«L’Europa ha fatto un buon lavoro»
«L’Europa ha fatto un buon lavoro»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
WASHINGTON - Richard Pipes si dichiara entusiasta del successo di Viktor Yushchenko «perché è il successo della democrazia in Ucraina e segna la sconfitta dell'asse Putin-Kutchma, un'alleanza che ha finito per rappresentare le forze antidemocratiche». Ma lo storico ed ex consigliere del presidente Ronald Reagan per l'Urss ammonisce che «il voto sarà contestato e la crisi potrebbe continuare».
Il peggio è ormai passato?
« Spero proprio di sì. Il popolo ucraino ha dato grande prova di sé, ha cambiato la sua storia, è stato più fermo col presidente Kutchma di quanto non lo sia quello russo con Putin quando limita le libertà civili. E l'Ue e gli Usa hanno fatto un buon lavoro, costringendo Kutchma e Putin a rispettare la volontà popolare. E’ poi stata la conferma che se noi americani e voi europei collaboriamo, i risultati non mancano. Ma dobbiamo restare vigili e non allentare le pressioni su Kiev e Mosca».
Non è un’interferenza?
«Si è trattato di neutralizzare l'interferenza di Putin e le illegalità di Kutchma: è vero che gli Usa hanno speso un mucchio di soldi in Ucraina, ma in passato e per Kutchma non adesso per Yushchenko. L'Ucraina è come quasi tutti gli altri ex paesi comunisti: vuole soprattutto indipendenza, democrazia, progresso economico, inserimento nella comunità internazionale. Ha gravi problemi da risolvere ma potrebbe diventare un ponte tra Occidente e Russia».
Ne prevede l'ingresso nell'Ue e nella Nato?
«Nell'Ue sarebbe logico e Putin stesso ha detto che lo accetterebbe: è in questo senso che parlo di ponte. Quello nella Nato a mio parere sarebbe controproducente: Putin non lo accetterebbe, e non dobbiamo isolare la Russia».
Non teme contraccolpi a Mosca?
«In Russia il potere è saldamente nelle mani di Putin, che secondo me in Ucraina farà buon viso a cattivo gioco. Chi incontrerà delle difficoltà è Yushchenko».
Lo zar Putin, il grande sconfitto
L’ANALISI
Lo zar Putin, il grande sconfitto
La Russia è ormai accerchiata? Sarà questo il tema del vertice con Bush in Slovacchia
Dimostranti che per settimane hanno pacificamente occupato le piazze di Kiev e di altre città nord-occidentali, denunciando gli abusi del potere, conquistando nuovi spazi di libera informazione, dimostrando al mondo intero la loro voglia di democrazia troppo a lungo repressa. Per questo la vittoria di Yushchenko è anche la vittoria dell’Occidente e dei suoi valori, è un successo dell’Europa che molto ha contribuito alle mediazioni pre-voto e ora allarga la sua sfera d’influenza, è una rivincita tutta particolare della Polonia che non dimentica gli antichi legami con quella parte di Ucraina che fu sua, è una conquista per l’America che ha fatto del contagio democratico la sua dottrina e ora vede accadere senza traumi in Ucraina quel che non accade nel bagno di sangue iracheno.
Ma se l’elenco dei vincitori è nutrito e non può non rallegrarci, sarebbe un errore dimenticare che per molti ucraini la sconfitta elettorale avrà piuttosto il sapore di un tradimento, di un complotto esterno, e che se l’ipotesi di una spartizione del Paese appare oggi poco probabile resta tutta da fare l’ardua riconciliazione nazionale tra filo-russi e filo-occidentali.
E sarebbe un errore, soprattutto, dimenticare il grande perdente: Vladimir Putin. Troppo sicuro di giocare in casa, il Cremlino ha preso in Ucraina un abbaglio dopo l’altro. Prima con i ripetuti viaggi di Putin a sostegno di Yanukovich, poi con i rallegramenti a tempo di record fatti giungere a Kiev mente già venivano denunciati i brogli, infine con la fase di palese esitazione sfociata in extremis nella promessa di collaborare «anche con Yushchenko».
