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Discussione: Ulivo addio

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    Predefinito Ulivo addio

    Al direttore - Sembra, quella del centrosinistra, la crisi di un negoziato di potere mentre altro non è che una crisi profonda delle ragioni politiche di quell’alleanza e del progetto che la incarnava. Un progetto costruito nel laboratorio delle timidezze e delle omissioni che pensava di sostituire un processo politico imperniato sulla rivisitazione storica dell’esperienza della sinistra italiana con l’artifizio di un nuovo puzzle partitico che metteva insieme ciò che insieme non poteva stare.
    Lo slogan “Uniti nell’Ulivo” non può né poteva essere la strada lungo la quale formare un nuovo partito riformista mettendo insieme D’Alema e De Mita, Rutelli e Boselli.
    Chi lo ha pensato, come il professore Romano Prodi, ha solo dimostrato di conoscere poco la politica e d’ignorare che essa si vendica di chi l’offende.
    E l’offesa maggiore per la politica è ignorare le sue ragioni culturali e il radicamento che c’è nelle coscienze dei militanti e degli elettori delle grandi culture politiche che ancora oggi governano l’Europa.
    Insomma, tanto per intenderci, D’Alema e Fassino sono ancora comunisti sino a quando non si dichiareranno convintamente socialisti e De Mita e Marini sono ancora democristiani anche se militano in questo contenitore floreale che è la Margherita. Comunista, socialista democristiano non sono termini solo ricchi di storia passata. Sono parole che ancora oggi insieme a passioni civili, evocano visioni politiche diverse sul terreno della democrazia, delle istituzioni, dell’economia e delle grande questioni sociali e ambientali.
    L’avere immaginato di poter annullare tutto questo e mettere tutti in un calderone battezzandolo con il nome di partito riformista è l’illusione tecnocratica che il duo Prodi-Parisi, e dietro di loro il nucleo forte dell’azionismo elitario, ha coltivato per anni contrabbandandola per nuova politica a fronte del populismo proprietario di Silvio Berlusconi.
    E, invece, quella illusione non era altro che un’interpretazione più sofisticata e meno sanguigna, più fredda e più cinica del vento dell’antipolitica che ha funestato l’Italia in questi anni e di cui Berlusconi era l’altra faccia, più popolare e un po’ peronista, ma certamente più libera e aperta dei suoi avversari.
    E il motivo di questa differenza sta nel fatto che Berlusconi è nato con quell’antipolitica che non ha né generato né voluto, mentre nello schieramento avverso il professionismo politico della sinistra è stato messo scientemente al servizio dell’antipolitica.
    Di qui la genuinità, qualche volta anche imbonitrice, di Berlusconi. Di là invece un sistema che affonda le radici in una concezione elitaria del potere e della politica che trascina con sé spunti autoritari che trovano poi la loro massima celebrazione nella visione giustizialista della società italiana.
    Ecco dunque il groviglio di contraddizioni che ha fatto saltare il banco del centro-sinistra a cominciare dal fallimento del progetto del nuovo partito riformista.
    A tutto ciò si aggiunge la diversa visione che in politica estera, sulla legge elettorale e sulla politica economica hanno le forze che compongono la cosidetta Grande alleanza democratica. Sbaglierebbe chi pensasse, dunque, che il problema sono le candidature alle regionali. O, per meglio dire, sbaglierebbe chi pensasse che con un’accordo sul versante del potere si potrebbe risolvere una crisi che è politica e irreversibile.
    Il potere avulso dalla politica è poco più che nulla, così come una politica avulsa dall’identità dei singoli partiti che compongono un’alleanza stenta a decollare perché vengono a mancare quelle coordinate di fondo sulle quali, poi, è possibile trovare un minimo comune denominatore.
    E’ tempo allora che ciascuno riprenda il proprio cammino e ridiscuta la propria collocazione lungo la strada della ricomposizione culturale e politica di aree omogenee per storia, sensibilità, e blocchi sociali di riferimento.
    Per fare questo c’è bisogno di coraggio battendo quella stupida cultura che parla di voltagabbanismo non riuscendo a comprendere che in politica le alleanze si giustificano solo se sono funzionali a obiettivi programmatici comuni e se si alimentano con sensibilità e visioni compatibili e componibili fra loro.
    Il concetto di fedeltà più volte sbandierato altro non è che il disvalore mascherato da lealtà in un sistema politico autoritario dove al posto del confronto e della partecipazione democratica s’invoca, per l’appunto, il valore salvifico della fedeltà ad una leadership o a uno schieramento.
    Oggi il re dell’antipolitica è nudo svestito come è stato dalle proprie contraddizioni.
    Non cogliere questo momento per iniziare una nuova stagione politica sarebbe un delitto imperdonabile.

