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Discussione: Guerra All'ucraina

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    Predefinito Guerra All'ucraina

    Raccolta di articoli inerenti la delicata questione ucraina.

    UCRAINA: TRA EURASIA E OCCIDENTE

    "Sarà molto più difficile che [la Russia] accetti l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, in quanto ciò equivarrebbe a riconoscere che il suo destino non è più organicamente legato a Mosca (...) E se la Russia sarà disposta ad accettare questo nuovo stato di cose, ciò significherà che anch’essa sarà davvero propensa a divenire parte integrante dell’Europa, anziché scegliere una solitaria vocazione eurasiatica" (Zbigniew Brzezinski, "La grande scacchiera", Milano, 1998, p. 165)

    "La sovranità dell’Ucraina rappresenta per la geopolitica russa un fenomeno a tal punto pernicioso che, in linea di principio, può facilmente innescare un conflitto armato. L’Ucraina, come Stato autonomo e non privo di qualche ambizione territoriale, costituisce un enorme pericolo per tutta l’Eurasia. Sotto il profilo strategico l’Ucraina non deve essere che una proiezione di Mosca verso Sud e verso Occidente" (Aleksandr Dugin, citato in Vladimir A. Kolosov, "La collocazione geopolitica della Russia", Torino, 2001, p. 17)

    "I risultati delle elezioni non possono essere accettati come legittimi" ( Dichiarazione di Colin Powell, Segretario di Stato USA, riportate dall’ANSA il 24/11/2004)

    "Il presidente russo Vladimir Putin si congratula con il vincitore delle elezioni Victor Yanukovic" ( Notizia riportata dall’ANSA il 25/11/2004)

    Se qualcuno non capisse le reali motivazioni del tam tam mediatico di questi giorni sulle elezioni ucraine, dovrebbe forse correre a leggere il noto saggio di Zbigniew Brzezinski, "La grande scacchiera", dove l’ex consigliere per la sicurezza nazionale statunitense avverte dell’importanza della posta in gioco. Queste le sue considerazioni più interessanti: "L’Ucraina assumeva un’importanza decisiva. La crescente propensione degli Stati Uniti ad assegnare un’alta priorità ai rapporti con questo Paese e ad aiutarlo a difendere la sua nuova indipendenza veniva visto da molti a Mosca – filo-occidentali compresi – come una politica contraria all’interesse vitale della Russia a reintegrare col tempo l’Ucraina nel suo campo: un obiettivo che rimane ancora un articolo di fede per molti esponenti dell’élite politica russa (...) Tra il 2005 e il 2010, l’Ucraina, specie se avrà fatto progressi significativi sulla via delle riforme, assumendo sempre un carattere di Stato centroeuropeo, dovrebbe essere pronta ad avviare seri negoziati sia con l’U.E. sia con la NATO (...) L’indipendenza dell’Ucraina ha privato inoltre la Russia della sua posizione dominante sul Mar Nero, dove Odessa costituiva un avamposto strategico per gli scambi con il Mediterraneo e il più vasto mondo. La perdita dell’Ucraina ha avuto anche enormi conseguenze geopolitiche, poiché ha drasticamente limitato le opzioni geostrategiche della Russia. Anche senza i Paesi Baltici e la Polonia, una Russia che avesse conservato il controllo sull’Ucraina poteva ancora cercare di fungere da guida di un impero eurasiatico risoluto, dove Mosca avrebbe dominato i non slavi del Sud e nel Sud-Est dell’Ex Unione Sovietica" (Brzezinski, op. cit., pp. 117-127-141-142). Ubi maior minor cessat, si sarebbe detto in altri tempi, senonchè riteniamo doveroso svolgere alcune considerazioni su quello che sta succedendo in Ucraina, dove le elezioni presidenziali hanno visto la vittoria del candidato filo-russo Victor Yanukovic sul candidato filo-occidentale Victor Yushenko, affermazione subito contestata dall’opposizione spalleggiata da OCSE, NATO, Casa Bianca e mass media atlantisti. I sondaggi che subito dopo il voto attribuivano il successo a Yushenko e la repentina calata in piazza dei suoi sostenitori, fanno innanzitutto pensare a un complotto ben organizzato dagli apparati spionistici mondialisti, alfine di mettere in difficoltà il neoeletto Yanukovic e il suo padrino di Mosca, Vladimir Putin, vero obiettivo della manovra destabilizzante. Chiunque abbia la pazienza di ascoltare e leggere i commenti delle tv e della stampa occidentale sulla situazione ucraina non può che giungere a due conclusioni: 1) la vittoria è stata scippata a Yushenko grazie a brogli clamorosi e la stragrande maggioranza della popolazione lo appoggia nelle sue rivendicazioni; 2) l’obiettivo di Putin è quello di annettere antidemocraticamente l’Ucraina alla Russia al fine di ricreare una sorta di Impero zarista o Unione Sovietica. Se sul secondo punto le citazioni sopra riportate sono sufficientemente esplicative, sul primo è invece doverosa un’analisi di controinformazione, visto che le numerose manifestazioni di sostegno a Yanukovic sembrano essere state "oscurate" dai mass media nostrani. Appare prematuro ora fare previsioni sulla possibile evoluzione della crisi, fermo restando che l’eventuale degenerazione della disputa elettorale (soluzione militare, spaccatura del paese...) ricade tutta sulle spalle dell’Occidente, pronto ad appoggiare o a contestare i risultati delle urne esclusivamente in funzione del proprio interesse contingente (Algeria docet). Subito dopo l’indipendenza concessa da Mosca nei primi anni Novanta, la classe dirigente ucraina fece tutto il possibile per lasciarsi alle spalle gli stretti legami culturali, economici e religiosi che la legavano alla Russia, ma per vari motivi ottenne scarsi risultati. Iniziamo col ricordare che almeno ¼ della popolazione dell’Ucraina è russa o russofona, specie nelle regioni orientali di Doneck e Dnepetrovsk, che sono anche le più ricche e industrializzate, così come nei territori costieri sul Mar Nero (conquistati dall’Impero zarista nel XVIII secolo) vi è una predominanza linguistica russa. Secondo un censimento del 1989, i russi in Ucraina sono il 67,9% nella regione di Doneck, il 65,5% in quella di Lugan, il 50,1% in quella di Charkov, il 53,4% in quella di Zaporoz e il 67% tra gli abitanti della Crimea. Risultano perciò vani i tentativi governativi d’ imporre l’ucraino come lingua di Stato, di considerare nell’ambito della scuola media la letteratura russa come straniera e di sottolineare grazie all’uso dei mass media le peculiarità della cultura ucraina. I russi che abitano in Ucraina non si sentono una minoranza etnica e tantomeno sono percepiti come tali dagli stessi ucraini, se si fa eccezione per le regioni occidentali del paese. Sondaggi condotti nel 1999, dimostrano che il 61% degli abitanti dell’Ucraina hanno una percezione positiva della Russia, più di 1/3 di essi desidererebbe vivere con i russi in unico Stato e la maggioranza assoluta si dice favorevole a frontiere con Mosca del tutto trasparenti, vale a dire senza controlli doganali o richieste di visto ( Kolosov, op. cit., p. 324). La situazione più complicata è sicuramente quella dei russi di Crimea, che rifiutano ogni forma di ucrainizzazione e tendono piuttosto alla creazione di una loro forma di autonomia, sia per la passata politica di Kiev sia per le pretese avanzate dai tatari che rivendicano le loro terre di origine e vorrebbero trasformare la regione in un’entità statale poggiante sulla propria eredità culturale. Qui i russi hanno creato non solo propri organi di stampa quotidiani e periodici, ma anche partiti politici, perciò un’eventuale inasprimento della contrapposizione potrebbe creare conseguenze pericolose. Anche sotto il profilo religioso i risultati ottenuti dagli indipendentisti non sono così lusinghieri, malgrado lo sforzo congiunto della dirigenza ucraina e dell’uniatismo cattolico ( Per comprendere il ruolo dell’Uniatismo in Ucraina, bisogna ricordare che nel XVI secolo, nel quadro della Controriforma, la Chiesa cattolica – appoggiata dalle potenze dell’epoca come Austria e Polonia – tentò di sottrarre intere regioni all Ortodossia. Il meccanismo era molto semplice: in cambio di vantaggi materiali concessi dagli Stati cattolici, i fedeli dovevano riconoscere l’autorità di Roma, pur conservando la totalità delle loro tradizioni, dei loro costumi, riti e rituali, cfr. Francois Thual, "Geopolitica dell’Ortodossia", Milano, 1995, p. 95. Significativo in questo momento della crisi ucraina, l’arrivo a Kiev di Lech Walesa...). Già dal 1990, il Patriarcato di Mosca ha concesso alle proprie diocesi e parrocchie sul territorio ucraino lo status di chiesa autonoma, il che presuppone la piena sovranità nelle questioni riguardanti la vita interna e l’ambito amministrativo e finanziario. Tuttavia, dal momento stesso in cui l’Ucraina ha avuto la propria indipendenza statuale, una parte dei vescovi della Chiesa ortodossa ucraina – sostenuta dai politici locali – ha sollevato più volte il problema dell’autocefalia, cioè della piena autonomia canonica dal Patriarcato russo. Sono così sorte nel 1993 tre chiese ortodosse reciprocamente ostili: la Chiesa ortodossa ucraina (UPC-MP) sotto la giurisdizione di Mosca, che resta ancora alla fine degli anni novanta nettamente la maggiore organizzazione religiosa del paese con 7.986 parrocchie; la Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Kiev (UPC-KP), alla quale appartengono 2.187 parrocchie e la Chiesa ortodossa ucraina autocefala (UAPC) che di parrocchie ne conta 1.026 ( Kolosov, op. cit., p. 201). Per ritornare invece a un quadro più strettamente geopolitico, occorre ricordare che se per la Russia la perdita dell’Ucraina era stata assai grave per ragioni strettamente economiche, Kiev dipendeva completamente da Mosca per le sue forniture di petrolio e gas naturale. Senza l’Ucraina, la Russia non solo perde le sue terre più fertili, ma anche i tradizionali sbocchi portuali di Odessa, Mariupol e Ilicevsk, nonché quelli della Crimea. Inizialmente il governo moscovita aveva perciò deciso di sviluppare un asse alternativo, Pietroburgo-Mosca-Voronez-Rostov-Novorrosijsk che, contribuendo al declino dei porti ucraini, aveva aumentato l’attrazione delle regione orientali e russofone dell’Ucraina verso di esso. Il compromesso, firmato nel 1997, prevedeva che la Russia affittasse per 20 anni le infrastrutture portuali all’Ucraina, in parziale pagamento dell’immenso debito energetico che Kiev stava accumulando verso Mosca, mentre la quasi totalità delle unità della flotta rimanevano in mano russa ( Aldo Ferrari in Autori Vari, "Il grande Medio Oriente", Milano, 2002, p. 74) : ricordiamo che nella rada di Sebastopoli la flotta sovietica aveva le sue basi migliori. Gradatamente i legami economici tra le due nazioni hanno ripreso a tornare forti. Dalle statistiche emerge che nel 1997 i paesi aderenti alla CSI hanno investito nell’economia russa 55,6 miliardi di rubli, di essi 26,2 sono dell’Ucraina (47,1% del volume complessivo) e malgrado una lieve discesa nel 1998 (6,2 miliardi pari al 23,4% degli investimenti totali operati dai paesi della CSI), ancora nel 1999 l’Ucraina riceve dalla Russia il 40% delle sue importazioni, mentre quest’ultima continua a sua volta ad essere il principale importatore della produzione di Kiev ( Kolosov, op. cit., p. 324). L’ultimo sgarbo arriva perciò nel 1999, quando l’Ucraina si segnala come il membro più attivo del GUUAM (Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbajdzan e Moldavia), un blocco che intende fare da contrappeso geopolitico all’influenza della Russia nello spazio postsovietico. Ad esso segue la virata operata dallo stesso presidente ucraino Leonid Kuchma, che rilancia la cooperazione con Mosca in vari settori. Prima con la firma di un accordo per la riunificazione delle reti elettriche dei due paesi, poi garantendo l’acquisto da parte della Lukoil (la maggiore compagnia petrolifera russa) di quote della raffineria di Odessa (la Lukoil sta peraltro valutando anche la possibilità di acquistare la raffineria di Cherson, in Crimea, cfr. Aldo Ferrari, ibidem), infine con la sottoscrizione di un rilevante pacchetto di accordi intergovernativi fra i quali spicca un’intesa per il transito del gas per un periodo di 15 anni ( Fabrizio Vielmini, ibidem, p. 235). Si deve perciò concludere che gran parte delle suggestioni instillate dall’opinione pubblica mondialista in questi giorni non sono veritiere e a riprova segnaliamo l’atteggiamento prudente mantenuto dai vari capi di governo europei (Chirac e Schroeder in testa) sull’esito delle elezioni, a dispetto dell’arrogante aggressione condotta dagli sgherri atlantisti Barroso e Solana. La decisa opzione strategico-militare adottata proprio recentemente da Vladimir Putin (cfr. Giulietto Chiesa, "Torna la superpotenza russa e non è un bluff", www.lastampa.it, 24/11/2004. Il nuovo missile antiportaerei costruito dai russi, sarebbe stato venduto oltre che all’Iran anche alla Cina, cfr. Maurizio Blondet, su www.effedieffe.com) lascia ben sperare sulla possibile evoluzione della crisi ucraina, malgrado le forti pressioni diplomatiche statunitensi e la cecità dei burocrati di Bruxelles, autori di una politica europea evidentemente suicida nel suo supino adeguarsi alle logiche di Washington. Per Mosca, d’altronde, potrebbe essere l’ultimo treno utile, prima di essere definitivamente inghiottita dall’espansione occidentalista. (Stefano Vernole, www.eurasia-rivista.org)