Non è tanto questa tattica inetta a doverci interessare, quanto piuttosto il prezzo che la Russia viene chiamata a pagare in Ucraina e le sue possibili ripercussioni sulla scena internazionale. Spogliata del suo impero e della sua grandezza di superpotenza, la Russia aveva ripiegato sul consolidamento di una zona d’influenza nei territori ex-sovietici non passati alla Nato all’Unione Europea. Il Cremlino aveva già digerito con difficoltà la presenza militare USA in Asia Centrale (dai tempi dell’offensiva anti-terroristica in Afghanistan) e la caduta di Shevardnadze in Georgia, anch’essa attribuita ad una accorta regìa esterna. Ma l’Ucraina, per la Russia, era ed è cosa diversa: è la culla della sua religione e della sua prima parvenza di Stato, è la terra che dette i natali a Gogol e a Bulgakov, è, per la grande maggioranza dei russi, semplicemente Russia.
Dopo la vittoria di Yushchenko il Cremlino non intende certamente «perdere» l’Ucraina, così come l’Unione Europea non intende «acquistarla» senza riforme e condizioni che potrebbero far impallidire quelle imposte alla Turchia. Tra l’altro è bene ricordare che la Russia fornisce all’Ucraina il cento per cento del suo petrolio, e che quello destinato all’Europa transita dal territorio ucraino. Ma il colpo, per Putin, risulta egualmente severo. Non è forse un caso che il capo del Cremlino abbia parlato nei giorni scorsi di una possibile volontà occidentale di «isolare» la Russia, resuscitando così una atavica paura che ben conobbero gli Zar.
Da sempre la Russia diventa temibile quando si sente debole o accerchiata. E sarà questo il tema che Putin e Bush dovranno affrontare per il bene di tutti, quando si incontreranno in Slovacchia il 24 febbraio prossimo.
A unirli è l’arancione, ...
- A unirli è l’arancione, che a Kiev tinge tutto quello che incontra, dai cappelli alle sciarpe ai maglioni: il colore dei sostenitori di Viktor Yushchenko, il colore della rivoluzione ucraina del 2004. Ma sotto l’apparente tinta unita si celano diverse anime, alcune festose e spontanee, altre più plumbee e inquietanti.
Senza dubbio, un movimento che ha portato in piazza in tutta l’Ucraina milioni di persone non può essere solo il frutto di un «complotto occidentale», come hanno denunciato i partigiani del filo-russo Viktor Yanukovich. E basta affacciarsi sul centro di Kiev per capirlo: è come se tutto Corso Vittorio Emanuele a Milano, o Via del Corso a Roma, fossero state trasformate in una immensa tendopoli dove vivono accampate da settimane migliaia di persone, per lo più giovani e giovanissimi. In un’atmosfera di festa permanente, con canti, balli, slogan, striscioni, amicizie e persino matrimoni.
Tuttavia tanto entusiasmo ha un nocciolo duro, che va sotto il nome di «Pora» (È l’ora): questa organizzazione per lo più studentesca e giovanile ha le sue radici nei gruppi di protesta democratici e nazionalisti della fine degli Anni Novanta. Ma per forgiare il nucleo che ha costituito la punta di lancia della rivoluzione arancione è stata necessaria l'assistenza straniera, fornita dai serbi di «Otpor» (Resistenza), il movimento che ha rovesciato a Belgrado Slobodan Milosevic: i militanti ucraini di «Pora» hanno seguito seminari di «disobbedienza civile» e «organizzazione di massa» in Serbia e si sono poi giovati in patria dell'assistenza di un gruppo di consiglieri venuti apposta da Belgrado.
Gli avversari di Yushchenko hanno visto in questo intervento serbo la mano dei servizi di intelligence americani o quanto meno i loro fondi. Anche se «Pora» ha sempre negato di aver ricevuto finanziamenti diretti dall'America.
L'organizzazione è comparsa sulla scena nel marzo del 2004, con obiettivi limitati e una struttura organizzativa abbastanza semplice, basata sul reclutamento di giovani volontari e sulla disseminazione di informazioni via internet. I suoi militanti sono energici, ben motivati e a loro agio con le nuove tecnologie: tutte caratteristiche che ci si può aspettare da giovani professionisti urbani.
