gran bell'articolo di francesco agnoli sul foglio di oggi.
se potete procuratevelo.
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MADE IN PERFIDA ALBIONE
Dal medioevo ai giorni nostri, il pensiero inglese molto bio e poco etico
ANNO IX NUMERO 354 - PAG I IL FOGLIO QUOTIDIANO MARTEDÌ 28 DICEMBRE 2004
Chi voglia capire che cosa stia succedendo
in tema di biotecnologie e di
nuove sfide in campo bioetico, ha scritto
Angelo Serra (professore emerito di Genetica
umana all’Università cattolica del
Sacro Cuore di Roma), deve guardare al
Regno Unito: è da lì che partono le idee e
le innovazioni in questo campo. Sì, perché
il Regno Unito è la patria dell’eugenetica
moderna, con le teorizzazioni di Francis
Galton; è il primo paese europeo occidentale
del Dopoguerra a introdurre l’aborto
legale, usandolo spesso per motivi eugenetici;
è il paese in cui è nata la prima
bambina fecondata in vitro, Louise Brown,
nel 1978; è l’antesignano negli esperimenti
di clonazione e lo Stato più aperto, inmateria di legislazione, alla sperimentazione
umana. Un motivo per tutto questo
ci deve essere, e va ricercato nella storia
del pensiero inglese. Va rintracciato ripercorrendo
brevemente l’approccio alla
scienza proprio di questo paese, a partire
dal medioevo.
L’Inghilterra del dodicesimo secolo infatti
è subito coinvolta in nuove importanti
acquisizioni. Da una parte conosce Aristotele,
che a Oxford fu accolto molto presto
e senza particolari resistenze, prima
che a Parigi; dall’altra le conoscenze astronomiche,
abacistiche, computiste e matematiche
della Spagna islamica confluiscono
nella scuola episcopale di Herford, per
dare poi vita alla grande stagione scientifica
di Oxford. “Da Walcher di Malvern
1091-1135) e da Petrus Alphonsi, attraverso
Adelardo di Bath e Turkel, sino a Daniele
di Morley, Roberto di Sareshel e
Ruggero di Hereford, l’Inghilterra dotta
aveva conosciuto l’uso relativamente rigoroso
dell’astrolabio; aveva posseduto, rielaborato,
corretto sull’esempio delle Tabulae
di Toledo, nuove tavole astronomiche;
era penetrata, pressoché un secolo
prima di Leonardo Pisano, nella trattazione
e nell’affinamento della tecnica abacistica;
aveva conosciuto e rielaborato la traduzione
del Compotus di Mariano Scoto e
di Filippo di Thaon; aveva conosciuto Euclide
e Al Kuwarizmi; si era spinta con
l’audacia tutta pionieristica di Adelardo
nella trattazione di questioni di filosofia
naturale; aveva intrecciato rapporti con la
medicina e i medici arabi” (Franco Alessio,
Rivista critica di storia della filosofia,
n.12, 1957).
In questo confluire di novità, di nozioni
di scoperte “pre-scientifiche”, si segnalano
in particolare i francescani, che portano
nella loro stessa vocazione un’attenzione
particolare alla natura, vista come
creatura di Dio, e quindi come via per
ascendere alla sua conoscenza. Si segnalano
in particolare il vescovo di Lincoln,
Roberto Grossatesta, considerato uno degli
inventori degli occhiali, e il suo discepolo
Ruggero Bacone, autore tra l’altro di
un trattatello, “De secretis operibus”, in
cui si prospettano invenzioni incredibili:
macchine per la navigazione, senza rematori,
macchine volanti, carri semoventi…
Per la scuola francescana inglese, che
ha il suo centro a Oxford, Dio infatti è il
Numerator” e “Mensurator primus”, che
ha costruito il mondo secondo principi
matematici, linee, angoli e figure. Lo ha
costruito a partire da una sostanza corporea
straordinaria, la più simile all’essenza
spirituale, e cioè la luce fisica. Intorno a
essa fioriscono così gli studi più vari, sulle
lenti, gli specchi, l’arcobaleno, l’ottica geometrica,
la prospettiva…
Questi interessi naturalistici, non solo
inglesi ma francescani in genere, contribuiscono
senza dubbio a determinare in
Europa una rivoluzione “realista” che passa
dall’architettura alla pittura, alla scultura,
alla concezione del lavoro, alla scienza.