    DIETRO IL TENTATO PUTSCH DI KIEV SI MUOVE L'ASSEDIO ATLANTICO ALLA RUSSIA

    Viktor Yanukovic è il nuovo legittimo presidente eletto dell’Ucraina. La Commissione elettorale centrale di Kiev ha formalizzato ieri la sua vittoria elettorale. Viktor Yushenko, il candidato presidenziale gradito a Washington dichiarato sconfitto al ballottaggio, però non si arrende. Forte dei suoi inquietanti appoggi atlantici, si è detto pronto a un nuovo voto se verrà rinnovata la commissione elettorale centrale che, secondo lui, avrebbe avallato i presunti brogli. Yushenko ha accusato apertamente il suo sfidante e il presidente uscente Kuchma di aver tentato un golpe e ha invitato la folla a manifestare pacificamente. L’organizzazione di Yushenko è certamente poderosa, forte del sostegno economico che gli proviene dalla grande finanza internazionale che vorrebbe mettere gli artigli sull’Ucraina. Da parte sua, il presidente uscente Leonid Kuchma ha escluso categoricamente che si farà ricorso alla forza per stroncare le manifestazioni che nel nome della "libertà" sono in realtà manovrate dall’Occidente. Questo atteggiamento è assai responsabile, perché Yushenko (e i suoi amici di oltre oceano) non aspettano altro per invocare qualche intervento internazionale. La vicenda, infatti, ricorda in modo preoccupante quanto avvenne solo poco tempo fa in Jugoslavia. Anche là ci fu un presidente democraticamente eletto, Slobodan Milosevic, anche là ci fu un’opposizione appoggiata dagli atlantici, anche là ci furono accuse di brogli elettorali e sappiamo tutti come la storia è terminata, aggressione Nato compresa. Certo l’Ucraina è molto più vicina alla Russia di quanto non lo fosse la Jugoslavia e, soprattutto, la Russia di oggi è quella di Vladimir Putin e per fortuna non più quella di Michail Gorbaciov o di Boris Yeltsin. Non crediamo che Mosca possa oggi accettare una colonia atlantica davanti all’uscio di casa. In ogni caso con il denaro oggi si compra ogni cosa, anche una folla di manifestanti. Così nelle strade e nelle piazze di Kiev ci sono stati più di 500.000 manifestanti filo-Yushenko e imponenti manifestazioni si registrano anche in altre città dell'Ucraina, tra cui Leopoli (120.000 partecipanti) e nella centro-orientale Kharcov (80.000). Martedì sera era stato circondato l'edificio che ospita gli uffici dell'amministrazione presidenziale, ieri la situazione è tornata meno tesa ma decine di migliaia di persone si sono radunate nei pressi della sede della commissione elettorale centrale, da dove dovrebbero essere resi noti i risultati ufficiali delle elezioni con la formalizzazione della vittoria del candidato nazionalista Viktor Yanukovic. In pratica Yushenko cerca di utilizzare la piazza per impedire che venga formalizzato il risultato delle urne: il vero golpista è lui. Il popolo ucraino, certamente preso alla sprovvista da questa organizzazione, certo preparata da tempo (e sappiamo dove) comincia però a reagire per scongiurare queste manovre antinazionali. I sostenitori di Yanukovic hanno messo in piedi un presidio nella capitale, non lontano dallo stadio, ed è anche imminente l’arrivo di migliaia di lavoratori e cittadini che si aggiungeranno ai minatori giunti da Donetsk. Yushenko, intanto, cercando di forzare la mano con un bluff, ha prestato illegittimamente giuramento come "nuovo presidente". L'autoproclamazione è avvenuta nella sede del Parlamento a Kiev. L’esponente filo atlantico può contare sull’appoggio dell’Organizzazione per la Coooperazione e la Sicurezza in Europa (Osce), che ha parlato di voto non conforme alla prassi democratica, e su quello dell'inviato del presidente americano George Bush, il senatore Richard Lugar, il quale ha addirittura esortato gli ucraini a prendere provvedimenti perché le autorità di Kiev pubblicassero i veri risultati delle presidenziali: arbitri non certamente neutrali. Il popolo ha però deciso e gli europei devono battersi affinché la sua scelta venga rispettata, impedendo che ancora una volta gli interessi Usa prevalgano fin dentro il cuore dell’Europa. Oggi è una giornata decisiva. La nuova Commissione Ue - che, assieme alla Nato ha già ricevuto ieri dall’ambasciatore ucraino il "niet" di Kiev ad interferenze illegittime, presieduta da Barroso si incontra con Vladimir Putin e la delegazione russa, per un vertice predisposto da tempo. E Mosca metterà in chiaro la sua indisponibilità ad avallare il tentato putsch di Yushenko. Il nuovo fronte dell’assedio atlantico alla Russia non è gradito dal Cremlino. (Paolo Emiliani, Rinascita, 25-11-2004)