«Pora» ha evitato di dotarsi di una leadership di alto profilo a favore di iniziative locali e di un gruppo di coordinatori centrali: fin dall'inizio ha sottolineato che non si sarebbe legata a nessun partito politico determinato, ma la polarizzazione della società durante la campagna elettorale ha finito per associare «Pora» con il movimento dei sostenitori di Yushchenko.
«Pora» ha chiaramente svolto un ruolo fondamentale nel dare una scossa all'opposizione costituzionale che si era venuta coagulando attorno a Yushchenko. Le sue manifestazioni nel centro di Kiev e in altre città hanno dato all'opposizione il controllo fisico dei centri urbani in buona parte dell'Ucraina, eccettuato la zona orientale filo-russa.
Con l'elezione di Yushchenko, «Pora» ha ottenuto il suo scopo immediato: ma ora è difficile che un tale movimento possa sciogliersi d'improvviso ed è molto probabile che continuerà a svolgere un ruolo decisivo nel cammino della democrazia ucraina.
Una strada sulla quale si aggirano, però, anche ombre oscure che si affacciano dal passato. Nella tendopoli di Kiev spicca fra le altre la postazione dell’Una-Unso, decorata con croci para-celtiche e bandiere rosse e nere. Sono i neofascisti ucraini, le cui brigate si sono mischiate col movimento arancione, rappresentandone la frangia estrema nazionalista.
Questo gruppo affonda le sue radici nel passato, in uno dei capitoli più bui della storia ucraina. L'Oun (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) aveva iniziato nel 1929 i suoi attacchi armati contro il potere sovietico in Ucraina. Durante la seconda guerra mondiale, il suo capo, Stepan Bandera, combattè a fianco degli occupanti nazisti. Nel 1941 il suo principale generale, Shuskievitch, indossando l'uniforme tedesca, si rese responsabile dello sterminio di migliaia di ebrei.
Dopo la caduta dell'Unione Sovietica, i successori dell'Oun hanno fondato l'Una-Unso (Assemblea nazionale ucraina - Autodifesa popolare dell'Ucraina). Fra il 1999 e il 2000, questi neonazisti hanno incendiato a Leopoli case di comunisti, russi ed ebrei. E in questa regione l'ex dirigente dell'Una-Unso, Andry Shkil, è stato eletto al parlamento con il sostegno del partito di Yushchenko. Nella regione di Leopoli, roccaforte della rivoluzione arancione, le ex SS hanno ottenuto le stesse pensioni degli ex combattenti contro il nazismo. E il sito internet dell'Una-Unso ha fatto propaganda fin dall'inizio per Yushchenko. Ma non sarà con questo fardello che l’Ucraina arancione entrerà in Europa .
Ucraina, Yanukovich minaccia la rivolta
Appello del presidente eletto Yushchenko: «Rimanete in piazza». I minatori: «Tagli ai sussidi? Il Paese resterà al buio»
Ucraina, Yanukovich minaccia la rivolta
Il leader filo-russo non accetta il risultato: «Infranta la Costituzione». L’Osce: «Elezioni corrette»
DAL NOSTRO INVIATO
KIEV - Viktor Yushchenko è il nuovo presidente dell'Ucraina, ma non tutti sono d'accordo. E all'indomani della chiusura delle urne, si riapre lo scontro legale: questa volta è il premier uscente e candidato battuto, Viktor Yanukovich, a dare battaglia in nome del diritto violato.
«Io non accetterò mai una sconfitta di questo tipo, perché sono stati infranti la Costituzione e i diritti umani. Non abbiamo perso», ha detto in tv un livido Yanukovich, mentre scorrevano i risultati quasi definitivi che assegnano a Yushchenko il 52 per cento dei voti, contro il 44 del rivale. Yanukovich ha annunciato un ricorso alla Corte Suprema ucraina, di cui ha chiesto una riunione in seduta pubblica per esaminare le circa 5 mila violazioni della legge conteggiate dai suoi sostenitori. E ha reclamato che la Corte annulli la consultazione di domenica.
