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    ANTIMASSONE
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    Christopher ANDREW
    L'intelligence in un mondo multipolare




    Il dibattito attualmente in corso per defìnire quali siano oggi e quali dovranno essere in futuro le priorità dell'attività d'intelligence risulta caratterizzato da profonda confusione. Confusione che scaturisce da due cause principali: la prima ed anche la più ovvia è riconducibile alla fìne della Guerra Fredda. Nell'arco di circa mezzo secolo di contrapposizione tra Est ed Ovest la società globale è mutata ad un ritmo più rapido ed in forma più sostanziale di quanto non fosse mai accaduto prima nella storia dell'umanità eppure, in tutto quel periodo, le priorità per il mondo dell'intelligence sono rimaste sempre le stesse sia ad Est quanto ad Ovest. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il KGB ha sempre considerato gli Stati Uniti il suo "principale avversario", mentre la CIA, congiuntamente ai principali Servizi degli alleati occidentali, ha fatto altrettanto con l'Unione Sovietica, ritenendola il suo obiettivo prioritario.
    L'attuale mondo multipolare è al contempo meno pericoloso e più confuso rispetto al periodo della Guerra Fredda che lo ha preceduto, ed oggi, per la prima volta dopo oltre mezzo secolo, l'intelligence occidentale non riesce ad individuare con precisione quale sia il proprio obiettivo.
    La confusione che caratterizza il dibattito sulle priorità dell'intelligence scaturisce comunque anche dalla carenza di conoscenza complessiva tanto dei risultati raggiunti nel passato quanto delle aspettative per il futuro. Anche nell'ambito della vita personale, nessuno di noi non può non tenere nella giusta considerazione le lezioni dell'esperienza passata. La stessa semplice ma importante verità è valida anche per l'attività informativa, tuttavia gli insegnamenti dell'esperienza vengono sottovalutati più nel mondo dell'intelligence di quanto non lo siano in altri settori quali l'amministrazione statuale o le relazioni internazionali. Coloro che non comprendono gli errori del passato sono per forza di cose condannati a ripeterli e la storia dell'intelligence è ricchissima di esempi di errori ripetuti.
    Si dimentica facilmente che, in questo settore, a tutt'oggi molto è ancora sconosciuto anche su alcuni degli aspetti fondamentali, quali ad esempio l'intelligence economica. Un terzo degli analisti della CIA è oggi impegnato nello studio di questioni di natura economica ed è addirittura possibile affermare che nell'ambito della CIA siano presenti più esperti di problemi economici internazionali di quanti non ve ne siano globalmente in tutti gli uffici governativi statunitensi (1) . Tuttavia, se si fa eccezione per un certo numero di studi (peraltro alquanto limitati) circa i vari aspetti dello spionaggio commerciale e tecnologico, a tutt'oggi non vi è una pubblicazione che fornisca una valutazione attendibile, fondata su elementi documentari adeguati, circa i successi o i fallimenti di uno qualunque dei principali organismi informativi nel campo dell'intelligence economica. I case studies economici dell'Intelligence and Policy Project dell'Università di Harvard e la parziale declassifica della storia interna dell'intelligence economica della CIA di Maurice C. Ernst hanno contribuito ad avviare una raccolta dei dati del settore per quanto concerne gli Stati Uniti (2) Vi sono tuttavia ancora controversie aperte negli USA su alcuni punti focali quali, ad esempio, l'accuratezza delle valutazioni della CIA circa le difficoltà dell'economia sovietica negli anni '80. In senso più ampio si può affermare che fino ad oggi scarsi sono stati i tentativi di definire con precisione quanto il mondo dell'intelligence può offrire come suo contributo specifico sulle tendenze economiche internazionali a fronte dell'enorme volume di dati provenienti invece da fonti aperte.
    Le attuali limitazioni dell'intelligence economica sono emerse con forza nei primi mesi del 1995 nel corso della crisi finanziaria messicana, opportunamente definita da Michel Camdessus, Direttore Generale del Fondo Monetario Internazionale, "la prima crisi finanziaria del ventunesimo secolo". Le analisi della CIA circa le capacità dello Stato messicano di mantenere il livello del cambio sono risultate di gran lunga più accurate di quelle dello stesso Ministero del Tesoro statunitense, almeno stando ad un rapporto stilato successivamente dalla Commissione del Senato sui Servizi d'Intelligence nel quale, commentando le analisi elaborate dalla CIA, i commissari affermarono di essere rimasti "favorevolmente colpiti dal loro alto livello qualitativo" (3) . L'esperienza della crisi messicana ha contribuito a mettere a nudo le difficoltà della comunità d'intelligence di fronte alla nuova era di ingenti trasferimenti finanziari attraverso i confini nazionali. L'ultimo Vice Direttore del National Council degli Stati Uniti in proposito riconosceva che "il Governo degli Stati Uniti non dispone di alcun mezzo atto a controllare i movimenti della sua valuta, per non parlare poi degli spostamenti di fondi meno tangibili" (4) . Se il mondo dell'intelligence possa o debba monitorare tali flussi è un interrogativo che rimane a tutt'oggi privo di risposta.
    Tenendo quindi presente quanto l'incompletezza della nostra conoscenza del passato inibisca la nostra capacità valutativa relativamente al ruolo futuro dell'intelligence, vorrei tentare comunque di offrire qualche spunto di riflessione circa l'attività di raccolta informativa e le priorità d'intelligence in un mondo multipolare.

    La raccolta informativa
    E' possibile affermare che nel prossimo futuro le tre principali categorie in cui si differenzierà l'attività di raccolta informativa continueranno ad essere le stesse del periodo della Guerra Fredda:
    - HUMINT: intelligence che deriva da fonti umane;
    - SIGINT : intelligence che deriva dall'analisi delle intercettazioni di segnali trasmessi in forma verbale e non;
    - IMINT : intelligence che deriva da immagini di vario tipo ottenute grazie ai satelliti spia o con altri mezzi.
    Nessuna valutazione relativa alla loro futura utilità può prescindere dai risultati del passato. Relativamente alla SIGINT durante la Guerra Fredda si sa molto meno di quanto non si sappia circa la HUMINT e l'IMINT, con il risultato che molta della letteratura sulla storia recente dell'intelligence dà dell'attività di raccolta informativa una visione distorta.

    HUMINT è certamente il sistema di raccolta informativa più antico. A differenza degli altri due può inoltre vantare autorità divina. Nell'anno 1250 circa a.C., Dio istruì Mosè affinché inviasse agenti "per spiare la terra di Cana" e gli fornì indicazioni utili su come reclutare tali agenti. Quaranta anni più tardi, la discesa finale verso la Terra Promessa venne preceduta da un'altra operazione di intelligence nella quale uno degli agenti suddetti, Giosuè, venne aiutato da una "talpa", Rahab la Prostituta, infiltrata nel campo nemico.
    La teoria secondo la quale la fine della Guerra Fredda ha posto bruscamente termine a tremila anni di spionaggio è priva di alcun fondamento. Nel corso della Guerra Fredda, l'HUMINT è stata messa un po' in ombra da nuovi strumenti tecnici di raccolta informativa; le spie, tuttavia, hanno sicuramente giocato un ruolo significativo in occasione di alcuni dei più gravi momenti di crisi tra Est ed Ovest.
    Il successo nell'interpretazione dell'IMINT raccolta dagli aerei spia americani durante la crisi dei missili sovietici a Cuba del 1963, è stato in gran parte dovuto alle informazioni fornite da un agente anglo-americano presente nell'intelligence militare sovietica, il Colonnello Oleg Penkovsky. Parallelamente, la fonte dalla quale si è appreso dei timori sovietici relativi al possibile "first strike" da parte della NATO nel corso del primo mandato presidenziale di Ronald Reagan, sarebbe stato un agente britannico nel KGB, il Colonnello Oleg Gordievsky. Nel novembre 1983, Gordievsky fu in grado di rivelare il contenuto allarmistico di telegrammi inviati dalla Centrale di Mosca alla residentura del KGB a Londra a proposito del timore che l'esercitazione NATO "ABLE ARCHER 83", focalizzata sulle procedure di rilascio del nucleare, potesse essere utilizzata come copertura per un attacco a sorpresa (5) . L'HUMINT potrebbe addirittura rivelarsi più importante in un mondo multipolare che non nel bipolarismo della Guerra Fredda. Alcuni regimi e gruppi terroristici sono oggi molto meno prevedibili nei loro comportamenti di quanto non fossero le due superpotenze antagoniste. Nell'attività di monitoraggio degli imprevedibili comportamenti di Saddam Hussein, per fare un esempio, o dei terroristi fondamentalisti, non vi è mezzo più efficace di una spia ben posizionata.