    COSA SUCCEDE IN UCRAINA

    Per capire cosa succede in Ucraina, è necessario – e sufficiente – riaprire il saggio che Zbigniew Brzezinski (Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, membro influente del Council on Foreign Relations (CFR) e della Commissione Trilaterale, è il grande suggeritore strategico del neo-imperialismo Usa. Gli si devono operazioni come la consegna dell’Iran all’ayatollah Komeini e le mire americane sull’Afghanistan. Il titolo originale del saggio che citiamo qui è: "The Gran Chessboard") ha pubblicato nel 1997, con il titolo "Il grande scacchiere" e con un sottotitolo ancora più rivelatore: "L’egemonia americana e i suoi imperativi geostrategici". Eccone i passi rilevanti: "L'Ucraina, nuovo e importante spazio nello scacchiere eurasiatico, è un pilastro geopolitico perché la sua stessa esistenza come paese indipendente consente di trasformare la Russia. Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. La Russia senza l’Ucraina può ancora battersi per la sua situazione imperiale, ma diverrà un impero sostanzialmente asiatico, probabilmente trascinato in conflitti usuranti con le nazioni dell’Asia centrale, che sarebbero sostenute dagli stati islamici loro amici nel sud. Ma se Mosca riconquista il controllo dell’Ucraina, coi suoi 52 milioni di abitanti e grandi risorse naturali, oltreché l’accesso al Mar Nero, la Russia automaticamente riconquisterà le condizioni che ne fanno un potente stato imperiale esteso fra Asia ed Europa. La Russia [...] si allontanerà sempre più dall’Europa. Gli Stati che meritano il più forte sostegno geopolitco americano sono l’Azerbaijan, l’Uzbekistan e (al di fuori di quest’area) l’Ucraina, in quanto tutti e tre sono pilastri geopolitici. Anzi è l’Ucraina lo stato essenziale, in quanto influirà sull’evoluzione futura della Russia". Più avanti, Brzezinski illustra in cosa consista l'"essenzialità" dell'Ucraina. Si tratta dell'accesso ai giacimenti petroliferi dell'Asia centrale. "Per l’Ucraina le questioni essenziali sono il futuro carattere del CIS (Comunità degli Stati Indipendenti, la federazione centrata sulla Russia) e il libero accesso alle fonti energetiche che ridurrebbero la sua dipendenza da Mosca. Di conseguenza, l’Ucraina ha sostenuto lo sforzo della Georgia per divenire la via dell’esportazione del greggio azero verso Occidente. L’Ucraina ha anche collaborato con la Turchia per indebolire l’influenza russa nel Mar Nero ed ha sostenuto il disegno turco di dirigere i flussi petroliferi dell’Asia centrale verso i terminali turchi. Né l’Occidente né la Russia possono permettersi di perdere l’Ucraina o il suo passaggio dalla parte dell’avversario geo-economico". Dunque l’Ucraina è il centro delle reti petrolifere che corrono nel corridoio eurasiatico: quella stessa area dove gli Usa hanno, con la scusa della "guerra al terrorismo", impiantato basi militari permanenti. Esiste persino una legge americana, varata nel 1999 e chiamata "Silk Road Strategy Act" (Legge strategica sulla via della seta) che invita esplicitamente le "nazioni del Caucaso meridionale e dell’Asia centrale" a "stabilire fra loro forti legami politici, economici e militari". E’ inteso che la Casa Bianca "sostiene" gli sforzi in questa direzione. Georgia, Uzbechistan, Azerbaijan, Moldavia e Ucraina hanno già costituito un’alleanza militare sotto l’ombrello della Nato, e finanziata militarmente dall’Occidente. Naturalmente, lo scopo dichiarato è di "estendere la democrazia" anche lì, identificata con l'"economia di mercato". Con adeguate "riforme" dettate dal Fondo Monetario, dal WTO e dalla Banca Mondiale. Questi Paesi, poverissimi ed esausti, sperano molto dalla loro cooptazione nel mercato occidentale. Ma ciò che conta per Washington al di là della retorica, è che quell’alleanza da loro voluta sta allo sbocco strategico del greggio e del gas del Caspio, e che l’Ucraina e la Moldavia sono percorse dagli oleodotti diretti ad Ovest. E’ evidente che lo scopo finale è tagliar fuori la Russia dai giacimenti del Caspio e di isolarla politicamente per sempre. La "profezia" di Brzezinski si rivela così, piuttosto, un piano che gli Usa perseguono con tutti i mezzi, anche i più discutibili. Nel 2003, una "insorgenza democratica" organizzata "spontaneamente" con i finanziamenti della George Soros Foundation (del finanziere ebreo Soros) ha strappato il potere in Georgia a Shevarnadze per consegnarlo ai "liberali" filo-americani. Altre fondazioni "private" americane, come il National Endowment for Democracy, l’International Republican Institute, e purtroppo i think tank tedeschi Konrad Adenauer Foundation (cristiano-democratico) e la Friedrich Ebert Foundation (socialista) stanno da mesi organizzando la minoranza cattolica ucraina, nazionalista e antirussa, facendo attiva propaganda fra la gioventù e mobilitando fondi al candidato filo-occidentale ucraino. Ovviamente anche la Open Society, una fondazione "culturale" di Soros, è della partita. Il fatto paradossale è che sia il "filo-russo" Yanukovich, sia il "filo-occidentale" Yuscenko sono burattini del presidente-dittatore ucraino Leonid Kuchma, vecchia volpe dei tempi sovietici (era un gestore del settore missilistico). In realtà, Kuchma ha fatto di tutto per farsi riconoscere da Washington come un docile subalterno. Ha nominato primi ministri approvati dalla Casa Bianca ed ha avviato le "privatizzazioni" richieste dal Fondo Monetario, che hanno provocato il crollo dei redditi medi ucraini a livelli africani. Ma quando a Mosca è andato al potere Putin e la Russia ha cominciato la sua ripresa, divenendo evidente il disastro economico ucraino, Kuchma ha licenziato il premier autore delle privatizzazioni, Victor Yushenko, mettendo al suo posto Victor Yanukovich. Costui, che proviene dall’area industriale dell’Ucraina orientale (dove si parla russo e dove la religione è quella ortodossa) non ha fatto che prendere atto della realtà: che le industrie ucraine sono ancora integrate nel vecchio sistema sovietico e perciò dipendono fortemente dalla Russia come sbocco e come fornitore energetico. Trattate le forniture di greggio russo a prezzi di favore e con nuovi investimenti russi, l’economia ucraina ha conosciuto una ripresa, con il primo aumento di salari e pensioni dopo il crollo dell’Urss. Ora, le elezioni. Brogli? Certamente, ma da entrambe le parti, con voti multipli di elettori che hanno usato falsi documenti d’identità, e pesanti interferenze straniere a favore dell'"americano" Yuscenko (Yuscenko è sposato con Kateryna Chumachenko, nata a Chicago nel 1945 e membro influente dell’Ukrainan Congress Commitee of America (la lobby ucraina a Washington) ed è stata funzionario del governo di Bush padre. Kateryna ha collaborato attivamente con Brzezinski). Il cosiddetto Occidente s’è dimostrato di più facile contentatura per le "libere elezioni" in Afghanistan (anche lì voti multipli) e per quelle, radicalmente falsificate dallo stato d’occupazione, che stanno per celebrarsi in Irak. Il gracidio mediatico a favore della "libertà" ucraina serve solo a far dimenticare il fattore essenziale, rivelato da Brzezinski: è in gioco la sottrazione alla Russia della sua area d’interesse tradizionale. Converrà sottolineare che in questa partita Mosca non gioca la parte dell’aggressore, ma dell’aggredito. E’ la Casa Bianca che aggredisce, con una fuga in avanti avventurista e, probabilmente, errata. Brzezinski suppone che nell’area si sia creato un vuoto di potere, che l’America può riempire con la sua presunta forza. Se questa valutazione è sbagliata, il rischio è spaventoso: sia Mosca, sia l’Ucraina sono ancora potenze nucleari. (Maurizio Blondet - www.effedieffe.com - 2.12.04)