E questo nonostante il verdetto dei 12 mila osservatori internazionali dell'Osce, secondo cui l’altro ieri è stato compiuto «un significativo passo in avanti nello svolgimento di elezioni libere e corrette». E nonostante la premura con cui le cancellerie occidentali si sono affrettate a congratularsi con Yushchenko. Il primo a porgere i complimenti è stato il presidente polacco Alexander Kwasniewski, grande mediatore nella crisi di dicembre. Seguito a ruota dal presidente della Commissione europea, Josè Barroso, che ha invitato i contendenti al rispetto dei risultati e ha sottolineato che «ieri è stato un buon giorno per l'Ucraina e per la democrazia, ed è stato anche un buon giorno per le relazioni Ue-Ucraina». Gli ha fatto eco il segretario di Stato americano Colin Powell, che ha celebrato il «momento storico» di cui il popolo ucraino deve «andare fiero».
Richiamo alla storia venuto dallo stesso Yushchenko nella notte fra domenica e lunedì: «Ce l'abbiamo fatta - ha detto ai suoi -. Ci sono voluti centinaia di anni per arrivare a questo punto, ma adesso siamo liberi. E' una vittoria per il popolo ucraino e per la nazione ucraina».
Yushchenko ha anche fatto appello alle migliaia di manifestanti radunati da settimane nel centro di Kiev, chiedendo loro di non smobilitare fino a che non sarà proclamato ufficialmente presidente.
Cosa che non sembra possa avvenire nell’immediato, perché la Corte è costretta a esaminare il ricorso di Yanukovich. E d’altra parte nei giorni scorsi il popolo protagonista della rivoluzione arancione aveva fatto sapere alla nazione di non essere pronto ad accettare altro risultato se non quello di Yushchenko presidente.
L’ormai ex capo dello Stato, Leonid Kuchma, ha suggerito che lo sconfitto dovrebbe riconoscere l’esito del voto nel giro di due giorni: «Dio mio, fa’ che questo sia il voto finale: sono sicuro che lo sarà», ha sospirato. Kuchma aveva inizialmente appoggiato Yanukovich, il suo erede designato, ma il premier uscente ha di recente attaccato il presidente, cercando di presentarsi nella nuova veste di candidato anti-establishment.
Yanukovich, come nelle altre due tornate elettorali, ha raccolto il sostegno massiccio delle regioni orientali filo-russe. Ma all’Est ieri il sentimento era di rassegnazione più che di rabbia: il referendum separatista ventilato ai primi di dicembre, già annacquato nei contenuti, è stato definitivamente annullato nei giorni scorsi. Solo i minatori del Donbass tengono alta la guardia: se Yushchenko taglierà i sussidi o addirittura chiuderà le miniere, fanno sapere, sono pronti a lasciare l’intera Ucraina al buio.
Ma la maggioranza della popolazione, dopo tre tornate elettorali in meno di due mesi, sembra soprattutto desiderare che la crisi politica abbia termine. Yanukovich, per il momento, è di diverso parere. E di diverso parere lo sono anche gli assassini del ministro dei Trasporti, Heorhiy Kyrpa, trovato morto ieri sera nella sua dacia fuori Kiev: un delitto probabilmente legato alla privatizzazione dell’azienda telefonica nazionale che era stata accorpata al ministero di Kyrpa. Ma la polizia non esclude il suicidio.
Oligarchi, il grande scontro all’ombra delle presidenziali
DIETRO LE QUINTE
I clan rivali lottano per la spartizione del potere e si riposizionano alla luce dei risultati. Akhmetov, il boss di Donetsk, pronto a scendere a patti con il vincitore
DAL NOSTRO INVIATO
KIEV - Rivoluzione democratica, scontro fra Occidente e Oriente, partita a scacchi fra Europa e Russia: le vicende ucraine dell’ultimo mese sono state definite in molti modi. Ma il più esatto è forse un altro: scontro fra clan economico-mafiosi.
Ognuno ha i suoi sponsor, Yushchenko come Yanukovich. Ma ora, a presidente eletto, la collocazione di molti di questi oligarchi potrebbe mutare. In comune hanno la grande mescolanza di interessi: posseggono acciaierie, impianti chimici, banche, squadre di calcio, giornali e televisioni.
