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    ANTIMASSONE
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    Post Cosa Succede In Ucraina

    Per capire cosa succede in Ucraina, è necessario – e sufficiente – riaprire il saggio che Zbigniew Brzezinski (1) ha pubblicato nel 1997, con il titolo “Il grande scacchiere” e con un sottotitolo ancora più rivelatore: “L’egemonia americana e i suoi imperativi geostrategici”.

    ECCONE I PASSI RILEVANTI:

    “L’Ucraina, nuovo e importante spazio nello scacchiere eurasiatico, è un pilastro geopolitico perché la sua stessa esistenza come paese indipendente consente di trasformare la Russia. Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. La Russia senza l’Ucraina può ancora battersi per la sua situazione imperiale, ma diverrà un impero sostanzialmente asiatico, probabilmente trascinato in conflitti usuranti con le nazioni dell’Asia centrale, che sarebbero sostenute dagli stati islamici loro amici nel sud”.
    “Ma se Mosca riconquista il controllo dell’Ucraina, coi suoi 52 milioni di abitanti e grandi risorse naturali, oltreché l’accesso al Mar Nero, la Russia automaticamente riconquisterà le condizioni che ne fanno un potente stato imperiale esteso fra Asia ed Europa. La Russia […] si allontanerà sempre più dall’Europa”.
    “Gli Stati che meritano il più forte sostegno geopolitco americano sono l’Azerbaijan, l’Uzbekistan e (al di fuori di quest’area) l’Ucraina, in quanto tutti e tre sono pilastri geopolitici. Anzi è l’Ucraina lo stato essenziale, in quanto influirà sull’evoluzione futura della Russia”.

    PIU' AVANTI, BRZEZINSKI ILLUSTRA IN COSA CONSISTA "L'ESSENZIALITA'" DELL'UCRAINA: SI TRATTA DELL'ACCESSO AI GIACIMENTI PETROLIFERI DELL'ASIA CENTRALE.

    “Per l’Ucraina le questioni essenziali sono il futuro carattere del CIS (Comunità degli Stati Indipendenti, la federazione centrata sulla Russia) e il libero accesso alle fonti energetiche che ridurrebbero la sua dipendenza da Mosca.
    “Di conseguenza, l’Ucraina ha sostenuto lo sforzo della Georgia per divenire la via dell’esportazione del greggio a zero verso Occidente. L’Ucraina ha anche collaborato con la Turchia per indebolire l’influenza russa nel Mar Nero ed ha sostenuto il disegno turco di dirigere i flussi petroliferi dell’Asia centrale verso i terminali turchi”.
    “Né l’Occidente né la Russia possono permettersi di perdere l’Ucraina o il suo passaggio dalla parte dell’avversario geo-economico”.

    Dunque l’Ucraina è il centro delle reti petrolifere che corrono nel corridoio eurasiatico: quella stessa area dove gli Usa hanno, con la scusa della “guerra al terrorismo”, impiantato basi militari permanenti. Esiste persino una legge americana, varata nel 1999 e chiamata “Silk Road Strategy Act” (Legge strategica sulla via della seta) che invita esplicitamente le “nazioni del Caucaso meridionale e dell’Asia centrale” a “stabilire fra loro forti legami politici, economici e militari. E’ inteso che la Casa Bianca “sostiene” gli sforzi in questa direzione. Georgia, Uzbechistan, Azerbaijan, Moldavia e l’Ucraina hanno già costituito un’alleanza militare sotto l’ombrello della Nato, e finanziata militarmente dall’Occidente.
    Naturalmente, lo scopo dichiarato è di “estendere la democrazia” anche lì, identificata con l’”economia di mercato”. Con adeguate “riforme” dettate dal Fondo Monetario, dal WTO e dalla Banca Mondiale. Questi Paesi, poverissimi ed esausti, sperano molto dalla loro cooptazione nel mercato occidentale. Ma ciò che conta per Washington al di là della retorica, è che quell’alleanza da loro voluta sta allo sbocco strategico del greggio e del gas del Caspio, e che l’Ucraina e la Moldavia sono percorse dagli oleodotti diretti ad Ovest.
    E’ evidente che lo scopo finale è tagliar fuori la Russia dai giacimenti del Caspio e di isolarla politicamente per sempre.

    La “profezia” di Brzezinski si rivela così, piuttosto, un piano che gli Usa perseguono con tutti i mezzi, anche i più discutibili. Nel 2003, una “insorgenza democratica” organizzata “spontaneamente” con i finanziamenti della George Soros Foundation (del finanziere ebreo Soros) ha strappato il potere in Georgia a Shevarnadze per consegnarlo ai “liberali” filo-americani. Altre fondazioni “private” americane, come il National Endowment for Democracy, l’International Republican Institute, e purtroppo i think tank tedeschi Konrad Adenauer Foundation (cristiano-democratico) e la Friedrich Ebert Foundation (socialista) stanno da mesi organizzando la minoranza cattolica ucraina, nazionalista e antirussa, facendo attiva propaganda fra la gioventù e mobilitando fondi al candidato filo-occidentale ucraino. Ovviamente anche la Open Society, una fondazione “culturale” di Soros, è della partita.

    Il fatto paradossale è che sia il “filo-russo” Yanukovich, sia il “filo-occidentale” Yuscenko sono burattini del presidente-dittatore ucraino Leonid Kuchma, vecchia volpe dei tempi sovietici (era un gestore del settore missilistico). In realtà, Kuchma ha fatto di tutto per farsi riconoscere da Washington come un docile subalterno. Ha nominato primi ministri approvati dalla Casa Bianca ed ha avviato le “privatizzazioni” richieste dal Fondo Monetario, che hanno provocato il crollo dei redditi medi ucraini a livelli africani. Ma quando a Mosca è andato al potere Putin e la Russia ha cominciato la sua ripresa, divenendo evidente il disastro economico ucraino, Kuchma ha licenziato il premier autore delle privatizzazioni, Victor Yushenko, mettendo al suo posto Victor Yanukovich. Costui, che proviene dall’area industriale dell’Ucraina orientale (dove si parla russo e dove la religione è quella ortodossa) non ha fatto che prendere atto della realtà: che le industrie ucraine sono ancora integrate nel vecchio sistema sovietico e perciò dipendono fortemente dalla Russia come sbocco e come fornitore energetico. Trattate le forniture di greggio russo a prezzi di favore e con nuovi investimenti russi, l’economia ucraina ha conosciuto una ripresa, con il primo aumento di salari e pensioni dopo il crollo dell’Urss.

    Ora, le elezioni. Brogli? Certamente, ma da entrambe le parti, con voti multipli di elettori che hanno usato falsi documenti d’identità, e pesanti interferenze straniere a favore dell’”americano” Yuscenko (2). Il cosiddetto Occidente s’è dimostrato di più facile contentatura per le “libere elezioni” in Afghanistan (anche lì voti multipli) e per quelle, radicalmente falsificate dallo stato d’occupazione, che stanno per celebrarsi in Irak. Il gracidio mediatico a favore della “libertà” ucraina serve solo a far dimenticare il fattore essenziale, rivelato da Brzezinski: è in gioco la sottrazione alla Russia della sua area d’interesse tradizionale. Converrà sottolineare che in questa partita, Mosca non gioca la parte dell’aggressore, ma dell’aggredito. E’ la Casa Bianca che aggredisce, con una fuga in avanti avventurista e, probabilmente, errata. Brzezinski suppone che nell’area si sia creato un vuoto di potere, che l’America può riempire con la sua presunta forza. Se questa valutazione è sbagliata, il rischio è spaventoso: sia Mosca, sia l’Ucraina sono ancora potenze nucleari.



    di Maurizio Blondet




    NOTE

    1)Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, membro influente del Council on Foreign Relations (CFR) e della Commissione Trilaterale, è il grande suggeritore strategico del neo-imperialismo Usa. Gli si devono operazioni come la consegna dell’Iran all’ayatollah Komeini e le mire americane sull’Afghanistan. Il titolo originale del saggio che citiamo qui è: “The Gran Chessboard”.

    2)Yuscenko è sposato con Kateryna Chumachenko, nata a Chicago nel 1945 e membro influente dell’Ukrainan Congress Commitee of America (la lobby ucraina a Washington) ed è stata funzionario del governo di Bush padre. Kateryna ha collaborato attivamente con Brzezinski.
    La massoneria il vero nemico!

  2. #2
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    Predefinito Ucraina

    La massoneria il vero nemico!

