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    Predefinito Comprereste un’auto usata da Gianfranco Fini?

    Comprereste un’auto usata da quest’uomo?
    Domenico Savino
    02/01/2007
    Gianfranco Fini.La politica è l’arte del possibile.
    Se c’è di mezzo lui, Gianfranco Fini, anche
    dell’impossibile.
    La sua linea politica è la svolta; se avesse un
    quotidiano tutto suo, lo chiamerebbe: «Svolta
    continua».
    E’ partito da Destra ed è arrivato chissà dove.
    Qualche giorno fa si è celebrato il 60 anniversario
    della nascita del MSI; mancava proprio lui, che ne è
    stato l’ultimo segretario.
    Al congresso di Fiuggi aveva rimpicciolito la Fiamma,
    pronunciando una frase che sarebbe rimasta famosa:
    «Usciamo dalla casa del padre con la certezza che non
    vi faremo ritorno».
    Ai militanti non aveva detto che sarebbero finiti in
    affitto.
    Da neofascisti sono divenuti … ANisti; per chi stava
    in un partito macho, una beffa.
    Dove c’è lui, c’e spazio per tutto e niente, tutto è
    un valore irrinunciabile, fino alla rinuncia.
    Nel suo simbolismo ci sta la coccinella e l’elefante,
    il tutto e il di più, ma… «Sotto il Partito, niente».
    Segno zodiacale: camaleonte.
    La Destra è morta e nemmeno per nobili Fini.
    La Destra era Dio, Patria, Famiglia, Tradizione
    mischiata a Futurismo, un po’ di reducismo e
    nostalgia, un po’ di feticismo e goliardia, saluti
    romani, circoli evoliani, nobiltà e
    sottoproletariato, più di un militante spampanato, un
    crogiuolo di idee e lacerazioni, di faide, di sette,
    di fazioni, uniti da idea di alternativa, improbabile,
    imprecisa: la destra era povera, ma viva e nonostante
    tutto affascinava.
    Fu su questo mondo fatto di scarti della storia, di
    «rifiuti» culturali, di tipi umani originali, di
    caratteri asociali, di anarchici dell’ordine, di
    piccolo-borghesi un po’ frustrati, di qualche
    imprenditore pazzo e originale, di più di un fior di
    intellettuale, di salotti un po’ attempati, di
    militari e congiurati, di giovanotti aitanti e
    militanti, di signorine un po’ accaldate e ragazze
    combattenti; il MSI tenne per anni la piazza e una
    rappresentanza parlamentare decorosa e finanche
    significativa (era pur sempre la quarta forza politica
    italiana e all’inizio degli anni ‘70 tallonava da
    vicino il PSI).
    Le sue fortune politiche esplosero in coincidenza con
    le disavventure altrui. In concomitanza con
    Tangentopoli, il partito della Fiamma senza bisogno di
    abiure di sorta, né di cambiamenti di nome, di
    simbolo, di DNA si attestò attorno al 12% dei voti, ma
    in alcune aree del Paese toccò e supero il 30% dei
    voti. Più o meno come l’attuale AN.
    Roma per qualche anno fu la capitale «nera» d’Italia.
    I quartieri popolari regalarono al partito di Fini
    percentuali di voto straordinarie.
    L’anima sociale e popolare della Destra, quella che
    negli anni ’70 aveva incendiato Reggio Calabria,
    tornava prepotentemente alla ribalta.



