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Non tutti i muri sono crollati.
Quello che negli Stati Uniti d’America divide lo Stato federale dalle Chiese resiste, per fortuna, ancora piuttosto bene.
Si è detto molto su quella frase, “a wall of separation between Church & State”, che sarebbe la prova provata del tetragono secolarismo di cui sono intrise le istituzioni americane, il fondamento stesso della laicità laicista degli Usa. E, normalmente, si aggiunge pure che così è perché così sta scritto nei documenti di fondazione di quel paese, magari nella stessa Costituzione federale.
Ma la verità è un’altra.
Quella frase non sta nella Costituzione federale, Bill of Rights compreso.
Ma nemmeno nella Dichiarazione d’indipendenza.
E neanche nelle Costituzioni dei singoli Stati componenti l’Unione federale nordamericana, né i tredici delle origini, né tutti i rimanenti 37 aggiuntisi uno dopo l’altro lungo più di 200 anni.
La frase compare infatti in una lettera del presidente Thomas Jefferson, datata 1° gennaio 1802.
Solo lì, in una lettera.
Si trattò della risposta di Jefferson a Nehemiah Dodge, Ephraim Robbins e Stephen S. Nelson, rappresentanti dell’associazione dei battisti di Danbury, nel Connecticut, i quali avevano scritto al presidente il 7 ottobre 1801 plaudendo al riconoscimento del diritto alla libertà religiosa sancito dalla legge fondamentale del paese, ma pure stigmatizzando la possibilità d’interpretazioni diverse. Magari malevole.
Insomma, i battisti di Danbury temevano che la neutralità delle istituzioni federali americane in materia di religione potesse finire per trasformarsi in aperta ostilità e su questo chiedevano a Jefferson lumi e chiarimenti.
Presa carta e penna, il presidente li rassicurò citando e glossando il Primo Emendamento alla Costituzione federale:
“Credendo come voi che la religione sia una questione che concerne solamente l’uomo e il suo Dio, che l’uomo non sia tenuto a dar contro ad alcuno della propria fede o delle proprie pratiche religiose, che i poteri legittimi del governo riguardino solamente le azioni e non le opinioni, m’inchino con reverenza suprema di fronte al gesto compiuto dal popolo americano nel suo insieme il quale ha dichiarato che il proprio corpo legislativo non ‘potrà fare alcuna legge che eriga una fede a religione di Stato o che ne proibisca il libero esercizio’, costruendo così un muro di separazione fra Chiesa e Stato”.
Una lettera, dunque.
E per di più scritta per affermare l’esatto contrario di quanto spesso si vorrebbe insinuare agitando fuori contesto una frase monca.
Una barriera invalicabile, non un argine
La versione finale della lettera di Jefferson fu pubblicata da un giornale del Massachusetts circa un mese dopo la sua stesura e per quasi mezzo secolo fu dimenticata.
Nel 1853 ricomparve in una raccolta di scritti jeffersoniani, volume ripubblicato poi nel 1868 e nel 1871. La bozza originale, però, scritta di pugno dal presidente, è conservata nella “Sezione manoscritti” della Library of Congress di Washington con tutte le sue correzioni e le sue modifiche. Rivelatrici.
Nel 1878 venne per la prima volta impugnata nel caso “Reynolds v. Unites States”, quando la Corte Suprema dichiarò “che essa può essere accettata quasi come una dichiarazione autorevole circa gl’intenti e le implicazioni del [Primo] emendamento” alla Costituzione.
Eppure, nonostante la “grande muraglia” jeffersoniana intenda mettere al riparo le fedi dalle incursioni barbariche dello statalismo, il Primo emendamento, che è legge federale (come non lo è la lettera di Jefferson), non parla affatto di muri.
Come non lo fa alcun altro documento o legge federale, nemmeno dopo quella “legislazione nuova” successiva alla Guerra civile che secondo molti avrebbe alterato il senso del dettato costituzionale.