    Paolo Cirino Pomicino su Il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Vittime del moralismo

    Alla fine, per disperazione, troveranno la quadra e daranno a Prodi o a un altro questo mandato da segretario generale dell’Onu che è ormai la guida della Gad o della Fed, ultime sigle impazzite della crisi del centrosinistra.
    Ma non avranno risolto il problema tipico della politica: chi comanda? E il prodotto non sarà credibile.
    Non riuscirono a risolverlo nel ’96, il tutto sommato semplice teorema del potere, quando a comandare erano almeno in due (D’Alema e Prodi) e ne risultarono tre presidenti del Consiglio,
    un candidato alle elezioni politiche che non era uno dei tre, la disseminazione dei contrasti e la eterna, feroce, subdola battaglia dei capi, che dura ancora sette anni dopo.
    Né lo risolveranno mai, il problema della politica, finché resteranno imprigionati nel linguaggio e nella logica del moralismo, con il mito novecentesco dell’unità popolare tradita da leader che non sanno accogliere l’impulso mistico della folla.
    L’Ulivo e la Fed e la Gad sono nomi consumati che stanno per partiti, coalizioni di partiti fatte di interessi, nomenclature, culture, spinte politiche legate alla materialità della storia: comunisti, post-comunisti, comunisti rifondati, socialisti, democristiani di sinistra, girotondini, magistrati d’assalto e soprattutto la nota lobby, quella dell’editore e finanziere Carlo De Benedetti, che vuole dettare le regole e gli esiti della partita attraverso il suo giornale omnibus del politicamente corretto.
    E’ appunto l’Onu o forse l’Unesco, un luogo in cui le burocrazie transpartitiche si contendono il potere a colpi di idealità, ma trovano sempre un potere debole, revocabile a piacere dalle diverse nazioni politiche titolari di diritti sovrani e di veto.

    E’ un caso unico al mondo, questo del centrosinistra italiano senza testa.
    Blair vive la politica dando battaglia, prima ha eliminato il vecchio Labour party, poi ha sfidato su tutto, dalla guerra alle tasse universitarie, la sinistra residua, e duella con Gordon Brown per la successione nella comune consapevolezza che si comanda uno per volta.
    Schröder ha fatto fuori Oskar La Fontaine, e il suo patto con Joschka Fischer si regge su una divisione dei ruoli determinata da chi ha la maggioranza dei voti.
    Anche i socialisti francesi litigano sulle cose che contano, per esempio l’Europa, e alla fine salterà fuori una leadership presidenziale.
    Solo nel nostro centrosinistra si agita ancora il fantasma idealista dell’unità senza contenuto, senza battaglia, senza scelta, unità burocratico-popolare in cui tutti devono trovare posto e al posto di comando non deve esserci nessuno.
    E’ chiaro che queste crisi tendenzialmente infinite sono il portato della nostra storia anomala, ma è anomala anche la storia di Berlusconi e della sua coalizione, dove alla fine, monarchia o repubblica, chi guida lo si sa.
    Se rinunciasse alla sua superiorità antropologica, goffamente riassunta nella formula
    “noi non abbiamo padroni”,
    il centrosinistra troverebbe una competitività politica.

    Ferrara su il suo Foglio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Dopo la rissa

    E’ impossibile sostituire Prodi. Però ci sarebbero anche Monti e Veltroni.
    E perché no Montezemolo?