La luce fisica, esaltata nelle dottrine cosmogoniche,
rappresenta la luce metafisica,
illuminazione divina, nelle nuove strutture
architettoniche, di tipo gotico, aperte
alla luce e fondate su di essa. Nel campo
della scultura i bassorilievi dei portali
d’ingresso non portano più quasi esclusivamente
le rappresentazioni del Padre o
dell’Apocalisse, tipiche dell’alto medioevo,
ma lasciano posto alla manifestazione del
divino nel mondo, agli episodi del Vangelo
degli Atti degli apostoli. La flora fantastica
delle colonne e dei capitelli si trasforma
nelle diverse specie di piante, realmente
esistenti. Le nuove sculture, come
sottolinea Georges Duby, “si sono liberatedal muro, si muovono; avanzano sul davanti
della pedana. Ognuno di questi personaggi
assume un carattere. E’ possibile riconoscerlo,
non solo per i suoi attributi tradizionali
[…] Si riconoscono dall’espressione
del volto. Si tratta di caratteri, di persone
che respirano, il cui sguardo non è
più rivolto verso l’interno dell’anima […]
Preceduto da questa coorte, l’uomo-Dio si
trattiene sulla soglia a Reims, ad Amiens”
e nelle altre cattedrali europee (Georges
Duby, “L’Europa nel Medioevo. Arte romanica,
arte gotica”, Laterza, 1991).
In pittura, sotto l’influsso francescano, siabbandona l’iconografia rigida e compassata:
viene perdendo importanza lo sfondo
dorato bizantino, sinonimo di assenza di
tempo e di spazio, e gli affreschi delle
chiese narrano vive storie di santi e si popolano
di immagini e movenze umane.
L’azzurro e le nubi del cielo prendono il
posto degli sfondi dorati: la storia assume
ruolo nuovo, rispetto all’eterno, perché
anche le creature, i cieli, “narrano la gloria
di Dio”. Ugualmente penetrano nella
cattedrale la celebrazione del lavoro umano,
le scene di vita dei campi, le vetrate
donate dalle corporazioni, su cui sono attentamente
e orgogliosamente disegnati i
particolari dei vari mestieri. Il denominatore
comune è nella riabilitazione della
materia, e quindi del lavoro, della tecnica,
delle arti dette servili, che è caratteristica
di una contrapposizione anti catara,
della connessa visione della creazione
come vestigio di Dio. In quest’ottica la novità
del pensiero francescano inglese sta
anche nell’“empirismo matematico”, nella
ricerca scientifica non come pura speculazione,
ma come funzionale “a far ricadere
nell’esperienza”, nella tecnica pratica,
le conoscenze astratte e teoriche. Secondo
Franco Alessio, per esempio, Grossatesta
cerca di incrociare il “piano matematico
puro” e quello della “rude empiria”
facendo “fermentare il motivo della
efficienza e funzione pratica del sapere
era direttamente ricavato dal francescanesimo”.
Si incammina cioè, con tutte
caratteristiche del pioniere, sulla strada
della futura scienza sperimentale e della
rivalutazione delle “arti meccaniche”,
strada certamente antitetica a quella
indicata dalla gnosi, in linea generale, e
contemporanei catari, avversi alla vita
ogni sua manifestazione, dal matrimonio
al lavoro, in particolare.