Il più importante clan schierato con Yushchenko è quello guidato da Petro Poroshenko, presidente della Ukrprominvest , un conglomerato di cantieri navali e fabbriche automobilistiche che controlla tra l'altro Canale 5, il network televisivo che per primo, e non a caso, durante la rivoluzione arancione ha rotto l'ufficialità dell'informazione di regime e ha dato spazio alle ragioni dei manifestanti.
Ma il clan più grande e influente ha «sede» non a Kiev bensì a Donetsk, capitale del Donbass e base di potere del presidente uscente Kuchma, dove il genero, Viktor Pinchuk, controlla la Interpipe Corporation e la Ukrobank , la quinta maggiore banca del Paese. Pinchuk ha stretto un patto di ferro con Rinat Akhmetov, l'uomo più ricco d'Ucraina e boss indiscusso di Donetsk, a capo della System Capital Management , un gruppo industrial-finanziario molto diversificato. I due hanno recentemente acquistato a prezzo di saldo le acciaierie Kryvorizhstal , al termine di un'asta pubblica nella quale i concorrenti stranieri, che pure avevano lanciato offerte maggiori, sono stati discriminati.
La Kryvorizhstal , si è detto, è stato il pedaggio che il premier Yanukovich ha dovuto pagare per ottenere il sostegno di Akhmetov. Ma adesso Yushchenko ha dichiarato che uno dei suoi primi atti sarà proprio rivedere la privatizzazione delle acciaierie. A questo punto Akhmetov sarebbe costretto a venire a patti accettando di pagare un prezzo più alto.
A Kiev Viktor Medvedchuk, il capo dell’amministrazione presidenziale di Kuchma, ha tessuto in queste settimane la trama anti-Yushchenko. Medvedchuk è alleato del clan di Hryhorij Surkis, che ha importanti attività finanziarie e possiede la squadra di calcio della Dinamo Kiev . Dopo la vittoria di Yushchenko, è probabile che Medvedchuk continuerà a mettere i bastoni fra le ruote: ma Surkis, si chiedono in molti, da che parte finirà per schierarsi?
UCRAINA: UNA SCONFITTA CHE BRUCIA:Vladimir Putin è molto arrabbiato.
Vladimir Putin è molto arrabbiato.
UCRAINA: UNA SCONFITTA CHE BRUCIA
DI GIULIETTO CHIESA
Vladimir Putin è molto arrabbiato.
Sarà utile che Washington e Bruxelles non sottovalutino questo dato. Il pragmatismo del leader russo ha un limite, e questo limite è stato raggiunto. Forse non ancora superato, ma sicuramente raggiunto. L'Ucraina non è archiviata. La sconfitta di Mosca era ormai inevitabile, ma non tutte le sconfitte danno luogo alla pacificazione tra i contendenti. Janukovic era battuto ancor prima dell’ultimo ballottaggio, ma non era un bluff, come dimostra il 43,77% che ha raccolto. L’Ucraina è divisa in due ed è fin d’ora evidente che - come Janukovic ha già annunciato - come minimo Jushenko dovrà fronteggiare un’opposizione «molto, molto dura». Del resto l’Ucraina che ha vinto le elezioni potrà anche «andare verso Occidente», ma si tratta di desideri. Nella realtà resterà dove l’ha collocata il destino. Con il petrolio e il gas russi che l’attraversano per lungo e per largo. Di cui ha fruito, quasi gratis, in questi anni. A Jushenko - che andrà a Mosca come vincitore, nel suo primo viaggio all’estero - verrà detto senza mezzi termini che adesso, se vorrà andare verso Occidente, dovrà pagare il gas e il petrolio. E Jushenko ha da riscaldare 49 milioni di abitanti, e il problema non potrà essere risolto né da Washington (troppo lontana), né dall’Europa (che si rifornisce anch’essa al Cremlino). L’Ucraina non è la Georgia, e nemmeno l’Estonia.