    L'UCRAINA SULLA GRANDE SCACCHIERA

    Colpo di forza americano-occidentale a Kiev. Si attende il contrattacco dell’Eurasia. Per coloro che hanno vissuto in questi ultimi anni lo svolgersi degli avvenimenti in Serbia, l’attuale agitazione in Ucraina ha come un’aria di déjà vu. Come ieri a Belgrado, un’opposizione preparata e stimolata dall’Occidente denuncia un’ipotetica frode elettorale e moltiplica le manifestazioni nella capitale per fare pressione sulle istituzioni e tentare di vincere per mezzo della piazza quello che ha perso alle urne. Come non molto tempo fa in Serbia dopo le elezioni contestate, l’affare di Kiev sembra ben pilotato e premeditato per gettare in piazza le comparse e gli attori di una serie televisiva la cui sceneggiatura è stata scritta altrove. Con suoni, colori e telecamere ben piazzate, non è stato difficile radunare dei sostenitori, dare un’impressione di massa e focalizzare l’attenzione del mondo esterno. Quando la stampa anglosassone da il la, ecco immediatamente l’inizio di un’intensa campagna che denuncia i "brogli" e che presenta le stime degli istituti di sondaggio made in USA, i famosi "exit polls", come i veri risultati, e le cifre ufficiali come delle miserabili menzogne. Si nega subito ogni valore ai risultati definitivi della commissione elettorale. Il sotterfugio è stato utilizzato a Tbilisi un anno fa e a Belgrado a più riprese (tra cui nell'Ottobre 2000). Appena avviato il processo, ecco lo scatenamento, lo stupro delle masse eseguito per mezzo della propaganda mediatica, l’annuncio della "vittoria" del "candidato filo-occidentale" prima ancora della chiusura dei seggi elettorali. Il metodo è ovunque il medesimo, cambia solo il contesto. Tre settimane fa, si è tenuto nell’ex repubblica jugoslava di Macedonia (FYROM) un referendum legale voluto dall’opposizione su un elemento degli accordi di Ohrid, una riforma territoriale che favorisce gli Albanesi. Qui non si può nemmeno parlare di brogli, ma di un sabotaggio totale organizzato dal potere in carica su richiesta della "comunità internazionale". Il giorno del voto, il 20% dei seggi era chiuso, la parte albanese (come d’abitudine, quando il rapporto di forza le è sfavorevole) boicottava lo scrutinio, i media stavano muti e i cittadini erano anche stati minacciati che avrebbero perso il lavoro se vi avessero partecipato. Risultato: il 26% dei votanti e un colpo a vuoto. Questo scandalo elettorale si è accompagnato ad una grossolana manovra: tre giorni prima dello scrutinio Washington riconosceva la FYROM con il nome proibito di Macedonia. Si offendevano i Greci, ma si "salvava la democrazia" facendosi beffe dei famosi "standard mondiali", tanto sbandierati e pretesi altrove. L'Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza, l’OCSE, della quale non si dirà mai abbastanza che è un marchingegno americano, si sprecava in un comunicato secondo il quale lo scrutinio si era svolto normalmente. Quando è in gioco l’interesse americano-occidentale, si dimenticano le "norme democratiche" e gli "standard mondiali", come fossero tante frivolezze (Interesse della Macedonia: è sul suo territorio che deve passare l’oleodotto tra il Mar Nero e il Mare Adriatico secondo il progetto AMBO (Albanian Macedonian Bulgarian Oil Pipeline) che coinvolge grosse imprese americane tra cui Halliburton, lungo il Corridoio n°8. Questo progetto prevede anche altre infrastrutture (autostrade, fibre ottiche, moderni sistemi di telecomunicazioni). Grazie alla guerra d’aggressione contro la Serbia si è costruita in Kossovo la grande base militare di Camp Bondstel a due passi dalla Macedonia dove si addestrano con cura le fazioni. Si mantengono in vita dei poteri che non sono tali e dipendono totalmente dai piani e dall’umore dei "proconsoli". A cavallo tra diversi paesi ed entità, i capi dei clan albanesi sono particolarmente apprezzati e corteggiati per il loro ruolo di perturbatori. L'Europa di Bruxelles collabora ad occhi chiusi a questa mascherata). La guerra dell'informazione precede la guerra tout court In Ucraina, dunque, la grande vittima della frode alle presidenziali sarebbe stato il candidato dell’opposizione Viktor Yuscenko. Ex primo ministro ed ex governatore della banca centrale, egli viene presentato come un paladino della democrazia, un "western liberal" , un "western reformer", "well US educated". Un vantaggio: sua moglie, Katerina Shumashenko, di nazionalità statunitense, è stata funzionario al Dipartimento di Stato. Volto scabro e ruvido, in quanto si è tentato di avvelenarlo (Arafat non ha avuto diritto a questa diagnosi...). Di fronte a questo autentico signore, il volgare apparatcik di un’epoca passata, un certo Viktor Fjodorovic Yanukovic, ex affarista e delinquente del Donetsk russofono, "handpicked successor to Soviet-style president", è sul punto, se non s’impone la vigilanza cittadina, di rubargli la vittoria a vantaggio di Vladimir Putin, del nuovo KGB, degli spetsnaz e del Fronte Nero Rosso Verde. Questa insalata è rimasticata, ripetuta senza posa all’opinione internazionale dal secondo turno. Dove si percepisce ancora una volta che quel che conta non è la realtà dei fatti, ma la messa in scena hollywoodiana, la trasmissione istantanea delle immagini e la diffusione reticolare delle "news". A Kiev non ci si esime dall’utilizzare il vecchio trucco dell’accusa proiettata, che in questo caso consiste nel denunciare una volontà di dominio sull’Ucraina, mentre questo è esattamente l’obiettivo degli Stati Uniti e dei loro complici. La requisitoria atlantica vale tanti hamburger quanto pesa: "un exit poll effettuato con questionari anonimi all’interno di un programma finanziato da diversi governi occidentali ha detto che Yuscenko aveva ricevuto il 54 per cento del voto". Dopo tutto, altri hanno anche affermato che la terra era piatta. La velocità è un fattore capitale della "guerra dell’informazione" e, nella prima fase dell’aggressione, è l’elemento decisivo nella propagazione delle false notizie, nella (dis)informazione... L'importante è che l’intossicazione sia un bombardamento intensivo ai quattro angoli del pianeta. Testi, immagini e video sono velocizzati ad un tale ritmo per cui il nemico deve restare pietrificato, non deve più potere, né lui né i suoi eventuali sostegni, dire una sola parola. Con il massiccio flusso di informazioni ad hoc e il ritmo sfrenato della loro diffusione, si toglie la parola al nemico e gli si nega il diritto di vivere. Non si tratta più, dunque, di informare, ma di impressionare e soggiogare. I pappagalli e signorsì del "resto del mondo" riprendono l’antifona. E' così che gli Stati Uniti d’America si sono arrogati il monopolio di designare gli amici e i nemici. In questi ultimi anni si è assistito in Ucraina alla nascita di una sequela di thinks tanks, di siti internet, di istituti di sondaggio, di movimenti giovanili, di gruppi rock, di comitati di elettori, di sindacati indipendenti, di radio "libere" (oltre a Radio Free Europe) e anche di sétte, come quell'"open society" incaricata di preparare il terreno di un nuovo "nation building" e di una nuova (contro)rivoluzione dei velluti, delle rose, delle castagne... Appoggiandosi alla numerosa diaspora ucraina negli Stati Uniti e in Canada, sétte virulente si sono messe a proliferare, cercando di sminuire l’influenza della Chiesa ortodossa, a complemento del lavoro di scavo assegnato fin dall’inizio alla Chiesa Uniate. E' noto il ruolo svolto dalla Fondazione Soros (un nome che in ungherese significa mascalzone), onnipresente dai Balcani al Caucaso: fermamente avversato in Bielorussia, Soros ha visto recentemente chiudere in propri uffici in Russia. Questo "grande filantropo", che finanzia buona parte delle attività sovversive degli Stati Uniti tra Trieste e il Kamcatka, a fine Marzo era presente in Crimea per dare l’ultimo tocco all’operazione in corso (Soros ha le mani in pasta tramite il gruppo Bratstvo). E' noto anche il ruolo svolto dal clone dell’Otpor in Serbia, Pora, che da il la alle manifestazioni, dal National Endowment for Democracy-NED, dal Democratic Institute (NDI), dall’International Republican Institute (IRI), dalla Freedom House; ma sono attive anche altre associazioni meno conosciute, come il Committee to Expand NATO di Bruce, K. Jackson (CFR, PNAC e Comitato Chalabi...), Poland America Ukraine Cooperation Initiative (PAUCI). Quest’ultimo, un organismo che agisce tra la Polonia e l’Ucraina, è destinato a formare i quadri e distribuisce danaro nella prospettiva, enunciata da Zbigniew Brzezinski: bisogna fare della Polonia e dell’Ucraina "liberata" l'asse principale della New Europe incaricata di controbilanciare l’asse franco-tedesco, colpevole, al momento della guerra d’aggressione contro l’Iraq, di essersi messo insieme con la Russia. Il PAUCI è finanziato dalla United States Agency for International Development (USAID) ed è amministrato dalla "Freedom House", secondo quanto dichiara un suo l’opuscolo. "In relazione all’accusa di brogli elettorali, la Freedom House ha chiesto agli Stati Uniti e all’Europa di esercitare pressioni sul parlamento dell’Ucraina a difesa del processo necessario e del voto giusto". La Freedom House ha della bella gente nel suo staff; dalla Jugoslavia all’Ucraina passando per l’Iraq, si ritrovano sempre gli stessi individui: James Woolsey, Kenneth Adelman, Samuel Huntington, Jeane Kirkpatrick, Bill Richardson, Diana Villiers Negroponte, ecc. "Esercitare pressioni", come dicono le brave persone di questi "charitable trusts"... I colleghi di William Walker Per "accompagnare le elezioni" sono stati montati con l’appoggio della NED e del NDI di Madeleine Albright dei gruppi specifici di "social monitoring" come la Democratic Initiatives Foundation, l’Independant Domestic Committee of Voters of Ukraine (CVU) e lo European Network of Election Monitoring Organizations (ENEMO). La particolarità di questa ONG è che essa si compone di osservatori per lo più originari dei paesi recentemente raccolti nella crociata (anti)terroristica americana e radunati sotto lo striscione della "New Europe". Questi goumiers della democrazia, i 1000 osservatori dell’ENEMO, pretendono di aver sorvegliato 5000 seggi. In tutta questa agitazione, si ritrovano delle vecchie conoscenze, come il senatore dell’Indiana Richard Lugar, "republican head of the US Senate Foreign Relations Committee republican head of the US Senate Foreign Relations Committee", che ha già