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    Wink Putin: «Se vince Yushchenko, lavorerò con lui»

    Durante la visita in Germania il leader del Cremlino afferma una linea pragmatica nei confronti del ballottaggio del 26 nella vicina Repubblica


    Putin: «Se vince Yushchenko, lavorerò con lui»

    Voto in Ucraina, Mosca scarica il filo-russo Yanukovich. E sulla Cecenia apre a una mediazione europea


    DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
    BERLINO - Anche se il suo Natale ortodosso lo celebrerà solo fra due settimane, Vladimir Putin alcuni regalini all’amico Gerhard Schröder e alla moglie Doris li ha portati. Palline per l’albero dipinte a mano, per quest’ultima. Alcune significative aperture politiche, per il Cancelliere.
    Così, il vertice russo-tedesco nello Schleswig-Holstein si chiude all’attivo per Schröder, il quale, a torto o a ragione, può rivendicare i meriti delle novità.
    Che in sostanza sono tre: un’apertura del Cremlino sull’Ucraina, dove ora Putin si dice pronto a lavorare con chiunque dei duellanti vinca la partita; una svolta importante sulla Cecenia, che vede per la prima volta il presidente russo accettare il principio di lavorare «insieme ai partners europei e tedeschi» per una soluzione politica della crisi caucasica e, ultimo ma non ultimo, la promessa dell’appoggio di Mosca alla candidatura tedesca per un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, segno inequivocabile che, fra gli amici Gerhard e Silvio, Vladimir Vladimirovich predilige decisamente il primo, con buona pace degli inviti estivi in Sardegna da parte del premier italiano.
    La minacciosa retorica grande-russa, che per settimane era stata la sua divisa a proposito della crisi ucraina, è sparita dalla bocca di Putin.
    Per amore o per forza, il capo del Cremlino ha accompagnato annuendo platealmente la frase di Schröder sul voto del 26 dicembre a Kiev: «Nessuno deve immischiarsi, entrambi pensiamo che l’esito dell’elezione vada rispettato». «I presidenti vanno e vengono, il popolo ucraino rimane» ha chiosato Putin, che si è sbilanciato perfino in un commento a suo modo positivo sul candidato dell’opposizione, il filo-occidentale Viktor Yushchenko. Rispondendo alla domanda, se una vittoria di quest’ultimo non suonerebbe come una sua sconfitta personale, il leader russo ha detto: «Conosco Yushchenko, così come conosco il suo avversario, l’attuale premier Yanukovich. Anche lui, come Yanukovich, è stato parte della squadra del presidente Kuchma, quindi non vedo alcun problema».
    Dove batta il cuore di Putin, è evidente. Solo Yanukovich garantirebbe infatti gli interessi di Mosca, mantenendo l’Ucraina nella vecchia sfera d’influenza russa. Ma la prospettiva quasi certa della sua sconfitta e il palese errore di calcolo fatto nella prima fase, quando il Cremlino aveva sottovalutato la reazione popolare e occidentale ai brogli organizzati dal suo protetto, suggeriscono ora prudenza e pragmatismo al posto dell’arroganza.
    La novità più grossa del vertice è però quella cecena. Il tema ha occupato buona parte dei colloqui, cui hanno preso parte anche i ministri degli Esteri e degli Interni di Russia e Germania. «C’è una nuova disponibilità russa a collaborare con noi e con gli altri europei, per una soluzione politica nel Caucaso» ha detto al Corriere una fonte diplomatica tedesca, presente al vertice. In conferenza stampa, Putin ha iniziato irridendo i dimostranti che, fuori dal Castello di Gottorf, chiedevano di «fermare la guerra in Cecenia»: «La guerra contro i separatisti ceceni è finita da tre anni, andate in pace e Buon Natale» ha detto il presidente russo in ottimo tedesco, quello imparato a Dresda quando lavorava per il Kgb sovietico. Poi però ha aggiunto: «Questo non significa che non abbiamo problemi in quella regione. Ne abbiamo abbastanza e siamo pronti a lavorare molto apertamente, insieme ai nostri partners in Europa e in Germania».
    Schröder ha confermato di avere discusso con Putin dei modi in cui la Germania e l’Unione Europea potrebbero favorire la ricerca di una «soluzione politica attraverso il dialogo» e appoggiare lo sviluppo economico e sociale del Caucaso, inclusa la Cecenia.
    Sull’Onu il Cremlino dà la sua benedizione alla corsa tedesca per lo status di membro permanente del Consiglio di Sicurezza. L’unica, ovvia cautela posta da Vladimir Putin è che la riforma e la nuova struttura delle Nazioni Unite vengano varate con l’accordo di tutti gli attuali membri permanenti dell’organismo esecutivo.
    E, alla fine, il vertice russo-tedesco prende anche i colori della Storia con l’invito di Putin a Schröder a partecipare al sessantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale il prossimo maggio a Mosca: «Un momento della riconciliazione europea» ha detto il presidente russo.
    La massoneria il vero nemico!

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    Exclamation Ucraina: ipotesi di golpe

    Ucraina: ipotesi di golpe


    Questo articolo in origine avrebbe dovuto (o meglio, potuto) essere pubblicato al piu’ tardi martedi’ 30 novembre 2004 su un quotidiano a discreta tiratura.
    Per problemi oggettivi del giornale si e’ atteso appunto sino al 30 novembre: alla fine purtroppo non è stato pubblicato…
    A questo punto lo metto in circolazione via internet.
    Spero che al di la’ dell’appartenenza politica, chi lo legge possa cogliere aspetti che la propaganda ufficiale tiene più o meno nascosti, o svela ora timidamente, ora al solo scopo di svilire, quando non bruciare la notizia.
    Sugli interessi privati dei nostri governanti in questioni pubbliche si e’ scritto di tutto e di più.
    Sui proprietari meno in vista del potere di informazione e sulle loro frequentazioni di alto livello si dice poco.
    Troppo poco.
    Eppure a pellegrinaggio da gianni agnelli andavano tutti, da fassino, a berlusconi, a prodi, a rutelli…
    Giusto per fare un accenno imbarazzante alla realtà meno pubblicizzata dei rapporti che si consumano “colà dove si puote”, si puo’ ricordare ad esempio l’ antica, forte amicizia fra soros, di cui si leggerà in prosieguo, e carlo de benedetti, attraverso il cui quotidiano (non solo il suo, ma anche quelli dei furono agnelli) si e’ combattuta la grande lotta a favore delle privatizzazioni in italia.
    Nell’ambito della nota vicenda delle privatizzazioni italiane, opero’ un grande amico di soros e di de bendetti, un uomo della banca internazionale goldman sachs, prima attrice nei processi di globalizzazione.
    Un uomo fortemente legato alla multinazionale unilever.
    Un uomo scelto da soros stesso nell’ambito del gruppo che studio’ il piano ultraliberale di smantellamento e di privatizzazione dell’ex unione sovietica, il piano shatalin…
    Buona lettura.




    UCRAINA: IPOTESI DI GOLPE


    GEREMIA, già GERONIMO


    Quali sono, o almeno quali potrebbero essere i profondi canali da cui erompe la crisi violenta che attanaglia l’Ucraina in questi giorni?
    La storia che leggiamo sui quotidiani, a grandi linee è nota a tutti: le agenzie di stampa occidentali conoscevano bene il copione ed andavano spiegando in anticipo sugli spogli elettorali che il candidato vincente sarebbe quasi certamente stato il filo-occidentale Yushchenko, mentre il candidato Yanukovich, uomo legato al Cremlino, avrebbe giocato sporco pur di vincere la partita.
    Quando è scoppiato il bubbone di Kiev, l’opinone pubblica internazionale era già istruita e consapevole: l’uomo di Putin ha barato, lo si sapeva da un pezzo. Il vero vincitore è Yushchenko.
    Nel frattempo la diplomazia statunitense ed europea, le istituzioni del mondo democratico, si affannavano e si affannano a gettare benzina sul fuoco del massacro civile che prende corpo, minaccioso, in Ucraina: si denunciano brogli in stile sovietico, volano accuse, si urla. La democrazia è in pericolo.
    Così monta la rabbia della gente: il Paese è spaccato in due e il solco rischia di diventare frattura; la frattura di riempirsi di sangue.
    Ma se pure i brogli ci fossero stati, perché l’Occidente vuole questa frattura? Forse un bagno di sangue, un sacro macello democratico rappresenterebbe la soluzione degli attuali problemi di Kiev?
    Yanukovich di fronte alla crisi ha detto di non volere spargimenti di sangue: piuttosto si ritira. Forse sono solo parole...
    Però sull’altra barricata Yushchenko non si preoccupa affatto di provocare una guerra civile, anzi, è un po’ che fa di tutto per estendere l’incendio: i suoi collaboratori avevano promesso già prima del ballottaggio - il 20 novembre - che non avrebbero mai accettato un’eventuale vittoria di Yanukovich. Avrebbero comunque fatto uno spoglio parallelo e dichiarato vincitore il loro leader.
    Le stesse fonti giornalistiche che perorano la causa di Yushchenko - le uniche d’altronde che ci vengono propinate - fanno tremare le vene e i polsi. Il Corriere della Sera riferisce che “in buona parte delle urne sono stati effettivamente depositati voti sui quali è scritto il nome di Yanukovich. E ora dimostrare che quei voti sono falsi o sono stati estorti è praticamente impossibile”.
    Insomma, Yanukovich ha vinto, ma ha barato. Ed è talmente chiaro, evidente che ha barato, che è impossibile dimostrarlo…