    Era un partito caotico - si capisce! - travolto da
    insolito successo, che certo necessitava di una
    ristrutturazione, ma che aveva dentro di sé alcuni
    lasciti da non sperperare: l’immagine di pulizia
    (dovuta anche al fatto di essere stato escluso da ogni
    spazio di potere), di ordine, di legalità, di identità
    nazionale, di socialità, di statualità, di autorità,
    di valori antichi.
    Era un partito di facciata neofascista che oscillava
    tra un gollismo occidentalista, di cui Fini dopo
    Almirante divenne leader ed un terzaforzismo
    paneuropeista e differenzialista - l’ala rautiana -
    che poteva contare su un buon terzo dei consensi
    interni e che nel 1990 riuscì a conquistare la
    segreteria fino al luglio del 1991, quando l’utopia
    dello sfondamento a Sinistra lo fece precipitare a
    percentuali da PDUP.
    Poi tornò Fini e la fortuna lo baciò in fronte, perché
    nel giro di due anni, mentre il MSI faticosamente
    riguadagnava i voti perduti, scoppiò lo scandalo di
    Tangentopoli.
    Occasionalmente Fini era segretario e passò
    all’incasso: non per meriti particolari, poiché in
    quello sconquasso istituzionale chiunque fosse apparso
    estraneo al sistema avrebbe mietuto i frutti della
    protesta.
    Il MSI, poi, nel raccogliere il voto di protesta era
    da sempre stato maestro e in quella circostanza lo
    fece con l’arma che gli era più congeniale: populismo,
    giustizialismo, pulizia morale, rivendicazione di
    radici e diversità.
    Gridava allora Fini: «Basta con il garantismo, basta
    con questa larva di Stato impotente, basta con la
    legge che premia i delinquenti e abbandona i cittadini
    onesti!»; «i capi mafiosi vanno passati per le armi,
    bisogna ripulire il Paese dal cancro della malavita»;
    «dalla questione morale non si esce se i magistrati
    non andranno fino in fondo e chi parla di congiure e
    complotti ha invece il dovere di rinunciare
    all’immunità parlamentare!»; «la questione morale deve
    diventare l’Algeria della Repubblica italiana nata
    dalla Resistenza!».
    Resta memorabile la lettera inviata a Francesco
    Saverio Borrelli il giorno dopo che il Parlamento
    aveva votato no all’autorizzazione a procedere nei
    confronti di Craxi: «Lo sdegno e l’amarezza che
    pervadono la Nazione di fronte allo scandaloso
    verdetto di autoassoluzione che il regime si è
    confezionato con il voto dell’aula di Montecitorio sul
    caso Craxi sono da noi interamente condivisi. La
    nostra forza politica chiede l’immediato scioglimento
    delle Camere e nuove elezioni proprio per consentire
    alla giustizia di procedere nel suo corso senza
    intollerabili franchigie e pretestuosi ostacoli. Che
    sia il popolo sovrano, nel nome del quale la giustizia
    si esercita, a superare l’inammissibile scudo della
    immunità parlamentare e a consentire ai giudici
    italiani di svolgere sino in fondo la loro
    irrinunciabile funzione. Con i più cordiali, deferenti
    saluti».
    Poi arrivò il successo; e il successo, si sa, dà alla
    testa; e cambiò tutto.



    Di Borrelli nella primavera del ‘97 dirà: «Borrelli
    vive uno sfrenato protagonismo, Davigo è sopra le
    righe, questi pensano di essere una casta sacerdotale
    di aristocratici».
    E poi tre mesi dopo continua: «Dobbiamo liberarci
    della malattia infantile del giustizialismo».
    Alla fine del ‘99 si lamenta: «Si continua a fare un
    uso politico della giustizia per eliminare dalla scena
    gli avversari politici».
    E vota contro le autorizzazioni a procedere o
    all’arresto richieste non solo per Cesare Previti.
    Con tanti saluti all’Algeria della Repubblica italiana
    nata dalla Resistenza!
    Da allora in poi comincia l’era infinita delle svolte.
    Le Pen è archiviato, il gollismo sostituito da una
    direzione di marcia che punta oramai verso la Destra
    tecnocratica di Giscard e che già era degli azionisti
    del vecchio PRI di La Malfa, tanto caro ai salotti
    buoni della finanza italiana.
    Cossiga - che di massoni se ne intende - lo definisce
    il Tony Blair della Destra.
    Freddo, pragmatico, a-morale Fini abiura tutto
    l’abiurabile e nel giro di pochi anni (e talvolta
    perfino di qualche mese o settimana) si appropria del
    più disinvolto laicismo, del più improbabile
    occidentalismo, del più sfacciato liberismo, voltando
    le spalle a quei milioni di elettori che erano di
    Destra non solo perché anticomunisti, ma perché
    portavano dentro di sé un mondo magari confuso, ma
    pieno di valori.
    Fini li lascia orfani e tristi.
    La grande stampa plaude, i militanti di vecchia data
    piangono.
    Qualcuno se ne va.
    Fini è l’uomo che l’8 maggio del 1988 al cinema
    Adriano aveva consegnato al leader della Destra
    nazionalista francese Jean-Marie Le Pen la tessera «ad
    honorem» del MSI, dicendo: «Il Msi-Dn, come Le Pen,
    non è razzista nei confronti dei diversi. Ma ciò non
    può significare fare finta di nulla per il pericolo di
    una progressiva perdita di identità nazionale».
    Fini è anche il segretario di partito, che, ad un
    Berlusconi che si affannava a strappargli via
    l’immagine di fascista, replicava: «Sono un
    postfascista, ma sarebbe meglio dire un fascista nato
    nel dopoguerra».
    Fini è l’uomo che nel libro «Il fascista del Duemila»
    di Corrado De Cesare afferma: «Sono convinto che
    l’intuizione mussoliniana di una terza via alternativa
    al comunismo e al capitalismo sia ancora oggi
    attualissima. Il nostro compito è di attualizzare, in
    una società postindustriale alle soglie del 2000, gli
    insegnamenti del fascismo che con la Carta del lavoro
    del 1927, l’Umanesimo del lavoro di Gentile e i 18
    punti di Verona della RSI, ha lasciato un testamento
    spirituale, dal contenuto profondamente sociale, dal
    quale non possiamo prescindere».
    Oppure: «Credo ancora nel fascismo, sì, ci credo»
    (19.8.1989) e come se non bastasse «Nessuno può
    chiederci abiure della nostra matrice fascista» («Il
    Giornale», 5.1.1990).