prestato servizio in Serbia prima e dopo l'Ottobre del 2000. L'individuo è talmente anti-serbo, che nel 2002 ha accusato Vojislav Kostunica, allora presidente della RFY, di essere "il continuatore di Slobodan Milosevic". C’è poi il suo collega, il senatore democratico del Delaware Joseph Biden jr., che ha dimostrato, anche lui, di nutrire un interesse tutto particolare per gli Slavi ortodossi. Citiamo infine l’ex commissario speciale di Clinton per i Balcani, Richard Holbrooke, del quale è noto l’accanimento nel sostenere i separatismi anti-serbi, e il clan Brzezinski, l’ideatore del piano globale di smantellamento e di colonizzazione armata dello spazio slavo ortodosso. (In questi tempi si sono potuti notare i punti segnati dalla Russia in America Latina, in Brasile e nel Venezuela di Chàvez (legami rafforzati specialmente nel campo delle forniture militari), come in Asia Centrale. In data 12 Novembre un teso pubblicato da Ariel Cohen sotto l’egida della Heritage Foundation, uno dei più importanti think tanks neocons, definisce la posta in gioco ucraina: "Dopo le elezioni presidenziali ucraine, il Kremlino probabilmente eserciterà una maggiore influenza politica in Ucraina. Gli USA hanno interesse strategico a conservare la sovranità dell’Ucraina e a mantenere in pista il processo democratico". Di conseguenza l’amministrazione Bush dovrebbe: · sostenere i gruppi ucraini impegnati per la democrazia, il libero mercato e all’integrazione euro-atlantica fornendo supporto diplomatico, finanziario e mediatico. · sostenere la sovranità e l’integrità territoriale di tutti gli Stati post-sovietici espandendo la cooperazione attraverso la Partnership for Peace della NATO, i legami militari bilaterali, gli scambi, i programmi train-and equip, e anche con un limitato spiegamento di truppe dove necessario. · espandere il dialogo diplomatico ad alto livello con Mosca sui problemi sotto contenzioso, come l'Ossezia del Sud e l’Abcasia e la presenza USA in Asia Centrale". Il colore arancione in voga questi giorni a Kiev non è il colore della libertà, ma quello dei prigionieri di Guantanamo e di Abu Ghraib). Ma esaminiamo il vero ruolo degli osservatori e di altri verificatori occidentali, in particolare di quegli Americani a cui si dovrebbe credere ad ogni costo, a ovest come ad est. E’ passata completamente sotto silenzio la presenza di altri osservatori, come quelli della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI): zoticoni dalla pessima vista o dotati di pessimi occhiali, perché non hanno osservato le stesse cose. Senza dubbio erano funzionari del "nuovo KGB". Il fatto è che l’acume visivo degli osservatori occidentali, in particolare degli Americani, è eccellente ed il loro valore morale è impareggiabile: l’abbiamo visto in Kossovo, in Irak e in Afghanistan. Si da il caso che una nostra amica, la francese Béatrice Lacoste, divenuta in seguito portavoce della MINUK (UNMIK), abbia fatto parte di quegli osservatori a un metro da William Walker, capo della missione di verifica dell’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (OCSE) nel Kossovo giusto prima dei bombardamenti della NATO e che abbia potuto verificare sul campo l’acume visivo e la moralità di quegli osservatori. "Ero attorniata, ci ha detto di recente, da agenti dei servizi americani e britannici, il personale dell’OCSE ne era pieno". Quei particolari membri dell’OCSE informavano tanto i loro governi quanto i terroristi dell’UCK che ben conoscevano, perché certuni di loro li avevano reclutati e addestrati qualche tempo prima. Prima di filarsela a un fischio di Madeleine Albright, questi operatori mascherati dovevano lasciare all’UCK materiale di comunicazione satellitare del più moderno e ripartire gli incarichi degli obiettivi per gli imminenti bombardamenti. Non è allora da stupirsi che, fin dal primo impatto (per riprendere questa espressione inadeguata), l'Esercito Nazionale Jugoslavo (JNA) abbia scoperto e liquidato proprio alcune dozzine di questi agenti americani e britannici rimasti sul posto e i loro rinforzi venuti dall’Albania. Vestendo uniforme delle forze speciali, costoro erano incaricati di inquadrare l'UCK in previsione dell’attacco di terra e di fare svolgere a quest’ultima lo stesso ruolo dei Curdi o dei mercenari di Chalabi o Allawi in Iraq. Béatrice Lacoste ha vissuto da vicino la montatura di Racak e conferma con il medico legale finlandese Hélène Ranta, con cui ha lungamente conversato, quello che un certo numero di persone, tra cui l’ambasciatore di Francia a Belgrado Keller, sapeva e ha diplomaticamente taciuto: Racak è stata la macabra montatura di un ex agente USA in Salvador e in Nicaragua, promosso generale della Scuola delle Americhe, la SOA fabbrica di assassini. Racak è stato il coronamento mediatico necessario utilizzato per giustificare, presso un’opinione pubblica mondiale ingannata, la sanguinosa barbarie della NATO a partire dal 24 Marzo 1999. Come Markale in Bosnia o le "armi di distruzione di massa" in Iraq, l’ipermediatizzato "massacro di Racak" è stato una costruzione da parte individui che hanno agito sotto la copertura degli ispettori dell’OCSE. Queste montature continueranno finché proseguirà il Drang nach Osten dell’imperialismo americano-occidentale. Stando così le cose, oggi non c’è alcuna ragione di credere sulla parola a questi signori osservatori dell’OCSE, dell’ENEMO o di un qualunque comitato ad usum Delphini, in seno ai quali si sono accomodati i colleghi di William Walker in Ucraina. Basta consultare una cartina per cogliere l’importanza dell’Ucraina nella grande battaglia in corso per una Russia che ha perduto il suo versante marittimo occidentale dei Paesi Baltici e si trova minacciata dallo zelo atlantista di ex satelliti dell’Unione Sovietica divenuti rabbiosi satelliti degli Americani, come la Polonia, la Romania e la Bulgaria, nonché dall’eventuale ingresso nella NATO, sul fianco sud, di un’Ucraina occidentalizzata. La Grande Europa è coinvolta Coloro che, Stati Uniti in testa, violano senza vergogna la sovranità e l’indipendenza degli Stati, agitano gli abituali temi della democrazia e dei diritti dell’uomo; ma si sa benissimo che dietro queste parole si nascondono interessi e obiettivi che non hanno niente a che vedere con i discorsi che si sentono: le operazioni ucraine hanno in vista la presa di controllo di una regione perno, assolutamente necessaria per la conquista dell’Eurasia e la distruzione della Russia. Stiamo dunque per assistere, quali che siano i tentativi di conciliazione, le missioni di buon ufficio degli uni e degli altri – aver fatto venire i Walesa e i Kwasniewski è stato di pessimo gusto – e la politica di facciata, ad una sorda battaglia che maschera per gli spettatori la reale natura del braccio di ferro. Quando la facciata crollerà, sarà assai probabile che si vedranno scintillare le lame dei coltelli. Si può sin d’ora già avanzare come ipotesi plausibile la creazione a Est e a Sud di una Ucraina libera e indipendente, se i dissidenti occidentalisti persistono nella loro iniziativa separatista e bellicista. L'Ucraina occidentale perderebbe allora il suo versante marittimo sul Mar Nero, mentre la Crimea e la via degli oleodotti tra l’Est e l’Ovest cadrebbero sotto il controllo "filo-russo". (...) L'affaire jugoslavo è stato forse un antipasto, in rapporto a ciò che si sta preparando. Fra la Transnistria e il Caucaso cova il fuoco, con effetti che rischiano di manifestarsi ben al di là di questa regione. Tutta l’Europa, la Grande Europa, è coinvolta. Tutta l'Europa rischia di essere trascinata nel turbine di una guerra che potrebbe essere di ampiezza assai maggiore della guerra jugoslava. E' evidente che l'Europa di cui parliamo non ha molto a vedere con quella degli onorevoli di Bruxelles, questa pseudo-Europa il cui attuale rappresentante, il portoghese José Manuel Barroso, ex maoista riciclato nella NATO (sulla linea di Solana e di Fischer), non è nient’altro che il portavoce degli interessi statunitensi. Al seguito di Glucksman, Bruckner e Cohn Bendit, i goyim teleguidati da Washington incriminano e insultano Putin per la legittima difesa della Cecenia contro il terrorismo wahhabita sul suo limes, ma si guardano bene dal condannare i crimini di guerra dell’invasore angloamericano in Iraq. Quando evocano l'Europa, i circoli eurasiatisti pensano evidentemente a tutt’altra cosa che non a questa moscia zona di libero scambio senza volontà politica né capacità di decisione, a questa "integrazione euro-atlantica" che equivale alla nostra disintegrazione continentale. In questa prospettiva, il ruolo assegnato all’Ucraina attualmente sotto attacco consisterebbe nel consentire la giunzione delle colonie americane della "New Europe" con il Caucaso e l'Asia Centrale ed impedire l’unità politica europea, mediante la frammentazione organizzata dell'Eurasia e lo spezzettamento della Russia (come della Jugoslavia). Da Vladivostok a Dublino e fino a Montréal e Caraquet-l'Acadie di Philippe Rossillon (nel quadro dell’estensione del campo di lotta e della balcanizzazione dell’America del Nord), oggi il partito europeo, che comprende evidentemente la Russia, possiede un vantaggio: conosce i metodi del nemico. Esso deve essere dunque in grado di contrastarlo sul suo stesso terreno e di impegnare i mezzi materiali e umani necessari al contrattacco. Gli Americani hanno denaro, piani e mezzi tecnici importanti, ma il loro tallone d’Achille è sempre il fattore umano. Basandosi su personale avido e corrotto, di qualità scadente, che sviluppa cattive relazioni con le popolazioni, a cui vogliono imporre i loro difetti mascherati da virtù, essi si vedono ben presto rifiutati dovunque si installino e sono costretti a cambiare in permanenza le loro pedine. Non basta prodigarsi in sedute di formazione e fare del "monitoring elettorale". Ancora, dovrebbero poter reclutare un personale affidabile, con convinzioni profonde e non con interessi sordidi o semplicemente superficiali. Un po' dappertutto, una grossa parte del denaro distribuito per la "difesa della democrazia" si perde nelle tasche dei collaborazionisti. Il metodo operativo delle forze d'aggressione è noto e le loro reti sono in archivio. Oggi la posta in gioco ucraina è all’altezza delle urla lanciate, in nome della democrazia, dal clero della Nuova Cartagine. E' di importanza vitale il contrattacco dell’Eurasia. (Yves Bataille, da http://www.eurasia-rivista.org)

