Al direttore - Sembra, quella del centrosinistra, la crisi di un negoziato di potere mentre altro non è che una crisi profonda delle ragioni politiche di quell’alleanza e del progetto che la incarnava. Un progetto costruito nel laboratorio delle timidezze e delle omissioni che pensava di sostituire un processo politico imperniato sulla rivisitazione storica dell’esperienza della sinistra italiana con l’artifizio di un nuovo puzzle partitico che metteva insieme ciò che insieme non poteva stare.
Lo slogan “Uniti nell’Ulivo” non può né poteva essere la strada lungo la quale formare un nuovo partito riformista mettendo insieme D’Alema e De Mita, Rutelli e Boselli.
Chi lo ha pensato, come il professore Romano Prodi, ha solo dimostrato di conoscere poco la politica e d’ignorare che essa si vendica di chi l’offende.
E l’offesa maggiore per la politica è ignorare le sue ragioni culturali e il radicamento che c’è nelle coscienze dei militanti e degli elettori delle grandi culture politiche che ancora oggi governano l’Europa.
Insomma, tanto per intenderci, D’Alema e Fassino sono ancora comunisti sino a quando non si dichiareranno convintamente socialisti e De Mita e Marini sono ancora democristiani anche se militano in questo contenitore floreale che è la Margherita. Comunista, socialista democristiano non sono termini solo ricchi di storia passata. Sono parole che ancora oggi insieme a passioni civili, evocano visioni politiche diverse sul terreno della democrazia, delle istituzioni, dell’economia e delle grande questioni sociali e ambientali.
L’avere immaginato di poter annullare tutto questo e mettere tutti in un calderone battezzandolo con il nome di partito riformista è l’illusione tecnocratica che il duo Prodi-Parisi, e dietro di loro il nucleo forte dell’azionismo elitario, ha coltivato per anni contrabbandandola per nuova politica a fronte del populismo proprietario di Silvio Berlusconi.
E, invece, quella illusione non era altro che un’interpretazione più sofisticata e meno sanguigna, più fredda e più cinica del vento dell’antipolitica che ha funestato l’Italia in questi anni e di cui Berlusconi era l’altra faccia, più popolare e un po’ peronista, ma certamente più libera e aperta dei suoi avversari.
E il motivo di questa differenza sta nel fatto che Berlusconi è nato con quell’antipolitica che non ha né generato né voluto, mentre nello schieramento avverso il professionismo politico della sinistra è stato messo scientemente al servizio dell’antipolitica.
Di qui la genuinità, qualche volta anche imbonitrice, di Berlusconi. Di là invece un sistema che affonda le radici in una concezione elitaria del potere e della politica che trascina con sé spunti autoritari che trovano poi la loro massima celebrazione nella visione giustizialista della società italiana.
Ecco dunque il groviglio di contraddizioni che ha fatto saltare il banco del centro-sinistra a cominciare dal fallimento del progetto del nuovo partito riformista.
A tutto ciò si aggiunge la diversa visione che in politica estera, sulla legge elettorale e sulla politica economica hanno le forze che compongono la cosidetta Grande alleanza democratica. Sbaglierebbe chi pensasse, dunque, che il problema sono le candidature alle regionali. O, per meglio dire, sbaglierebbe chi pensasse che con un’accordo sul versante del potere si potrebbe risolvere una crisi che è politica e irreversibile.
Il potere avulso dalla politica è poco più che nulla, così come una politica avulsa dall’identità dei singoli partiti che compongono un’alleanza stenta a decollare perché vengono a mancare quelle coordinate di fondo sulle quali, poi, è possibile trovare un minimo comune denominatore.
E’ tempo allora che ciascuno riprenda il proprio cammino e ridiscuta la propria collocazione lungo la strada della ricomposizione culturale e politica di aree omogenee per storia, sensibilità, e blocchi sociali di riferimento.
Per fare questo c’è bisogno di coraggio battendo quella stupida cultura che parla di voltagabbanismo non riuscendo a comprendere che in politica le alleanze si giustificano solo se sono funzionali a obiettivi programmatici comuni e se si alimentano con sensibilità e visioni compatibili e componibili fra loro.
Il concetto di fedeltà più volte sbandierato altro non è che il disvalore mascherato da lealtà in un sistema politico autoritario dove al posto del confronto e della partecipazione democratica s’invoca, per l’appunto, il valore salvifico della fedeltà ad una leadership o a uno schieramento.
Oggi il re dell’antipolitica è nudo svestito come è stato dalle proprie contraddizioni.
Non cogliere questo momento per iniziare una nuova stagione politica sarebbe un delitto imperdonabile.
Paolo Cirino Pomicino su Il Foglio
saluti




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