Ma questa “empiria” grossatestiana, nata
da una ammirazione contemplativa per
natura, e dalla meditazione profonda
due libri, quello biblico e quello naturale,
è destinata a sfociare, negli anni, in
direzioni assolutamente non previste. Bisogna
forse partire, per comprendere la
svolta, da Francesco Bacone, un inglese
Cinquecento, figlio del Lord Guardasigilli
della regina Elisabetta. Siamo cioè
nell’Inghilterra anglicana, in cui potere
spirituale e temporale si fondono nella figura
del sovrano, e la religione, da cattolica
universale, diviene statale, nazionale,
fortemente antipapista. “Alla corte di Elisabetta
– scrive Paolo Gulisano nel suo
Chesterton e Belloc” (editrice Àncora) –
affollavano maghi, alchimisti e cantori
una nuova età dell’oro che avrebbe dovuto
giungere attraverso la Regina Vergine,
che doveva soppiantare nella sua magnificenza
il culto alla troppo umile Vergine
di Nazaret, la nuova dea della giustiziao, come era conosciuta nell’antichità,
Astrea”. Francesco Bacone scrive e discute
di scienza in quest’epoca, ma senza apportare
nulla di concreto alla vera ricerca,
anzi lasciandosi sfuggire, come scrive Bertrand
Russell, “la maggior parte di ciò
faceva ai suoi tempi nel campo della
scienza”. Bacone, che respinge ad esempio
la teoria copernicana, anche nella versione
data da Keplero, usa accenti enfatici,
quasi mistici, sui poteri della scienza
sull’idea di progresso da lui formulata.
Questo si coglie specialmente nella
Nuova Atlantide”, descrizione di
città iniziatica ideale, detta Bensalem,
vivono scienziati-sacerdoti, capaci
tutto, “per allargare i confini del potere
umano verso la realizzazione di ogni possibile
obiettivo”. Studiano il “prolungamento
della vita”, la “generazione aerea”,
“continuazione della vita quando diversi
organi sono morti e asportati, la resurrezione
di corpi che all’apparenza sembrano
morti”, la possibilità di rendere fecondi
o sterili”, la creazione di “numerose
specie di serpenti, vermi, insetti e pesci
sostanze in putrefazione”. L’atmosfera dell’isola
è completamente magica, misticheggiante;
il linguaggio ricco di allusioni
simboliche, numerologiche, alchemiche
astrologiche. Gli scienziati-sacerdoti tengono
“consultazioni per decidere quali
scoperte ed esperienze realizzate possano
essere rese note al pubblico e quali no”,
vivono sconosciuti al resto del mondo,
quasi “nel grembo di Dio”.
C’è dunque, in tutta l’opera, un interesse
di tipo magico per le scoperte scientifiche,
tanto che compaiono immagini care,
quasi contemporaneamente, al mago Paracelso,
colui che voleva creare l’homunculus
tramite putrefazione di seme umano.
Sapere, per Bacone, è essenzialmente
potere. E il potere viene effettivamente
cercato, nella sua vita, al punto che il
citato Russell afferma: “Bacone avrebbe
fatto meglio a occuparsi meno del successo
mondano”. Il filosofo inglese, finito
processo per corruzione, muore
1626, dopo aver sperimentato la capacità
freddo di arrestare il processo di putrefazione
di un pollo. Esperimento
prelude, forse, a un tentativo di controllare
la vita, analogo a quello della odierna
crioconservazione degli embrioni, o
scelta di alcuni personaggi di farsi crioconservare,
ad Alcor, in America, per
poi risorgere? Non lo sappiamo. Certo
invece il fatto che Bacone propugna
qualche modo un’idea di scienza staccata
dalla morale, dal senso del limite, dal
atdizionale
timor di Dio, slanciata verso un
progresso che si ritiene infinito. Una
scienza, per così dire, “soprannaturale”.
Dopo di lui la filosofia inglese conosce
l’empirismo, che nega la metafisica, e accantona
il concetto di Dio creatore. Per
Hobbes, nato a Malmesbury nel 1588, tutto
riconducibile a un corporeismo meccanicistico
in cui non c’è posto per la libertà
come possibilità di scelta e neppure per
valori assoluti: bene e male non esistono di
per sé, ma sono relativi, dipendono dalla
percezione che ne hanno le singole persone.