    La verità è che nelle viscere dell’Ucraina si agitano interessi geopolitici devastanti.
    Yulia Timoschenko, miliardaria che tifa per l’Occidente, sta alla testa del partito nazionalista Porà. E’ lei che infiamma le folle ucraine ribelli, soprattutto gli studenti.
    Una fotografia potrebbe suggerire alcuni spunti: la Timoschenko è stata immortalata mentre con un sorriso fra l’ironico ed il pavido inserisce un garofano nella feritoia dello scudo di uno degli agenti antisommossa che controlla la piazza di Kiev.
    Il garofano… Si direbbe quasi che la rivoluzione dei garofani arancioni che caratterizzano ossessivamente i moti ucraini assomigli tanto alla rivoluzione delle rose del novembre 2003: l’anno scorso il miliardario statunitense George Soros, finanziere tristemente noto per essere uno dei “pescecani” più feroci del globo, aveva foraggiato la rivoluzione delle rose in Georgia. Aveva abbattuto il Presidente Shevardnadze per attrarre la Georgia nell’area di influenza occidentale: occidentalizzare, liberalizzare, mettere sul mercato a prezzi irrisorii le industrie di Stato, è uno degli hobbies preferiti del vecchio magnate. Da vari lustri.
    Non per nulla l’illustre gnomo ed i suoi emuli occidentali odiano Putin, reo di aver spodestato gli oligarchi russi che erano divenuti, con modicissimi esborsi, i veri padroni della Russia post-sovietica.
    Ma torniamo alla rivoluzione floreale georgiana: il rivolgimento era stato studiato nei dettagli ed il partito nazionalista e filo-occidentale (pure qui) di Sakaashvili aveva scavalcato le noiose regole elettorali ottenendo di fatto la vittoria nelle piazze.
    La tecnica era stata eguale a quella dell’Ucraina, eguale quasi come due firme tracciate dalla stessa mano: fiori, pacifismo ostentato, ma sempre sull’orlo di uno scoppio di violenza di massa, avanguardie di studenti nelle strade, notizie martellanti ad eccitare gli animi…
    La strategia di Sakaashvili era stata pianificata in Serbia, grazie alla poderosa assistenza di Soros: il capopopolo georgiano aveva copiato l’Otpor, il movimento di piazza che rovesciò Milosevic. A proposito: l’Otpor, a suo tempo, era stato finanziato da Soros. Il tutto nell’ambito di una complessa strategia geopolitica che di fatto determina l’isolamento della Russia.
    Dopo la vittoria in Georgia, Sakaashvili ha chiamato a sé uno degli oligarchi che si erano arricchiti in Russia ai tempi del crollo del muro di Berlino. Il soggetto, Kakha Bendukize, sta vendendosi la Georgia ed ammette candidamente di essere disposto a vendere tutto tranne la coscienza.
    Quella però si teme che l’abbia venduta già da tempo: forse anche per questo Kakha gode la fama di essere “l’uomo più odiato della Georgia.”
    C’è dunque da scommettere, nel caso in cui in Ucraina dovesse vincere Yushchenko, che anche lì partiranno le privatizzazioni. In tempi brevissimi. Selvagge.

    Insomma, l’impressione che si ha degli avvenimenti in corso è quella di assistere ad un film già visto: è una ripresa che langue immobile, polverosa fra le pieghe dei giornali del passato, o che fluttua libera a spezzoni nel Web.
    Le fonti di questi giorni spiegano poco di ciò che sta realmente accadendo oggi in Ucraina.
    Uno dei filoni di indagine interessanti della rivoluzione ucraina in atto, è quello degli exit pool, cioè dei sondaggi e dei pronostici elettorali sulla cui onda si è mossa la macchina che aveva già condannato in anticipo come falsa e truffaldina la possibile vittoria di Yanukovich.
    Ebbene, in Ucraina esiste una fondazione, l’International Renaissance Foundation, che fornisce - fra le altre attività - exit pool su scala nazionale: l’International Renaissance Foundation - sarà un caso - è solo una delle tante fondazioni di Soros. Il vecchio speculatore usa infatti i propri potenti mezzi per seguire e democratizzare le vicende politiche, economiche ed elettorali dei Paesi dell’Est.
    E in effetti non è un mistero che dietro alle devastazioni economiche ed ai saccheggi di industrie e risorse dell’ex Unione sovietica è facile incappare nel nome di Soros e nell’indirizzo dei suoi onnipresenti istituti, gruppi di lavoro ed impiegati.
    Sarebbe davvero commovente se i quotidiani dell’Alta finanza liberal-socialista - che sono i più “autorevoli” e diffusi quotidiani del nostro Paese - anziché non fornire notizie, o peggio fornire dati depistanti sul finanziere statunitense, approfondissero un poco il tema del ruolo che la Fondazione Soros può avere avuto nel disastro che sta scatenandosi sul popolo ucraino.
    In effetti, già nel maggio del 2004 alcuni membri di spicco del Partito comunista nazionale ucraino avevano puntato i riflettori sulle visite nel loro Paese di Soros e del politologo statunitense Brzezinski, eminenza grigia di lobbies cui appartiene lo stesso Soros.
    “… La visita di Brzezinski non è casuale, esattamente come quella di Soros - disse il comunista Kriuchkov - … Brzezinski vuole influenzare la situazione interna.”
    A giudizio di Kriuchkov lo scopo finale sarebbe stato quello di “portare Yushchenko alla presidenza ucraina… (impiegando a tal fine) qualsiasi mezzo, compresa la più dura pressione politica ed economica.”

    In queste convulse giornate, i sostenitori di Yushchenko - hanno raccontato gli gnomi italici – sono scesi in piazza a migliaia; i minatori che appoggiano Yanukovich, invece, marciavano a centinaia.
    Poi gli gnomi hanno aggiornato le cifre, ma il risultato non cambia: pochi “sovietici” fronteggiano minacciosi l’enorme massa degli ucraini pacifici che guardano al paradiso liberale.
    L’immagine è suggestiva. Suggestiva nel senso che suggerisce l’idea di un vero leader, un mite uomo del popolo, contrapposto ad uno spregiudicato condottiero.
    Se in Italia non fossimo abituati da sempre a vedere piazze sterminate, zeppe di una minoranza furente e vuote della stragrande maggioranza silenziosa, questi numeri potrebbero in effetti suggerirci ciò di cui gli gnomi vorrebbero convincerci.
    Ma la demagogia non è una scienza esatta, per cui i dubbi restano.
    Una cosa è certa: il banchiere Yushchenko, la miliardaria Yulia, gli studenti, quasi tutte le star del rock, della televisione, dello sport, insomma, l’intelleghentia ucraina - come notano compiaciuti i liberalsocialisti nostrani amici di Soros - rappresentano il nerbo della contestazione e dello schieramento liberista e filo-occidentale.
    Pure Sakaashvili, il golpista sorosiano, l’uomo della rivoluzione delle rose, appoggia ufficialmente Yushchenko.
    I minatori invece, quelli sporchi nelle mani e sul volto, stanno dalla parte di Yanukovich.
    Yushchenko a questo punto ha fatto un passo indietro. E’ la tecnica delle rivoluzioni: dopo la travolgente avanzata, un passo indietro serve giusto a dare una vernice di ragionevolezza e di legalità all’intera operazione.
    Il leader filo-occidentale vuole almeno che si rinnovino le elezioni, con l’intervento di osservatori esterni.
    Magari farà da controllore l’Unione Europea assieme agli emissari ed ai colleghi di Soros: perché no?
    D’altronde uno dei più noti collaboratori di Soros sino a poco fa era ai vertici dell’Unione Europea, quella stessa Unione che oggi sta con Yushchenko.
    Di certo, poi, sarà presente l’Osce, nel cui ambito spicca in primissima fila uno dei personaggi che ha proposto quel sistema di falsificazione giuridica e di controllo totale è che il mandato di arresto europeo.
    E’ lecito avere dubbi su come verranno gestite le nuove elezioni?
    Eppure, si obietterà, Yanukovich è un residuato sovietico, un comunista.
    E’ vero, Yanukovich sarà comunista e questo attributo basta ad evocare un mondo, una storia, un orrore… ma a volte - come quando leggi le storie di Guareschi - può capitarti di credere che non sempre i peggiori militino fra i rossi.
    Voci maligne, in effetti, sostengono che i sovietizzanti di credo liberista sappiano essere perfidi.
    I più sottilmente perfidi.

    by Trasea
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  5. #5
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    Arrow Perche’ gli americani sono cosi’ interessati all’Ucraina?

    Perche’ gli americani sono cosi’ interessati all’Ucraina?

    di Jef Bossuyt
    1 dicembre 2004

    Gli strumenti di informazione di massa occidentali parlano dell’esistenza in Ucraina di una “rivoluzione di velluto”, come nell’Europa dell’Est dopo la caduta del Muro di Berlino, nel 1989. Il popolo si esprime, resiste pacificamente e mette fine alla non-democrazia. E’ romantico, certo, ma lontano anni luce dalla verità.

    Dopo l’affondamento dell’Unione Sovietica, nel 1991, le multinazionali europee occidentali e americane hanno stimato che era giunto il momento per quello che Hitler aveva chiamato Drang nach Osten, la conquista dell’Europa dell’Est. All’epoca, il principale stratega americano, l’ex consigliere nazionale alla sicurezza Zbigniew Brzezinski, pubblicava la sua opera “La grande scacchiera”.

    Vi si può leggere: “Senza l’Ucraina, la Russia non è che una grande potenza asiatica. Se la Russia riprendesse il controllo dell’Ucraina, dei suoi 52 milioni di abitanti, delle ricchezze del suo sottosuolo e del suo accesso al Mar Nero, ridiventerebbe una grande potenza che estende il suo controllo sull’Europa e sull’Asia. L’Europa deve rappresentare un trampolino per proseguire l’avanzata della democrazia in Eurasia. Tra il 2005 e il 2010, il principale nucleo della sicurezza in Europa sarà costituito da: Francia, Germania, Polonia e Ucraina. Attraverso un partneriato transatlantico, la testa di ponte americana sul continente eurasiatico dovrà rafforzarsi”.