    Fini è l’uomo che parlava di Mussolini definendolo «il
    più grande statista del secolo» e «un esempio di amore
    per la propria terra e la propria gente», che «se
    vivesse oggi, garantirebbe la libertà degli italiani»
    (30.9.1992), sostenendo che un giorno l’Italia lo
    avrebbe dovuto riabilitare e «insieme a Cavour,
    Mazzini e Garibaldi, anche a lui saranno intitolate
    piazze e monumenti» («Il Giornale» 19.10.1992).
    Fini è l’uomo che ammoniva sul fatto che tutti devono
    interrogarsi «sul fascino che le nostre idee
    conservano tra le nuove generazioni a cinquant’anni
    dalla caduta del fascismo».
    Fini è l’uomo secondo cui «’identità che il MSI
    orgogliosamente rivendica non è tesa a restaurare il
    regime fascista, bensì a rilanciare i valori che quel
    regime teneva ben presenti ed elevò alla massima
    dignità».
    Fini è l’uomo che nel ‘91 scriveva: «non occorre
    impostare un rilancio del MSI su una operazione di
    ridefinizione ideologica. Tutti quanti diciamo che
    siamo i fascisti, gli eredi del fascismo, i
    postfascisti o il fascismo del Duemila», ma già
    lanciava una strategia: «Per essere di nuovo
    determinante il MSI deve saper essere anche figlio di
    puttana».
    Fini è l’uomo che nel ‘92 gridava: «E’ più che mai
    attuale il ‘Boia chi molla’ di Ciccio Franco».
    E ancora il 7 maggio di quello stesso anno così
    salutava: «Ai combattenti della Decima Mas,
    espressione più alta del valore dei nostri soldati, va
    il cameratesco saluto di tutto il MSI... Ognuno di
    voi, e con voi tutti i combattenti delle Forze Armate
    della RSI, rappresenta la prova che chi è vinto dalle
    armi ma non dalla storia è destinato a gustare il
    dolce sapore della rivincita... Dopo quasi mezzo
    secolo, il fascismo è idealmente vivo...».
    Fini è l’uomo che un anno dopo rivendicava: «A
    cinquant’ anni dalla fine della guerra nessuno può
    pretendere che il MSI faccia in qualche modo
    un’abiura di ciò che è stato. Non dobbiamo sconfessare
    un bel niente».
    Fini è l’uomo che ancora nel ‘94 ribadiva: «Mussolini
    è stato il più grande statista del secolo ...»
    Ci sono fasi in cui la libertà non è tra i valori
    preminenti» e alla domanda se Berlusconi potesse
    eguagliarlo, rispondeva: «Berlusconi dovrà pedalare
    per dimostrare di appartenere alla storia come
    Mussolini».
    Fini è l’uomo che nel 2003, giusto un anno prima di (o
    al fine di - fate voi …) divenire ministro degli
    Esteri (come in effetti accadrà un anno dopo), si reca
    in visita ufficiale in Israele e a conclusione della
    visita a Yad Vashem (il museo della shoah di
    Gerusalemme) con la kippà in testa, alla domanda se
    dell’epoca del male assoluto fa parte anche il
    fascismo, risponde con assoluta naturalezza: «Certo.
    Nel male assoluto rientra tutto ciò che abbiamo visto
    oggi allo Yad Vashem. C’è un dovere della memoria, un
    dovere di denunciare le pagine vergognose che ci sono
    nella storia del nostro passato. Si deve capire la
    ragione per la quale l’ignavia, l’indifferenza, la
    complicità fecero sì che tantissimi italiani nel 1938
    nulla facessero per reagire alle infami leggi razziali
    volute dal fascismo».