    A differenza della HUMINT, la SIGINT è stata inspiegabilmente trascurata anche da alcuni importanti studi sull'attività d'intelligence. Nessuna storia della Seconda Guerra Mondiale passa oggi sotto silenzio il contributo offerto dai "codebreakers" anglo-americani nell'accelerare la vittoria alleata sulla Germania e sul Giappone (se non fosse stato per i loro successi, la prima bomba atomica sarebbe stata con ogni probabilità lanciata nell'agosto del 1945 non su Hiroshima ma, come previsto originariamente, sulla Germania che continuava a resistere). Eppure, nonostante la nutrita letteratura esistente sul ruolo svolto dalla SIGINT nella Seconda Guerra Mondiale, nella maggioranza dei testi di storia sulla Guerra Fredda non se ne trova menzione alcuna.
    L'accordo segreto UKUSA (SIGINT -Sharing agreement, per la gestione congiunta dei risultati dell'attività d'intercettazione delle comunicazioni) stipulato nel 1948 da Gran Bretagna e Stati Uniti ed ancora in vigore, rimane alla base del rapporto privilegiato esistente tra le due Nazioni, ma invariabilmente non ve ne è traccia sui testi di relazioni internazionali. Proprio grazie a questo accordo, si può affermare che la Gran Bretagna e gli Stati Uniti condividono oggi più segreti di ogni altra potenza indipendente nella storia del tempo di pace.
    La quantità di SIGINT raccolta durante la Guerra Fredda è stata ancora maggiore rispetto al periodo della Seconda Guerra Mondiale. Si tende a dimenticare che il KGB, come peraltro il GRU, era un'agenzia impegnata nella SIGINT oltre che nell'HUMINT. Nel 1960, ad esempio, la direzione responsabile per la SIGINT del KGB ha decodificato 209.000 messaggi diplomatici inviati da rappresenanti di 51 Stati. Non meno di 133.200 di queste intercettazioni sono giunte al Comitato Centrale (6) . Il volume di SIGINT raccolta dal KGB e dal GRU durante la Guerra Fredda risulta quindi sensibilmente maggiore rispetto al periodo precedente.
    Sia gli Stati Uniti che la Gran Bretagna sono stati molto più lenti nel rendere pubblici i dati relativi alla SIGINT del primo periodo della Guerra Fredda che non quelli della Seconda Guerra Mondiale. I primi parziali dati classificati relativi alla fine degli anni '40 sono stati resi pubblici a Washington soltanto nell'estate del 1995.
    Sebbene esistano centinaia (forse migliaia) di libri sulla CIA, sulla più consistente e meglio finanziata Agenzia statunitense impegnata a tempo pieno nella SIGINT, la National Security Agency (NSA), esiste soltanto uno studio, peraltro già datato. Sebbene l'NSA abbia, nella sua attività di decodificazione dei messaggi cifrati più segreti, meno successo oggi rispetto ai tempi dell"'Ultra Secret" nel conflitto mondiale, continua tuttavia a produrre una quantità di materiale informativo impressionante.
    Il ruolo determinante svolto dalla SIGINT nel corso della Guerra Fredda emerge, comunque, anche dai pochi e frammentari dati finora disponibili: è stata infatti di rilevanza cruciale nel corso nella Guerra di Corea, il momento più spinoso del primo periodo di Guerra Fredda, ed è stata preziosa anche durante l'ultima crisi della Guerra Fredda, il fallito coup a Mosca del 1991. In relazione a quest'ultimo evento è probabile che il Presidente Bush abbia ottenuto le informazioni più utili grazie al successo dell'NSA nel "monitorare" le comunicazioni tra due dei principali protagonisti della vicenda, il Direttore del KGB Vladimir Kryuchkov ed il Ministro della Difesa Dmitri Yazov, con le postazioni militari sparse sul territorio dell'ex Unione Sovietica. Bush in quella occasione prese una decisione senza precedenti, trasmise parte di queste informazioni a Boris Eltsin e, rivolgendosi ai responsabili dell'NSA, si espresse in questi termini :
    "Negli anni ho imparato ad apprezzare sempre più il grande valore della SIGINT. Quale Presidente e Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate posso assicurarvi che "l'intelligence delle comunicazioni" svolge un ruolo primario nell'ambito del processo decisionale con il quale viene definito il corso della politica estera del Paese" (7) . La SIGINT senza dubbio continuerà ad essere una delle principali attività informative anche in un mondo multipolare, tuttavia la sua rilevanza potrebbe ridursi. Lo sviluppo dei sistemi di comunicazione a fibre ottiche sottrarrà un numero sempre maggiore di messaggi al campo di azione dei satelliti o delle stazioni SIGINT a terra. Parallelamente il lavoro dei "codebreakers" verrà reso sempre più difficile dai nuovi sistemi cifra sempre più sofisticati e sempre meno dispendiosi, disponibili tra breve anche sul libero mercato.
    La IMINT ha svolto un ruolo ancora più importante della SIGINT nella seconda metà della Guerra Fredda. I trattati SALT e START sul controllo degli armamenti, per esempio, sono scaturiti da quelli che eufemisticamente sono stati definiti "gli strumenti tecnici nazionali", cioè la capacità delle due superpotenze di monitorare la forza d'attacco nucleare dell'avversario grazie ai satelliti spia e ad altri strumenti tecnici, compresi mezzi telemetrici per la raccolta informativa. La IMINT rimane di importanza primaria per il controllo degli armamenti e per il mantenimento della pace in un mondo multipolare. Dalla fine della Guerra Fredda, tuttavia, sta rapidamente cessando di essere monopolio esclusivo delle superpotenze.. Entro un decennio saranno infatti disponibili sul mercato sistemi in grado di produrre immagini con una risoluzione ad un metro. La Russia sta già vendendo fotografie scattate da satelliti spia con risoluzione a due o tre metri. Da resoconti stampa si è appreso inoltre di piani russi per porre sul mercato immagini fino ad una risoluzione di 0.75m (8) . Un decennio fa, la funzione principale dell'IMINT e della SIGINT occidentale, soprattuto statunitensi, era quella di monitorare la forza di attacco sovietica. Dalla fine della Guerra Fredda gli stessi sistemi sono stati progressivamente impiegati dalle Forze Armate statunitensi quale supporto alle operazioni militari: l'operazione DESERT STORM dell'inizio del 1991, sotto questo aspetto, diverrà sicuramente un punto di riferimento e un modello per conflitti futuri. In quella occasione come mai prima, l'intelligence si è affermata quale moltiplicatore di forza su ampia scala. L'enorme vantaggio informativo delle forze delle Nazioni Unite nella Guerra del Golfo ha infatti reso possibile la sorprendentemente rapida sconfitta delle forze di Saddam. Il quarto Esercito del mondo è stato infatti sgominato con sole 100 ore di battaglia terrestre e con la perdita di soli 148 militari americani ed un numero ancora inferiore di militari alleati. L'enorme superiorità dell'intelligence statunitense ha reso possibile l'individuazione con una precisione senza precedenti (anche se non sempre infallibile) e la rapida distruzione del sistema di comando e di controllo militare di Saddam.
    Mentre le truppe irachene combattevano la loro guerra di terra praticamente alla cieca, la coalizione poteva far conto su un sistema di IMINT sofisticatissimo. Uno studio realizzato a guerra finita dal Congresso ha messo in evidenza l'altissima qualità del contributo offerto all'operazione da tre nuovi strumenti tattici di raccolta informativa - il JSTARS, l'ASARS e l'UAV.
    L' Air Force-Army JOINT SURVEILLANCE AND TARGET ATTACK RADAR SYSTEM (JSTARS - Sistema Radar unifícato dell'Areonautica e dell'Esercito di Ricognizione e di Attacco), sebbene fosse ancora in fase di sperimentazione quando venne lanciata l'operazione DESERT SHIELD, è riuscito a fornire ai responsabili delle operazioni, pressoché in tempo reale ed indipendentemente dalle condizioni meteorologiche, informazioni sugli obiettivi da colpire.
    L'Aviazione degli Stati Uniti ha poi utilizzato aerei del tipo U-2 dotati di ADVANCED SYNTHETIC APERTURE RADAR SYSTEMS (ASARS) in grado di localizzare veicoli in movimento e di fornire immagini ad alta risoluzione di obiettivi fissi, sia di notte che di giorno.
    L'UAV (UNMANNED AERIAL VEHICLE - veicolo aereo comandato a distanza) utilizzato in quella occasione per la prima volta, è riuscito a produrre preziosissima IMINT tattica per le unità della Marina, dell'Esercito e per quelle anfibie. In una occasione militari iracheni hanno offerto la propria resa ad un UAV che volava sopra di loro (9) . L'utilizzazione di questi velivoli si diffonderà sicuramente in futuro, ma la CIA li sta usando già dal 1994 per raccogliere informazioni sulla ex Iugoslavia.
    Inoltre, il sistema di comunicazioni dell'avversario è per forza di cose più vulnerabile alla SIGINT in tempo di guerra che non in tempo di pace.
    Durante l'operazione DESERT STORM si sono verificati, inevitabilmente, anche insuccessi dal punto di vista dell'intelligence. Tra questi il carente coordinamento tra le varie agenzie per un migliore sfruttamento dell'IMINT. La Guerra del Golfo ha inoltre contribuito a far emergere drammaticamente lo scollamento esistente tra coloro che progettano satelliti spia e coloro che disegnano armamenti di precisione guidati elettronicamente. Con il miglioramento della collaborazione tra questi due gruppi di esperti, migliorerà sostanzialmente il vantaggio militare a favore degli Stati Uniti e dei loro alleati NATO nell'evento di guerre contro regimi del tipo di quello iracheno. E' quasi certo che altri conflitti di questo tipo si verificheranno ancora; infatti pur essendo fínita la Guerra Fredda non si può dire che siamo entrati in una era di pace permanente.


    Le priorità dell'intelligence in un mondo multipolare

    Tra le minacce alla sicurezza europea che dalla fine della Guerra Fredda hanno acquisito maggior spessore va annnoverato il crimine internazionale. L'intelligence economica ha quindi acquisito maggior importanza, ma il prossimo secolo sarà sicuramente portatore di nuove priorità informative, alcune delle quali imprevedibili. Una tuttavia, la più prevedibile tra le minacce alla nostra sicurezza all'inizio del prossimo millennio è, secondo il mio parere, la proliferazione delle armi di distruzione di massa.
    Il dibattito attualmente in corso circa le priorità dell'attività d'intelligence risulta penalizzato oltre che da una carenza di prospettiva storica anche da una lacunosa informazione circa le effettive possibilità offerte dagli attuali sistemi per la raccolta informativa.
    La proliferazione viene da alcuni considerata una sorta di epilogo di breve durata del ben più pericoloso "armistizio nucleare" rimasto in vigore per cinquant'anni tra Est ed Ovest. Altri ritengono anche che essa rappresenti un pericolo limitato, ingigantito ad arte dalle stesse agenzie d'intelligence ansiose di trovare nuovi spazi operativi dopo la fine della Guerra Fredda. Se il problema della proliferazione venisse invece inquadrato in una prospettiva storica, ci si renderebbe conto che si tratta di un problema antico quanto l'homo sapiens e, con ogni probabilità, destinato a vivere tanto quanto la società umana. Qualunque invenzione umana, a partire dalla ruota, prima o poi si è diffusa in tutto il mondo. Sarebbe da ingenui ritenere che le armi di distruzione di massa possano rappresentare la prima eccezione a questa inderogabile legge storica. Il principale compito delle agenzie di intelligence all'inizio del prossimo millennio dovrà essere proprio il monitoraggio ed il rallentamento di questa tendenza comunque irreversibile.
    Rispetto alla tanto pubblicizzata minaccia della proliferazione nucleare, un maggiore e più immediato pericolo può provenire dallo sviluppo delle armi chimiche e biologiche. Durante la Guerra Fredda la minaccia di una catastrofe nucleare causata dalla due superpotenze aveva contribuito a distogliere l'attenzione dalla terribile eredità lasciata dagli esperimenti effettuati dai tedeschi e dai giapponesi nel corso della Seconda Guerra Mondiale proprio nel settore delle armi chimiche. I giapponesi lanciarono pulci infettate dalla peste su alcune città cinesi per provocare epidemie e introdussero nei sistemi di approvvigionamento idrico e nei pozzi colture di batteri di colera e di tifo. Lo Zyclon-B è stata l'arma principale usata nella più atroce azione di guerra dell'età moderna: il tentativo di Hitler di eliminare il popolo ebraico. Il Sarin, il gas nervino usato nel marzo del 1995 nell'attentato alla metropolitana di Tokio, era stato originariamente sviluppato dagli scienziati nazisti.
    Dato che la Guerra Fredda ci aveva portato a considerare prioritaria la minaccia nucleare, anche il pericolo rappresentato dagli studi sovietici per la preparazione della guerra chimica e biologica è stato sostanzialmente ignorato dal resto della comunità internazionale. Si trattava invece di un programma su vasta scala.
    Qualche tempo fa per la BBC ho intervistato Vladimir Pasechnik, eminente scienziato ed ex Generale di divisione, attualmente residente in Gran Bretagna in un luogo segreto. Pasechnik è stato uno dei direttori scientifici di Biopreparat, un istituto sovietico con circa 15.000 dipendenti che ufficialmente sviluppava biotecnologia destinata ai settori medico ed agricolo, ma che nella realtà portava avanti il più vasto ed avanzato programma di guerra biologica nella storia del mondo. Tra i suoi risultati più eclatanti, un forma estremamente virulenta di encefalite e una di peste bubbonica resistente a moltissimi antibiotici.
    Nel corso dei suoi incontri con Ronald Reagan e con Margaret Thatcher, Michail Gorbacev ha sempre negato l'esistenza di un programma di sviluppo di armi biologiche. Sebbene il SIS, il Servizio Informativo esterno britannico, insistesse sulla inaffidabilità delle dichiarazioni di Gorbacev, i ministri britannici si mostravano scettici. Nel 1989 Vladimir Pasechnik stabilì un contatto con il SIS durante un suo viaggio di lavoro in Francia e fuggì poi in Gran Bretagna dove ha fornito su Biopreparat un contributo informativo senza precedenti, condiviso anche dalla CIA.
    Nel corso di una visita effettuata a Mosca nel 1991, il Premier britannico John Major ebbe un'accesa discussione con Gorbacev sull'argomento e, al reiterarsi dei dinieghi di quest'ultimo, egli urlò: "Tanto noi sappiamo tutto!". A distanza di qualche tempo Eltsin ammetteva l'esistenza del programma e prometteva di interromperlo (10) .
    La tanto decantata minaccia della proliferazione nucleare proveniente dall'ex URSS è oggi un pericolo di gran lunga inferiore rispetto a quello meno pubblicizzato legato alla diffusione delle formidabili conoscenze sulla produzione di altre armi di distruzione di massa. Oggi è molto più facile portare fuori dalla Russia armi biologiche che materiale nucleare. Tutto quanto è necessario agli ex scienziati di Biopreparat per ricostruirsi una vita agiata in qualche Stato estero, magari sponsor del terrorismo, è già memorizzato nei loro cervelli; mentre la maggior parte delle sostanze necessarie per la produzione di armamenti di distruzione di massa è reperibile ovunque. E' quindi facile immaginare quali possano essere gli incentivi per uno scienziato russo che sia pronto ad emigrare e a vendere le proprie conoscenze al miglior offerente.
    Basti pensare che un ricercatore agli alti gradi dell'Accademia delle Scienze russa guadagna attualmente $70 al mese, mentre solo una camera d'albergo al centro di Mosca ne costa $200 e più per notte.
    Il caso di Biopreparat nel corso degli anni '80 venne sostanzialmente ignorato dall'intelligence occidentale e la stessa cosa è avvenuta all'inizio degli anni '90 con il programma iracheno per lo sviluppo di armi chimiche e biologiche, trascurato dall'Ovest in favore di quello nucleare. Invece Saddam Hussein, Muammar Gheddafl ed altri sognano da tempo di poter continuare il programma di guerra biologica nazista. Già alcuni anni fa Saddam utilizzò il Sarin per annientare la popolazione della città ribelle di Halabjah. L'unico motivo per cui egli non ha osato utilizzare armi chimiche nel corso della Guerra del Golfo del 1991 è stato il suo timore di una rappresaglia. Un generale israeliano di recente mi ha detto: "Egli temeva che se avesse messo testate chimiche sui suoi Scud noi lo avremmo annientato con il nucleare" (11) .
    Dopo la fíne della guerra, Saddam è riuscito ad occultare gran parte delle sue armi chimiche, ma informazioni ottenute da defezionisti e da altre fonti hanno comunque indicato la presenza di un arsenale vastissimo. Secondo il Commissario Speciale delle Nazioni Unite, Rolf Ekeus, con la quantità di armi chimiche in possesso dell'Iraq sarebbe possibile "distruggere l'intera popolazione mondiale non una, ma molte volte"'.
    La proliferazione di armi di distruzione di massa è destinata a minacciare la sicurezza europea ed il nuovo ordine internazionale multipolare del XXI secolo con tre tipi di crisi, di fronte alle quali l'intelligence dovrà svolgere un ruolo di primaria importanza:
    1) potrebbero verificarsi crisi in cui regimi in possesso di tali armi decidano di minacciare direttamente l'Occidente;

    2) potrebbe accadere che due Paesi del Terzo Mondo in guerra tra loro considerino il ricorso ad armi di questo tipo;
    3) tale uso potrebbe esser fatto da gruppi terroristici.
    Non si tratta solo di speculazioni teoriche su eventi che potrebbero verificarsi forse in futuro. Infatti, casi riconducibili a tutti e tre gli esempi citati si sono già verificati e tutto fa pensare che all'alba del nuovo millennio ve ne saranno molti altri. E' mia opinione che episodi di crisi del tipo di quelli sopraindicati costituiranno le principali priorità future per le comunità d'intelligence occidentali.