    UN FIUME DI DOLLARI AVREBBE ALIMENTATO LA "RIVOLUZIONE ARANCIONE"

    Si addensa una nuvola di diossina, la sostanza tossica rintracciata nel corpo del candidato dell'opposizione Viktor Yushenko, tra i miasmi della campagna elettorale per il ballottaggio presidenziale bis in Ucraina, ripresa ieri ufficialmente a due settimane dal voto. Un appuntamento che si avvicina sullo sfondo della nuova ondata di sospetti e polemiche generati dalla diagnosi con cui gli specialisti d'una clinica di Vienna hanno certificato la tesi dell'avvelenamento all'origine della sindrome che nei mesi scorsi ha sfigurato il filo-occidentale Yushenko. Ma su cui incombono pure le controaccuse del rivale di Yushenko, il filo-russo Viktor Yanukovic, a proposito del presunto fiume di dollari targati Washington che avrebbe alimentato la "rivoluzione arancione": almeno 65 milioni, secondo le rivelazioni di un senatore americano del Texas sulle quali gli anti-Yushenko chiedono ora un'indagine parlamentare a Kiev. Archiviato il ballottaggio del 21 Novembre, vinto da Yanukovic in base a dati ufficiali contestati in piazza da centinaia di migliaia di oppositori e infine cancellati per brogli dalla Corte suprema, la corsa si concentra sullo scrutinio di Santo Stefano. I due candidati hanno partecipato ieri al sorteggio degli spazi tv riservati per legge alla propaganda dai canali statali. Separatamente hanno poi incontrato il segretario del Consiglio d'Europa, Terry Davis, giunto a Kiev per cercare rassicurazioni su una maggiore trasparenza del voto, il 26 Dicembre, e protagonista anche di colloqui col presidente uscente Leonid Kuchma. Il tema del giorno, in queste prime battute della campagna elettorale bis, resta tuttavia il caso dell'avvelenamento di Yushenko. Tornato Domenica in patria da Vienna, il leader dell'opposizione ha portato con sè le carte degli ultimi esami svolti nella clinica austriaca Rudolfinerhaus e le diagnosi firmate dal primario Michael Zimpfer e dal suo medico curante di origine ucraina Nikolai Korpan. Diagnosi che l'ex direttore dell'istituto, Lothar Wicke, si era rifiutato di avallare nelle settimane scorse, denunciando oscure pressioni prima di dimettersi, e che adesso sembrano invece confermare definitivamente l'intossicazione a base di diossina. Sull'episodio l'opposizione - che ha conquistato il centro della scena politica ucraina dopo l'annullamento del voto di Novembre e viaggia secondo gli ultimi sondaggi col vento in poppa - pretende ora nuove indagini. La Procura generale di Kiev, che aveva inizialmente archiviato il caso come una banale infezione, ha riaperto il fascicolo ipotizzando il tentativo di omicidio. Una prova di rinnovato zelo frutto del cambiamento di clima e del siluramento del vecchio procuratore capo, Ghennnadi Vasiliev, un "falco" del sistema di potere al tramonto. Analoga decisione è stata annunciata dal deputato Vladimir Skovyc, presidente di una commissione d'inchiesta formata alla Rada (il parlamento ucraino) la quale pure aveva in un primo tempo insabbiato il dossier. Skovyc ha peraltro invitato tutti a non precipitare le conclusioni, tenuto conto che la diagnosi viennese "non prova di per sè il complotto politico". (Alessandro Logroscino, Gazzetta del Sud, 14 Dicembre 2004)

    L'OPINIONE DI DUE GEOPOLITICI AMERICANI

    3-12-2004 "L'importanza strategica dell'Ucraina trascende quella di ogni altro Stato nell'area dell'Europa ex sovietica". E' l'opinione del geopolitologo USA George Friedman, fondatore di "Strategic Forecasting". "A parte la sua estensione e l'aspetto economico, l'Ucraina è decisiva dal punto di vista geografico: essa confina con la Russia e la Bielorussia a Nord, e qualora divenisse ostile, o controllata da una forza ostile, renderebbe impossibile la difesa di questi due paesi", soprattutto se tale situazione si combinasse con un allineamento con Polonia e paesi baltici. E' vero che gli USA e i paesi europei "non intendono certo invadere la Russia", scrive Friedman, ma è anche vero che, in termini di influenza, "non contano tanto le intenzioni, quanto le capacità di fare qualcosa". La conclusione dell'analista statunitense è chiara: "Se l'Ucraina dovesse integrarsi alla NATO, la Russia non potrebbe mai garantire la propria sicurezza nazionale, e quindi non potrebbe riemergere come potenza egemone regionale".