    Roma. “Trovate un altro candidato – ha detto Romano Prodi – e io mi faccio da parte”.
    Figurarsi se quelli del centrosinistra, ormai stremati dal Professore, non ci hanno fatto un pensierino.
    Anzi due. Persino tre.
    Ma quasi tutti, alla fine, allargano le braccia: non si può.
    O almeno, per ora non si può.
    Perché, dopo le regionali… “La crisi c’è, non c’è dubbio, il motore è inceppato – confida Clemente Mastella –. O la coalizione si trasforma in alleanza vera che vale fino al 2011, oppure meglio lasciare. Prodi deve fare il leader, e un leader deve avere pazienza con gli alleati. Pazienza e tolleranza. Qui invece sembra tutto acquisito, ma garanzie non ce ne sono”.
    Il leader dell’Udeur, uno dei tanti fronti aperti nella coalizione, sbuffa e promette: “O un chiarimento vero o dopo Natale ci sarà la rottura definitiva. D’Alema dice che non posso avere la Basilicata perché ho l’uno per cento dei voti? Beh, il mio uno per cento gli ha consentito di diventare presidente del Consiglio”.
    Ma lo scontro sulla presidenza lucana è nulla, in confronto a quello che ormai appare fuori controllo tra Rutelli e Prodi.
    “Una frase terribile, quella di Prodi sul sangue – annota il diessino Peppino Caldarola –. E peggio ancora, l’accusa all’intero gruppo dirigente della Margherita di intelligenza con il nemico.
    Difficile sanare una ferita del genere”.
    Difficile, ma ieri – anche se ormai nella Margherita rutelliani e prodiani vivono come separati in casa, con i piatti che volano – tanto l’ex sindaco di Roma quanto l’ex presidente del Consiglio hanno provato ad abbassare i toni: con il primo che tentava a denti stretti anche a dire qualcosa di buono del secondo, con il secondo che si limitava a non dire niente di male del primo.
    “A mio parere aprire il discorso della successione a Prodi è la cosa più insensata che si possa fare – dice Gerardo Bianco, ex segretario del Ppi – E siccome Prodi lo sa, si limita a giocare una partita che andrebbe giocata in altro modo, forzando i termini e sbagliando l’analisi”.

    Lo scontro nella Margherita
    I prodiani, raccolti intorno ad Arturo Parisi, confermano.
    E confidano: “Piaccia o non piaccia, non ci sono alternative a Romano. Il problema è il rapporto con il partito, poco chiaro e ambiguo.Va chiarito, anche a costo di pagare dei prezzi. Meglio oggi che tra sei mesi, finiamola con la finta unanimità”.
    Dicono pure, i prodiani, che “ci sono deliberati dei partiti che indicano in Prodi il candidato. Se poi i partiti decidono diversamente, tutto è possibile…”.
    E lì siamo, alla lontana possibilità (al sogno?) di un altro e diverso candidato.
    Un autorevole dirigente dei Ds spiega così le tre ipotesi nell’improbabile caso di ritiro del Professore.
    “A favore di Veltroni gioca un indiscusso prestigio, ha il vantaggio di evocare la stagione dell’Ulivo ma anche quello di non apparire in sodalizio con Prodi da molto tempo. Ha importanti consensi nel mondo dell’informazione. Ma il partito faticherebbe molto a non indicare, al primo posto, il suo segretario, Fassino. Se dobbiamo proporre un esponente, dobbiamo optare per il segretario. Fassino darebbe molte garanzie ai soggetti politici della coalizione, e anche i poteri forti troverebbero un interlocutore stabile in lui. Mentre Veltroni ha grande forza attrattiva…”.
    Circola pure il nome di Mario Monti. “Si tratterebbe di un’altra impostazione – taglia corto il dirigente di via Nazionale – nel caso si volesse separare la figura del candidato leader da quella del candidato premier. Ma solo se la situazione si aggrovigliasse senza via d’uscita”.
    Taglia corto un parlamentare diessino come Franco Grillini:
    “Esiste un’unica alternativa a Prodi: Veltroni. Monti? Voglio vederlo mentre fa l’accordo con Rifondazione…”.
    Per la verità, si racconta di cordiali rapporti personali tra Monti e Bertinotti. Comunque, di Prodi difficilmente si farà a meno. Persino Rutelli pubblicamente annuncia:
    “Siamo con Prodi compattamente”, anche se un comunicato ufficiale della Margherita definisce “offensiva” l’accusa lanciata dal Professore di mirare alla costruzione di un raggruppamento para-dc con Follini e Casini.
    E il coordinatore della segreteria dei Ds, Vannino Chiti, viene mandato in avanscoperta:
    “Basta polemiche, non impicchiamoci a una frase”.
    Anche se in via Nazionale c’è chi rammenta che “Prodi è recidivo: dopo che cadde il suo governo fondò l’Asinello con la chiara intenzione di dare una lezione ai Ds, oggi fa la stessa cosa con la Margherita: aspetta che arrivi per il partito una botta dalle regionali, per poi prenderne il pieno controllo”.
    Sogni e sospetti, dunque.
    Tira le somme – e il totale non cambia – il dalemiano Mimmo Bova: “Non ci sono le condizioni e non siamo in grado di sostituire Prodi”. Per ora, almeno.