    Non si possono comprendere correttamente gli avvenimenti di oggi, privandoli del loro contesto: l’Ucraina deve far parte della NATO e non può in alcun caso stringere un’alleanza con la Russia. Brzezinski è andato personalmente ad assistere ai dibattiti parlamentari a Kiev, al fine di spingere l’Ucraina ad avviarsi su questa strada. Non senza successo: nel 1997, il presidente Kuchma firmava a Madrid la carta di partneriato dell’Ucraina con la NATO. Lo stesso anno, l’Ucraina riceveva dagli Stati Uniti 47 milioni di dollari allo scopo di finanziare la collaborazione militare.

    Nel 1997 e 1998, il porto di Odessa ha visto svolgersi la manovra navale “Sea-Breeze”, a cui hanno preso parte navi da guerra ucraine, americane, turche, tedesche, francesi, britanniche, italiane e greche. L’Ucraina ha pure siglato il patto GUUAM, che riunisce Georgia, Uzbekistan, Azerbaigian e Moldavia sotto gli auspici della NATO. L’Ucraina ha anche inviato 1.700 soldati in Iraq, per partecipare alla forza di occupazione.

    Il popolo vuole dei cambiamenti

    Il presidente uscente Kuchma e il suo primo ministro Viktor Janukovic, la cui vittoria alle presidenziali viene oggi contestata, sono stati particolarmente generosi verso le multinazionali occidentali, i dirigenti politici occidentali e della NATO. Ma gli americani (e gli europei) pensano che ciò non sia più sufficiente. E temono un nuovo riavvicinamento tra la Russia, la Bielorussia e l’Ucraina. Tale è la posta delle elezioni presidenziali e della lotta che infuria attualmente.
    Molto tempo prima delle elezioni, Viktor Juschenko aveva annunciato che non avrebbe riconosciuto il risultato…che si sarebbe dichiarato vincitore. Poteva contare su una macchina ben oliata per organizzare la “resistenza popolare”.

    Questa macchina può funzionare con successo, perché il popolo è in collera, scontento e inquieto. Lo smantellamento dell’Unione Sovietica, nel dicembre 1991, non ha portato al popolo ucraino che sofferenze e miseria. Le imprese occidentali hanno inghiottito i migliori bocconi dell’economia, provocando il fallimento della maggior parte dell’apparato produttivo. L’economia è affondata. In dieci anni, la popolazione è passata da 52 a 50 milioni di abitanti.

    All’inizio degli anni ’90, si sono diffuse epidemie di difterite e sifilide. Le medicine provenienti da Mosca non sono più disponibili e quelle occidentali non sono alla portata delle tasche. Il numero di omicidi e suicidi è aumentato, i decessi dovuti all’alcolismo sono raddoppiati. Nelle miniere di carbone privatizzate, i minatori non ricevono più la dotazione di lampade e di attrezzature per la sicurezza. Nel marzo 2000, decine di loro hanno perso la vita in una catastrofe a Krasnodon.

    Gia’ 21 milioni di dollari investiti nella “resistenza popolare”

    Il popolo vuole il cambiamento. Ma in quale direzione? Gli americani hanno creato una macchina che ha il compito di spingere il paese e la gente in direzione di Washington. E, come sempre, ciò si effettua sotto la maschera della “libertà” e della “democrazia”. Questa macchina è il frutto di una collaborazione intensa tra lo Stato americano e il multimiliardario George Soros.

    Lo Stato americano ha mobilitato un certo numero di organizzazioni: il National Democratic Institute (del Partito democratico), l’International Republican Institute (dei repubblicani), USAid (del ministero degli Affari esteri) e l’organizzazione sedicente non governativa Freedom House (1). Tali organizzazioni avrebbero già messo sul tavolo 13 milioni di dollari allo scopo di organizzare la “resistenza popolare spontanea” a Kiev (2).

    Freedom House e il National Democratic Institute hanno fatto in modo che migliaia di “osservatori”, formati e pagati per questo, si appostassero all’uscita dei seggi elettorali, chiedendo agli elettori per chi avessero votato. Questo sondaggio, affermano i nostri “media”, proverebbe che i candidati dell’Occidente avrebbero largamente vinto. E’ stata l’arma principale per far scendere immediatamente migliaia di persone nelle strade e per lanciare così la “resistenza popolare”.

    Il candidato occidentale Juschenko è anche sostenuto finanziariamente e organizzativamente dal multimiliardario George Soros. Costui ha già investito 8 milioni di dollari su Juschenko. In Ucraina, Soros ha creato il Fondo Rinascita. Alla vigilia delle elezioni, questo fondo ha trasferito ingenti somme di danaro a Gromadskje Radio e all’Istituto dei Mass Media. Esso finanzia anche il Sindacato indipendente dei media, diretto da Andrey Schevcenko, il redattore capo di Express Inform, che utilizza cinque catene televisive.

    Le organizzazioni americane e George Soros hanno fatto in modo che migliaia di manifestanti possano essere inquadrati, anche se, all’esterno si registra una temperatura di dieci gradi sotto zero. Essi ricevono da mangiare e, se è necessario, un tetto per alloggiare. Gli organizzatori distribuiscono gratuitamente indumenti pesanti come maglioni, sciarpe, mantelli e guanti foderati.

    Fino ad oggi, americani e filo-americani hanno seguito la via pacifica. E’ la tattica che suscita più simpatia. Ma sarà cambiata, se sarà necessario.
    L’anno scorso, Soros e le organizzazioni americane hanno finanziato il movimento Kmara (“Basta”) in Georgia. I partigiani di Kmara hanno invaso il Parlamento, alcuni armati di rose, ma altri di revolver. Hanno fatto ricorso alla violenza per provocare la caduta del presidente Shevarnadze, e per portare al potere Saakashvili, l’uomo degli occidentali.

    (1)The Guardian, 26/11/04
    (2)ORT-TV, 25/11/04
    La massoneria il vero nemico!

  6. #6
    ANTIMASSONE
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    Ucraina: l'uomo di Washington e la Banca Centrale...




    Per coloro che hanno vissuto in questi ultimi anni lo svolgersi degli avvenimenti in Serbia, l’attuale agitazione in Ucraina ha come un’aria di déjà vu. Come ieri a Belgrado, un’opposizione preparata e stimolata dall’Occidente denuncia un’ipotetica frode elettorale e moltiplica le manifestazioni nella capitale per fare pressione sulle istituzioni e tentare di vincere per mezzo della piazza quello che ha perso alle urne.

    Come non molto tempo fa in Serbia dopo le elezioni contestate, l’affare di Kiev sembra ben pilotato e premeditato per gettare in piazza le comparse e gli attori di una serie televisiva la cui sceneggiatura è stata scritta altrove. Con suoni, colori e telecamere ben piazzate, non è stato difficile radunare dei sostenitori, dare un’impressione di massa e focalizzare l’attenzione del mondo esterno. Quando la stampa anglosassone da il la, ecco immediatamente l’inizio di un’intensa campagna che denuncia i « brogli » e che presenta le stime degli istituti di sondaggio made in USA, i famosi «exit polls», come i veri risultati, e le cifre ufficiali come delle miserabili menzogne. Si nega subito ogni valore ai risultati definitivi della commissione elettorale. Il sotterfugio è stato utilizzato a Tbilisi un anno fa e a Belgrado a più riprese (tra cui nell’ottobre 2000). Appena avviato il processo, ecco lo scatenamento, lo stupro delle masse eseguito per mezzo della propaganda mediatica, l’annuncio della «vittoria» del «candidato filo-occidentale» prima ancora della chiusura dei seggi elettorali. Il metodo è ovunque il medesimo, cambia solo il contesto.

    Tre settimane fa, si è tenuto bell’ex repubblica jugoslava di Macedonia (FYROM) un referendum legale voluto dall’opposizione su un elemento degli accordi di Ohrid, una riforma territoriale che favorisce gli Albanesi. Qui non si può nemmeno parlare di brogli, ma di un sabotaggio totale organizzato dal potere in carica su richiesta della «comunità internazionale». Il giorno del voto, il 20% dei seggi era chiuso, la parte albanese (come d’abitudine, quando il rapporto di forza le è sfavorevole) boicottava lo scrutinio, i media stavano muti e i cittadini erano anche stati minacciati che avrebbero perso il lavoro se vi avessero partecipato. Risultato: il 26% dei votanti e un colpo a vuoto. Questo scandalo elettorale si è accompagnato ad una grossolana manovra: tre giorni prima dello scrutinio Washington riconosceva la FYROM con il nome proibito di Macedonia. Si offendevano i Greci, ma si «salvava la democrazia» facendosi beffe dei famosi «standard mondiali», tanto sbandierati e pretesi altrove. L'Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza, l’OCSE, della quale non si dirà mai abbastanza che è un marchingegno americano, si sprecava in un comunicato secondo il quale lo scrutinio si era svolto normalmente. Quando è in gioco l’interesse americano-occidentale, si dimenticano le «norme democratiche » e gli «standard mondiali», come fossero tante frivolezze (1).