Per questo variano di continuo. E’ questa
una visione che evidentemente, applicata
in campo scientifico, apre la porta all’eliminazione
di qualsiasi vincolo morale:
scienza non è più, come ogni realtà, buona
se usata bene e cattiva se usata male,
ma buona o cattiva a seconda di come la
intende chi se ne serve, di volta in volta.
Questa concezione viene rafforzata dall’opinione
di David Hume (1711-1776), sia
nella sua negazione delle idee universali,
sia nella sua concezione secondo cui “la
ragione è, e deve solo essere, schiava delle
passioni, e non può rivendicare in nessun
caso una funzione diversa da quella di obbedire
ad esse”. In età illuministica l’accantonamento
di un concetto chiaro di bene
e di male prosegue con l’affermarsi del
deismo, e cioè della credenza in un Dio
che non si occupa dell’uomo, e che quindi,
pur essendo il Legislatore nel mondo fisi-
soco,
non lo è in quello morale. In quest’epoca
compare anche la figura di Malthus, un
pastore protestante il cui padre era stato
discepolo del francese Condorcet, uno dei
maestri del progressismo acritico di stampo
illuminista. Malthus è conosciuto come
grande sostenitore del controllo delle nascite:
vi è nella sua teoria un cardine del
pensiero moderno, che consiste nel fatto
che l’uomo non è più visto come pro-creatore,
all’interno di un progetto divino in cui
conserva la sua libertà, ma come unico signore
del processo riproduttivo. Non è cioè
dipendente da una Origine, ma origine egli
stesso. Questo concetto aprirà a epigoni
malthusiani coerentissimi, pronti a sostenere
l’importanza di carestie, guerre, malattie,
sterilizzazioni forzate, come strumenti
di controllo delle nascite, o per dirla
con Giovanni Papini, interventista nella
Prima guerra mondiale, per spazzare via
dalla tavola quelle troppe persone che vivono
per il solo fatto di essere nate (Lacerba,
1914). Dopo Malthus occorre citare, brevemente,
Herbert Spencer (1820-1903), che
propugna, prima di Darwin, una concezione
evoluzionistica che influenzerà anche il
famoso naturalista. Nel suo “L’ipotesi dello
sviluppo”, Spencer parla di una evoluzione
dell’universo e di una evoluzionetrabiologica
che hanno i caratteri “divini”
della necessità: siamo di fronte al tipico ottimismo
positivista, deterministico, in cui
la libertà è negata, ma il progresso, quello
materiale, al contrario, assicurato e senza
limiti. “L’evoluzione (per l’uomo) – scrive –
può terminare solo con lo stabilirsi della
più grande perfezione e della più completa
felicità”. Si tratta evidentemente di una
religione laica, in cui la salvezza, certa, è
garantita dal tempo, senza collaborazione
dell’uomo, che, naturalmente buono, è
chiamato solo a marciare verso il paradiso
terrestre, la felicità completa, da consumarsi
nella dimensione terrena. Non siamo,
a ben vedere, molto lontani dalle prospettive
di Francesco Bacone. Pressoché
contemporaneo a Spencer è Charles
Darwin (1809-1882). Quello che interessa,
brevemente, è il concetto di progresso e di
evoluzione, che così bene si combina col
pensiero della sua epoca, ormai abituato a
fare dell’uomo il salvatore di se stesso. In
particolare, per il nostro argomento, è importante
lo spazio dato al caso e alla selezione
naturale. Dal pensiero di Darwin derivano
infatti, storicamente, nella rielaborazione
di suoi epigoni più che sua originale,
la prevalenza della specie e di riflesso
della comunità, e quindi dello Stato, sull’individuo;
la lotta tra le nazioni come lotta
per la sopravvivenza; la diversità tra i
gradi di evoluzione raggiunta dai diversi
popoli, per cui alcuni sarebbero superiori e altri inferiori… Soprattutto, la non distinzione
tra diritti dell’animale e diritti
dell’uomo: per una inesorabile legge di
contrappasso l’assolutizzazione-divinizzazione
dell’uomo, ottenuta negando il Dio
Creatore, si risolve nel declassamento a
semplice prodotto di evoluzione biologica,
al pari degli animali. Di qui le moderne
teorie, ad esempio di Peter Singer, sulla
maggior dignità degli scimpanzè o di altri
mammiferi adulti rispetto ai neonati!