    1) Crisi in cui regimi in possesso di armi di distruzione di massa minaccino direttamente l'Occidente
    Il Paese del Terzo Mondo che ha più da vicino minacciato l'Occidente con armi di distruzione di massa è stato l'Iraq. L'attacco israeliano contro il reattore iracheno di Osiraq del 1981, scaturito da attività d'intelligence sul programma nucleare di Saddam, ebbe un'importanza cruciale e pochi se ne resero conto all'epoca. Se non fosse stato per quell'attacco, molto probabilmente un decennio più tardi Saddam sarebbe entrato nella Guerra del Golfo con un vasto arsenale nucleare. La stessa decisione di George Bush di lanciare le due operazioni DESERT SHIELD e DESERT STORM fu fortemente influenzata dagli allarmanti rapporti d'intelligence sui tentativi di Saddam di dotarsi di arsenali chimici, biologici e nucleari. Secondo Robert Gates, allora Primo Consigliere del Presidente per l'Intelligence (nominato poi Direttore dell'Intelligence Centrale nel 1991): "Tutto ciò ha contribuito a far sì che Bush non seguisse le indicazioni dei suoi Segretari di Stato e della Difesa che volevano stabilire una linea difensiva (in Arabia Saudita) e fermarsi lì. Ritengo che Margaret Thatcher non abbia temuto neanche per un momento un'indecisione da parte di Bush, egli era persino pronto ad affrontare un "impeachment"; avrebbe cacciato Saddam Hussein dal Kuwait a qualunque prezzo ed io stesso ho sentito il Presidente affermarlo" (12) .
    Se non fosse stato per la DESERT STORM oggi probabilmente l'Iraq sarebbe una potenza nucleare. Altre sfide all'Occidente, simili a quella lanciata da Saddam, si materializzeranno ancora in futuro da parte di regimi impegnati a dotarsi di un arsenale di armamenti di distruzione di massa. La superiorità del sistema informativo americano su quelli dei Paesi del Terzo Mondo sarà, così come dimostrato nella Guerra del Golfo, di importanza vitale negli eventuali conflitti che si verificheranno.
    Attualmente il più pericoloso tra questi regimi è probabilmente l'Iran, che già nel 1985 con l'Ayatollah Khomeini avviò un suo programma nucleare. L'intelligence da allora ha svolto un ruolo molto importante nel monitoraggio dello sviluppo nucleare iraniano. Ufficialmente Teheran sostiene che il suo programma è limitato a scopi civili, tuttavia secondo un resoconto informativo occidentale, probabilmente di buona affidabilità, il Presidente Rafsanjani all'inizio dell'anno in corso avrebbe affermato privatamente che l'Iran aveva completato la prima fase nella produzione di un ordigno nucleare ed avrebbe espresso apprezzamento per il contributo offerto da scienziati e tecnici cinesi e russi, i quali dirigono tutte le strutture iraniane ove si effettua ricerca nucleare. I resoconti informativi hanno provocato l'intervento dei Governi occidentali che hanno esercitato pressioni sia su Mosca che su Pechino affinché limitassero la natura e la scala della loro assistenza e delle vendite nel campo nucleare all'Iran. Tale intervento, tuttavia, ha prodotto soltanto risultati parziali, in particolare relativamente alla Cina. Secondo recenti rapporti informativi, esperti cinesi avrebbero quasi completato la costruzione di un impianto per l'arricchimento dell'uranio presso il centro atomico di Kuraj, a circa 100 miglia da Teheran, che è camuffato all'interno di un complesso ospedaliero. L'arricchimento dell'uranio è naturalmente uno stadio vitale nello sviluppo di armamenti nucleari.

    2) Conflitti nel Terzo Mondo in occasione dei quali i contendenti potrebbero fare uso di armi di distruzione di massa
    La compressione del mondo in un "villagio globale" ha contribuito ad incrementare la minaccia ai danni della sicurezza occidentale anche a seguito dell'uso di armi di distruzione di massa non direttamente contro obiettivi occidentali.
    Il primo incidente di questo tipo si è verificato nella primavera del 1990 nel subcontinente indiano ed è stato pressoché ignorato dai mass media. In quella occasione l'India ammassò ingenti truppe, circa 200.000 uomini, comprese cinque brigate della sua principale forza di attacco, al confine con il Pakistan, nel territorio conteso del Kashmir. In un conflitto di tipo convenzionale, il Pakistan avrebbe rischiato una seconda umiliazione dopo la disastrosa sconfitta subita nel dicembre 1971 dopo sole due settimane di guerra. In una serie di rapporti di intelligence sottoposti al Presidente Bush si giungeva alla conclusione che alla metà del mese di maggio il Pakistan aveva già assemblato sei testate nucleari e che, probabilmente, le aveva già montate sui suoi F-16 di fabbricazione statunitense. Gli analisti della CIA sospettavano che la responsabilità della gestione del nucleare fosse non nelle mani del Primo Ministro Benazir Bhutto, bensì in quelle del Presidente Ghulam Ishaq Khan e del Generale Mirza Aslam Beg, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito. La CIA riteneva che ambedue potessero, di fronte alla possibilità di subire un'altra umiliazione per mano dell'Esercito indiano, ordinare un attacco nucleare contro Nuova Delhi. L'India, dotata a sua volta di un arsenale nucleare più vasto di quello del suo vicino, con ogni probabilità non avrebbe esitato a rispondere con gli stessi mezzi. Robert Gates a questo proposito ricorda che "la comunità d'intelligence non riteneva che vi fosse un rischio immediato di conflitto nucleare, si prevedeva però che da una serie di scontri si sarebbe giunti ad una guerra convenzionale che si sarebbe poi necessariamente trasformata in nucleare". Richard J. Kerr, Vice Direttore della Central Intelligence e responsabile del coordinamento delle valutazioni informative nel maggio 1990, era convinto che "la situazione fosse vicina al punto di rottura....... il mondo dell'intelligence riteneva che senza un intervento esterno i due contendenti avrebbero potuto effettuare valutazioni errate, facendo magari precipitare il confronto verso un conflitto nucleare".
    Verso la metà di maggio, Bush inviò Gates in veste di suo rappresentante personale in missione urgente prima presso il Presidente Khan ed il Generale Beg a Islamabad, poi a Nuova Delhi dal Primo Ministro indiano, Vishawanath Pratap Singh. Gates recapitò loro delle missive personali del Presidente nelle quali egli esortava i contendenti alla moderazione. Gates ricorda a proposito: "Uno degli elementi sui quali puntai più esplicitamente fu il fatto che io non ero un diplomatico bensì un funzionario d'intelligence e che la mia visita scaturiva dalla preoccupazione nutrita dall'Amministrazione americana la quale temeva che le due parti potessero scivolare verso un confronto militare senza neanche rendersene conto". Per dimostrare ai contendenti l'accuratezza dell'intelligence raccolta dagli americani, Gates "riferì ai pachistani e poi agli indiani, con estrema dovizia di particolari, tutti i movimenti delle rispettive forze armate finanche la disposizione dei singoli aerei e delle singole unità fíno a livello delle compagnie, nonché le distanze tra le unità di artiglieria ed il numero dei carri armati posizionati nei vari luoghi". Durante la prima tappa del suo viaggio, ad Islamabad, Gates dichiarò al Generale Beg, alla presenza del Presidente Khan: "Generale, i nostri militari hanno simulato tutti gli scenari di guerra ipotizzabili tra voi e gli indiani, e non vi è alcuna possibilità di una vostra vittoria". Più tardi Gates affermò: "Non vorrei mai dover giocare a poker con Beg, nel corso del nostro incontro non ha mai mutato espressione del viso". Khan disse poi a Gates che poteva segretamente offrire agli indiani l'assicurazione che i campi di addestramento presenti in Pakistan per i "combattenti per la libertà del Kashmir" sarebbero stati chiusi. Il 21 maggio, in occasione di un incontro con i leader indiani a Nuova Delhi, Gates ottenne l'autorizzazione per gli addetti militari statunitensi a recarsi nella regione di frontiera del Kashmir e nel vicino Rajasthan. Al termine della visita essi comunicarono che le forze indiane stavano per terminare le loro operazioni militari e che non vi erano segnali indicanti un'imminente invasione (13) .
    A due settimane circa dalla visita di Gates a Nuova Delhi, rapporti informativi statunitensi rivelarono l'inizio di un programma di incontri regolari tra alti funzionari dei Ministeri degli Esteri indiano e pakistano ed il raggiungimento di un accordo tra i due Governi per l'attuazione di misure volte a incrementare la fiducia reciproca. A tutt'oggi non è ancora chiaro quanto effettivamente grave fosse la crisi e l'effettiva portata del ruolo di Gates nel disinnescare la tensione, ma non vi è dubbio che nel corso del XXI secolo di crisi simili se ne verificheranno altre e forse più gravi.
    Così come è avvenuto nel maggio 1990, l'intelligence avrà un ruolo cruciale da svolgere nel porre in allerta, prima che un conflitto abbia inizio, gli Stati Uniti ed i loro alleati NATO nel caso in cui vi sia un serio rischio di ricorso ad armi di distruzione di massa. Mentre i colloqui di pace erano in corso a Dayton, nell'Ohio nel novembre 1995, le forze delle Nazioni Unite scoprirono i resti di una fabbrica serba vicino Mostar per la produzione di gas nervino Sarin" (14) .

    3) Utilizzazione di armi di distruzione di massa da parte di gruppi terroristici
    Fino alla fine degli anni '80 una delle caratteristiche peculiari del terrorismo era il numero relativamente esiguo di vittime. Nel corso dei cento anni precedenti l'attentato di Oklahoma City si sono verificati una decina circa di attentati terroristici che hanno provocato la morte di circa 100 persone. I terroristi tradizionali, pur se pronti senza eccessive preoccupazioni a fare qualche vittima, erano più interessati a suscitare panico ed a pubblicizzare la propria causa che non a compiere stragi.
    Tutto ciò sta mutando. I terroristi religiosi o ispirati da culti vari sono molto più pericolosi dei loro predecessori, in particolare quando si considerano coloro che giungono a credere di essere ispirati da Dio nella loro missione di distruzione delle forze di Satana. Trent'anni fa non esisteva in tutto il mondo un singolo gruppo terroristico di ispirazione religiosa. Ancora nel 1980 soltanto due delle 64 formazioni terroristiche note avevano matrice religiosa. Da allora, invece, soltanto i gruppi sciiti si sono resi responsabili di più di un quarto delle morti dovute ad atti di terrorismo. Lo Sceicco Omar Abdel Rahman, il leader religioso riconosciuto colpevole di aver ispirato l'attentato al World Trade Center di New York, rivolgendosi ai suoi seguaci ha affermato: "Dobbiamo essere terroristi.... il Grande Allah ha detto 'Preparate le vostre forze al limite massimo delle vostre capacità, [disseminate] i semi della guerra per incutere terrore ai nemici di Allah!" (15) .
    I terroristi plagiati al punto di credere di essere autori della volontà di Dio giungono facilmente a sentirsi depositari di un'autorizzazione divina ad uccidere indiscriminatamente. I fondamentalisti sciiti responsabili del fallito attentato alle World Trade Center miravano ad uccidere decine di migliaia di abitanti di New York. Altrettanto volevano coloro che per liberare i responsabili dell'attentato avevano pianificato di radere al suolo parte del centro di New York, compreso l'edificio delle Nazioni Unite. Nel dicembre del 1994, un gruppo di dirottatori algerini fondamentalisti venne catturato all'aeroporto di Marsiglia a bordo di un aereo dell'Air Algerie che, secondo i loro piani, doveva schiantarsi sul centro di Parigi con conseguenze spaventose ed enorme perdita di vite umane.
    Oltre ad essere più sanguinaria, la nuova generazione di terroristi opera utilizzando armi sempre più pericolose. Nei casi del World Trade Center e di Okhlaoma City gli attentatori hanno utilizzato esplosivi tradizionali. Tuttavia i loro successori non si limiteranno alla bomba e al proiettile: regimi come quello iracheno, iraniano, libico, o sudanese sono perfettamente in grado di fornire armi di distruzione di massa a gruppi terroristici. L'uso del gas nervino Sarin nella metropolitana di Tokio, nel marzo '95, ha confermato alcune previsioni secondo le quali gruppi terroristici sarebbero già in grado di produrre autonomamente armi di distruzione di massa. Prima o poi un'organizzazione terroristica in qualche luogo del mondo riuscirà anche a procurarsi armi nucleari. Nel corso di un'intervista per la BBC, William Colby, l'ex Direttore della Central Intelligence mi ha detto: "E' altamente improbabile che oggi un'arma nucleare giunga negli Stati Uniti montata su un missile; è più probabile invece che vi giunga a bordo di una nave da carico che getta l'ancora nel porto di New York" (16) . Nell'estate del 1985, le Autorità di sicurezza britanniche condussero un'esercitazione basata sull'ipotesi che un piccolo ordigno nucleare fosse stato fatto esplodere a Coventry nelle West Midlands (17) . Il leader dei ribelli ceceni, Shamil Basayev, in più di un'occasione ha minacciato il ricorso ad armi nucleari, biologiche o chimiche contro Mosca o altrove in Russia nell'ambito della lotta per l'indipendenza cecena. Nel novembre 1995, Basayev annunciò di aver collocato materiale radioattivo a Mosca per dare una prova della fondatezza delle proprie minacce. Un involucro contenente cesio radioattivo venne successivamente rinvenuto in un parco di Mosca e il Servizio di Sicurezza Federale russo affermò che poteva essere stato depositato lì da separatisti ceceni (18) .
    Il problema principale di cui devono tener conto sia i Servizi d'intelligence che i loro Governi è l'atteggiamento dell'opinione pubblica: i rischi della proliferazione non verrano presi sul serio fino a quando non si verificherà una catastrofe. Attualmente, proponendo misure volte a contrastare la proliferazione non si ottengono voti. Siamo in una situazione simile a quella che precedette il disastro di Chernobyl dieci anni fà. Molti esperti occidentali che avevano studiato le centrali nucleari del Blocco sovietico erano consapevoli della loro pericolosità e del rischio concreto di incidenti nucleari, eppure prima del disastro né i Governi occidentali, né tantomeno l'opinione pubblica occidentale prestarono ascolto ai loro avvertimenti.
    Purtroppo la distanza tra la percezione pubblica e le priorità dell'intelligence in un mondo multipolare rimane preoccupantemente vasta.
    La massoneria il vero nemico!