    Su Il Foglio

    ….tanto prima o poi basta una pedata ben appioppata nel sederone del Mortadellone.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Intanto uno se ne va

    Milano. L’Udeur, il partito di Clemente Mastella esce formalmente dall’alleanza di centrosinistra e presentarà suoi candidati ovunque possibile, quindi nelle regioni meridionali, dove la sua forza è più consistente, ma anche nel Lazio. A definire il compito del consiglio nazionale dell’Udeur, convocato straordinariamente tra Natale e Capodanno per assumere questa decisione, Mastella ha impiegato un termine denso di significati, la ricerca di una “uscita di sicurezza”.
    E’ il titolo del libro in cui Ignazio Silone ha raccontato la storia del suo allontanamento dal Pci, la drammatica vicenda umana e politica che si svolse nel più fosco periodo del terrore staliniano. Abbiamo chiesto a Mastella se si sia trattato di una coincidenza casuale o se anche lui senta, come Silone allora, la pesante responsabilità di una scelta sofferta e dolorosa, ma anche il senso di una liberazione.
    “Si, risponde, c’è anche il senso di liberazione, la riconquista della possibilità di dire fino in fondo come la si pensa. In sostanza quel che tentiamo di fare è recuperare, pur tra le maglie dell’Italia del bipolarismo imperfetto, uno spazio di autonomia. Un’autonomia politica, una terzietà politica non solo elettorale come hanno tentato di fare altri prima di noi”.
    Il compito non sarà facile, trovare uno spazio al di fuori dei grandi poli sembra un’impresa disperata e, in fondo, nell’alleanza democratica c’è la Margherita a presidiare l’area cattolico democratica. Mastella conosce queste obiezioni, ma risponde con un’analisi impietosa del partito di Francesco Rutelli.
    “Quello non è un partito, è una piccola coalizione in una coalizione più grande. Un partito è tale se ha una visione condivisa, che poi declina in considerazione delle necessità e delle alleanze. Nella Margherita, invece, c’è chi è per la federazione e chi è contro, chi è per la libertàscolastica e chi per il monopolio pubblico dell’istruzione, chi vuole regolare la fecondazione assistita e chi no, chi ha una visione atlantica e chi l’avversa”.
    Tuttavia è soprattutto alla Margherita che spetta presidiare il centro.
    “A questo compito si è sottratta, lasciando a noi dell’Udeur, nell’immaginario collettivo, la rappresentanza dei moderati. Ora, con la nostra uscita dall’alleanza, il re è nudo”.
    Con questa espressione Mastella indica lo spostamento a sinistra, troppo a sinistra, dell’asse dell’alleanza, che dialoga solo con Fausto Bertinotti mentre esclude e “proscrive” i moderati dell’Udeur.
    “Su di noi avrebbero dovuto investire –aggiunge – invece ci hanno trattato con un disprezzo che spesso è sconfinato nella brutalità. Se nel partito non ci sono stati dubbi sulla scelta della rottura è perché tutti, in tutte le situazioni hanno sentito sulla pelle il peso della discriminazione”.
    In realtà non tutti parteciperanno alla battaglia solitaria dell’Udeur. Mino Martinazzoli, l’ex leader scudocrociato che aveva stretto con Mastella l’alleanza popolare, è stato tenuto costantemente informato.
    “E’ una persona squisita, sente forte il disagio ed è anch’egli sfiduciato per il comportamanto del centrosinistra”,
    dice Mastella, ma non va oltre. Martinazzoli, d’altra parte, potrebbe tentare un ultimo aggancio con Romano Prodi, che neppure Mastella in realtà esclude del tutto.
    Citando Aldo Moro ha detto al Consiglio nazionale che “il futuro non è nelle nostre mani”.
    Quindi è possibile che prima della formalizzazione delle liste per le Regionali la frattura venga in qualche modo ingessata. La condizione, però, è che ci sia rispetto per i partner.
    “Invece finora, ogni volta che avanzavamo una proposta ci dicevano che contiamo solo l’uno per cento”.
    Aggiunge con orgoglio “ma è con quell’uno per cento che abbiamo portato il primo ex comunista a Palazzo Chigi”.
    Non dev’essere un buon argomento alle orecchie di Prodi, ribattiamo.
    “Anche Prodi deve preoccuparsi dell’equilibrio dell’alleanza, che si sta deteriorando. Noi dovremmo avere un ruolo come quello che una volta veniva riconosciuto a Ugo La Malfa, anche lui con l’uno per cento. In un sistema elettorale maggioritario, poi, con l’uno per cento in meno si possono perdere 80 deputati”.
    Ma fuori dai poli, replichiamo, non se ne prende neanche uno.
    “Ma se quelli che avevamo preso ce li portano via gli alleati, che alleati sono?”.
    Mastella oggi si sente in forma e sereno, “come la repubblica di Venezia”.
    Ha fatto la sua mossa e ora attende quelle degli altri, soprattutto dal centrosinistra, ma forse non soltanto.
    Per ora c’è la “terzietà politica” e poi, “il futuro non è nelle nostre mani”.