Un’applicazione dell’evoluzionismo
darwinista è anche quella proposta da
Francis Galton (1822-1911), cugino e discepolo
di Darwin, colui che conia la parola
“eugenetica”. Galton ritiene che la selezione
naturale presente in natura vada in
qualche modo aiutata. Scrive: “Se venisse
speso in provvedimenti per migliorare la
razza umana anche solo un ventesimo dei
costi e dei sacrifici che si spendono per
migliorare la razza dei cavalli e dei bovini,
che galassia di genii potremmo creare!
Potremmo introdurre nel mondo profeti e
gran sacerdoti della civilizzazione così come
ora possiamo moltiplicare gli idioti
mettendo insieme i cretini” (citato in Cascioli
e Gaspari, “Le bugie degli ambientalisti”,
Piemme). Per questo Galton si fa
sostenitore di un’eugenetica “positiva”, atdizionale traverso matrimoni selettivi. Teorizza inoltre
l’inferiorità genetica di diverse razze,
tra cui i neri e gli indiani d’America. Sarà
Leonard Darwin, figlio di Charles, a promuovere
l’eugenetica “negativa”, e cioè il
divieto ai deboli di riprodursi. E’ aperta la
strada a un fenomeno destinato a realizzarsi,
di qui in avanti, in molti paesi, e non
solo, come si è soliti credere, nella Germania
nazista: la sterilizzazione forzata di
persone ritenute “non adatte”. Il darwinismo,
inoltre, viene a combinarsi dal principio
con le teorie malthusiane per teorizzare
una dottrina eugenetica basata sul
concetto per cui “l’uomo è un animale e il
progresso razziale deve essere fondato
sulle leggi biologiche”. Ne derivava l’esigenza
di migliorare la razza e di eliminare
una presunta sovrappopolazione attraverso
la sterilizzazione di pazzi, epilettici, poveri,
criminali, non impiegabili, barboni.
Con un balzo temporale possiamo passare
al Novecento, e precisamente all’inglese
Aldous Huxley, figlio di un famosissimo
biologo darwinista e fratello del premio
Nobel per la scienza, Julian Huxley.
Costui descrive nel suo romanzo “Brave
New World” (1932) la società del futuro,
quella che egli crede potrà essere la società
del futuro.
Si tratta di un’opera che godrà di fama
immensa, un testo capitale della letteratura
inglese, accanto e simile a “1984” di
Orwell. Descrive un mondo i cui abitanti
sono rigidamente controllati, manipolati,
soggiogati dal potere in ogni aspetto della
loro vita. La riproduzione stessa è sottoposta
a un controllo centralizzato, gli ovuli
fecondati in vitro, in provetta, vengono
conservati artificialmente. La nascita è
quindi anonima (non esiste più la famiglia),
e può essere plurigemina, con la capacità
di ottenere fino a novantasei gemelli
identici da un solo uovo (clonazione).