  2. #2
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    Alessandro CORNELI
    Intelligence diffusa e cultura dell'intelligence



    1. INTRODUZIONE

    Lo scopo dell'attività di intelligence è la sicurezza dello Stato per garantirne la protezione dalle minacce interne ed esterne. Tali minacce sono anzitutto quelle derivanti da iniziative imputabili a soggetti identificabili (governi, gruppi, individui) che perseguono obiettivi specifici, ma non sono da trascurare anche quelle minacce che emergono da cause diffuse, riferibili alle situazioni sociali ed economiche, culturali e religiose, politiche interne e internazionali, che formano l'humus propizio all'insorgenza delle minacce stesse.
    Le minacce sono dinamiche: non restano mai uguali a sé stesse, si evolvono, spostano i loro obiettivi, si articolano e si collegano in forme sempre nuove al fine di sottrarsi all'osservazione delle strutture che le combattono.
    Per la lunga esperienza accumulata nel passato, le minacce si distinguono anche in militari e non militari. La minaccia militare tipica è quella che viene da uno Stato o da una coalizione di Stati dichiaratamente ostili: è stato il caso, per oltre quattro decenni, della minaccia proveniente dal Patto di Varsavia. Ciò ha condizionato tutti i servizi d'intelligence dell'Occidente, spingendoli a collaborare strettamente con gli Stati Uniti nel quadro della NATO. Il crollo dei regimi comunisti ha fortemente ridotto questo tipo di minaccia, che tuttavia si ripresenta sotto forma di conflitti convenzionali, pericolosi soprattutto quando si sviluppano non troppo lontano dalle frontiere nazionali. La diffusione di vettori balistici rende, in prospettiva, il territorio di una media potenza vulnerabile a eventuali attacchi da parte di nuovi nemici potenziali. I servizi d'intelligence militare devono adeguarsi a questo nuovo tipo di minaccia, finora considerata secondaria, nonché all'ipotesi di operazioni militari in teatri anche lontani sotto l'egida dell'ONU.
    Il principale tipo di minaccia non militare, pur con profili assimilabili, è stato quello del terrorismo. Quanto a questo fenomeno, si deve distinguere il "terrorismo di Stato", cioè quello usato da alcuni governi per esercitare pressioni su altri governi come surrogato e complemento di diplomazia, e il "terrorismo autoctono", generalmente causato da motivazioni politico-ideologiche e sociali e con finalità eversive interne, anche se non indifferenti per gli interessi di altri stati. Infatti si è potuto constatare come tra le due specie di terrorismo intercorressero numerosi rapporti, sia per quanto si riferiva all'addestramento e alla fornitura di armi, sia per quanto atteneva ai collegamenti logistici. Non si può ritenere che la minaccia terroristica, per i fini più diversi, sia scomparsa.
    Il fenomeno terroristico ha spesso ridotto nella pratica la classica distinzione tra servizi segreti rivolti all'estero e servizi segreti rivolti all'interno. Lo stesso deve dirsi per fenomeni, non nuovi ma rafforzatisi negli ultimi 10-15 anni, che vengono sommariamente indicati come "criminalità organizzata" (traffico di stupefacenti, di armi, di tecnologie, di materiali sensibili, di organi, riciclaggio di denaro sporco ecc.). Recentemente sono apparsi fenomeni sociali di tipo xenofobico e razzistico, contrari ai princìpi democratici, che pur presentando sintomatologie nazionali non sono privi di collegamenti internazionali.
    Benché nell'insieme tutti questi tipi di minacce siano presenti da molti anni, e i vari servizi segreti si siano attrezzati per affrontarli, la scomparsa dello schema di riferimento Est-Ovest tende a modificare sia l'orientamento generale dell'intelligence sia la sua struttura operativa. In una certa misura tutti i servizi d'intelligence tendono verso una rinazionalizzazione, assumendo la difesa e la protezione, e sempre più spesso la promozione, dell'interesse nazionale come motivo centrale della loro attività. In questo modo i servizi segreti sono sollecitati a rafforzare i loro legami, inizialmente almeno a livello concettuale di analisi, con l'economia nazionale e con la politica estera, riducendo la loro dipendenza dai parametri strettamente militari e legati alla logica della contrapposizione Est-Ovest.
    Questa rinazionalizzazione dei servizi d'intelligence va di pari passo con un diverso atteggiamento delle stesse forze politiche e sociali operanti all'interno di ciascun Paese che da un lato acquistano maggiore consapevolezza della loro responsabilità nazionale mentre dall'altro lato avvertono di trovarsi esposte a nuove forme di pressione da parte di soggetti esteri. La mondializzazione dell'economia, ad esempio, favorisce in modo pacifico l'estensione dell'influenza di imprese di un Paese in altri Paesi, creando in questi ultimi, potenzialmente, le condizioni per una loro vera e propria subordinazione. La corsa all'egemonia tra gli Stati, meno militare e ideologica, si è spostata sul terreno produttivo, finanziario, commerciale, tecnologico. Pur respingendo qualsiasi orientamento autarchico, fa parte della sicurezza dello Stato poter sapere fino a che punto si ramificano queste forme di influenza estera e fino a che punto possono trasformarsi da vantaggiose, secondo la logica del libero mercato, in svantaggiose, creando in prospettiva assorbimento di conoscenze tecnico-scientifiche o di capitali, spostando all'estero i centri decisionali, ecc. Al potere politico resta comunque ogni decisione definitiva al riguardo.
    La modificazione delle minacce implica una modificazione nel modo di operare dei servizi d'intelligence e, a monte, uno sforzo di aggiornamento del processo di formazione culturale dei loro elementi, sia per quanto attiene alla preparazione precedente l'assunzione in servizio, sia per quanto attiene ai contenuti addestrativi. Sotto il primo aspetto, competenze informatiche, economiche, linguistiche, finanziarie, tecnologiche assumono una importanza crescente rispetto al passato; sotto il secondo aspetto, queste competenze devono essere affinate e orientate secondo le tecniche specifiche dell'attività d'intelligence.
    Parallelamente cambiano i modi in cui i servizi segreti partecipano alla vita istituzionale dello Stato e le forme in cui giustificano di fronte alle forze politiche e all'opinione pubblica la loro esistenza e il loro operato. Solo una scarsa consapevolezza del ruolo che possono svolgere i servizi segreti per la sicurezza dello Stato e la promozione del benessere collettivo, e quindi delle istituzioni e delle forze sociali, può immaginare che la fine del confronto Est-Ovest sia una ragione sufficiente per chiedere il loro smantellamento o la loro riduzione.
    Allo stesso modo in cui le forze politiche dei diversi Paesi si adattano alla nuova realtà del dopo guerra fredda, così devono fare i servizi segreti, instaurando un rapporto più organico con le forze politiche e l'opinione pubblica. Si può arrivare ad affermare che la fine del confronto Est-Ovest libera molte potenzialità dei servizi segreti per il perseguimento della sicurezza e dell'interesse nazionale.
    La consapevolezza di tutto ciò si va diffondendo nei principali Paesi occidentali. In Francia i servizi segreti sono da anni in corso di potenziamento, con particolare riguardo all'intelligence economica, tema ampiamente dibattuto anche negli Stati Uniti, ma da tempo già affrontato e risolto nel Regno Unito, in Germania e in Giappone.
    L'ampio processo critico di cambiamento politico, economico, sociale e culturale in corso da qualche anno anche in Italia offre una importante occasione per avviare, dopo le molte polemiche e strumentalizzazioni del passato, anche nel nostro Paese la diffusione, anzitutto all'interno delle istituzioni, e poi presso l'opinione pubblica, di una vera e propria cultura d'intelligence per non privare il Governo di tutte le potenzialità di questa importante struttura, analitica e operativa, al servizio dell'interesse e della sicurezza dello Stato.
    Per raggiungere queste finalità è importante operare anzitutto a monte, cioè a livello di formazione degli uomini in quanto la "risorsa umana" è, da sempre, quella più preziosa per un servizio segreto. Vale quindi anche in questo campo la logica dell'investimento: più si cura la preparazione di un elemento, più questo sarà produttivo; e lo sarà tanto più quanto più sarà motivato nella convinzione di svolgere un'attività altamente qualificata, che resterà sempre avara di riconoscimenti pubblici, ma sarà meglio apprezzata dalle istituzioni e compresa dall'opinione pubblica.