    Da Il Foglio

    Saluti

  5. #5
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    Predefinito Intanto...a sinistra...

    La voce proviene dall’entourage di Walter Veltroni. Tra il sindaco di Roma e il presidente dei Ds sarebbe scattata la pace.
    Massimo D’Alema non ce l’avrebbe più con Veltroni.
    Ovvio che la voce, messa abilmente in giro, ha prodotto già una ridda di ipotesi. Prima tra tutte quella secondo cui il presidente della Quercia avrebbe cambiato cavallo. Stando a questa versione dei fatti D’Alema avrebbe abbandonato Romano Prodi e starebbe pensando a Veltroni, che avrebbe maggiori chances di vittoria. A spingere Veltroni e D’Alema a ricercare un’intesa sarebbe stata la comune constatazione che Piero Fassino stia eccedendo con il culto della personalizzazione e che rischi in questo modo di stroncare tutte le energie vitali del partito
    .
    Peccato che la realtà dei fatti sia diversa. E’ vero che il primo cittadino della capitale sta andando bene nei sondaggi. Ma è anche vero che l’ex presidente della Commissione europea è conosciuto in tutta la penisola, mentre la popolarità del sindaco della capitale è limitata ad alcune zone.

    Peccato che Massimo D’Alema non abbia intenzione di abbandonare Romano Prodi. La sua idea, piuttosto è quella di arrivare a un compromesso con Walter Veltroni allo scopo di convincere il sindaco di Roma ad aiutare la coalizione di centrosinistra e ad aspettare il suo turno, semmai verrà.