Sta di fatto però che, nel caso “McCollum v. Board of Education” del 1948, con il quale si proibì l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, la Corte Suprema finì per interpretare diversamente: il muro c’è e significa inconciliabilità.
Una novità assoluta.
I primi dissensi a questa linea interpretativa giunsero nel 1962, con il giudice della Corte Suprema Potter Stewart, a cui seguì, nel 1985, il Chief Justice del massimo organo giuridico del paese nordamericano, William H. Rehnquist.
Il manoscritto originale della lettera jeffersoniana, conservato dalla Biblioteca del Congresso, è stato peraltro studiato in profondità solo pochissimi anni fa e opportunamente decrittato grazie alle perizie dell’Fbi.
Sul bollettino informativo della Library ne ha parlato diffusamente (giugno 1998) James H. Hutson, direttore della “Sezione manoscritti” e curatore della mostra “Religion and the Founding of the American Republic”, svoltasi proprio alla Biblioteca fra giugno e agosto 1998.
Ora, lungi dall’essere una mera risposta di cortesia, breve, affrettata e buttata lì, la famosa lettera di Jefferson del 1802 è frutto di profonda elaborazione.
Anzitutto, per motivi ignoti, la lettera dei battisti di Danbury del 7 ottobre 1801 raggiunse il presidente solo il 30 dicembre. Jefferson vergò allora subito una prima risposta, ma la volle sottoporre al giudizio del ministro delle Poste Gideon Granger del Connecticut e al ministro della Giustizia Levi Lincoln del Massachusetts, vale a dire i soli due rappresentati del Partito Democratico-Repubblicano (come, curiosamente, si chiamava allora il partito del “sudista” Jefferson) che in quell’Amministrazione provenissero dalla “nordista” e yankee (e religiosamente legata alle denominazioni protestanti non-conformiste) Nuova Inghilterra, a cui apparteneva anche il Connecticut dei battisti di Danbury.
Granger rispose al presidente il giorno dopo, 31 dicembre, e il 1° gennaio, Jefferson prese nota anche dei suggerimenti di Lincoln, modificò la lettera, la firmò e la inoltrò.
Azione fulminea, come la semplice considerazione delle date dello scambio epistolare fra i battisti di Danbury e il presidente non lascia invece intendere. A Jefferson premeva rispondere e dare quella risposta.
Il formaggio “scorretto” dei battisti
Il presidente intese fugare ogni dubbio circa quanto deciso dal Congresso con il Primo Emendamento e lo fece nello stesso spirito con cui già aveva scritto lo “Statute Establishing Religious Freedom”, varato in Virginia nel 1786. Nella lettera del 1802 egli parafrasò pure un passaggio del suo famoso “Notes on the State of Virginia”, che alla vigilia delle elezioni del 1800, vinte da Jefferson, era stato utilizzato dai suoi avversari politici, i Federalisti, per denunciarne il presunto ateismo.
Ateo, però, Jefferson non lo era affatto. E’ stato definito deista, ma la formula è così vaga da risultare poco utilizzabile. Certamente, l’idea di cristianesimo che egli nutriva era però molto poco ortodossa.
Fa testo il suo “The Life and Morals of Jesus of Nazareth Extracted Textually from the Gospels”, più comunemente noto come “The Jefferson Bible”, ossia una operazione di taglia e cuci che sembra più Friedrich Nietzsche odiatore del san Paolo primo teologo che non il Vangelo.
Ma Jefferson era pure un attento osservatore e conoscitore del proprio mondo, anzitutto la Virginia, poi gli Stati Uniti interi. Sapeva benissimo quanto la religione contasse per gli americani e sempre si guardò dall’affermare il contrario.
Decisamente fu il più illuminista, il più francisant e francisé fra i Padri fondatori, ma fu pure un fiero assertore di quello spirito “sudista”, giusnaturalista e confederale che in America settentrionale è una importante fattispecie del conservatorismo.