    10-12-2004 "La sconfitta russa in Ucraina è quasi totale". Lo sostiene Peter Zeihan, geopolitologo USA e studioso dell'area dell'ex Unione sovietica. "Putin aveva cercato, dopo l'11 Settembre 2001, di non diventare uno dei bersagli della rabbia americana. Ma nel far ciò aveva concesso agli USA di installarsi militarmente in Georgia e in aree dell'Asia centrale, da cui ben difficilmente se ne andranno". E aveva fatto ciò per avere il consenso statunitense alla propria politica accentratrice in patria e repressiva in Cecenia. Ma non per questo Washington è disposta a mollare l'osso in Ucraina. Perdere influenza in questa nazione, come probabilmente avverrà con la ripetizione delle presidenziali a Kiev, sarebbe per la Russia "disastroso". Per una serie di ragioni. In primo luogo, "tutte le infrastrutture più importanti che legano la Russia all'Europa, tranne una, passano attraverso l'Ucraina"; in secondo luogo, "tre quarti delle esportazioni di gas naturale russo passano attraverso gasdotti dell'era sovietica che attraversano l'Ucraina". E ancora: la Russia importa grandi quantità di cibo dall'Ucraina, "la cui regione orientale è parte integrante del cuore industriale russo". Ma non è tutto. Il fiume Dniepr, una delle culle della civiltà medievale russa, è oggi una delle vie di trasporto principali che collegano la Russia con l'alleato bielorusso. E il fiume "passa attraverso l'Ucraina". Altri punti rilevanti sono il fatto che, con 50 milioni di abitanti, il mercato ucraino era uno dei pochi "ricettivi verso le merci russe"; il porto di Sebastopoli, in Crimea (Ucraina), è il solo porto in acque calde della costa sul Mar Nero dell'ex URSS. Senza contare che un'Ucraina ostile alla Russia renderebbe molto difficoltoso il passaggio eventuale di truppe russe verso il Caucaso. La perdita di influenza in Ucraina a beneficio degli USA, quindi, ha "molto più di un valore simbolico" per Mosca, ma si configura come un grave pericolo, suscettibile di ridimensionare a tempo indeterminato il ruolo russo negli affari mondiali, e di accrescerne enormemente la dipendenza economica e militare dal mondo occidentale.

    LA BATTAGLIA PER L'UCRAINA CONTRO L'EGEMONIA USA

    Intervista di Mikhail Trofimov a Selimkhan Mutzoyev ( dal sito: www.uralpolit.ru). Selimkhan Mutzoyev è una personalità di un certo rilievo politico in Russia. Esponente del partito di Putin, "Russia Unitaria", è vicepresidente della commissione per gli affari internazionali della Duma di Stato. Per questa ragione, il contenuto dell'intervista, di cui proponiamo la traduzione integrale, assume un' importanza estremamente significativa e testimonia ampiamente dell'attuale stato di profonda crisi delle relazioni tra la Federazione Russa e gli Stati Uniti. M.G. Gli USA intendono estromettere la Russia dallo spazio postsovietico, creando il caos permanente nelle repubbliche dell'ex URSS. Di questo e di come gli avvenimenti in Ucraina possono riflettersi nella politica interna russa, parla nella sua intervista a "UralPolit.Ru" il vicepresidente della Commissione della Duma di Stato per gli affari internazionali, deputato della regione di Sverdlovsk, Selimkhan Mutzoyev. Selimkhan Alikoevic, davvero gli USA perseguono questo obiettivo, e per quali ragioni? Si, sono convinto di questo. E' già andata così in Georgia. L'arma utilizzata dagli USA per adempiere ai compiti prestabiliti è l'organizzazione di rivoluzioni attraverso azioni "non violente". Per la prima volta gli americani hanno adottato questo metodo nei paesi africani e dell'America Latina, In seguito una serie di "rivoluzioni di velluto" è avvenuta in Serbia e in Georgia. Ora ecco l'Ucraina. Lo schema d'azione è identico: di regola, la situazione si aggrava in periodo elettorale. Nella fase precedente si dà vita a movimenti radicali di "azione diretta". In Serbia esiste "Otpor", in Georgia "Kmara", in Ucraina il movimento "Pora!". Già molto tempo prima dell' "ora x", i dirigenti di queste organizzazioni vengono addestrati all'estero. Siete testimoni che tutto ciò è successo in Ucraina. Prima del secondo turno delle elezioni, gli attivisti di "Pora!" hanno cominciato a manifestare nel centro di Kiev, evidentemente esercitandosi in previsione del grande scontro. E che dire del meeting "spontaneo" nella capitale ucraina, il giorno dopo le elezioni? E' certamente necessaria un'organizzazione impeccabile per effettuare tale genere di azioni. Da dove sono usciti i grandi schermi, le cucine da campo, le tendopoli? A me sembra che il compito fondamentale che si sono posti gli USA non sia rappresentato tanto dalla vittoria di Juschenko, quanto dalla disgregazione dell'Ucraina. Gli Stati Uniti non hanno bisogno dell'elezione legale di Juschenko. In tal caso, egli dovrebbe agire negli ambiti costituzionali. A loro è indispensabile Juschenko quale bandiera dell'opposizione, il cui scopo è quello di creare un focolaio di instabilità nella seconda delle repubbliche dell'ex URSS e, in seguito, la sua divisione in "ovest" ed "est". Ma non tutti coloro che oggi manifestano sotto i colori arancioni sono interessati veramente a un tale cambiamento. Per la verità, si sentono anche appelli a non consentire la separazione territoriale. E' possibile allora uscire politicamente dalla crisi? Si, attraverso un governo di coalizione, con la partecipazione di tutte le forze di opposizione. Non si può non prendere in considerazione la professionalità e la popolarità di Juschenko, l'energia della Timoshenko. Tali qualità potrebbero essere messe al servizio dell'Ucraina e del suo popolo. Il problema è però un altro: su questo concorda l'opposizione? Bisogna essere chiari su un punto: da una parte c'è la stabilità e il benessere dell'Ucraina, dall'altra il caos, il disordine e la divisione del paese, la consegna di uno stato slavo a un regime di marionette filo-americane. In Russia e in Occidente è risuonata una critica all'indirizzo di Vladimir Putin, perché avrebbe appoggiato apertamente Viktor Janukovic. Lei ritiene che il presidente abbia agito correttamente? Forse che la reazione dell'Occidente non rappresenta un esempio di doppio standard? Quando in Ucraina arriva l'inviato speciale del presidente USA per le elezioni ucraine, il segretario di Stato ancora in carica Colin Powell, il quale afferma ufficialmente che gli USA non sono d'accordo con la decisione della commissione elettorale centrale ucraina di legittimare l'elezione a presidente di Viktor Janukovic. In presenza di tali azioni, le congratulazioni a Janukovic per la sua elezione legale, indirizzate da Vladimir Putin, rappresentano un modello di riservatezza politica. Per quanto riguarda la posizione di Putin in merito alle elezioni ucraine, a mio avviso, il presidente ragiona secondo categorie corrette, globali. Il suo obiettivo fondamentale è il rafforzamento della partnership economico-strategica con l'Europa. Ma che l'Europa oggi non sia politicamente omogenea, lo ha dimostrato l'Iraq. Francia e Germania si sono apertamente opposte all'occupazione americana, mentre contemporaneamente verso le azioni USA è venuto un "caldo sostegno" dalla Gran Bretagna, che ormai da molti anni rappresenta un avamposto della politica USA in Europa. In tal modo, oggi in Europa è operante un'opposizione all'egemonia degli USA rappresentata da Russia, Francia e Germania. La battaglia per l'Ucraina è importantissima in questo contesto. O noi siamo disposti a tollerare come fatto normale un focolaio di instabilità e, di conseguenza, un regime filo-americano in uno dei paesi europei più importanti, quale è a mio parere l'Ucraina. Oppure conserviamo un sicuro alleato geopolitico, orientato verso la Russia e l'unione degli stati slavi. Non si dimentichi anche che attraverso l'Ucraina transitano petrolio e gas, che oggi garantiscono l'esistenza della maggior parte degli abitanti dell'Europa. La vittoria di un regime filo-americano in Ucraina renderebbe possibile la conquista di una "leva" di influenza economica in Europa. Nella CSI tutti gli stati si trovano ora di fronte a due scelte: o tornare al progetto eurasiatico o aderire alla NATO. E in ogni stato postsovietico esistono sia tendenze filo-moscovite (eurasiatiche), che anti-moscovite (filo-americane). Già all'inizio degli anni '90, l'ex consigliere per la sicurezza nazionale Zbignew Brzezinski ha affermato che la perdita dell'Ucraina per la Russia non rappresenterebbe solo un accadimento di centrale importanza geopolitica, ma il catalizzatore geopolitico dei processi di dissoluzione della Russia. Nel momento in cui l'Ucraina dovesse uscire dallo spazio eurasiatico, sorgerebbero molti problemi. Il problema della Crimea, il problema della popolazione russofona, il problema dei dazi doganali e dei pagamenti per le forniture energetiche, il problema dell' "autocefalia" della chiesa ucraina [il riferimento è al conflitto che contrappone, nell'ambito della chiesa ortodossa, il Patriarcato di Mosca a quello di Kiev, ndt], ecc. Diventati due stati diversi, Russia e Ucraina si troverebbero su barricate contrapposte. L'Ucraina assumerebbe il ruolo di "cordone sanitario", diventando un avamposto della NATO. Quali saranno, a suo avviso, gli sviluppi delle relazioni tra Russia e USA nel corso della crisi ucraina? Dirò le cose essenziali: la Russia assumerà un rilievo sempre più significativo nei giochi della politica internazionale. La vittoria nella "guerra fredda" e, in seguito, il tentativo di annientare la Russia negli ultimi 15 anni, tutto ciò oggi deve confrontarsi con la resistenza dell'attuale dirigenza politica del nostro paese. E' comprensibile che tutto ciò non piaccia agli USA. E che riflessi avranno sulla politica interna della Russia gli avvenimenti in Ucraina? Oggi la situazione ricorda il periodo della guerra civile 1918-1922. L' intervento internazionale è oggi altrettanto aggressivo. Solo i metodi cambiano: al posto dell'ingerenza militare, si fa affidamento su strumenti politici per la presa del potere. Come allora ci sono nemici interni, rappresentati oggi dai liberali, che hanno in odio la Russia e che agiscono nell'interesse delle potenze occidentali. Putin deve combattere su due fronti: difendere gli interessi geopolitici della Russia in politica estera e battersi contro la reazione interna. Le riforme del sistema politico, che ha cominciato ad introdurre Putin, hanno un unico scopo: rafforzare il ruolo dello stato russo, ripulendolo dai corrotti e dalla criminalità. Con una situazione di instabilità all'interno del paese, non potremo mai influenzare la politica estera. Il segnale della giustezza delle riforme di Putin è rappresentato dalla reazione negativa dell'Occidente. Le attuali elite russe non dovrebbero temere le nuove riforme. Tutti riceveranno in base ai propri meriti. Io non nutro alcun dubbio che i governatori efficienti dal punto di vista dei risultati economici, che godono di autorità tra la popolazione, manterranno il proprio posto. La stessa cosa riguarda i deputati. Le riforme ci permetteranno di sbarazzarci della spazzatura politica. Converrete che un uomo eletto con i soldi di altri, è costretto a maneggiare e a far rendere questi soldi, e questo è il suo compito essenziale nel periodo del suo mandato. E' un uomo dipendente, a cui manca il senso del patriottismo e della responsabilità nei confronti del popolo. Oggi i rappresentanti della reazione - Unione delle forze di destra e "Mela" - sono esclusi dal sistema parlamentare del paese. Non è proprio il caso di attribuire la responsabilità del loro insuccesso alle azioni dell'amministrazione del Cremlino. Il loro crollo è molto più semplicemente da attribuire alla reazione dei russi a un decennio di umiliazioni, al collasso di riforme economiche realizzate in modo incompetente, che hanno spinto il paese in una condizione di crisi permanente, alla perdita di orgoglio nazionale e di rispetto verso il nostro grande passato. E da attribuire alla resistenza al "zapadnicestvo" (occidentalismo), considerato un fenomeno negativo, estraneo alla Russia. Gli abitanti della Russia dimenticheranno i signori Javlinskij, Nemtzov e gli altri avventurieri della politica, alla stregua di un brutto sogno. Comprendendo ciò, i liberali cercano adesso di esportare le proprie idee tra i nostri vicini. Capiscono ciò anche i tecnici della propaganda politica del Dipartimento di Stato USA, che invitano Nemtzov a partecipare alla "rivoluzione arancione" in Ucraina, dove si esibisce in sortite circa l'esistenza di un' "unione di cechisti e recidivi". No, non esiste una simile unione, signor Nemtzov. Ne esiste un'altra. L'unione dei popoli slavi fratelli, Russia e Ucraina, che esiste ormai da secoli e che esisterà in eterno, a dispetto degli sforzi di tutti i nostri nemici. (29.11.04, di Mikhail Trofimov, traduzione dal russo di Mauro Gemma)