Perché Putin è davvero arrabbiato, e non è disposto a fare un’altra ritirata strategica. Il suo progetto di una Grande Russia (Russia, Ucraina, Bielorussia, Kazakhstan, Armenia) non sta in piedi senza l’Ucraina. E non lo abbandonerà facilmente. Tirando la corda c’è la certezza di innescare una crisi grave tra la Russia, da un lato, e tutto l’Occidente dall’altro. Anche perché, nel caso ucraino, l’Europa è stata perfino più intransigente degli Stati Uniti nella difesa della «rivoluzione arancione». Quindi è il momento del sangue freddo e del realismo. La crisi ucraina si annuncia ancora lunga e complicata. Pensare che la maggioranza possa decidere senza e contro la minoranza significa sottovalutare le carte che restano nelle mani di Janukovic (e di Putin). L’uscita dalla crisi dovrà essere negoziata, comunque, con Mosca. E con Putin, che è davvero arrabbiato. Appena prima di Natale ce lo ha fatto sapere, con un’inedita e stupefacente chiacchierata di tre ore con un gruppo di giornalisti, russi e occidentali.
Una conversazione senza precedenti in tutta la carriera del capo del Cremlino, in cui il non più sorridente Putin ha sbattuto la porta in faccia al giudice americano che voleva fermare, da Huston, Texas, la vendita della Jukos a una sconosciuta compagnia russa, per la metà del suo valore reale. «Non sono nemmeno sicuro se quel giudice sa dov’è la Russia», ha ironizzato. Non v’immischiate nei nostri affari.
Giulietto Chiesa
Yukos e Ucraina non fermano «zar» Putin
Yukos e Ucraina non fermano «zar» Putin
In tre ore di conferenza stampa il leader del Cremlino ha risposto colpo su colpo. Lodati George W. Bush (uomo «perbene e coerente» e «alleato contro il terrorismo») e il pretendente filo-occidentale alla presidenza ucraina Viktor Yushenko
MOSCA - Tira dritto per la sua strada, dall’ Ucraina al caso Yukos, il presidente russo Vladimir Putin, concessosi oggi a una conferenza stampa di tre ore sui temi più scottanti dell’attualità interna e internazionale. Un incontro dalla durata record nel quale il leader del Cremlino ha tenuto aperta la porta del dialogo - nei confronti di George W. Bush, uomo «perbene e coerente» e «alleato contro il terrorismo», come del pretendente filo-occidentale alla presidenza ucraina Viktor Yushenko - ma non ha mancato di rispondere a muso duro alle critiche.
Parlando a 700 giornalisti russi e stranieri, Putin ha tracciato un bilancio sul 2004 che ha definito «positivo per la Russia» a livello economico e politico, e tuttavia macchiato dall’assalto terroristico di matrice islamico-cecena e dalla strage di innocenti nella scuola di Beslan. Ma che ha anche indicato come «un anno difficile» sull’arena internazionale, «dall’Iraq al Medio Oriente».
Le domande sono state 50 e hanno toccato gli argomenti più disparati: dalla libertà di stampa allo spinoso rapporto con la piccola Georgia e agli ammonimenti contro «il pericolo delle rivoluzioni permanenti» nello spazio ex sovietico.
I toni più accesi hanno riguardato però due dossier in piena evoluzione: quello delle elezioni presidenziali nella vicina Ucraina, a tre giorni dal ballottaggio bis tra il premier filo-russo Viktor Yanukovic e il sempre più favorito oppositore liberale Viktor Yushenko; e quello dell’acquisizione, ieri, da parte della compagnia statale Rosneft di Yuganskenftegaz, la principale filiale del colosso petrolifero privato Yukos, da mesi nel mirino di una controversa offensiva fiscale e giudiziaria che ha portato tra l’altro in carcere il magnate anti-Cremlino Mikhail Khodorkovski. Questioni delicate, al centro entrambe di contestazioni in patria e all’estero, e in particolare di frizioni con gli Usa.
YUKOS: Interpellato un paio di volte sull’argomento, Putin ha difeso a spada tratta la nazionalizzazione di fatto di Yugansk. «Rosneft ha comprato questa società nel pieno rispetto delle regole di mercato», ha tagliato corto, ribadendo di essere convinto che lo Stato debba «uscire da quei settori dell’ economia in cui la sua presenza non sia assolutamente ragionevole». Ma rivendicando anche il diritto a tutelare «i suoi interessi» nella costituzione di un polo energetico pubblico al quale ha associato il gigante del gas Gazprom.