    La guerra dell’informazione precede la guerra tout court

    In Ucraina, dunque, la grande vittima della frode alle presidenziali sarebbe stato il candidato dell’opposizione Viktor Yuscenko. Ex primo ministro ed ex governatore della banca centrale, egli viene presentato come un paladino della democrazia, un «western liberal» , un «western reformer», «well US educated». Un vantaggio: sua moglie, Katerina Shumashenko, di nazionalità statunitense, è stata funzionario al Dipartimento di Stato. Volto scabro e ruvido, in quanto si è tentato di avvelenarlo (Arafat non ha avuto diritto a questa diagnosi…). Di fronte a questo autentico signore, il volgare apparatcik di un’epoca passata, un certo Viktor Fjodorovic Yanukovic, ex affarista e delinquente del Donetsk russofono, «handpicked successor to Soviet-style president», è sul punto, se non s’impone la vigilanza cittadina, di rubargli la vittoria a vantaggio di Vladimir Putin, del nuovo KGB, degli spetsnaz e del Fronte Nero Rosso Verde. Questa insalata è rimasticata, ripetuta senza posa all’opinione internazionale dal secondo turno. Dove si percepisce ancora una volta che quel che conta non è la realtà dei fatti, ma la messa in scena hollywoodiana, la trasmissione istantanea delle immagini e la diffusione reticolare delle «news». A Kiev non ci si esime dall’utilizzare il vecchio trucco dell’accusa proiettata, che in questo caso consiste nel denunciare una volontà di dominio sull’Ucraina, mentre questo è esattamente l’obiettivo degli Stati Uniti e dei loro complici. La requisitoria atlantica vale tanti hamburger quanto pesa: “un exit poll effettuato con questionari anonimi all’interno di un programma finanziato da diversi governi occidentali ha detto che Yuscenko aveva ricevuto il 54 per cento del voto”. Dopo tutto, altri hanno anche affermato che la terra era piatta.

    La velocità è un fattore capitale della «guerra dell’informazione» e, nella prima fase dell’aggressione, è l’elemento decisivo nella propagazione delle false notizie, nella (dis)informazione... L'importante è che l’intossicazione sia un bombardamento intensivo ai quattro angoli del pianeta. Testi, immagini e video sono velocizzati ad un tale ritmo, per cui il nemico deve restare pietrificato, non deve più potere, né lui né i suoi eventuali sostegni, dire una sola parola. Con il massiccio flusso di informazioni ad hoc e il ritmo sfrenato della loro diffusione, si toglie la parola al nemico e gli si nega il diritto di vivere. Non si tratta più, dunque, di informare, ma di impressionare e soggiogare. I pappagalli e signorsì del « resto del mondo » riprendono l’antifona. È così che gli Stati Uniti d’America si sono arrogati il monopolio di designare gli amici e i nemici.

    In questi ultimi anni si è assistito in Ucraina alla nascita di una sequela di thinks tanks, di siti internet, di istituti di sondaggio, di movimenti giovanili, di gruppi rock, di comitati di elettori, di sindacati indipendenti, di radio « libere » (oltre a Radio Free Europe) e anche di sétte, come quell’"open society" incaricata di preparare il terreno di un nuovo "nation building" e di una nuova (contro)rivoluzione dei velluti, delle rose, delle castagne... Appoggiandosi alla numerosa diaspora ucraina negli Stati Uniti e in Canada, sétte virulente si sono messe a proliferare, cercando di sminuire l’influenza della Chiesa ortodossa, a complemento del lavoro di scavo assegnato fin dall’inizio alla Chiesa Uniate. È noto il ruolo svolto dalla Fondazione Soros (un nome che in ungherese significa mascalzone), onnipresente dai Balcani al Caucaso: fermamente avversato in Bielorussia, Soros ha visto recentemente chiudere in propri uffici in Russia. Questo «grande filantropo», che finanzia buona parte delle attività sovversive degli Stati Uniti tra Trieste e il Kamcatka, a fine marzo era presente in Crimea per dare l’ultimo tocco all’operazione in corso (Soros ha le mani in pasta tramite il gruppo Bratstvo). È noto anche il ruolo svolto dal clone dell’Otpor in Serbia, Pora, che da il la alle manifestazioni, dal National Endowment for Democracy-NED, dal Democratic Institute (NDI), dall’International Republican Institute (IRI), dalla Freedom House; ma sono attive anche altre associazioni meno conosciute, come il Committee to Expand NATO di Bruce, K. Jackson (CFR, PNAC e Comitato Chalabi…), Poland America Ukraine Cooperation Initiative (PAUCI). Quest’ultimo, un organismo che agisce tra la Polonia e l’Ucraina, è destinato a formare i quadri e distribuisce danaro nella prospettiva, enunciata da Zbigniew Brzezinski: bisogna fare della Polonia e dell’Ucraina «liberata» l'asse principale della New Europe incaricata di controbilanciare l’asse franco-tedesco, colpevole, al momento della guerra d’aggressione contro l’Iraq, di essersi messo insieme con la Russia. Il PAUCI è finanziato dalla United States Agency for International Development (USAID) ed è amministrato dalla “Freedom House”, secondo quanto dichiara un suo l’opuscolo. «In relazione all’accusa di brogli elettorali, la Freedom House ha chiesto agli Stati Uniti e all’Europa di esercitare pressioni sul parlamento dell’Ucraina a difesa del processo necessario e del voto giusto». La Freedom House ha della bella gente nel suo staff; dalla Jugoslavia all’Ucraina passando per l’Iraq, si ritrovano sempre gli stessi individui: James Woolsey, Kenneth Adelman, Samuel Huntington, Jeane Kirkpatrick, Bill Richardson, Diana Villiers Negroponte, ecc. «Esercitare pressioni», come dicono le brave persone di questi «charitable trusts»…

    I colleghi di William Walker

    Per «accompagnare le elezioni» sono stati montati con l’appoggio della NED e del NDI di Madeleine Albright dei gruppi specifici di « social monitoring » come la Democratic Initiatives Foundation, l’Independant Domestic Committee of Voters of Ukraine (CVU) e lo European Network of Election Monitoring Organizations (ENEMO). La particolarità di questa ONG è che essa si compone di osservatori per lo più originari dei paesi recentemente raccolti nella crociata (anti)terroristica americana e radunati sotto lo striscione della «New Europe». Questi goumiers della democrazia, i 1000 osservatori dell’ENEMO, pretendono di aver sorvegliato 5000 seggi. In tutta questa agitazione, si ritrovano delle vecchie conoscenze, come il senatore dell’Indiana Richard Lugar, «republican head of the US Senate Foreign Relations Committee republican head of the US Senate Foreign Relations Committee», che ha già prestato servizio in Serbia prima e dopo l’ottobre del 2000. L'individuo è talmente anti-serbo, che nel 2002 ha accusato Vojislav Kostunica, allora presidente della RFY, di essere «il continuatore di Slobodan Milosevic». C’è poi il suo collega, il senatore democratico del Delaware Joseph Biden jr., che ha dimostrato, anche lui, di nutrire un interesse tutto particolare per gli Slavi ortodossi. Citiamo infine l’ex commissario speciale di Clinton per i Balcani, Richard Holbrooke, del quale è noto l’accanimento nel sostenere i separatismi anti-serbi, e il clan Brzezinski, l’ideatore del piano globale di smantellamento e di colonizzazione armata dello spazio slavo ortodosso. (2)

    Ma esaminiamo il vero ruolo degli osservatori e di altri verificatori occidentali, in particolare di quegli Americani a cui si dovrebbe credere ad ogni costo, a ovest come ad est. E’ passata completamente sotto silenzio la presenza di altri osservatori, come quelli della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI): zoticoni dalla pessima vista o dotati di pessimi occhiali, perché non hanno osservato le stesse cose. Senza dubbio erano funzionari del «nuovo KGB». Il fatto è che l’acume visivo degli osservatori occidentali, in particolare degli Americani, è eccellente ed il loro valore morale è impareggiabile: l’abbiamo visto in Kossovo, in Irak e in Afghanistan. Si da il caso che una nostra amica, la francese Béatrice Lacoste, divenuta in seguito portavoce della MINUK (UNMIK), abbia fatto parte di quegli osservatori a un metro da William Walker, capo della missione di verifica dell’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (OCSE) nel Kossovo giusto prima dei bombardamenti della NATO e che abbia potuto verificare sul campo l’acume visivo e la moralità di quegli osservatori. «Ero attorniata, ci ha detto di recente, da agenti dei servizi americani e britannici, il personale dell’OCSE ne era pieno». Quei particolari membri dell’OCSE informavano tanto i loro governi quanto i terroristi dell’UCK che ben conoscevano, perché certuni di loro li avevano reclutati e addestrati qualche tempo prima. Prima di filarsela a un fischio di Madeleine Albright, questi operatori mascherati dovevano lasciare all’UCK materiale di comunicazione satellitare del più moderno e ripartire gli incarichi degli obiettivi per gli imminenti bombardamenti. Non è allora da stupirsi che, fin dal primo impatto (per riprendere questa espressione inadeguata), l'Esercito Nazionale Jugoslavo (JNA) abbia scoperto e liquidato proprio alcune dozzine di questi agenti americani e britannici rimasti sul posto e i loro rinforzi venuti dall’Albania. Vestendo uniforme delle forze speciali, costoro erano incaricati di inquadrare l'UCK in previsione dell’attacco di terra e di fare svolgere a quest’ultima lo stesso ruolo dei Curdi o dei mercenari di Chalabi o Allawi in Iraq. Béatrice Lacoste ha vissuto da vicino la montatura di Racak e conferma con il medico legale finlandese Hélène Ranta, con cui ha lungamente conversato, quello che un certo numero di persone, tra cui l’ambasciatore di Francia a Belgrado Keller, sapeva e ha diplomaticamente taciuto: Racak è stata la macabra montatura di un ex agente USA in Salvador e in Nicaragua, promosso generale della Scuola delle Americhe, la SOA fabbrica di assassini. Racak è stato il coronamento mediatico necessario utilizzato per giustificare, presso un’opinione pubblica mondiale ingannata, la sanguinosa barbarie della NATO a partire dal 24 marzo 1999. Come Markale in Bosnia o le “armi di distruzione di massa” in Iraq, l’ipermediatizzato “massacro di Racak” è stato una costruzione da parte individui che hanno agito sotto la copertura degli ispettori dell’OCSE. Queste montature continueranno finché proseguirà il Drang nach Osten dell’imperialismo americano-occidentale. Stando così le cose, oggi non c’è alcuna ragione di credere sulla parola a questi signori osservatori dell’OCSE, dell’ENEMO o di un qualunque comitato ad usum Delphini, in seno ai quali si sono accomodati i colleghi di William Walker in Ucraina.