Anzi, da Jefferson si è originata pure una “Destra jeffersoniana” che ha attraversato tutta la storia degli States e che è giunta da un lato ai “reazionari” degli anni Trenta (Allen Tate, Donald Davidson, Robert Penn Warren, ma anche alla “seconda generazione” dei Cleanth Brooks, Richard M. Weaver e Flannery O’Connor), dall’altro all’“eretico” Ezra Pound.
L’occasione della lettera che Jefferson scrisse ai battisti di Danbury nel 1802 fu dunque prettamente politica.
Rispondere indirettamente ai Federalisti che lo accusavano di rivoluzione e di miscredenza, accusando a propria volta quel partito di tirannia; una tirannia in cui una Chiesa di Stato federale violatrice del pluralismo religioso statunitense sarebbe stata un ottimo strumento di potere.
Come ha acclarato la perizia dell’Fbi, infatti, la prima bozza della lettera del 1802 utilizzava un linguaggio che ai Federalisti, arroccati soprattutto nella Nuova Inghilterra, sarebbe risultato oltremodo duro: parlava addirittura di un “muro di eterna separazione fra Chiesa e Stato” e definiva polemicamente il mandato presidenziale come “meramente temporale”.
Ma, se i consigli di Granger gettarono benzina sul fuoco, quelli di Lincoln attenuarono i toni. Ne derivò la versione finale della lettera, quella resa pubblica, più sobria e capace di resistere nei secoli oltre le faide politiche dell’epoca.
Sia come sia, Jefferson fece comunque fatica a scrollarsi di dosso il sospetto di empietà.
Fino a che proprio quell’indaffarato Capodanno del 1802 non produsse una conciliazione pratica, all’americana, della questione, sigillo perfetto per un testo che fu eminentemente politico (e non teoretico), ma che pure ebbe, e ancora ha, forti implicazioni sul piano dei princìpi.
Il famoso predicatore John Leland, manco a dirlo battista, si presentò quel giorno alla Casa Bianca recando in omaggio una enorme forma di formaggio da 1235 libbre, lavorata dai suoi parrocchiani di Cheshire, nel Massachusetts.
Un formaggione grosso, grasso e pieno di grassi.
Non temendo i preti nemmeno se battisti e quando recano in dono del caglio di vacca, Jefferson accettò di buon grado quella bomba a orologeria per la circolazione sanguigna.
La conciliazione nazionale fu cosa fatta.
Leland, uno dei più noti difensori americani della libertà religiosa, aveva precedentemente accettato l’invito a predicare alla Camera dei deputati il 3 gennaio. Se il battista poteva liberamente predicare su suolo pubblico federale, Jefferson poteva liberamente e pubblicamente recarsi in chiesa.
Cosa che fece appunto quella stessa domenica 3, due giorni dopo aver salutato, compiaciuto e per iscritto, il “muro di separazione fra Stato e Chiesa”.
Jefferson fu presidente per due mandati, cioè fino al 1808; e in chiesa ci andò pubblicamente di continuo. Sotto le sue Amministrazioni, eretto il muro di separazione, le più diverse confessioni cristiane poterono liberamente officiare il culto religioso in edifici pubblici, che pure ospitarono liturgie eucaristiche lunghe quattro ore. No problem.
Vade retro Establishment
Jefferson e il suo muro di separazione sarebbero però nulla se non vi fosse stato il Primo Emendamento alla Costituzione federale, entrata in vigore il 4 marzo 1789.
Il “Bill of Rights”, la carta dei primi dieci emendamenti, fu approvato il 15 dicembre 1791 durante il procedimento di revisione costituzionale.
E’ un aspetto dell’ampiamente (e giustamente) celebrato spirito del check and balance proprio alle istituzioni federali americane. Molto più, dunque, che un compromesso.
Il testo costituzionale, infatti, ratificato dalla maggioranza degli Stati dopo mesi e mesi di lavoro in cui si susseguirono scrittura, dibattito e discussioni pubbliche, venne subito giudicato troppo centralista dai cosiddetti Anti-Federalisti.