    Comunque, anche questo compromesso al ribasso non spiace a Veltroni. Infatti, l’obiettivo principale del sindaco di Roma era quello di rimuovere gli ostacoli fondamentali che i Ds possono porre lungo il suo cammino.
    Veltroni si è reso conto che con Fassino, che gioca in prima persona (il segretario ds, infatti, è convinto che dopo Romano Prodi sarà il suo turno) è impossibile giungere a un accordo.
    Diverso è il discorso con Massimo D’Alema che in questa partita preferisce il ruolo di king maker. Non sarà per l’oggi, ma Veltroni adesso può sperare di avere se non l’appoggio di D’Alema almeno la sua “non ostilità”
    Questo, naturalmente, in vista della sfida elettorale del 2011, a cui, a dire il vero, molti leader di centrosinistra sembrano più interessati rispetto a quella del 2006. Sarà perché ritengono che quella sia la partita di Prodi? O perché si sono convinti che nel 2006 la sfida è persa e che bisogna puntare sulle elezioni del 2011?

    Dunque, D’Alema non ha intenzione di abbandonare Prodi.
    Ma questo non significa che sia convinto in tutto e per tutto della linea del Professore.
    D’Alema guarda con diffidenza ai “suggeritori” di Prodi.
    Non lo convince Arturo Parisi. Il presidente dei Ds è preoccupato per la linea assunta dal consigliere di Prodi, che punta a suscitare un’ondata antipartiti tra gli elettori dell’Ulivo per ridare smalto al professore. Teme che l’ondata antipartitocratica favorisca il centrodestra.

    Ma il presidente dei Ds muove un’altra obiezione all’indirizzo dell’entourage di Prodi. Secondo D’Alema hanno sbagliato quanti hanno convinto l’ex presidente della Commissione europea ad abbandonare l’idea della federazione riformista, facendosi tentare dalla grande alleanza democratica.
    Secondo il presidente della Quercia, insomma, la tentazione di Prodi di capeggiare la coalizione allargata senza passare per la lista Uniti per l’Ulivo avrebbe fatto perdere tempo ed energie contribuendo a portare la Federazione in quello stato di stallo in cui attualmente si trova. In questo, però, l’opinione di D’Alema diverge da quella di Piero Fassino, convinto che l’ipotesi di andare alle elezioni regionali con la lista unitaria fosse una forzatura.

    Da Il Foglio

    saluti

  6. #6
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    Predefinito Dopo il doveroso e riverente saluto....

    ....alla BIBBIA continuo con....

    Segreti e bugie

    La coesione nel centrosinistra non è al momento fortissima: lo si è potuto cogliere con particolare evidenza negli scontri che hanno contrapposto Romano Prodi e la maggioranza della Margherita nei giorni scorsi. Ma lo si constata anche nella discussione sulle candidature uliviste per le presidenze di molte delle regioni che voteranno nella prossima primavera.
    Dietro il caso Puglia e la proposta di candidare Nichi Vendola, vi è anche un chiaro attacco (assolutamente esplicito nelle dichiarazioni del capogruppo alla Camera di Rifondazione, Franco Giordano) al peso politico (regionale e dunque nazionale) di Massimo D’Alema: e questa è un’iniziativa presa da Fausto Bertinotti quando (saltati i precedenti rapporti diretti tra segretario di Rifondazione e presidente Ds) ha scelto di avere rapporti privilegiati con Prodi.
    Nella vicenda dei rapporti con l’Udeur, che crea problemi al centrosinistra in più di una regione (innanzi tutto in Campania, in Basilicata, in Calabria) si legge anche la preoccupazione dei popolari della Margherita di non cedere definitivamente l’egemonia in regioni meridionali chiave ai diessini.
    Molti osservatori politici ritengono che Ciriaco De Mita alla fine preferirebbe che si installasse a Napoli un governatore di centrodestra piuttosto che si consolidasse per sempre il potere di Antonio Bassolino.
    Da qui il complicato gioco di veti, avvicinamenti improvvisi e contrappesi con Clemente Mastella.
    Alcuni atti compiuti da esponenti della Margherita in Piemonte, che hanno portato alla liquidazione del segretario regionale Pietro Marcenaro, sono parsi ispirati più alla volontà di indebolire la leadership di Piero Fassino nei Ds che a vere esigenze elettorali.