    Basta consultare una cartina per cogliere l’importanza dell’Ucraina nella grande battaglia in corso per una Russia che ha perduto il suo versante marittimo occidentale dei Paesi Baltici e si trova minacciata dallo zelo atlantista di ex satelliti dell’Unione Sovietica divenuti rabbiosi satelliti degli Americani, come la Polonia, la Romania e la Bulgaria, nonché dall’eventuale ingresso nella NATO, sul fianco sud, di un’Ucraina occidentalizzata.

    La Grande Europa è coinvolta

    Coloro che, Stati Uniti in testa, violano senza vergogna la sovranità e l’indipendenza degli Stati, agitano gli abituali temi della democrazia e dei diritti dell’uomo; ma si sa benissimo che dietro queste parole si nascondono interessi e obiettivi che non hanno niente a che vedere con i discorsi che si sentono: le operazioni ucraine hanno in vista la presa di controllo di una regione perno, assolutamente necessaria per la conquista dell’Eurasia e la distruzione della Russia. Stiamo dunque per assistere, quali che siano i tentativi di conciliazione, le missioni di buon ufficio degli uni e degli altri – aver fatto venire i Walesa e i Kwasniewski è stato di pessimo gusto – e la politica di facciata, ad una sorda battaglia che maschera per gli spettatori la reale natura del braccio di ferro. Quando la facciata crollerà, sarà assai probabile che si vedranno scintillare le lame dei coltelli. Si può sin d’ora già avanzare come ipotesi plausibile la creazione a Est e a Sud di una Ucraina libera e indipendente, se i dissidenti occidentalisti persistono nella loro iniziativa separatista e bellicista. L'Ucraina occidentale perderebbe allora il suo versante marittimo sul Mar Nero, mentre la Crimea e la via degli oleodotti tra l’Est e l’Ovest cadrebbero sotto il controllo “filo-russo”. ...

    L'affaire jugoslavo è stato forse un antipasto, in rapporto a ciò che si sta preparando. Fra la Transnistria e il Caucaso cova il fuoco, con effetti che rischiano di manifestarsi ben al di là di questa regione. Tutta l’Europa, la Grande Europa, è coinvolta. Tutta l'Europa rischia di essere trascinata nel turbine di una guerra che potrebbe essere di ampiezza assai maggiore della guerra jugoslava. È evidente che l'Europa di cui parliamo non ha molto a vedere con quella degli onorevoli di Bruxelles, questa pseudo-Europa il cui attuale rappresentante, il portoghese José Manuel Barroso, ex maoista riciclato nella NATO (sulla linea di Solana e di Fischer), non è nient’altro che il portavoce degli interessi statunitensi. Al seguito di Glucksman, Bruckner e Cohn Bendit, i goyim teleguidati da Washington incriminano e insultano Putin per la legittima difesa della Cecenia contro il terrorismo wahhabita sul suo limes, ma si guardano bene dal condannare i crimini di guerra dell’invasore angloamericano in Iraq. Quando evocano l'Europa, i circoli eurasiatisti pensano evidentemente a tutt’altra cosa che non a questa moscia zona di libero scambio senza volontà politica né capacità di decisione, a questa “integrazione euro-atlantica” che equivale alla nostra disintegrazione continentale. In questa prospettiva, il ruolo assegnato all’Ucraina attualmente sotto attacco consisterebbe nel consentire la giunzione delle colonie americane della «New Europe» con il Caucaso e l'Asia Centrale ed impedire l’unità politica europea, mediante la frammentazione organizzata dell'Eurasia e lo spezzettamento della Russia (come della Jugoslavia).

    Da Vladivostok a Dublino e fino a Montréal e Caraquet-l'Acadie di Philippe Rossillon (nel quadro dell’estensione del campo di lotta e della balcanizzazione dell’America del Nord), oggi il partito europeo, che comprende evidentemente la Russia, possiede un vantaggio: conosce i metodi del nemico. Esso deve essere dunque in grado di contrastarlo sul suo stesso terreno e di impegnare i mezzi materiali e umani necessari al contrattacco. Gli Americani hanno denaro, piani e mezzi tecnici importanti, ma il loro tallone d’Achille è sempre il fattore umano. Basandosi su personale avido e corrotto, di qualità scadente, che sviluppa cattive relazioni con le popolazioni, a cui vogliono imporre i loro difetti mascherati da virtù, essi si vedono ben presto rifiutati dovunque si installino e sono costretti a cambiare in permanenza le loro pedine. Non basta prodigarsi in sedute di formazione e fare del «monitoring elettorale». Ancora, dovrebbero poter reclutare un personale affidabile, con convinzioni profonde e non con interessi sordidi o semplicemente superficiali. Un po’ dappertutto, una grossa parte del denaro distribuito per la «difesa della democrazia» si perde nelle tasche dei collaborazionisti. Il metodo operativo delle forze d'aggressione è noto e le loro reti sono in archivio. Oggi la posta in gioco ucraina è all’altezza delle urla lanciate, in nome della democrazia, dal clero della Nuova Cartagine. È di importanza vitale il contrattacco dell’Eurasia.


    NOTE

    (1) Interesse della Macedonia: è sul suo territorio che deve passare l’oleodotto tra il Mar Nero e il Mare Adriatico secondo il progetto AMBO (Albanian Macedonian Bulgarian Oil Pipeline) che coinvolge grosse imprese americane tra cui Halliburton, lungo il Corridoio n°8. Questo progetto prevede anche altre infrastrutture (autostrade, fibre ottiche, moderni sistemi di telecomunicazioni). Grazie alla guerra d’aggressione contro la Serbia si è costruita in Kossovo la grande base militare di Camp Bondstel a due passi dalla Macedonia dove si addestrano con cura le fazioni. Si mantengono in vita dei poteri che non sono tali e dipendono totalmente dai piani e dall’umore dei « proconsoli ». A cavallo tra diversi paesi ed entità, i capi dei clan albanesi sono particolarmente apprezzati e corteggiati per il loro ruolo di perturbatori. L'Europa di Bruxelles collabora ad occhi chiusi a questa mascherata.

    (2) In questi tempi si sono potuti notare i punti segnati dalla Russia in America Latina, in Brasile e nel Venezuela di Chàvez (legami rafforzati specialmente nel campo delle forniture militari), come in Asia Centrale. In data 12 novembre un teso pubblicato dai Ariel Cohen sotto l’egida diella Heritage Foundation, uno dei più importanti think tanks neocons, definisce la posta in gioco ucraina: «Dopo le elezioni presidenziali ucraine, il Kremlino probabilmente eserciterà una maggiore influenza politica in Ucraina. Gli USA hanno interesse strategico a conservare la sovranità dell’Ucraina e a mantenere in pista il processo democratico». Di conseguenza l’amministrazione Bush dovrebbe:

    · Sostenere i gruppi ucraini impegnati per la democrazia, il libero mercato e all’integrazione euro-atlantica fornendo supporto diplomatico, finanziario e mediatico.

    · Sostenere la sovranità e l’integrità territoriale di tutti gli Stati post-sovietici espandendo la cooperazione attraverso la Partnership for Peace della NATO, i legami militari bilaterali, gli scambi, i programmi train-and equip, e anche con un limitato spiegamento di truppe dove necessario.

    · Espandere il dialogo diplomatico ad alto livello con Mosca sui problemi sotto contenzioso, come l’Ossezia del Sud e l’Abcasia e la presenza USA in Asia Centrale. » Il colore arancione in voga questi giorni a Kiev non è il colore della libertà, ma quello dei prigionieri di Guantanamo e di Abu Ghraib.