    2. TRA EVOLUZIONE E RIVOLUZIONE



    2.1 Non basta adeguarsi alle "nuove sfide"

    Lo schema concettuale entro cui viene di solito inquadrato da qualche anno il dibattito sul ruolo dei servizi segreti (o servizi d'intelligence) nei principali Paesi occidentali si sviluppa essenzialmente lungo tre direttrici:
    a) la fine della guerra fredda ha fatto venir meno la minaccia politico-militare del blocco comunista e alcune altre minacce collegate al conflitto Est-Ovest, ma sono in aumento i conflitti di tipo regionale, con eventuale intervento dell'ONU, e i rischi connessi alla diffusione di armi di distruzione di massa. La clamorosa scoperta, annunziata il 21 febbraio 1994, che un alto funzionario della CIA (Aldrich Ames) continuava a lavorare per Mosca, ha tuttavia dimostrato che, caduto il confronto ideologico e avviato il disarmo strategico, la competizione tra gli Stati continua;
    b) si modificano le minacce che attentano alla sicurezza interna degli Stati, non tanto attraverso un attacco diretto alle istituzioni per motivi ideologico-politici, quanto piuttosto attraverso la disgregazione della normale attività dei soggetti sociali minata dalla criminalità organizzata, dal narcotraffico, dal riciclaggio di denaro sporco, dai micronazionalismi, dalla xenofobia e dai conflitti interetnici, dal neoterrorismo a sfondo nichilista o religioso, come ha dimostrato l'attentato al gas nella metropolitana di Tokyo avvenuto il 20 marzo 1995;
    c) l'interesse nazionale, e quindi la sicurezza nazionale, ha spostato il suo baricentro dagli aspetti militari e ideologici a quelli economici (competizione commerciale, spionaggio e controspionaggio economico, nuove tecnologie, speculazione finanziaria) dove non esistono più Stati amici o nemici, ma una sfrenata concorrenza che, praticata anche da soggetti transnazionali o avente per oggetto imponenti masse di capitali, rende inefficace l'azione di alcuni strumenti tradizionali di controllo degli Stati.
    Questo quadro viene considerato come operante una forte spinta all'evoluzione dell'intelligence, quasi una rivoluzione nella sua storia, che si spiega con la confluenza, in un arco di tempo molto ristretto, di alcuni eventi di grande portata: la fine del comunismo euro-sovietico, la mondializzazione dell'economia, l'esplosione delle informazioni grazie agli sviluppi dell'informatica e della telematica, la più stretta interdipendenza tra politica estera e politica interna nonché tra sicurezza militare generale e sicurezza economica, la modificazione del concetto di sovranità, il cui esercizio viene conteso tra i suoi titolari tradizionali (gli Stati) e numerosi altri soggetti (le organizzazioni internazionali, le imprese multinazionali, i soggetti sub-nazionali quali le minoranze etniche, religiose e linguistiche, le organizzazioni religiose transnazionali, le sette, i network comunicazionali o autostrade telematiche, le organizzazioni non governative, i grandi soggetti finanziari).
    Per l'intelligence non si tratta soltanto, come spesso viene ripetuto, di adeguarsi a nuove sfide, poiché questo è sempre accaduto. La novità appare piuttosto su due piani: da un lato - ma il fenomeno è in corso da 15-20 anni - si assiste alla crescita esponenziale del volume delle informazioni in tutti i campi della vita sociale, economica e politica, favorita dalla diffusione di strumenti tecnici alla portata di un numero crescente di soggetti; dall'altro lato - e questo è l'aspetto forse più importante - la metodologia specifica attraverso cui l'intelligence raccoglie ed elabora le informazioni viene adottata, per la facilità stessa di accesso alle informazioni e alla loro elaborazione, da un numero crescente di soggetti che diffondono in tal modo sia la pratica che la cultura d'intelligence così da emarginare tendenzialmente proprio quelle strutture che la detenevano in modo istituzionale e privilegiato.
    I servizi segreti rischiano di configurarsi come una tra le tante organizzazioni - pubbliche, semipubbliche o private - che si dedicano allo stesso scopo e negli stessi campi d'interesse. Non solo: molti organismi - anzitutto i grandi soggetti finanziari e le principali società multinazionali - dispongono di propri servizi di intelligence mirati che, in alcuni settori, sono più avanzati di quelli ufficiali di molti Stati. Lo stesso deve dirsi per i numerosi e qualificati think tank (pensatoi) che riescono a orientare l'opinione pubblica e le scelte dei governi.
    "Il renseignement si è privatizzato", ha detto William Colby, ex direttore della CIA, spiegando che la CIA è ormai sfidata sul suo stesso terreno, nel senso che l'intelligence è diventata un'attività non più riservata a determinati organi pubblici, ma è praticata sempre più largamente da istituzioni private, non solo nel campo dello spionaggio e del controspionaggio economico, ma come supporto strategico al loro processo decisionale normale. La novità di tale evento è la tendenza a istituzionalizzare le connessioni (in parte già esistenti) tra interessi pubblici e interessi privati in un campo che non può essere definito della sicurezza in senso stretto.
    È normale quindi aspettarsi una spinta verso la ricezione legislativa di questa realtà e da qui scaturisce il dibattito sulla necessità di una riorganizzazione dell'intelligence che, non a caso, è partito proprio dagli Stati Uniti all'inizio degli anni Ottanta, quando risultò evidente che il sistema economico-politico sovietico, vicino al collasso, avrebbe avuto ripercussioni sull'attività di intelligence.
    In particolare, l'enfasi attribuita all'intelligence economica, se da un lato sembra far dimenticare che questo tipo di attività è sempre stato svolto dai servizi segreti, dall'altro lato non mette bene in luce il fatto che essa si inquadra ormai in un nuovo contesto, e quindi esige regole operative diverse. Questo nuovo contesto dipende principalmente dalla modificazione del concetto di sovranità dello Stato, che già si avverte da tempo nell'azione dei suoi organi: i parlamenti dei Paesi dell'Unione Europea, ad es., devono recepire numerose disposizioni comunitarie e adeguare ad esse le leggi nazionali; i governi devono sempre più subordinare le loro decisioni di politica economica ad accordi presi in sede internazionale o piegarsi alle condizioni stabilite da organismi internazionali; lo stesso vale per singoli ministeri, per le banche centrali ecc. Sarebbe assurdo ritenere che tutto ciò non abbia ripercussioni sul modo di essere e di agire dei servizi d'intelligence.
    Basti un esempio. In sede di Unione Europea prende sempre più consistenza la lotta contro le frodi, ad es. nel campo agricolo per quanto riguarda la richiesta di fondi relativi a colture che vengono abbandonate oppure attivate, o nel campo commerciale delle importazioni di prodotti contraffatti, sia di lusso sia di largo consumo. Nel primo caso si comincia a ricorrere all'uso di rilevazioni del territorio attraverso satelliti: la raccolta, l'analisi e la gestione di queste rilevazioni può essere multiuso e quindi può interessare i servizi segreti. Nel secondo caso, bisogna vincere la complicità delle autorità dei Paesi che producono ed esportano prodotti contraffatti, e questo può richiedere il supporto dell'intelligence. Ma in entrambi i casi i confini tra interesse privato e pubblico, nazionale e internazionale, politico e economico sfumano, si confondono e l'intelligence ne deve prendere atto. A monte, tuttavia, ne devono prendere atto anche i poteri pubblici che sono chiamati a ridefinire i compiti dei loro servizi segreti mentre l'opinione pubblica va tenuta adeguatamente informata affinché non faccia venire meno il suo sostegno. In altri termini, il nuovo contesto operativo impone una nuova cultura d'intelligence.



    2.2 Il dibattito negli Stati Uniti e in Francia

    Negli Stati Uniti il dibattito è più che mai aperto e approfondito da anni mentre in Europa, almeno a livello pubblico, esso è limitato prevalentemente alla Francia.
    A fine marzo, un'apposita Commissione del Senato americano ha concluso che la CIA dà luogo a rilievi di inefficienza e dispendiosità e pertanto deve essere riformata. La reinvenzione dei servizi segreti d'oltre Atlantico è stata affidata dal Presidente Clinton alla Commissione Aspen, che dovrà esaminare le varie alternative. Le posizioni e le proposte, che non mancano di pubblicità, sono le più disparate: mentre il senatore Pat Moyniham vorrebbe chiudere la CIA, il senatore William Cohen propone di privatizzarla e un altro senatore, Howell Heflin, ritiene che vada smembrata.
    A favore della privatizzazione si è pronunziato Bruce Bueno Mesquita, politologo della Hoover Institution, uno dei think tank di ispirazione repubblicana. Davanti alla Commissione senatoriale ha detto: "La gente immagina la CIA come un organismo eroico, dove tutti sono dei James Bond. Ma la maggior parte del lavoro si svolge a tavolino: è un lavoro di ascolto, di studio, di ricerca, d'interpretazione. Inoltre, le fonti d'informazione non sono mai state così pubbliche e copiose, basta pensare all'Internet, la rete di computer che collega il mondo. Le università e l'industria privata sono meglio attrezzate della CIA per questo lavoro di spionaggio. Tra l'altro, con la fine della guerra fredda, la CIA si è burocratizzata, non ha più un nemico a motivarla". Un altro esperto della Hoover Institution, Angelo Codevilla, propone tagli alle spese su alcune ricerche da affidare invece alle università e alle industrie private. Bob Gates, ex direttore della CIA, vorrebbe attribuire il compito di analisi e alcune ricerche ai singoli ministeri.
    Periodicamente intervengono nel dibattito gli ex direttori della CIA, alcuni spingendo verso un'accentuazione dell'attività di intelligence economica, altri invece negando che questa sia compatibile con la filosofia sociale degli Stati Uniti. Questa seconda tesi sembra prevalere e anche il Presidente Clinton, che in un primo tempo appoggiava la tesi opposta, sembra essersi allineato su questa posizione.
    In Francia sono stati numerosi e autorevoli gli interventi pubblici sul ruolo dei servizi segreti ed è stato messo in luce lo stretto rapporto che deve legare la loro attività di ricerca di informazioni, analisi e previsione al complesso della politica estera, nella duplice dimensione diplomatica ed economica. Il più recente e completo contributo è venuto da Claude Silberzahn, dal 23 marzo 1989 al 7 giugno 1993 direttore della DGSE (Direction Générale pour la Securité Exterieure), in un libro uscito alla fine di marzo, "Au coeur du secret" (ed. Fayard).
    Si tratta di un'organica riflessione elaborata a caldo sul problema dell'esistenza dei Servizi - che egli preferisce chiamare services spéciaux - e della loro giustificazione. "Da un secolo - scrive Silberzahn - sono stati considerati elementi essenziali della sicurezza degli Stati e del loro peso nel mondo… Nessuno, domani, sopprimerà i servizi, e quindi bisogna riflettere per farne il migliore uso. Da un lato integrandoli nel migliore modo possibile nell'apparato dello Stato, ciò che implica il favorire il loro dialogo con le istituzioni, e dall'altro lato associandoli al processo decisionale del potere esecutivo" (pp. 311-313).
    L'ex direttore della DGSE ritiene che "l'indipendenza delle nazioni, il loro peso nel mondo, la loro stessa sicurezza, sono oggi largamente disconnesse dalla loro potenza militare. La minaccia militare non è che una minaccia tra le altre, come quelle che irradiano il denaro, gli integralismi, le migrazioni di massa, l'ambiente" (pp. 315-316). In particolare, lo schema dominante dell'attività dei servizi segreti, venuto meno quello del confronto Est-Ovest, è quello del binomio mondializzazione-parcellizzazione (p.311) che procede a mano a mano che si restringe sempre più "il campo del nazionale a vantaggio del transnazionale" (p.314): la mondializzazione è già fortemente avanzata sul piano dell'economia e delle comunicazioni; la parcellizzazione appare come la reazione dialettica ad essa, assumendo le forme della nascita di nuove nazioni, le insorgenze etniche e religiose, i fenomeni razzisti (p. 311).
    Il comunismo non è più il nemico per eccellenza, il fulcro intorno a cui far ruotare l'attività dei servizi speciali all'interno e all'estero. Scrive Silberzahn: "Questo periodo storico agonizza, e con esso tutta la pratica dello spionaggio e del controspionaggio classico che aveva costituito per decenni il cuore del saper-fare dei servizi speciali" (p. 240). Infatti, "lo spionaggio classico - precisa - è un'attività in via di regressione, poiché ciò che è nascosto o segreto oggi in un paese come il nostro riguarda soprattutto il campo economico nel senso ampio del termine: scientifico e tecnologico, finanziario e industriale" (p. 240).
    Oggi e per il futuro prevedibile, per le democrazie la "minaccia essenziale" è "quella del denaro che si può definire selvaggio" (p. 256) perché se "ciò che è militare diventa presto strategico, ciò che è strategico si muta in politico, il politico contiene l'economico" (p. 248). Precisa Silberzhan: "Se c'è un campo dove i Servizi devono pienamente giocare il loro ruolo al servizio della collettività, è quello dell'economia sotterranea, illegale e talvolta mafiosa, e della finanza criminale… Oggi, la più pesante delle minacce contro le nostre società democratiche, la più immediata, è in effetti il denaro diventato selvaggio. Il denaro sporco evidentemente, quello della droga, del crimine organizzato, del prossenitismo, delle mafie. Ma anche il denaro politico che implica una possibile manomissione straniera, e talvolta nemica, sui settori vitali degli apparati economici nazionali. Per non dire del denaro della speculazione che, privilegiando sempre il breve termine, dà scacco alla sovranità monetaria, oggi sempre più teorica, degli Stati" (p. 177).