    Singolare anche la scelta compiuta in Lombardia: candidare un industriale girotondino (Riccardo Sarfatti), privo di base elettorale e radici, circondarlo di politici estremisti come il sindacalista Mario Agostinelli e il verde Carlo Monguzzi, vuol dire non solo dare per scontata la vittoria di Roberto Formigoni, ma non volere preparare neanche alcunché per il futuro.

    Una scelta autolesionista, con malizia
    Una scelta autolesionistica di questo tipo ha essenzialmente una logica interna: quando Prodi ha indicato come candidato migliore la socialista bergamasca Pia Locatelli (indicazione che aveva ben tre motivazioni a suo favore: candidare una donna, una non milanese e una socialista nel momento in cui Formigoni con l’operazione Piero Borghini tentava di consolidare i rapporti tra centrodestra e cultura laico-riformista lombarda), gli esponenti lombardi più legati al duo Marini-Rutelli (in prima fila Patrizia Toja) si sono impegnati a sostenere un candidato che ha (per i popolari della Margherita) il vantaggio di collegare l’asse marinian-rutelliano al girotondismo lombardo, tradizionalmente più prodiano. Se verdi e rifondatori sono stati accontentati dalle scelte di contorno (l’annunciato forte ruolo che verrà attribuito ad Agostinelli e Monguzzi), non del tutto chiaro, invece, è l’atteggiamento dei diessini lombardi che avrebbero avuto tutto l’interesse ad appoggiare scelte che consolidassero il forte sistema di egemonia negli enti locali conquistato dal partito di Fassino in queste aree negli ultimi anni.
    Le scelte dei diessini sono comprensibili solo considerando un altro scenario politico: dall’ondata giustizialista del 1992 in poi i “milanesi” hanno contato sempre meno non solo nel partito nazionale ma anche in quello lombardo (prima nel Pci, poi nel Pds e ora nei Ds), con segretari di federazione che non venivano minimamente presi in considerazione dalla direzione nazionale e con dirigenti regionali che venivano scelti in città diverse da Milano (oggi al vertice dei diessini c’è un segretario regionale cremonese, Luciano Pizzetti, e un capogruppo in Regione bresciano, Pierangelo Ferrari).
    Ora a Milano (lo si è colto anche nel congresso ds svoltosi qualche giorno fa al teatro Smeraldo) un nuovo gruppo dirigente riformista sotto l’influenza del neopresidente della provincia Filippo Penati si sta consolidando e presto incomincerà a pesare pure in Regione. Per bloccare questa crescente influenza, i non milanesi sono pronti a molto (se non proprio a tutto): anche a sostenere candidature come quella di Sarfatti che indeboliscono la tendenza “riformista” dei diessini milanesi.

    Il clima di beghe interne che contraddistingue il centrosinistra lombardo non fa che riflettere le condizioni generali dell’opposizione. La scelta di unificare seriamente l’area riformista del centrosinistra non è stata fatta: e così ci si divide tra gli appelli bolsamente retorici di Prodi e i giochetti delle varie burocrazie di partito (o meglio, sempre più, di fazione).
    Sulla candidatura del centrosinistra hanno pesato anche i residui dello “scambio” tra Lombardia e Milano.
    Qualche mese fa, quando si considerava ormai definitivo il declino di Silvio Berlusconi, si era costruito un fronte che voleva regalare un candidato debole (appunto Sarfatti) a formigoniani sempre più indipendenti da Forza Italia, in cambio di qualche appoggio a una lista civica collegata alla sinistra a Milano.
    Dietro queste improbabili manovre c’è innanzitutto un blocco di nostalgici della Prima repubblica che sogna un sistema istituzionale bloccato, in cui i governanti vengono scelti da pochi centri d’influenza economica e opinionistica, e non da quella seccatura che è il voto popolare.
    In Lombardia (e a Milano) questa operazione “elettorato ininfluente” pare proprio esaurita. Fino al prossimo tentativo.

    Lodovico Festa su Il Foglio

    saluti

  7. #7
    Betelgeuse
    Ospite

    Predefinito

    Per Djaspher, ti dispiacerebbe ridurre l'immagine alle dimensioni della pagina oppure sostituirla? Grazie.

 

 

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