    YUSHCHENKO HA AVVELENATO SE STESSO?

    (...) Il buonsenso farebbe pensare ad un’ invenzione di Yushchenko. Supponendo perfino possa essere plausibile un diabolico complotto del governo per ucciderlo, altri fatti fanno pensare ad altre ipotesi. Il più importante è il fatto che Yuschenko abbia una lunga e documentata storia di gravi malattie alle spalle, e questa che si è manifestata ora potrebbe proprio essere l’ultima della serie. Le sue cartelle cliniche mostrano come dal 1994 al 2004 abbia avuto le seguenti malattie: gastrite cronica, colecistite cronica, colite cronica, gastroduodenite cronica, infezione delle viscere e diabete di tipo II. Secondo medici esperti, questa pletora di problemi intestinali avrebbe richiesto al paziente di seguire una dieta rigorosa, ma Yushchenko avrebbe spesso trasgredito alle regole con effetti infelici. Nel mese di Settembre del 1996, dopo una festa di compleanno dove mangiò e bevve abbondantemente, Yushchenko accusò dolori e forti bruciori alla parte destra dell’addome. La diagnosi: colecistite cronica e infiammazione della cistifellea. I più recenti disturbi di Yushchenko sono stati: nausea, vomito, emicranie, dolori di stomaco e intestinali - tutto ciò a indicare che probabilmente ancora una volta non aveva rispettato la prescrizione del programma dietetico. (...) Anche se Yushchenko aveva dichiarato, verso la fine di Settembre, di non aver mai sofferto di malattie croniche, insistendo sulla tesi dell’avvelenamento deliberato, è stato subito smentito pubblicamente: in realtà aveva sofferto di disturbi intestinali per molti anni. Questo non giustifica l’aspetto del suo volto, ma l’azione della diossina è una spiegazione meno probabile di quella dell'alcool. Lo sfregio di Yushchenko assomiglia molto da vicino ad una forma d’infezione da herpes denominata rosacea. Come il Dott. Chris Rangel, un esperto di medicina interna in Texas, fa notare: "la rosacea può essere esplosiva ed estremamente deturpante e può essere scatenata anche solo da una bevanda alcolica. In cinque anni di lavoro negli ospedali più importanti di Manhattan, ho visto parecchi casi simili". Sostanzialmente sia la rosacea che la pancreatite possono essere attribuite all’eccessivo consumo di alcolici. Come esseri umani di riflesso tendiamo a simpatizzare con chiunque abbia fatto esperienza di una malattia deturpante. Tutti i politici, tuttavia, sanno che la rivelazione pubblica di una malattia seria può risultare fatale per l’esito di una campagna elettorale, e per Viktor Yushchenko era soltanto naturale tentare di dissimulare i suoi problemi fisici. In assenza di qualsiasi prova certa, dobbiamo resistere alla tentazione di permettere che le nostre naturali simpatie ci portino a trarre conclusioni errate. (Chad Nagle, fonte: http://www.counterpunch.org/nagle12202004.html, 20.12.04)

    FINALE SCONTATO

    27-12-2004 Il leader dell'opposizione liberal-democratica Viktor Yushenko è il nuovo presidente dell'Ucraina. Ci si augura che questi voti corrispondano a votanti esistenti e che non siano, come accaduto in molti seggi elettorali americani, ben più numerosi dei cittadini iscritti al voto... Morale della favola: per la terza volta in dodici anni si è annullata in Europa un’elezione contraria agli interessi americani. E ogni volta il nuovo voto obbligato ha cambiato lo sgradito esito. I dodicimila commissari politici alle urne hanno fatto evidentemente il lavoro per il quale sono stati pagati. Ora l’Ucraina rischia la secessione.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #2
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    Intanto, il Brufoloso, la prima cosa che farà sarà quella di andare da Putin a rassicurarlo...

 

 

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