Costoro prendevano nome per contrapposizione ai Federalisti, i fautori di un esecutivo forte, giudicati centralisti (il governo federale è negli Usa il governo centrale).
Gli Anti-Federalisti, che pretendevano di essere i veri federalisti, erano i paladini dei diritti dei singoli Stati dell’Unione che si sentivano minacciati dal centralismo statalista. Gravitavano in genere attorno al pensiero jeffersoniano e finirono per dare poi vita al Partito Democratico fondato da Jefferson nel 1792 il quale in seguito, nel 1798, mutò nome in Partito Democratico-Repubblicano.
Il “Bill of Rights” non fu esattamente quanto gli Anti-Federalisti avrebbero voluto per bilanciare il temuto centralismo della Costituzione, ma ne soddisfece comunque ampiamente le esigenze. Su di esso è del resto riconoscibilissimo il marchio dell’Anti-Federalista virginiano George Mason, ma pure l’impronta del Federalista, altrettanto virginiano, James Madison.
Mason era colui che aveva redatto la bozza della prima Costituzione dello Stato della Virginia, la quale conteneva una ben nota Dichiarazione dei Diritti da cui Jefferson trasse ispirazione per la Dichiarazione d’indipendenza del 1776.
Inviato come delegato alla Convenzione di Filadelfia del 1787 che scrisse il testo costituzionale, una volta tornato in Virginia guidò il movimento anticentralista che si opponeva alla ratifica della Costituzione e si adoperò per il varo dei primi dieci emendamenti, tanto da guadagnarsi il titolo di “Padre del Bill of Rights”. Madison fu autore con Alexander Hamilton – fiero avversario di Jefferson – e con John Jay de “Il federalista”, la raccolta di 85 saggi tutti firmati “Publius” che i giornali americani pubblicarono fra 1787 e 1788 a difesa della Costituzione federale.
Fu poi presidente per due mandati, dal 1808 al 1816. Il “Bill of Rights” elenca dunque i diritti spettanti ai singoli Stati dell’Unione (non ai singoli cittadini) e li rivendica rispetto al governo federale le cui prerogative sono stabilite nella Costituzione. Sancisce quanto compete agli Stati e limita il governo centrale.
Il Decimo Emendamento dice che tutti i poteri non espressamente delegati al governo federale competono ai singoli Stati e ai cittadini.
E il Primo Emendamento riguarda anzitutto la religione:
“Il Congresso non potrà fare alcuna legge che eriga una fede a religione di Stato o che ne proibisca il libero esercizio”.
Poi prosegue sulla libertà di stampa, di parola e di riunione.
Diverse traduzioni italiane correnti del testo scorrono un po’ come acqua fresca su quel termine particolare, e quasi idiomatico, che sta nell’originale inglese: “establishment of religion”.
Significa “erigere per legge una confessione religiosa a Chiesa dello Stato”, non semplicemente “riconoscere una religione”.
Vi è qui tutto il peso dell’ascendente britannico, dove la Chiesa di Stato, una Chiesa nazionale il cui capo supremo è la Corona, è detta ancora oggi “The Establishment”, la fusione stessa fra Chiesa e Stato in cui gli arcivescovi di Canterbury e di York e altri 24 vescovi diocesani siedono di diritto nella non elettiva Camera dei Lord.
Uno dei più noti patrioti americani, il tre volte governatore della Virginia Patrick Henry, affermava che l’unico lume da lui conosciuto per guidare i propri passi era quello dell’esperienza e che non è possibile giudicare il futuro se non tesaurizzando il passato.
Ecco, gli statunitensi, figli dell’esperienza storica britannica, formularono in termini storici britannici il divieto intimato dal Congresso alle istituzioni di erigere a Chiesa di Stato federale
una delle numerose confessioni religiose presenti sul territorio nazionale a danno delle altre.
Uno specchio della natura religiosamente composita degli Stati Uniti; un esempio di realismo e di rispetto, non di eguaglianza generica e latitudinaria.
continua




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