    2.3 Un dibattito costruttivo

    Se non sembrano esserci dubbi sulla necessità di procedere a una profonda riflessione sulla natura e la funzione dei servizi segreti nel passaggio da un'epoca storica (per i suoi caratteri militari, politici ed economici) all'altra, è bene che questo dibattito sia approfondito e in buona misura pubblico per il fatto che nessuna istituzione può fare a meno di una larga base di legittimità. Poiché ormai se ne discute da almeno dieci anni negli Stati Uniti e da almeno cinque in Francia, è chiaro che il problema è complesso, ma il dibattito ha permesso di chiarire alcuni punti:
    a) la sicurezza nazionale, base del progresso sociale e civile di un Paese, non è più garantita da un quadro esterno generale. Ogni Paese deve ridefinirla in funzione delle proprie risorse, delle possibilità ambientali e degli obiettivi di breve, medio, e lungo termine che si propone la sua classe politica secondo il mandato democraticamente ricevuto;
    b) si attenuano le distinzioni tra sicurezza militare esterna, sicurezza istituzionale interna, sicurezza economica. Questo implica che i servizi segreti devono modificare i rapporti tra le varie compartimentazioni in cui sono divisi e operano, ma soprattutto implica che il loro lavoro si integri regolarmente nell'attività delle altre istituzioni dello Stato;
    c) di fronte alla estensione dell'intelligence privata, favorita dai network comunicazionali che consentono l'accesso a una enorme quantità di informazioni, i servizi segreti devono estendere i loro rapporti con le istituzioni sociali che sono in grado di fornire un prodotto utile all'attività di intelligence o che possono beneficiare, nell'interesse della società, del suo supporto;
    d) la presenza e la funzione dei servizi segreti nell'apparato istituzionale dello Stato devono essere adeguatamente spiegate a pubblici via via più larghi per evitare ai primi di chiudersi in logiche superate e ai secondi di non vederne l'utilità.
    Questi obiettivi possono essere gradualmente raggiunti iniziando a considerare i servizi segreti, in via di prima approssimazione, come qualsiasi altra organizzazione sottoposta a continua mutazione morfo-fisiologica resa necessaria per rispondere sia ai nuovi bisogni sia alle diverse condizioni ambientali. Non solo in questo approccio non vi è nulla di eccezionale, ma la storia dei servizi segreti dimostra ampiamente come, in quanto organizzazioni, essi abbiano sempre manifestato una particolare capacità di adattamento, rinnovando strutture e compiti, modificando le forme di reclutamento e di addestramento, utilizzando nuove tecniche e perfezionando quelle già sperimentate.
    Facendo astrazione dai casi singoli, e considerando i servizi segreti come organizzazioni, cioè strutture umano-tecniche finalistiche, essi sono portati ad accrescere il loro ruolo o a ridurlo, a mantenere i propri referenti o a cambiarli in parte, seguendo i cambiamenti sociali globali. I parlamenti, i governi, i partiti, i sistemi postali o bancari, le imprese, le forze armate, la scuola, ecc. offrono chiari esempi di modificazioni anche profonde, di adattamento costante al cambiamento. anche la resistenza ad esso è naturale per qualsiasi organizzazione sociale che deve riscoprire in sé continuamente quali elementi possono adattarsi, quali devono scomparire e quali devono essere potenziati o creati, nella continua ricerca di un equilibrio tra conservazione della propria identità, rinnovamento interno e promozione della propria immagine esterna.
    La necessità del rinnovamento, per l'intelligence, è scritta nelle cose, nei fatti, negli avvenimenti. Il problema è di trovare una metodologia per gestire questo rinnovamento: i criteri e i soggetti che vi presiederanno daranno alla nuova intelligence una particolare impronta negli uomini, nei metodi, nella struttura. Forse non è esagerato sostenere che le nuove gerarchie di potenza fra gli Stati, dopo lo scardinamento del blocco sovietico, saranno determinate dall'efficienza delle singole strutture di intelligence di cui disporranno.


    3. I SERVIZI SEGRETI MODERNI COME ORGANIZZAZIONI



    3.1 Trifunzionalità e trimodalità

    Premesso che non intendiamo fare una storia dei servizi di intelligence, ma semplicemente rintracciare quegli elementi che, caratterizzati storicamente, hanno dato origine alle presenti e più diffuse accuse nei loro confronti, diciamo brevemente che i moderni servizi segreti nascono, nel periodo compreso tra la guerra franco-prussiana del 1870 e lo scoppio della prima guerra mondiale, per la confluenza di tre componenti già esistenti: lo spionaggio politico-diplomatico, lo spionaggio e il controspionaggio militare, la polizia segreta.
    Queste tre componenti si possono disporre come tre lati di un triangolo scaleno: nei diversi Stati e nelle diverse epoche, questi lati si sono allungati o accorciati, dando al triangolo forme sempre diverse. Si è in tal modo avuta ora la preponderanza del lato indicante l'attività di polizia segreta (tipica dei regimi autocratici o totalitari), ora la preponderanza del lato indicante lo spionaggio politico-diplomatico (generalmente nei periodi di buone relazioni tra gli Stati interessati), ora infine la preponderanza del lato indicante lo spionaggio e il controspionaggio militare (nei periodi di guerra o di minaccia di guerra).
    Negli Stati pre-costituzionali, l'attività dei servizi, allora propriamente definibili come segreti, aveva come referenti il re e il suo gabinetto, i grandi personaggi politici o militari, i vertici delle comunità religiose, i capi delle grandi compagnie mercantili, finanziarie e industriali. Non si deve credere che l'attività segreta costituisse una parte marginale del processo decisionale: il sistema stesso favoriva la segretezza ed era, come sempre, teso a proteggere le proprie comunicazioni, a violare quelle dei nemici o concorrenti e ad acquisire quelle informazioni di volta in volta ritenute importanti.
    Negli Stati costituzionali, le varie componenti in cui si veniva organizzando l'intelligence acquistarono una legalità dapprima all'interno di singole istituzioni (Ministero dell'interno o di polizia, Ministero della guerra, Ministero degli esteri) e poi un ruolo preciso tra gli organi dello Stato. Spesso furono gli eventi a dettare le soluzioni e la storia dei servizi segreti registra il fatto che essi non hanno mai avuto una vita istituzionale tranquilla, ma sono spesso stati soggetti a suddivisioni e ricomposizioni, a proliferazioni e a concentrazioni, a cambiamenti di denominazione, di indirizzo e di referenti, a fasi di esaltazione dei loro compiti oppure di condanna e persecuzione. Sempre, inoltre, all'interno di uno stesso Stato, i diversi servizi hanno manifestato spinte più o meno concorrenziali, riferibili sia a cause estrinseche (struttura politica generale) sia a cause intrinseche (divisione di compiti e di referenti, questioni gerarchiche, fondi).
    Alla trifunzionalità sopra ricordata, la prima guerra mondiale e soprattutto la seconda hanno aggiunto il perfezionamento della trimodalità (raccolta delle informazioni, valutazione o analisi delle informazioni, operazioni clandestine), facendo sempre più ricorso al contributo della scienza e della tecnologia.


    3.2 Servizi non più segreti

    Fino a questo decennio prima dello scoppio della prima guerra mondiale, i servizi segreti erano segreti, cioè non se ne parlava al di fuori di ambienti molto ristretti. Ma da quel momento in poi essi sono diventati di dominio pubblico, non solo contro la loro volontà ad opera (inizialmente) di giornalisti o scrittori (alcuni dei quali, però, erano anche agenti segreti o collegati ai servizi), ma anche per la loro stessa volontà o quella dei governi. Spesso si è avuta maggiore pubblicità intorno all'attività segreta di agenti civili rispetto a quella degli agenti militari, più orientati verso la riservatezza sistematica, eccetto che nella ricostruzione di operazioni avvenute durante le guerre a cui si voleva dare risonanza.
    Da quando l'attività dei servizi segreti è diventata di pubblico dominio, anche per fini propagandistici, esaltatori entusiasti e detrattori di parte o ideologici hanno inondato il pubblico (anche attraverso libri e film) con racconti contraddittori e soprattutto con giudizi diametralmente opposti, approfittando di singole circostanze. In una certa misura i servizi segreti sono responsabili della loro stessa immagine, ma essi sono anche vittime dell'immagine che altri soggetti, per le più diverse finalità, ne danno al pubblico. I metodi e i risultati non sono uniformi poiché le diverse opinioni pubbliche nazionali, per cultura e tradizioni politiche, reagiscono in maniera diversa, alcune comprendendo meglio l'esistenza e giustificando l'attività dei servizi segreti ed altre invece reagendo negativamente. Ma non sono soltanto logiche mercantili a guidare queste operazioni; ad esse sono spesso legati autentici progetti politici che possono avere come obiettivo un potenziamento o un depotenziamento dei servizi segreti. Negli Stati democratici, accade talvolta che i servizi segreti vengano investiti da una serie di critiche e di accuse alle quali non possono istituzionalmente rispondere.
    Riteniamo che sia anzitutto necessario costruire una piattaforma concettuale di normalità intorno a questo tema perché riteniamo che questa sia la premessa metodologica più corretta da seguire per contribuire alla diffusione di una vera e propria cultura d'intelligence.


    3.3 I limiti delle organizzazioni

    È un buon metodo prendere in considerazione anzitutto le critiche. Ai servizi segreti più importanti, cioè quelli che non si riducono a polizie segrete ad uso di sistemi dittatoriali, sono state rivolte molte accuse, che possono essere così riassunte:
    — di fornire al potere politico (o ai comandi militari in tempo di guerra) delle informazioni che, salvo qualche eccezione, non risultano di importanza decisiva, e viceversa di commettere grossolani errori di valutazione oppure operativi per cui, tutto sommato, il denaro che essi costano non è del tutto giustificato;
    — di ingigantire di fronte al potere politico - se non addirittura qualche volta di inventare - le minacce alla sicurezza nazionale in modo da giustificare la loro esistenza e il denaro impiegato;
    — di attribuirsi nuovi compiti e di farsi particolarmente visibili presso l'opinione pubblica in epoche in cui la loro attività ed estensione potrebbero apparire eccessive per evitare in tal modo il rischio di ridimensionamento;
    — di giustificare la loro esistenza con l'esistenza del nemico, creando una sorta di complicità tra tutti i servizi segreti del mondo;
    — di subire l'involuzione tipica di tutte le organizzazioni complesse, cioè la burocratizzazione, la compartimentazione interna fino alla scarsa comunicabilità, l'enorme produzione di rapporti che i destinatari non possono umanamente esaminare e si accumulano generando spesso frustrazione nei loro autori;
    — di sfuggire ad un controllo minuzioso delle loro attività e delle loro spese, con l'inconveniente di sprechi, duplicazioni e ruberie - o deviazioni - a danno del pubblico denaro e dell'interesse dello Stato.
    Per ciascuno di questi capi d'accusa si possono trovare prove a carico che, se in qualche caso possono essere demolite, restano in altri casi difficilmente confutabili in modo aperto e oggettivo. I critici malevoli ne traggono la conclusione che i servizi segreti dovrebbero essere aboliti o drasticamente ridimensionati; i critici benevoli ne sostengono invece l'indispensabilità e si dicono pronti a favorire tutte quelle misure che possono evitare o ridurre i più noti inconvenienti. Ma, impostato in questo modo, il dibattito è senza fine.
    Più utile è invece riconoscere che, nel loro insieme, i capi d'accusa sopra elencati sono comuni a tutte le organizzazioni sociali: partiti, sindacati, imprese, banche, enti internazionali, forze militari, associazioni caritative, mass media, società di assicurazioni, enti non governativi, ecc.. I servizi segreti non sfuggono alle costanti messe in luce dalla sociologia delle organizzazioni: autogiustificazione, autoaccrescimento, burocratizzazione, difesa corporativa, sprechi, corruzione, caduta di efficienza. Un servizio segreto che negasse questi difetti sarebbe altrettanto poco credibile di qualsiasi altra organizzazione che si trincerasse dietro la stessa linea di difesa.
    Nei confronti dei servizi segreti, tuttavia, queste accuse appaiono più gravi, agli occhi dell'opinione pubblica, a causa dell'alone di mistero che circonda la loro attività al punto di farli ritenere come potenze oscure al di sopra e al di fuori della legge, forse anche contro la legge, e dalla difficoltà oggettiva, per i servizi segreti stessi, di difendersi pubblicamente o di affermare positivamente il loro ruolo.
    Come tutte le altre organizzazioni, essi hanno bisogno di una legittimazione, ma incontrano il limite naturale di non poter giustificare sempre e totalmente la loro base di legittimità precisando i servizi resi: essi non possono illustrare le operazioni che hanno in corso, non possono sempre e in dettaglio raccontare i successi (o gli insuccessi) del passato, non possono reclamizzarsi oltre una certa misura. Devono fare affidamento sulla fiducia di ambienti ristretti che conoscono il loro lavoro in maniera sufficientemente precisa, ma che non possono farsene difensori d'ufficio oltre una certa misura anche perché condizionati dalla loro qualificazione politica.
    Un altro limite dei servizi segreti consiste nel fatto che essi sono sistematicamente e contemporaneamente attratti da due poli magnetici: da un lato essi hanno come vocazione istituzionale quella di vegliare, con metodi e mezzi loro propri, sulla sicurezza dello Stato, ma dall'altro lato sono agli ordini dei governi, che cambiano negli uomini e nelle forze politiche che li compongono, e quindi negli indirizzi. In tal modo essi sono divisi tra il perseguimento di obiettivi generali e di lungo termine e obiettivi particolari e di breve termine, e questo crea una continua tensione al loro interno.


