte negli ultimi 200 anni, eppure questo non ci ha certo lasciato un'umanità complessivamente più povera, malnutrita e meno longeva?

    Cosa dimostra, poi, che una situazione in cui il tasso di fertilità sia inferiore al livello di ricambio generazionale (2,1 figli per donna) sia una causa diretta di benessere e di migliore qualità della vita? Ci sono esempi storici di questo? O non sarà piuttosto il fenomeno della denatalità a poter essere interpretato in chiave psicologica, nel senso cioè che, come sostiene il professor Jean-Didier Lecaillon, docente alla facoltà di scienza economica dell'Università di Parigi, "non si fanno figli per sfiducia nel futuro, ma se c'è questa sfiducia neanche si investe e la mancanza di investimenti si traduce in una contrazione dell'economia, con relativo aumento della disoccupazione"?

    Chi batte e ribatte sul tasto dell'inflazione demografica non ha mai riflettuto sul fatto che un mondo di 5,7 miliardi di abitanti, pur con tutti i suoi problemi, è più ricco di quello del neolitico? Non ha mai pensato che, dal 1960 ad oggi, la popolazione mondiale è quasi raddoppiata, ma questo non si è tradotto in un disastro, bensì in un generalizzato sviluppo, in un aumento della qualità e delle aspettative medie di vita?

    Ma la convinzione con cui Sartori attribuisce all'incremento demografico la causa di tutti i mali della Terra è rocciosa: "l'argomento che la causa primaria del collasso della Terra è la sovrappopolazione è un argomento vietato, un argomento tabù" - come se non esistessero fior di programmi per la limitazione delle nascite, finanziati con soldi pubblici, ovvero dei contribuenti, inclusi quelli che non li condividono. Una congiura il cui primo responsabile è senza ombra di dubbio il Pontefice: "Il problema [della 'bomba demografica', ndr.] c'è eccome. Ma… non se ne parla più. Papa Wojtyla (chi altro?) è riuscito a silenziarlo urbi et orbi"; sulle anziane spalle del Santo Padre, per Sartori, pesa una gravissima corresponsabilità nel declino dell'Homo sapiens sapiens in "Homo stupidus stupidus".

    Lo studio preparato nel 2001 dalla Population Division del Department of Economic and Social Affaire dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, intitolato Population, Environment and Development (http://www.un.org/esa/population/unpop.htm) conferma che "la crescita della popolazione nel ventesimo secolo è stata straordinaria, si è passati da 1,6 a 6,1 miliardi di persone", ma specifica anche che "l'80% della crescita è avvenuta dopo il 1950", e, soprattutto, che "La rapida crescita demografica dipende soprattutto dalla riduzione della mortalità, specialmente nei Paesi meno sviluppati, dove dal 1950 l'aspettativa si è allungata in media di più di 20 anni".

    Incurante di questi dati, ancorato a studi vecchi di 30-35 anni, il professor Sartori evita dunque accuratamente di porsi una domanda fondamentale: la popolazione aumenta perché si nasce di più o perché si muore di meno? Meglio: data per scontata la primo causa (i Paesi occidentali sono notoriamente scesi sotto la crescita zero, pari a 2,1 bambini per donna, e quelli in via di sviluppo stiano conoscendo un forte calo della fertilità, ma la tendenza alla crescita, per quanto rallentata, è ancora un dato di fatto), la secondo va presa in considerazione? E non avrà ragione l'ONU nel considerarlo preponderante? Nel sostenere, cioè, che gli individui aumentano in primo luogo perché vivono di più, e se vivono di più c'è da supporre che sia perché vivono meglio, più nutriti, più sani, meglio vestiti, più istruiti, meno soggetti a malattie ed epidemie, in condizioni ambientali migliori e più salubri?

    È stato sempre un funzionario ONU a dire che "la crescita demografica non è dovuta al fatto che la popolazione si riproduceva come conigli, bensì perché hanno smesso di morire come mosche". Ancora agli inizi del XX secolo, quattro bambini su dieci morivano prima di aver raggiunto i cinque anni di età. Duecento anni fa, l'aspettativa di vita era inferiore ai trent'anni. Oggi supera i 65.

    E se ha ragione l'ONU nel dire che, a partire dagli anni Cinquanta, l'aspettativa di vita nei paesi poveri ha fatto passi avanti di quindici-vent'anni grazie ai progressi dell'agricoltura, dei servizi igienici e della medicina, questo rappresenta una delle più grandi, forse la più grande conquista umana della storia. Il fatto che, diecimila anni fa, solo 4 milioni di persone riuscissero a mantenersi in vita, mentre nel secolo scorso erano un miliardo, e oggi 6,1, non dimostra forse che, come ha scritto Julian Simon, "l'aumento della popolazione rappresenta la nostra vittoria sulla morte".