    Traduzione di Belgicus

    www.eurasia-rivista.org/
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    Arrow Così la Nazione ucraina è uscita dal mito per entrare nella storia

    Così la Nazione ucraina è uscita dal mito per entrare nella storia

    I più grandi scrittori russi, da Gogol a Bulgakov, sono in realtà nati qui. Anche se oggi vengono considerati stranieri in patria


    Si può dire che in queste ultime settimane l’Occidente europeo ha scoperto l’Ucraina nel senso, però, che essa, per l’Europa di cui è parte, da espressione geografica si è trasformata in espressione geopolitica e da entità astratta è diventata problema attuale, mentre nell’ombra resta tutta la complessità della storia secolare di questa nazione diventata da pochi anni Stato sovrano e dei rapporti che nel corso di un millennio la hanno collegata alla Russia. Le recenti vicende elettorali, che hanno trovato nella piazza centrale di Kiev il loro teatro anche televisivo e nei due candidati alla presidenza, Viktor Yushchenko e Viktor Yanukovich, i loro protagonisti, sono semplicemente il culmine di uno dei capitoli più intensi, e meno noti, della storia europea. Mentre la «questione polacca» ha trovato sempre la debita attenzione nel resto del Vecchio Continente, suscitando le simpatie che ogni anelito all’indipendenza nazionale merita, non così è stato per la «questione ucraina» con le sue non meno legittime aspirazioni a un analogo riconoscimento di libera sovranità.


    MIOPIA OCCIDENTALE - Di questa situazione le ragioni non stanno soltanto in una sorta di miopia politica e culturale europeo-occidentale, ma anche nella particolare situazione storica dell’Ucraina, che negli ultimi tre secoli e mezzo è stata parte integrante prima dell’Impero russo, poi di quello sovietico, con uno status politico assai diverso da quello polacco: se la Polonia rivendicava una sovranità perduta, l’Ucraina ne aspirava ad una da fondare ed edificare.
    Anche culturalmente le cose stavano in diverso modo nei due casi: basti pensare alla notorietà europea di un poeta come Adam Mickiewicz, apostolo di una libera Polonia, e a Taras Scevcenko, poeta nazionale ucraino (1814-1861), che trascorse la sua vita travagliata per lo più fuori dell’Ucraina, in Russia, e la cui poesia, alta espressione dell’anima del suo Paese, risulta così poco traducibile in altre lingue. Paradosso di una cultura che si manifesta anche nel fatto che il più grande e universale scrittore ucraino, Nikolaj Gogol, scrisse in russo e nell’Ucraina d’oggi è tradotto nella lingua locale e considerato tra gli scrittori stranieri. Analoga è la situazione di Michail Bulgakov, nato a Kiev, autore del «Maestro e Margherita» e di uno dei più bei libri («La guardia bianca») ambientato, urbanisticamente e spiritualmente, nella capitale ucraina.
    Eppure la Nazione ucraina non è un mito, anche se viene mitizzata dai suoi nazionalistici fautori più estremi, come è inevitabile, ma non per questo meno deprecabile, in un Paese che da poco vede coronato il suo anelito all’indipendenza e che, ad opera di alcuni attuali suoi ideologi e politologi, crea un’immagine di sé come stato post-coloniale, appena uscito dal dominio sovietico, quasi a quel dominio la sua classe dirigente, che in buona parte è ancora quella attuale, non avesse partecipato, portando anch’essa le responsabilità per i suoi misfatti, abbattutisi in grande misura anche sulla popolazione ucraina.
    Interpretare, come oggi si fa, la storia sovietica come proseguimento dell’Impero russo (zarista) equivale a svisare una realtà storica tragica che ha visto la stessa Russia vittima del totalitarismo comunista, e quindi orbata del suo passato culturale religioso e laico, e per di più trasformata in un simbolo e in uno strumento dell’oppressione del regime nato nell’ottobre 1917 su altri popoli. Ma di questo «svisamento» è responsabile anche la cultura politica e storica russa postsovietica che in generale, pur col suo rinnovamento, non è stata capace di operare sul passato comunista quell’opera di denuncia e demistificazione che, ad esempio, in Germania si è fatta dopo la fine del nazismo. Per cui il periodo sovietico, nonostante la messa in luce dei suoi crimini e disastri, viene sentito come una fase della millenaria storia russa e anzi, in questi ultimi anni, viene recuperato in una nuova sintesi zaristo-comunista, ideologia per nostalgie e velleità neoimperiali.


    NUOVA DIALETTICA INTERNA - Di ritorno da un viaggio a Kiev e in alcuni centri della provincia ucraina, dai colloqui amichevoli con intellettuali ucraini della capitale, ci si rende conto che questi temi e problemi stanno alla base degli eventi di queste ultime settimane e peseranno sui loro ulteriori sviluppi, quale che sia la loro immediata soluzione elettorale. Della «rivoluzione arancione», come viene chiamato dai suoi adepti il movimento pro-Yushchenko («putsch» è invece la definizione che ne dà Yanukovich), si può essere sostenitori o oppositori, ma è chiaro che essa registra almeno un momento altamente positivo: non solo la fine dell’immobilismo sociale e politico del periodo di Kuchma (un analogo del periodo brezhneviano sovietico), ma l’inizio di una nuova dialettica interna che in modo certamente non facile, e non senza rischi, apre una fase di rivitalizzazione dell’Ucraina.


    APPOGGI ESTERNI - Anche se è vero quello che sostengono i sostenitori di Yanukovich, e alcuni osservatori stranieri, cioè che sensibile è stato l’appoggio esterno, americano in primo luogo, sia politico che organizzativo, alla «rivoluzione», indubbio è però che il primo impulso della pacifica rivolta popolare è stata una sana insofferenza per le manipolazioni, non solo nelle urne elettorali, di un potere corrotto e autoritario, non privo di risvolti criminosi, senza di che nessun «aiuto» dall’esterno avrebbe potuto avere tanto successo.
    Del resto anche la parte opposta, quella legata a Yanukovich, ha avuto, oltre al sostegno del potere interno, l’appoggio esterno russo, fatto però in un modo così maldestro da dimostrare che, se di confronto si può parlare, la tecnologia politica americana ha battuto quella di tipo veterosovietico russo, dimostratasi per lo meno inadeguata in una realtà densa di aspirazioni democratiche.


    STORICA CONSORELLA - Se la Russia di Putin ha perso in Ucraina, il fatto più grave è che la Russia forse ha perso l’Ucraina come storica consorella. Yanukovich, indipendentemente da ogni valutazione politica e personale, è non solo l’espressione di specifici interessi di gruppo (tanto che alcuni interpretano l’attuale lotta tra i due candidati come uno scontro tra due clan di potere), ma anche di una reale divisione interna all’Ucraina. È diventato infatti un luogo comune parlare di «due Ucraine», quella sud-orientale «russa» (russofona e cristiano-ortodossa) e quella occidentale, ucrainofona e prevalentemente cattolica di rito greco e, se cristiana ortodossa, legata alla Chiesa facente capo al patriarcato di Kiev, scismatica rispetto al patriarcato di Mosca: distinzione che non va presa alla lettera, essendo variegata e frastagliata la dislocazione delle due tendenze in gioco.
    Queste «due Ucraine» si sono risvegliate entrambe e non ritorneranno presto ad acquietarsi, per quanto naturale sia la ricerca di qualche compromesso tra loro, senza arrivare alla separazione (semmai a una confederazione).
    Gli intellettuali ucraini, anche quelli non sciovinisti, sono risentiti per il modo tendenzioso in cui la Russia (non solo i suoi dirigenti, ma i mezzi di informazione e gli stessi intellettuali) ha trattato la loro «rivoluzione». D’altra parte, quei pochi intellettuali ucraini a Kiev di tendenza antiyuscenkiana deplorano la cosiddetta «rivoluzione» che per loro è una nuova manovra americana, simile a quella operata con successo nel Kosovo, parte di una «normalizzazione» pseudodemocratica in funzione egemonica antirussa e temono una ulteriore «ucrainizzazione» forzata anche linguistica.


    «VIA DA MOSCA» - Un’ottantina d’anni fa uno scrittore ucraino di notevole ingegno, Mykola Chvyl’ovyi, una sorta di nazional-bolscevico che della rivoluzione leninista accoglieva quell’impulso internazionale che vedeva spento in una vera o presunta ripresa del monopolio imperiale russo (morì suicida nel 1933), coniò per la cultura ucraina lo slogan «Via da Mosca», intendendo che il suo Paese dovesse aprirsi al mondo e in particolare all’Europa per uscire dal provincialismo e per sfuggire all’egemonia russa, facendo sì che l'alternativa «Ucraina o Piccola Russia» (titolo di un altro scritto polemico) si risolvesse pienamente nel suo primo termine. Oggi l’Ucraina è finalmente Ucraina, se pure con i problemi e le lacerazioni che conosciamo, e va «Via da Mosca», ma come e dove? E la Russia? È ancora in tempo a riparare i propri errori nei riguardi della nuova Ucraina e a trarre da essi una lezione anche per se stessa.
    La massoneria il vero nemico!