    3.4 L'aspetto istituzionale

    Un aspetto che viene spesso trascurato nelle polemiche intorno ai servizi segreti è quello istituzionale: i servizi segreti non sono associazioni private regolate dal diritto privato. Sono organi dello Stato istituiti e organizzati secondo leggi dello Stato e hanno precisi referenti istituzionali.
    Qualsiasi soggetto prende le decisioni in base a due elementi: gli interessi e le informazioni. Gli organi politici individuano gli interessi da perseguire e in base a questi chiedono le informazioni necessarie al loro conseguimento. I servizi segreti si innestano nel momento della ricerca e della fornitura delle informazioni in vista di particolari interessi. Ma il processo non è così semplice e schematico perché gli interessi, a loro volta, emergono dalle (si costruiscono sulle, si rafforzano con le) informazioni.
    In un caso-limite, un servizio segreto potrebbe monopolizzare tutte le informazioni importanti e quindi influenzare in modo decisivo le decisioni del potere politico. In una società pluralistica (pluralistica anche nel campo delle fonti di informazione) questo è piuttosto difficile se non impossibile. Ma l'ipotesi-limite è sempre presente nella sfera politica che, almeno in certi settori, dipende quasi completamente dalle informazioni del servizio segreto. La contromisura tradizionale è quella di organizzare il pluralismo dei servizi segreti con il corollario, difficilmente evitabile, di provocare una concorrenza tra di loro. Ma questa concorrenza non deve essere esagerata: fa parte della storia e della tradizione dei servizi segreti. Un pluralismo motivato non da diffidenza ma da esigenze funzionali può risultare produttivo.
    Il pluralismo dei servizi segreti implica comunque un coordinamento (una struttura di coordinamento o la prevalenza gerarchica di un servizio sugli altri) la cui efficacia si trova sempre in un punto compreso tra l'apparenza di un coordinamento e un reale coordinamento che può essere definito solo caso per caso e difficilmente può essere imposto d'autorità. Come ogni organizzazione, infatti, i servizi segreti elaborano strutture di autoprotezione che di solito sono abbastanza efficaci.
    Inoltre, al di là della dipendenza gerarchica e formale, definita dalla legge, i servizi segreti, per essere efficienti, stabiliscono una rete di collegamenti con numerosi soggetti, pubblici e privati, interni ed esteri, legali e, talvolta, illegali. Nel dettaglio, questi legami non possono essere predefiniti: sono le circostanze ad attivarli, e queste dipendono quasi sempre dalle spesso imprevedibili iniziative di soggetti autonomi. Esiste quindi un margine d'azione per i servizi segreti che sfugge normalmente al controllo e le iniziative relative, per esser fruttuose, non devono essere rivelate intempestivamente e non possono essere previste secondo una precisa casistica.
    In altre parole, per affrontare con serietà, e non a fini polemici o mirati a un obiettivo prefissato, la questione dei servizi segreti, è necessario anzitutto eliminare la eccezionalità del loro trattamento concettuale. Essi devono essere considerati come una forma organizzativa, e quindi strutturata, come tante altre, da proprie leggi intrinseche a loro volta inquadrate dalla legge dello Stato. Su questa base di partenza è possibile sviluppare un discorso specifico sul tipo di organizzazione, sulle finalità, sul controllo, sui metodi operativi ecc.
    In tal modo sarà possibile ottenere, quando ce ne sia bisogno, un importante effetto collaterale: lo sviluppo di una cultura d'intelligence, che non significa un'accettazione acritica dell'esistenza dei servizi segreti e della loro funzione, svolta in un dato modo piuttosto che un altro, ma significa inserire la loro esistenza e la loro attività su un piano di normalità funzionale in seno alla società e allo Stato. Dopo di che sarà possibile discutere le forme e la sostanza della loro attività.


    4. L'INTELLIGENCE NEL FLUSSO DEGLI EVENTI DAL 1945



    4.1 Analisi sincronica e diacronica

    Può essere utile, ai fini di un approfondimento del ruolo dell'intelligence, esaminare rapidamente, in forma sincronica (orizzontale) e diacronica (verticale), l'evoluzione dei fini istituzionali dei servizi segreti in parallelo all'evoluzione delle principali caratteristiche strutturali che hanno dominato la vita dei Paesi occidentali dalla fine della seconda guerra mondiale.
    A tal fine sono state prese in considerazione le seguenti strutture: la forma di comunicazione, cioè le caratteristiche dei principali mezzi di comunicazione e la loro influenza sulle forme stesse della comunicazione; la struttura sociale, intesa sotto l'aspetto organizzativo; la struttura politico-istituzionale, cioè le forme istituzionali assunte dai centri di potere; la struttura economica; la struttura della cultura e dei valori. Alla loro evoluzione ha corrisposto un'analoga evoluzione delle strutture dei servizi segreti e delle loro priorità.
    La segmentazione temporale in periodi è ovviamente una scelta volontaria. Non tutte le strutture prese in esame rispettano la periodizzazione prescelta, ma non è difficile notare una larga coincidenza che dimostra, ancora una volta, come "tutto si tiene".
    Di sfuggita accenniamo alla necessità, nel campo della formazione del personale dei servizi segreti, di fornire, preliminarmente all'attribuzione di specifici incarichi a qualsiasi livello, una preparazione culturale generalista.

    4.2 Periodo 1945-1960

    Questo periodo è considerato come quello in cui si afferma e si consolida la guerra fredda attraverso la costituzione di due blocchi contrapposti su tutti i piani: politico-ideologico, economico-sociale, militare. La spinta è verso la formazione di ampie e solide strutture organizzative verticistiche, sia all'interno degli Stati (grandi partiti, sindacati, chiese) sia tra gli Stati, attraverso la formazione di alleanze militari (NATO, Patto di Varsavia) ed economiche (dal Piano Marshall che getta le basi della ricostruzione post-bellica discende l'OECE e nel suo ambito si forma più tardi il MEC). I mass media dominanti sono la radio e la stampa, strumenti adatti a veicolare messaggi fortemente ideologizzati e propagandistici attraverso cui si combattono gli schieramenti contrapposti (in realtà lo scontro avviene solo all'interno dell'area occidentale in cui i mass media godono di ampia libertà insieme ai partiti di sinistra anti-occidentali e filo-sovietici).
    Nel campo dei servizi segreti, è normale che la priorità vada allo spionaggio e al controspionaggio militare e politico, con un'ampia subordinazione dei servizi segreti alleati nei confronti di quello degli Stati Uniti, specie attraverso la struttura della NATO.


    4.3 Periodo 1960-1980

    Nel campo delle comunicazioni di massa si diffonde la televisione, che entra in un numero sempre crescente di famiglie e attrae per se stessa, come
    mezzo, indipendentemente dal contenuto. Il dibattito politico sfrutta immediatamente questo nuovo mezzo che raggiunge le masse, il cui potere economico intanto cresce con la diffusione del benessere e del consumismo.
    La tv valorizza le singole personalità e John Kennedy riesce con questo mezzo a colmare il distacco che lo separava da Richard Nixon in occasione delle elezioni presidenziali del 1960. Inizia, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, l'epoca della politica-spettacolo in cui svolge un ruolo determinante la personalità carismatica del leader. È questa che comincia ad ottenere il consenso, attraverso la persuasione, su determinati contenuti. La comunicazione politica, veicolata dai leader, tende a moltiplicarli e ciò avvia un processo di demolizione del monolitismo delle grandi strutture organizzate.
    A ridurre il controllo delle grandi strutture sull'opinione delle masse contribuisce la diffusione di alcune tematiche che attraversano le strutture stesse, vanno a colpire gli individui singolarmente, nelle loro coscienze. La crisi di Cuba del 1962, ad esempio, fa prendere consapevolezza del fatto che la pace mondiale dipende dalla buona volontà dei leader delle due superpotenze, e meno dalle grandi strutture politico-militari che USA e URSS hanno messo in piedi. La guerra del Vietnam - la prima guerra in tv - intacca la leadership degli Stati Uniti mentre le notizie del conflitto "ideologico" tra Cina e URSS intaccano la fede dei comunisti nel valore pacificatore del marxismo. Le crisi del Medio Oriente fanno emergere l'importanza del dato economico, dell'interesse nazionale al di là dello schieramento politico e strategico ufficiale. In Italia, il referendum sul divorzio passa attraverso quasi tutti i partiti.
    Notevole è l'influenza della diffusione di culture alternative al confronto Est-Ovest, quali il pacifismo, l'ecumenismo (Concilio Vaticano II), il terzomondismo, l'antimilitarismo. Le due crisi petrolifere e monetarie che si manifestano durante gli anni '70 modificano le forme di produzione, mettono in dubbio la perennità del consumismo, aprono il fronte del dibattito ecologico che si allarga nella contestazione del nucleare, pacifico o militare.
    Tutti questi elementi disgregano progressivamente la capacità di controllo del consenso delle masse ad opera delle grandi organizzazioni. In queste pieghe si manifestano i fenomeni della contestazione, del gruppismo, che poi sfociano nel terrorismo di destra o di sinistra. La sicurezza esterna, garantita dalle grandi alleanze politico-militari, viene adesso sfidata dall'interno, dalla destabilizzazione, che diventa l'elemento centrale dell'interesse dei servizi segreti, impegnati a combattere fenomeni eversivi che presentano cause endogene e collegamenti esogeni, rendendo spesso difficile indicare la priorità genetica tra i due aspetti. Partendo dal caso della fallita operazione della CIA a Cuba (episodio della Baia dei Porci all'inizio del 1961) e speculando sull'assassinio di Kennedy (1963), inizia una vasta pubblicistica che mette sotto accusa i servizi segreti dell'Occidente, già intaccati dalla scoperta in Gran Bretagna della talpa sovietica Philby e dei suoi complici.
    Nasce l'esigenza di superare, o integrare, le grandi organizzazioni internazionali di sicurezza con nuove formule, quali la CSCE (Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), il cui "terzo cesto", relativo ai diritti umani, solo più tardi si rivelerà destabilizzante per il blocco sovietico.


    4.4 Periodo 1980-1990

    Cominciano a diffondersi a livello di massa i personal computer (PC) insieme ad altri prodotti elettronici di massa ma votati all'intrattenimento privato, come gli impianti musicali HI-FI e i videoregistratori. Ciò spinge verso il privato, mettendo in crisi il gruppismo e creando nuove associazioni di tipo più omogeneo. I mass media tradizionali (stampa, radio, tv) interagiscono e creano un flusso informativo dominato dalle tecniche di influenza delle masse. Sono le catene tematiche a generare nuove correnti di opinioni e questo influisce sulle tecniche di propaganda dei partiti, costretti sempre più a filtrare i loro messaggi attraverso i mass media e in particolare attraverso la tv. La crisi del blocco comunista si può seguire alla tv, dall'abbattimento del Muro di Berlino alla rivoluzione romena. L'URSS di Gorbaciov rinunzia al primato dell'ideologia marxista, abbandona il centralismo democratico e la pianificazione centralizzata.
    A questo si arriva però solo alla fine del decennio, caratterizzato, con la presidenza di Ronald Reagan (1981-1988), dalla sfida finale, economica e tecnologica, all'Unione Sovietica, tanto che questa deve ammettere la propria incapacità di reggere il confronto minacciato con la messa a punto dell'Iniziativa di Difesa Strategica (SDI, 1983).
    Di fronte al progressivo allentamento delle grandi strutture unificanti, si manifestano i nazionalismi (Polonia, Solidarnosc: inizio anni '80), i particolarismi, le rivendicazioni dei diritti delle minoranze. Ne cominciano a soffrire le istituzioni centrali degli Stati anche occidentali con il divampare di fenomeni autonomistici (nel Regno Unito, in Francia, in Spagna). Per conservare il consenso, durante il decennio dello scontro incruento ma finale con l'URSS, tutti i Paesi occidentali hanno modificato le strutture economiche, puntando sull'innalzamento dei debiti pubblici al fine di distribuire risorse per mantenere alto il livello dei consumi. Questo produce reazioni nelle regioni, all'interno dei singoli Stati, che credono di dare più di quanto ricevono: da qui le spinte regionalistiche, federalistiche, al limite separatistiche.
    Il disagio sociale, connesso all'aumento della disoccupazione, trova nella xenofobia una valvola di sfogo, alimentata dal crescente integralismo che, dall'Iran, si diffonde nei Paesi musulmani.
    I servizi segreti seguono con particolare attenzione il nuovo ordine internazionale che si profila con i primi accordi per la distruzione o riduzione di armi nucleari, con l'emergere dei nazionalismi e dei separatismi, con l'affermazione di una nuova gerarchia tra le potenze mondiali non più legata principalmente al potere militare: si affermano, oltre alla Germania e al Giappone, la Cina e i Paesi, soprattutto asiatici, di nuova industrializzazione, particolarmente aggressivi sul piano commerciale. Si comincia a parlare di interesse nazionale e di intelligence economica al suo sostegno, ma anche di nuove minacce, legate non solo ai fenomeni sopra indicati ma anche a quelli derivanti dai legami tra terrorismo e criminalità organizzata, mafie, circuiti della droga e del riciclaggio del denaro. Intanto la liberalizzazione dei movimenti dei capitali e la formazione di un mercato finanziario globale riducono i poteri delle banche centrali, diminuendo in tal modo, sostanzialmente, la sovranità dei singoli Stati.