    ---

    NON E' VERO CHE LA TERRA SCOPPIA

    (da "L'ambientalista scettico", Mondadori 2003)

    di Bjørn Lomborg

    Si sente spesso parlare di sovrappopolazione, e il discorso è di solito accompagnato da fotografie a colori di enormi moltitudini ammassate le une sulle altre o di stazioni della metropolitana sovraffollate. Nel suo bestseller sull’esplosione demografica [The population bomb, Ballantine, New York, 1968] il famoso bioecologo Paul Ehrlich ha scritto: “A livello psicologico, l’esplosione demografica ha cominciato a palesarsi in una notte torrida e piena di cattivi odori a Delhi. Le strade brulicavano di gente. Gente che mangiava, si lavava, dormiva, litigava e gridava. Gente che infilava la mano nei finestrini dei taxi per chiedere la carità. Gente che defecava, gente che urinava. Gente appesa agli autobus. Gente che spingeva animali per le strade. Gente, gente, gente”. Il problema centrale, tuttavia, non è costituito dal numero delle persone. Molti dei Paesi a maggiore densità di popolazione si trovano in Europa. La regione più densamente popolata, l’Asia sudorientale, ha lo stesso numero di abitanti per chilometro quadrato del Regno Unito. L’Olanda, il Belgio e il Giappone hanno una densità molto superiore all’India, e la densità dell’Ohio e della Danimarca sono superiori a quella dell’Indonesia. Oggi tale punto di vista è condiviso da Ehrlich e da altri, ma altre due letture del fenomeno della sovrappopolazione si sono fatte strada. Una di esse evoca visioni di famiglie che muoiono di stenti, condizioni di vita avvilenti, ambienti miserabili e morti prema-ture4. Sono immagini reali, ma più che della densità demografica sono il frutto della povertà.

    Un’altra interpretazione, oggi accolta anche da Ehrlich, è basata sulla sostenibilità della densità demografica: un Paese è sovrappopolato se, in una prospettiva di lungo periodo, la sua attuale popolazione non è in grado di mantenersi. Ma sembra perlomeno bizzarro sostenere che una popolazione dovrebbe essere in grado di sostentarsi sulla base delle risorse del territorio specifico in cui vive. Il concetto fondante di un’economia basata sul commercio prevede che la produzione non debba per forza avvenire fisicamente nel luogo della domanda, bensì laddove è più conveniente che avvenga. E’ inoltre importante sottolineare che in futuro la densità demografica delle campagne non aumenterà, poiché la maggior parte dell’incremento interesserà le città. Nei prossimi trent’anni la popolazione rurale globale rimarrà quasi invariata, tanto che entro il 2005 il 97 per cento dell’Europa sarà meno densamente popolato. Nel 2007 per la prima volta nella storia, la popolazione delle aree urbane supererà quella delle aree rurali.

    La megalopoli è il male?

    Nel 1950 New York era l’unica cosiddetta megalopoli, con oltre 10 milioni di abitanti; Londra la seguiva dappresso con 8,7 milioni9. Oggi esistono diciannove megalopoli e le Nazioni Unite prevedono che ce ne saranno ventitré nel 2015: Tokyo e Mumbay (la ex Bombay) saranno ai primi posti della classifica con 26,4 e 26,1 milioni di abitanti. Di queste ventitré megalopoli, diciannove saranno situate nelle regioni meno sviluppate. L’urbanizzazione sarà più accentuata nei Paesi in via di sviluppo, ma in realtà il fenomeno segue la tendenza dei Paesi avanzati verso una concentrazione urbana sempre più marcata: sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo industrializzato la popolazione urbana rappresenta oggi in media il 75 per cento circa. Mentre nel 2030 la popolazione delle aree urbane dell’Occidente avrà raggiunto l’83,5 per cento, tale aumento sarà limitato a percentuali tra il 40 e il 56 per cento nei Paesi in via di sviluppo. Si sente spesso affermare che la città abbassa la qualità della vita. In un noto testo sull’ambiente si legge che “tanto i Paesi ricchi quanto quelli poveri non sono in grado di rendere confortevoli gli insediamenti ad alta concentrazione di abitanti. La gente vive in condizioni deplorevoli, senza strutture idriche e igieniche adegua-te. Si tratta di un classico esempio di ragionamento sbagliato: è vero che, secondo gli standard occidentali, nelle baraccopoli la gente conduce una vita miserabile, ma il punto è che perfino lì si vive meglio che nelle zone rurali.

    Nelle aree ad alta densità di popolazione si riduce l’incidenza delle malattie infettive più gravi, quali malaria e malattia del sonno, poiché gli edifici, sorgendo fianco a fianco, lasciano meno spazio libero per gli acquitrini in cui prosperano mosche e zanzare. Inoltre, strutture idriche, sistemi fognari e servizi sanitari sono di gran lunga migliori nelle aree urbane che in quelle rurali. In città è molto più facile avere accesso all’istruzione: nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo il dislivello tra aree urbane e aree rurali in questo settore supera il 10 per cento. E infine, gli abitanti delle città, in media, si alimentano meglio e in modo più equilibrato. Di fatto, il problema della povertà nel mondo interessa soprattutto le regioni rurali, mentre città e metropoli sono i centri del potere, in cui ha origine la maggior parte della crescita economica. Nei Paesi in via di sviluppo le aree urbane, in cui vive appena un terzo della popolazione, producono il 60 per cento del Pil. Il World Resources Institute è giunto alla conclusione che “le città sono in crescita perché forniscono, in media, vantaggi sociali ed economici maggiori rispetto alle aree rurali”.

  3. #23
    Bovaro padano
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    In origine postato da parmigiano
    Dai forse intendeva anche con qualche ....veneta.
    Veh Pramsan! fet al brav

 

 
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