    La fermezza nelle posizioni è memorabile.
    Il 15 marzo del ‘93, in occasione del primo referendum
    sul sistema elettorale, dice: «L’uninominale è un
    sistema elettorale voluto dalla DC, dal PSI e dal PDS,
    dalla cupola della Confindustria e dal potere
    sindacale per salvare il regime partitocratico e
    riciclare i partiti sepolti da Tangentopoli.
    Il risultato, se vinceranno i sì al referendum-truffa,
    sarà la fine dell’unità nazionale e l’Italia spaccata
    in tre: un Nord leghista, un Centro di sinistra e un
    Meridione democristiano e mafioso» dice.
    Un anno dopo, il 16 maggio ‘94, contrordine: «Noi
    siamo per l’uninominale pura a turno secco,
    all’inglese».
    Con Bossi sono insulti e reciproche retromarce.
    Così il suo giudizio sul «senatùr»: «Occhetto è
    l’avversario, Bossi il nemico. Non accetteremo mai
    nessun accordo tecnico con la Lega» proclama nel
    febbraio del 1994.
    Due mesi dopo ci va al governo insieme.
    «E’ un criminale. Un ubriaco. Un animale. Con lui non
    prenderò mai più neppure un caffè» dice dopo il
    ribaltone del ‘95.
    Ma nel 2001 è di nuovo al governo con la Lega e nel
    2003 firma proprio con Bossi la nuova legge
    sull’immigrazione, che dovrebbe rendere più difficile
    la permanenza agli immigrati clandestini.
    Non ha ancora finito di raccogliere consensi e
    proteste che, qualche mese dopo, clamorosamente,
    propone una legge per dare alle elezioni
    amministrative il voto agli immigrati.
    I militanti di AN insorgono, lui li snobba.
    Nel febbraio 2006, inserita nel pacchetto sicurezza
    per le Olimpiadi invernali Torino 2006, fa approvare
    una modifica al DPR numero 309/1990, che rende la
    disciplina dell’uso di stupefacenti più restrittiva.
    Con quale faccia non si sa, se qualche settimana
    prima, ospite di Fabio Fazio, aveva raccontato:
    «Anch’io ho provato uno spinello. Sono stato
    rimbecillito per due giorni: è successo in Giamaica
    insieme ad alcuni amici».
    Ci sarebbe molto da eccepire, a partire dalla
    questione dei due giorni…
    Alleanza Nazionale nasce rivendicando il sostegno ai
    valori cristiani e crea pure una Consulta
    etico-religiosa, di cui è presidente Gaetano
    Rebecchini.
    Ma al primo appuntamento in cui occorre serrare le
    fila, il referendum sulla fecondazione assistita nel
    giugno 2005, Gianfranco Fini, il presidente di AN si
    smarca, prende tutti di sorpresa e dichiara - in
    coppia con la forzista Prestigiacomo - di votare tre
    sì all’abrogazione.
    I suoi sono sconcertati.
    Rebecchini si autosospende, Alemanno si dimette da
    vicepresidente, Mantovano se va dall’esecutivo
    politico.
    Qualcuno lo accusa di avere abbandonato la «croce» per
    il «compasso».
    Lui minaccia querele.