    4.5 Periodo 1990-1994

    Nel campo della comunicazione si affermano il ricorso sempre più massiccio alle banche di dati, il collegamento internazionale (Internet ha 30 milioni di abbonati in tutto il mondo alla fine del 1994), la multimedialità (testi, immagini, suoni), la corrispondenza elettronica. Se si notano gli effetti a livello di comunicazione politica, attraverso la disgregazione dei partiti tradizionali e la formazione di nuovi referenti, la responsabilità non è solo dei mass media, ma del lungo processo di perdita di influenza sulle masse delle grandi strutture organizzate dell'immediato dopoguerra.
    È vero che in una prima fase la tv ha privilegiato la comunicazione carismatica e ha lasciato in secondo piano i contenuti (ad es. ideologici), ma con ciò ha ridotto oggettivamente l'importanza dei contenuti e delle strutture che su di essi si fondavano. È anche vero che, in un secondo tempo, l'insieme dei mass media ha esercitato una influenza sull'opinione pubblica. Ma è altrettanto vero che i mass media sono diventati sempre meno di massa e sempre più personalizzati, e se hanno creato spesso una realtà fittizia o virtuale, non hanno poi impedito ai loro fruitori di reimmergersi, spento il televisore, nella realtà concreta. In un certo senso, il distacco tra la realtà mediatica e la realtà concreta ha fatto rinascere quella capacità di confronto che è alla base della riflessione razionale. E questo è avvenuto sul piano prevalentemente individuale poiché i media dell'ultima generazione consentono al singolo, pur restando solo, di entrare in contatto con tutti, e quindi di non essere isolato. Ma certo il singolo non ha più bisogno di grandi strutture onnicomprensive e protettive.
    Una normale reazione è stata quella di valorizzare il gruppo, ma non come negli anni '60 e '70, in vista della realizzazione di un obiettivo esterno, bensì allo scopo di scoprire delle affinità dimenticate (culturali, religiose, etniche ecc.). Ciò ha provocato anche deviazioni xenofobe, fondamentalismi, ghettizzazioni, emarginazioni: tutto ciò che sembra, per il singolo individuo, avere un valore condivisibile con i propri affini ma non più riferibile allo schema di contrapposizione Est-Ovest.
    Il singolo che riscopre affinità con i propri simili attraverso i network tende a crearsi un'autosufficienza rispetto alle istituzioni tradizionali, comprese quelle riferibili allo Stato, di cui si contestano il centralismo, gli sprechi, l'inefficienza. Ciò si traduce, in alcuni Paesi, nel valorizzare l'idea di una privatizzazione non solo delle capacità produttive in mano pubblica ma anche di molti servizi. Il fenomeno si accentua a mano a mano che vengono al nodo i problemi della finanza pubblica, sovvertita durante gli anni '80, e ora incapace di sostenere quella rete di assistenzialismo che era stata distesa per conservare il consenso durante la recessione economica e mentre era in atto la sfida finale con il blocco comunista. Ma, parallelamente, emerge il fatto che gli Stati non possiedono più il pieno controllo di alcune leve, prima tra tutte quella monetaria, a causa della liberalizzazione del movimento dei capitali e della globalizzazione del mercato finanziario internazionale.
    I servizi segreti sono ora sfidati, in questo inizio degli anni '90, da una serie di minacce che gravano sulla stabilità sociale, sulla sicurezza e sulla indipendenza degli Stati soprattutto per la confluenza di attività in parte legali (trasferimenti di capitali, passaggi di proprietà industriali, delocalizzazioni produttive) e operanti dall'interno e dall'esterno dei confini (forse operanti nel ciberspazio), ma di difficile reperimento, di difficile valutazione in prospettiva, di difficile contrasto anche quando si voglia operare in questo senso (ma spesso manca chiarezza di direttive politiche al riguardo); e per la diffusione di attività illegali che, comunque, riescono in molti modi a diffondersi nel tessuto economico, sociale e politico, sfruttando tecnologie d'avanguardia, competenze professionali elevate, complicità difficili da reperire e da dimostrare.
    A ciò devono aggiungersi, per quanto riguarda i servizi segreti, i nazionalismi in effervescenza, i conflitti interetnici, il traffico di armi o sostanze impiegabili per la fabbricazione di armi di distruzione di massa, le minacce dell'integralismo religioso, ecc.. Non è più possibile distinguere con chiarezza i limiti territoriali di una minaccia, né le forme del suo manifestarsi, né i tempi, né gli obiettivi ultimi perseguiti.
    Un'ultima sfida all'intelligence di Stato, cui si è già accennato, proviene dall'intelligence privata diffusa, dal pullulare di strutture private che sono in grado di "fare intelligence" su commissione (che spesso utilizzano elementi usciti dai servizi segreti) e, talvolta, con minori vincoli legali dei servizi segreti. Senza contare che le grandi imprese o le grandi istituzioni finanziarie già da tempo dispongono di proprie strutture di intelligence, impegnate tanto nello spionaggio verso i concorrenti quanto nel controspionaggio per difendersi, cui deve aggiungersi la tradizionale e sempre più perfezionata attività di lobby che, per essere efficace, ha bisogno di un lavoro di preparazione e di fiancheggiamento di tipo intelligence.
    Se i poteri pubblici e le opinioni pubbliche non sono sufficientemente avvertiti di queste profonde mutazioni ambientali, i servizi segreti si troveranno nella difficoltà di precisare i loro compiti e di giustificare il proprio operato. Eppure mai come in questa epoca, definita era dell'informazione o anche era della conoscenza, gli Stati avvertono il bisogno di contare su efficienti strutture votate espressamente alla raccolta delle informazioni per produrre quella conoscenza che è indispensabile nel processo decisionale.


    4.6 Intelligence diffusa

    Senza volere entrare in dettagli, è possibile farsi un'idea della ramificazione dell'intelligence nella società distinguendo l'area dell'attività dello Stato e l'area dell'attività privata, tenendo conto del fatto che tra le due vi è continua osmosi. Nello schema che segue si può osservare l'articolazione degli interessi dei diversi soggetti, il modo in cui questi interferiscono l'uno sull'altro e in che misura è diffusa l'attività di intelligence sia a livello di acquisizione di informazioni e di conoscenza (spionaggio e analisi delle fonti aperte e protette) sia a livello di protezione o difesa dei propri interessi (controspionaggio e analisi delle fonti aperte e protette).
    Ogni soggetto, sia che appartenga al dominio dell'attività statale sia che appartenga al dominio dell'attività privata, nel perseguire il proprio interesse (pubblico o privato) ha, schematicamente, sempre due obiettivi fondamentali: la ricerca del potere nei confronti dei soggetti omologhi (conquista, conservazione, accrescimento) e la ricerca del benessere, che consiste essenzialmente nel migliorare le proprie condizioni materiali.
    Lo Stato persegue entrambi questi obiettivi attraverso tre tipi di attività: espansiva (o di iniziativa), protettiva (difensiva) oppure regolata. Nei primi due casi, lo Stato è libero nei suoi comportamenti; nel terzo caso, invece, essi sono assoggettati a delle regole che lo Stato stesso ha accettato, o in posizione di subordinazione, o in posizione di uguaglianza con altri Stati: in ogni modo si tratta di accordi internazionali bilaterali o multilaterali, o anche di accordi a livello ministeriale o di altri enti (ad es. le banche centrali). Non si deve però dimenticare che gli Stati possono agire anche contro le regole che hanno accettato con altri Stati oppure sapendo di violare le leggi di un altro Stato.

    I vari casi possono essere inquadrati nello schema seguente:

    DOMINIO DELL'ATTIVITÀ STATALE

    A. Ricerca del potere

    1. Attività espansiva (iniziativa)
    a. aiuti militari e vendita di armi
    b. politiche egemoniche
    c. intervento e aggressione
    d. conquista territoriale
    e. dominio commerciale
    f. spionaggio

    2. Attività protettiva (difensiva)
    a. modernizzazione militare
    b. alleanze politiche
    c. mantenimento della stabilità politica
    d. sicurezza dei confini
    e. controllo delle esportazioni
    f. controspionaggio

    3. Attività regolata (accordi internazionali)
    a. leggi di guerra
    b. regolamentazione dell'aggressione: Carta dell'ONU
    c. alleanze militari e politiche
    d. monitorizzazione eventi - banche di dati

    B. Ricerca del benessere

    1. Attività espansiva
    a. aiuti economici
    b. commercio internazionale e assistenza tecnica
    c. imperialismo e neoimperialismo
    d. intervento e aggressione
    e. integrazione internazionale
    f. diplomazia dei prodotti primari
    g. monitorizzazione di eventi - banche di dati

    2. Attività protettiva
    a. restrizioni nazionali al commercio
    b. conservazione delle risorse naturali
    c. controlli sulla forza-lavoro - immigrazione
    d. politiche fiscali e monetarie
    e. protezione informazioni, risorse e proprietà

    3. Attività regolata
    a. commercio internazionale
    b. debito internazionale
    c. unioni doganali
    d. codici di condotta
    e. monitorizzazione di eventi - banche di dati

    Quanto all'attività dei soggetti non statali, che si possono definire privati, la ricerca del potere e la ricerca del benessere possono avvenire in due forme: o con un'attività collaborativa, sul piano di parità tra i soggetti (regolati dal diritto privato, nazionale o internazionale, su base consensuale), o con un'attività competitiva, la quale può essere regolata dal diritto, ma in qualche caso può svolgersi contro il diritto, se non dello Stato cui appartengono questi soggetti privati, eventualmente contro il diritto dello Stato sul quale interferisce quella attività o contro il diritto che scaturisce dagli accordi internazionali.

    DOMINIO DELL'ATTIVITÀ PRIVATA

    A. Ricerca del benessere

    1. Attività collaborativa
    a. scambi di beni e servizi
    b. scambi educativi e culturali - turismo
    c. uso delle fonti aperte e delle banche di dati

    2. Attività competitiva
    a. utilizzazione delle risorse mondiali
    b. sviluppo tecnologico
    c. competizione per capacità tecnologica, manageriale, ecc.
    d. sfruttamento dei mercati monetari globali
    e. acquisizione non consensuale di informazioni

    B. Ricerca del potere

    1. Attività collaborativa
    a. mantenimento di un'ideologia orientata al profitto
    b. rispetto dei bisogni economici del Governo
    c. rispetto dei bisogni economici degli alleati
    d. espansione dell'occupazione per iniziativa governativa
    e. gestione difensiva dell'informazione

    2. Attività competitiva
    a. commercio internazionale delle armi
    b. protezione dei mercati mondiali e delle materie prime
    c. conservazione dei vantaggi commerciali comparativi
    d. gestione offensiva dell'informazione

    Anche un sommario esame dello schema sopra riprodotto è sufficiente per rendersi conto della pervasività dell'attività di intelligence, necessaria a tutti i soggetti, pubblici e privati, per prendere decisioni in vista della protezione dei propri interessi.
    Questa pervasività dell'intelligence è un riflesso della diffusione del potere (politico, economico, ideologico-culturale, religioso, militare) che, come si è già detto, ha intaccato profondamente anche il concetto di sovranità nazionale. Ma non per questo è venuto meno il concetto di interesse nazionale, che può sempre essere definito, o meglio ridefinito con flessibilità a causa dell'accelerazione dei cambiamenti che si è verificata in questa seconda metà del secolo XX. Una flessibilità che, dopo quanto si è detto, si estende naturalmente anche ai servizi segreti, ai quali certo non si può rimproverare di non aver sempre cercato di mantenere il contatto con il fronte avanzato dei cambiamenti, ma verso i quali è necessario diventare sempre più consapevoli, anche in quanto organizzazioni, che i processi di adattamento non finiscono mai e che non è mai produttivo subirli anziché promuoverli consapevolmente.
    Questa realtà di intelligence diffusa è, nelle condizioni presenti, irreversibile e quindi costituisce la base di partenza per un accreditamento del ruolo dei servizi segreti nelle società contemporanee, per una promozione della cultura d'intelligence che parta anzitutto dall'interno stesso della comunità d'intelligence di un singolo Paese ma poi, compatibilmente con la sua storia e la sua esperienza, si dilati verso le sfere pubbliche responsabili e, in cerchi sempre più larghi, verso l'opinione pubblica. Perché le strutture più salde sono quelle che godono del più ampio e profondo consenso democratico.



    5. CONCLUSIONI

    Il concetto di sicurezza nazionale ha esteso, da un lato, i suoi confini e, dall'altro, li ha resi più fluidi. Questo fatto rende più difficile definire in modo normativo e organizzativo sia la struttura dell'intelligence sia l'attività di intelligence.
    Tutti i principali Stati del mondo sono quindi impegnati a riorganizzare i loro servizi segreti poiché la loro materia prima - l'informazione - è diventata tale anche per altri numerosi soggetti che operano all'interno degli Stati e attraverso gli Stati.
    Questioni militari, industriali-commerciali, tecnologiche, politico-sociali, di natura privata o pubblica o mista, massa esorbitante di informazioni, difficoltà a definire i problemi in termini ideologici o geografici o geopolitici, impongono un'accurata riorganizzazione dei servizi segreti.
    Quanto più questa sarà efficace, lungimirante e flessibile, tanto più gli Stati e i loro governi potranno disporre di uno strumento in grado di produrre non solo sicurezza ma anche benessere. Sui servizi segreti si fonda buona parte della nuova gerarchia tra le potenze nel mondo del dopo guerra fredda.
    La massoneria il vero nemico!

 

 

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