Un disegno che non significa «il passaggio a uno Stato centralista, tanto meno di tipo sovietico», ha precisato più tardi, liquidando i diffusi timori di un draconiano accentramento del potere da parte degli uomini d’ordine del Cremlino provenienti dagli apparati di sicurezza: dalle istituzioni, alle tv, all’economia.
«Come tutti voi perfettamente sapete - ha detto alla platea - le nostre privatizzazioni, che nei primi anni ’90 consentirono a molti attori del mercato di acquisire proprietà statali multimiliardarie, si svolsero con diverse irregolarità e violazioni della legislazione, anche di quella in vigore all’ epoca. Oggi invece lo Stato usa meccanismi di mercato assolutamente legali per garantire i suoi interessi: credo sia del tutto normale».
Quanto all’intervento nella vicenda Yukos della giustizia americana, Putin ha usato l’arma della derisione. «Quando ho letto della sentenza con cui un corte di Houston cercava di imporre alla Russia di rinviare un’asta mi sono stupito, anche perchè dubito che laggiù sappiano persino dove la Russia si trovi», ha polemizzato. Poi, serio, ha definito l’ iniziativa «inccettabile dal punto di vista giuridico» e «scorretta da quello delle relazioni internazionali» poichè in «un rapporto tra pari va rispettata la sovranità di un altro Stato».
UCRAINA: Lo spettro di recenti dissidi con Washington, e con l’Occidente in generale, è aleggiato anche nelle risposte sulla crisi politica in Ucraina. Sostenitore dichiarato finora del filo-russo Yanukovic, Putin ha aperto uno spiraglio nei confronti del rivale Yushenko, ribadendo di avere «un buon rapporto» con lui e di essere pronto a lavorare con «il presidente scelto dal popolo ucraino, chiunque egli sia». Ma lo ha anche avvertito che la Russia - dalle cui forniture energetiche Kiev dipende in modo vitale in attesa di un’ integrazione con l’Ue che il leader del Cremlino giudica nè facile nè imminente - non è certo disposta ad accogliere a braccia aperte l’eventuale promozione nel futuro governo di quegli esponenti radicali dell’opposizione che fanno leva su «slogan antirussi e sionisti» (laddove l’ultimo aggettivo è stato probabilmente un lapsus in luogo di antisemita, imputazione più volte addebitata da Mosca ad alcune frange del nazionalismo ucraino). Putin ha inoltre confermato le sue perplessità per come si è arrivati alla ripetizione del ballottaggio, sull’onda della ’rivoluzione arancionè, dopo l’ annullamento per brogli del voto del 21 novembre favorevole a Yanukovic. Una svolta subita dalla Russia e sostenuta invece con entusiasmo da Europa e America, alle quali Putin è tornato a addossare la pratica del «doppio standard": atteggiamento che consente loro, ha denunciato, di accettare come «buone e democratiche» elezioni non prive di ombre in Afghanistan o in Kosovo - e di progettarle persino in Iraq, dove secondo il presidente russo rischiano di essere «una farsa» - salvo criticarle nella insanguinata Repubblica autonoma russa della Cecenia o nella stessa Ucraina.
Sui rapporti tra Mosca e Kiev, Putin ne ha avute anche per il presidente polacco Aleksander Kwasniewski, che in una recente intervista aveva sottolineato come per gli Usa «una Russia senza Ucraina fosse meglio di una Russia con l’Ucraina». Dichiarazione «scorretta» e «sorprendente» da parte di «un buon amico come Aleksander», ha ribattuto lo zar Vladimir, invitando senza mezzi termini l’uomo di Varsavia a pensare «ai problemi di casa sua», a una disoccupazione tripla e un bilancio dello Stato molto peggiore «rispetto a noi».
«Scorretta» - ha ripreso - anche perchè la Russia postsovietica si è ben guardata dal seguire «uno scenario jugoslavo» e «non vuole annettere nessuno». Ma neppure consente a chicchessia di «limitare la sua possibilità di sviluppare buoni rapporti con tutti i vicini». Chi volesse imporre una tale limitazione, ambirebbe infatti «all’isolamento della Russia». Obiettivo - ha concluso Putin quasi ammiccando - «che non credo sia nei piani della politica degli Stati Uniti: l’anno prossimo ho in programma un incontro con George Bush e certamente gliene chiederò conferma».