Le conoscenze genetiche permettono di
studiare la riproduzione a tavolino e di
creare caste di uomini superiori, fisicamente
e intellettualmente, e, agendo sull’ossigenazione
del cervello durante il processo
di sviluppo dell’embrione, di uomini
inferiori, pronti a obbedire ed eseguire
lavori più umili. Il numero dei cittadini è
fisso. L’intensità demografica viene controllata
attraverso la sterilizzazione forzata
di un numero consistente di donne, le
cosiddette “cinture malthusiane”, contenenti
mezzi contraccettivi, un “centro di
aborti” la cui attività appare alacre, visto
che la castità è considerata una perversione,
una sorta di eutanasia e altri provvedimenti
analoghi. La base ideologica è fornita
dalla educazione sessuale nelle scuole,
che elimina ogni “tentazione” alla famiglia
promuovendo rapporti precoci, occasionali
e continui. Sulla tematica del
controllo demografico Huxley ritorna in Brave New World Revisited” del 1958, dimostrando
che la distopia, il mondo da incubo
descritto nel precedente romanzo,
non gli appare come tale in tutti gli aspetti:
“Nel mondo nuovo della mia favola era
ben risolto il problema del rapporto fra
popolazione umana e risorse naturali. Si
era calcolato il numero ideale per la popolazione
del mondo e si provvedeva a
contenerlo entro quel limite […] Ma nel
mondo vero contemporaneo non si è risolto
il problema della popolazione”. Il problema
del sovrappopolamento, scrive
Huxley, è capitale, la popolazione (due miliardi
e ottocentomila persone nel 1958)
eccessiva, e non esistono “l’intelligenza e
la volontà che quasi mai ritroviamo nel
formicaio di analfabeti che popolano il
mondo”, per attuare “il controllo delle nascite”.
“Forse non è impossibile la gestazione
in vitro come non è impossibile il
controllo centralizzato della riproduzione;
ma è chiaro che per molti anni a venire la
nostra rimarrà una specie vivipara, che si
riproduce a casaccio”, laddove invece la
dittatura del Mondo Nuovo sarà forse eccessiva,
ma efficace. “Il nostro sregolato
capriccio non solo tende a sovrappopolare
pianeta, ma anche, sicuramente, a darci
una maggioranza di uomini di qualità biologicamente
inferiore”.
E’ evidente che Huxley sta dalla parte
del grande dittatore. E’ evidente il suo disprezzo
per l’umanità “formicaio di analfabeti”,
che si riproduce “a casaccio”, secondo
uno “sregolato capriccio”; che abbisognerebbe
quindi di un “ordine”, di un
controllo dall’alto, dell’intelligenza superiore,
imposta con la violenza, con l’inganno,
con la tecnologia, di uomini “illuminati”
come lui. Al fondo vi è la teoria darwiniana
della selezione naturale che Aldous
eredita dal padre e dal fratello, e che lo
porta, pur fra molte ambiguità, a chiedersi,
nel “Brave New World Revisited”, in un
capitolo intitolato “Qualità, quantità, moralità”,
se i “mezzi buoni” dell’igiene e
della medicina, portando alla salvezza di
persone che altrimenti potrebbero morire,
non raggiungano in fondo un “fine cattivo”,
un male quale è il sovrappopolamento
e “la progressiva contaminazione del
fondo genetico a cui dovranno attingere i
membri della nostra specie… Ogni progresso
della medicina – continua – sarà
frustrato da un corrispondente aumento
del tasso di sopravvivenza degli individui
che dalla nascita portano con sé una qualche
insufficienza genetica… E che dire degli
organismi insufficienti per condizioni
congenite, che la medicina e i servizi soco, ciali oggi salvano e lasciano proliferare?”.