    Quest’anno sembrava essere un anno sabbatico, ma il
    nostro coglie tutti di sorpresa e infila un altro dei
    suoi memorabili affondo in piena zona Cesarini.
    Sul numero 52 dell’Espresso, in edicola, sul tema
    coppie di fatto dichiara : «Premesso che il diritto
    naturale e la Costituzione dicono che l’unica famiglia
    è quella fondata sul matrimonio, dobbiamo
    necessariamente prendere atto che nella nostra società
    ci sono forme di convivenza e di unione non
    assimilabili alle famiglie. La grande maggioranza
    degli italiani costruisce una famiglia, ma solo un
    ottuso può dire che non esistono altre realtà».
    L’intervistatore gli chiede: «E’ una questione
    privata? O serve una legge?»; lui risponde: «Se ci
    sono diritti o doveri delle persone che non sono
    tutelati perché fanno parte di un’unione e non di una
    famiglia servirà un intervento legislativo per
    rimuovere la disparità. Ma aspetto di vedere se
    davvero il governo presenterà questo disegno di legge.
    Ho molti dubbi che riesca a farlo». L’intervistatore
    allora lo incalza: «Una legge che vale anche per i
    gay?».
    «Naturalmente - precisa Fini - quando parlo di persone
    mi riferisco a tutti».
    «Cuore», il settimanale satirico diretto da Michele
    Serra, quando nel 1993 si consumò lo scontro al
    ballottaggio con Rutelli per la conquista della carica
    di sindaco di Roma, gli dedicò un titolone folgorante,
    facendogli dire: «Voto Rutelli. Questi fascisti mi
    fanno paura».
    Il sommario diceva: «Mi sento anche un po’
    extracomunitario, ebreo e comunista, per non parlare
    delle mie nuove tendenze omosessuali».
    E noi che pensavamo fosse satira…

    Domenico Savino

  2. #2
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    Ma che palleeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee!!!!!!!!!!!!!!!!!! !!!!!!!!!

  3. #3
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    Se posso usarla per stirarlo sull'asfalto come Pasolini la compro volentieri.

  4. #4
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    se dentro c'è la prestigiacomo si, volentieri

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da MSFT-Palermo Visualizza Messaggio
    Ma che palleeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee!!!!!!!!!!!!!!!!!! !!!!!!!!!
    Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui.

  6. #6
    Sguardo Fiero
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    io brucerei la macchina di Fini con lui dentro

  7. #7
    Nazione e Popolo
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    Francamente non sono d'accordo con quanto scrive Domenico Savino. Lui dipinge Fini come una sorta di apprendista stregone che naviga a vista, mentre al contrario il segretario di Alleanza Nazionale si è rivelato un genio della politica, intendendo quest'ultimo termine nella sua accezione più bassa, quella di "politica politicante". Trasformando l'MSI in AN è riuscito a trasformare un eterogeneo voto di protesta, che assai probabilmente si sarebbe presto involato per altri lidi, in un consenso stabile, con le sue dichiarazioni è riuscito a legittimarsi a livello internazionale e avvicinarsi ad un nuovo elettorato, con AN che solo adesso si è stabilizzata dopo una continua crescita di consensi, evitando allo stesso tempo di provocare defezioni rilevanti nel suo partito. Ad oggi dopo una carriera fulminante è il principale candidato alla successione di Berlusconi alla guida della Cdl e del partito unico. Fini sarà anche una persona cinica, priva di scrupoli e di ideali e per quanto lui ed il suo modo di fare politica ci possano non piacere, bisogna riconoscergli la di politico di razza. Penso inoltre che molta dell'avversione che il nostro ambiente prova per Fini sia dovuta all'invidia, in quanto la DR nel suo insieme non riesce ad arrivare ad un decimo del consenso che Alleanza Nazionale raccoglie.

  8. #8
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    mettetela all'asta..

  9. #9
    Cattolico Tradizionalista
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Gemini Visualizza Messaggio
    Penso inoltre che molta dell'avversione che il nostro ambiente prova per Fini sia dovuta all'invidia, in quanto la DR nel suo insieme non riesce ad arrivare ad un decimo del consenso che Alleanza Nazionale raccoglie.

    Non arriviamo alle cifre di fini, perché noi esprimiamo ancora la "terza via", l'unica via percorribile per la ricostruzione sociale e morale....
    Nessuna invidia per fini, se provassimo invidia saremo tutti sotto le bandiere di Ag facendo saluti romani con la mano destra e tenendo in quella sinistra la bandiera di AN (giusto per prenderci in giro da soli)!
    Quello che si prova per fini, almeno questo è il mio sentimento, è solo disgusto...sputare nel piatto dove hai mangiato è qualcosa di veramente schifoso....il buon Dante per i traditori dedicò un bel girone infernale!
    Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui.

  10. #10
    Sguardo Fiero
    Ospite

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    fini boia

 

 
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