  8. #8
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    Arrow «Temiamo un nuovo nazionalismo»

    VISTO DA MOSCA


    «Temiamo un nuovo nazionalismo»

    Serghej Markov: «Il rischio è una alleanza con gli oligarchi»


    DAL NOSTRO INVIATO
    KIEV - Allora, Yushchenko ha vinto. Chi ha perso?
    «Ha perso in primo luogo l'Ucraina orientale».
    E Putin?
    «Ha perso pure lui».
    Non si nasconde dietro le parole Serghej Markov, uno dei più influenti consiglieri politici del Cremlino e membro della squadra di cervelli spedita da Mosca a Kiev per contrastare la rivoluzione arancione e mettere le ali al candidato filorusso Viktor Yanukovich.
    Se così stanno le cose, quali saranno i rapporti fra la nuova Ucraina e la Russia?
    «È una cosa difficile da dire adesso. Perché il problema che si pone è il seguente: l'Ucraina di domani sarà un Paese democratico? Non è una cosa certa».
    Che cosa intende dire?
    «Beh, la maggioranza della popolazione ucraina è a favore dell'introduzione del russo come seconda lingua ufficiale del Paese. Ma Yushchenko si è dichiarato contrario a questa possibilità. La maggioranza della popolazione è a favore dell'elezione diretta dei governatori locali: ma Yushchenko, di fronte a questa prospettiva, parla di separatismo. La maggioranza della popolazione chiede un rapporto strategico con la Russia: Yushchenko farà in questo modo?»
    Ma se così stanno le cose, come ha fatto Yushchenko a essere eletto?
    «La maggioranza della popolazione si è schierata contro le oligarchie criminali, e ha scelto Yushchenko come simbolo di questa lotta. Ora però il rischio è che si crei una saldatura fra nazionalisti e oligarchi. Bisogna vedere chi dirigerà veramente il Paese. Nell'entourage del neopresidente c’è gente che ragiona come Goebbels: uno di loro ha detto che "quando sento parlare russo metto mano alla pistola"».
    Allora prevede tempesta fra Mosca e Kiev?
    «Se l'Ucraina sarà un Paese veramente democratico questo sarà un fatto positivo anche per la Russia e saranno possibili buoni rapporti».
    La massoneria il vero nemico!

  9. #9
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    Ucraina, la rivincita di Yushchenko

    Il leader dell’opposizione, in testa negli exit poll, si proclama presidente. Kiev in festa


    DAL NOSTRO INVIATO
    KIEV - La rivoluzione arancione ha trionfato. Viktor Yushchenko è presidente, col suggello delle urne e la legittimazione della piazza, mobilitata come mai prima nella giovane storia dell’Ucraina indipendente. Il leader dell’opposizione filo-occidentale, con il 40 per cento delle schede scrutinate, avrebbe ottenuto il 56 per cento dei voti contro il 40 per cento del rivale filorusso Viktor Yanukovich. Anche tutti gli exit poll , ieri sera, lo davano in largo vantaggio. Nella notte Yushchenko si è proclamato vincitore: «Oggi - ha detto ai suoi sostenitori - l’Ucraina inizia una nuova vita politica». E nella piazza dell'Indipendenza di Kiev, cuore della rivoluzione arancione delle ultime settimane, il popolo di Yushchenko ha cominciato a festeggiare fin da ieri sera con canti, luci, slogan e sventolio di bandiere.
    Il voto di ieri, il terzo in poco più di un mese, dopo l’annullamento del ballottaggio del 21 novembre, si è svolto in un’atmosfera tesa ma tutto sommato calma: i seguaci di Yushchenko hanno denunciato irregolarità sparse, ma non tali da mettere in questione la validità della consultazione, avvenuta sotto gli occhi di 12 mila osservatori internazionali: in taluni seggi, il rapporto scrutatori-elettori era addirittura di due a uno.
    Ora il compito del nuovo presidente sarà unificare il Paese: ricondurre a una questa nazione divisa per lingua, storia e fedi. Voluto e votato fortemente dalla parte occidentale dell'Ucraina, Yushchenko dovrà in primo luogo rassicurare le regioni orientali russofone, che hanno assegnato la loro preferenza allo sconfitto Yanukovich. Che ha già promesso ieri sera una «opposizione durissima»: «Non concederemo negoziati - ha detto - ci batteremo in Parlamento».
    Il neopresidente dovrà pure contenere le tentazioni autonomiste della fetta orientale del Paese, in particolare del ricco bacino minerario del Donbass. Un provvedimento già annunciato da Yushchenko a favore dell'Est è una legislazione sul numero degli asili e delle scuole di lingua russa. Altra questione fondamentale è il rapporto con gli oligarchi, quei potenti magnati dell’industria e dell’energia che controllano l’economia dell’Ucraina e che nell’ultimo decennio ne hanno influenzato in maniera determinante il corso politico. Oligarchi che si sono schierati in maggioranza per la continuità e dunque per Yanukovich. Con loro Yushchenko dovrà scendere a patti, ma allo stesso tempo dovrà impegnarsi in uno sforzo per ridimensionarli, se vuole mantenere la sua promessa di far pulizia del regime corrotto del presidente uscente Kuchma.
    Un ultimo, delicato gioco di equilibri e contrappesi vedrà impegnato Yushchenko sullo scenario internazionale. Su questo terreno si ripropone la spaccatura fra le due metà dell'Ucraina: con le regioni occidentali che si aspettano un rapido ingresso nella Nato e nella Ue e quelle orientali che non vogliono rompere gli stretti legami con la Russia. Yushchenko ha già annunciato che il suo primo viaggio come presidente sarà a Mosca: «La Russia sarà sempre il nostro vicino settentrionale, il nostro partner strategico». Ma si è premurato di aggiungere che «la cosa principale è che tali questioni non devono bloccare la strada dell'Ucraina verso l'Unione europea». «L'integrazione europea - sostiene Yushchenko - è una direttrice strategica per l'Ucraina».
    La massoneria il vero nemico!

  10. #10
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    Predefinito IL PERSONAGGIO: Viktor Yushchenko

    Da banchiere centrale che ama le riforme a speranza di una nazione stanca di veleni


    DAL NOSTRO INVIATO
    KIEV - Lui ha cambiato il volto della politica ucraina, ma la politica ucraina gli ha devastato i connotati. Viktor Yushchenko si porta incisa in faccia la sua storia personale e politica: un viso diventato simbolo di una nazione oltraggiata da corruzione, autoritarismo e malgoverno. I cui veleni si sono materializzati nella diossina fattagli inghiottire, che lo ha trasformato da fascinoso politico cinquantenne in un pupazzo butterato.
    In queste settimane le folle e le piazze hanno osannato Yushchenko, scandito il suo nome come un mantra salvifico. «Oggi è il giorno più felice per l'Ucraina», ha replicato ieri il neopresidente.
    Ma lui non nasce trascinatore di popolo, lo diventa suo malgrado, sospinto dalla forza degli eventi. Lui è un tecnocrate, un uomo d'apparato, un servitore dello Stato. Non è un Lech Walesa a o un Vaclav Havel, l'operaio simbolo dell'anti-potere o l'eterno dissidente affinato nelle celle del totalitarismo.
    No, Yushchenko è, o è stato, uomo di potere, uso agli equilibrismi di Palazzo. Solo che ha capito in tempo quando era il momento di abbandonare il Palazzo in rovina e traghettare il suo Paese sull'altra sponda della Storia.
    Il neopresidente ha raccolto il sostegno massiccio degli ucraini occidentali e degli «occidentalisti» in genere, ma lui stesso non è uno zapadenets , come chiamano i nativi dell'Ucraina dell'Ovest: nasce invece nella regione nordorientale di Sumy, al confine con la Russia, in una landa agricola dove invece del russo ufficiale si parla la lingua ucraina.
    Dopo l'università si dà alla finanza, muovendo i primi passi come contabile di villaggio. Quindi entra nella filiale ucraina della Banca di Stato sovietica e lì scala tutta la gerarchia, fino a essere nominato nel 1993 a capo della banca nazionale dell'Ucraina da poco divenuta indipendente.
    Al suo nome di banchiere centrale sono legate le principali riforme monetarie degli anni Novanta, a partire dalla sostituzione dei famigerati «cupony» (più o meno i soldi del Monopoli) con la moneta nazionale, la grivna .
    Guadagnatisi i galloni sul campo, nel 1999 il giovane banchiere viene nominato primo ministro dal presidente Leonid Kuchma. Per l'Ucraina si apre una stagione di riforme economiche: i conti migliorano, salari e pensioni vengono pagati, la corruzione combattuta.
    L'opposizione liberale e nazionalista comincia a scorgere in lui un vessillo da innalzare, Yushchenko diventa l'uomo più popolare del Paese, mentre il regime di Kuchma, ingolfato dagli scandali, si fa sempre più pesante per la pazienza della popolazione. Finché nel 2001 il presidente licenzia Yushchenko e punta tutte le sue carte sui clan industriali dell'est del Paese e sui loro padrini moscoviti.
    Yushchenko è come liberato da un peso: prende la guida dell'opposizione e diventa capo del blocco Nostra Ucraina. Da questa piattaforma Yushchenko avvia quest'anno la campagna per le presidenziali forte di una popolarità incontrastata. Quindi il giallo dell'avvelenamento da diossina. La cloracne, assicurano i medici, è reversibile. E forse Yushchenko da presidente riuscirà a rendere reversibili anche i veleni ucraini.
    La massoneria il vero nemico!

 

 
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