Siamo così giunti all’epoca attuale in
cui la scienza intesa come magia di Bacone
si salda con l’empirismo, l’evoluzionismo
progressista, l’ateismo, il deismo e il
materialismo, il relativismo etico di Hobbes,
per giustificare, come dicevano gli
scienziati della Nuova Atlantide, “il potere
umano verso la realizzazione di ogni
possibile obiettivo”. Così, solo così, solo in
quest’ottica generale, aborto, sterilizzazioni,
eugenetica, controllo delle nascite ed
eutanasia, tutte espressioni di morte, possono
andare perfettamente d’accordo, nell’ideologia
di chi li propugna, nonostante
l’apparente paradosso, con la volontà di
generare a ogni costo in provetta. Non è casuale, allora, come si diceva all’inizio,
il ruolo pionieristico svolto dal Regno
Unito nel campo dell’abbattimento
graduale di ogni limite ai poteri della
scienza. Simbolico mi pare il fatto che la
prima bimba in vitro, la già citata Louise
Brown, sia stata prodotta da due medici
inglesi, che appartengono culturalmente
pensiero filosofico citato: Patrick Steptoe,
esperto in aborti, e un ateo accanito
come il biologo Robert Edwards. Anche
campo della clonazione, si diceva, i
britannici sono all’avanguardia, proprio
il concetto secondo cui nulla osta all’evoluzione
infinita, al progresso immaginato
senza limiti, all’autorealizzazione dell’uomo
per mezzo di se stesso. Ne è espressione
attualissima Mary Warnock, già presidente
del “Comitato per la fecondazione
umana e l’embriologia”, sulle cui decisioni
è basata la legislazione inglese in materia
di bioetica. Nel suo “Fare bambini”
Einaudi, 2004), la Warnock, che conosce e
Hume, Darwin e Huxley, apre a qualsiasi
possibilità: fecondazione omologa, fecondazione
eterologa, accesso alla Fiv anche
per le coppie che hanno volutamente
oltrepassato l’età fertile, diagnosi pre-impianto,
e cioè selezione eugenetica, adozione
omosessuale (“non c’è prova che
questi bambini sarebbero danneggiati per
sempre”), autoinseminazione delle lesbiche,
crioconservazione, banche del seme,
utero in affitto o in prestito (“non sono sicura
che la società ne avrebbe un danno”),
fecondazione con seme di persona morta,
clonazione riproduttiva. Quest’ultima è a
momenti criticata, molto ambiguamente,
in tanti punti difesa, con questa conclusione:
“E’ forse un peccato che il Regno
Unito si sia unito al resto d’Europa in una
completa messa al bando della clonazione”,
che le sembrerebbe lecita, ad esempio,
“nel caso di completa sterilità maschile”.
Questo anche perché “non esiste
prova certa che evidenzi come, per un
particolare bambino (clonato, ndr), ciò risulterebbe
essere uno specifico danno, o
danno più grande che nascere attraverso
metodi artificiali all’interno di una
coppia omosessuale”. Riguardo alle mamme-
nonne, oltre i 60 anni, la Warnock si dichiara
invece “contraria”, salvo poi affermare,
con un relativismo che ha dell’incredibile,
che basterebbe consigliarle “di
andare all’estero per il trattamento, in Italia
forse… dove fioriscono cliniche private
dove non c’è regolamentazione statale
merito a ciò che può essere tentato, almeno
fino a che si paga per ottenerlo” (la
Warnock scriveva prima che l’Italia si dotasse
di una legge in materia di procreazione
assistita).
fronte a ogni possibile situazione la
Warnock dimostra sostanzialmente di ritenere
morale, o non immorale, tutto ciò che
fattibile. Facilitata, in questo, dalla totale
cancellazione dei diritti del “terzo incomodo”,
l’eventuale bambino chiamato a
nascere con modalità e in ambienti contro
natura. Infatti a pagina 40-41 afferma chiaramente
che il suo Comitato non ha mai
preso in considerazione “seriamente” il
principio del bene del figlio”, e a pagina
parla con disprezzo della “retorica del
bene del figlio”. Sono possibili disagi fisici,
malformazioni genetiche, disagi psicologici,
in seguito a Fiv, o agli sperimentalismi
sull’uomo? Sì, dice la Warnock, possibili.
Ma non è questo il punto per chi sia figlio
della cultura relativista, materialista,
darwinista, di cui si è detto. Così il figlio
viene ridotto a diritto, a bisogno, a soddisfazione
dell’io, a pretesa, a “curiosità”, anche
se a parole viene talora detto il contrario.
Perché si vuole un figlio? Scrive:
Alcune persone, credo, vogliono figli per rivivere alcune esperienze infantili. Io sono
sicura che ciò è stato parte del piacere
avuto dai miei figli, se non la motivazione
per averli. Altri, al contrario, desiderano
essere capaci di fare per i propri figli meglio
di quanto i propri genitori abbiano fatto
per loro. La ragione più ovvia per il desiderio
di avere figli è forse una forma di
curiosità insaziabile: che cosa produrrà il
rimescolamento casuale dei geni? Che cosa
sarà riconoscibile e cosa no?”. Occorrono
commenti, di fronte a un’idea così commovente
di amore materno?
Francesco Agnoli
Forse mi sono perso qualche passaggio: ma che ci fa Agnoli sul Foglio?![]()


I concetti espressi nell'articolo sono in buona parte condivisibili, ma io vorrei sentire le opinioni sul tema della genetica: fino a che punto è lecito portare avanti la sperimentazione su esseri umani?
Mi spiacerebbe che ci fosse un rifiuto a priori verso ogni possibilità di sperimentare e progredire in questo campo, non bisogna cadere in una demonizzazione anacronistica, poichè è proprio la sperimentazione genetica che potrà aprire la risoluzione di molti problemi in medicina, e non è vero che la biogenetica sia rivolta solo alla creazione di esperimenti stile creatura di frankenstein.


Meglio Carlo Alberto Agnoli:tipo il suo libro'La Rivoluzione Francese nell'opera della massoneria'
Pro aris rege!


eh, Giuliano - non l'Apostata, quell'altro, quello grosso&ciccione - ha letto gli articoli del giovane Agnoli, gli sono piaciuti, e gli ha proposto di scrivere sul Foglio, senza censura - preventiva o successiva - alcuna...Forse mi sono perso qualche passaggio: ma che ci fa Agnoli sul Foglio?
E perchè non approfittarne?![]()


Eh, ma 'sti oltranzisti cattolici non distinguono tra omicidio a fine edonistico e omicidio a fine di sperimentazione genetica...Originally posted by halexandra
I concetti espressi nell'articolo sono in buona parte condivisibili, ma io vorrei sentire le opinioni sul tema della genetica: fino a che punto è lecito portare avanti la sperimentazione su esseri umani?
Mi spiacerebbe che ci fosse un rifiuto a priori verso ogni possibilità di sperimentare e progredire in questo campo, non bisogna cadere in una demonizzazione anacronistica, poichè è proprio la sperimentazione genetica che potrà aprire la risoluzione di molti problemi in medicina, e non è vero che la biogenetica sia rivolta solo alla creazione di esperimenti stile creatura di frankenstein.
Sono dei fanatici reazionari... bisogna capirli...![]()


beh, l'articolo di francesco e il libro del padre vertono su due argomenti diversi... comunque è giovane, può migliorare ancora...Originally posted by Lupus
Meglio Carlo Alberto Agnoli:tipo il suo libro'La Rivoluzione Francese nell'opera della massoneria'![]()


Originally posted by Trasea
Eh, ma 'sti oltranzisti cattolici non distinguono tra omicidio a fine edonistico e omicidio a fine di sperimentazione genetica...
Sono dei fanatici reazionari... bisogna capirli...![]()
![]()
Pro aris rege!


Benissimo, ma si può sapere cosa centra questo con ciò che avevo scritto io e che hai quotato?Originally posted by Trasea
Eh, ma 'sti oltranzisti cattolici non distinguono tra omicidio a fine edonistico e omicidio a fine di sperimentazione genetica...
Sono dei fanatici reazionari... bisogna capirli...![]()
Io ho chiesto semplicemente dei pareri in generale sulla sperimentazione genetica e sui limiti che dovrebbe avere e se dei limiti debbano essere posti. Non vedo cosa centrino gli omicidi.