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    Lux in tenebris lucet
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    Predefinito la difesa della vita nascente

    gran bell'articolo di francesco agnoli sul foglio di oggi.



    se potete procuratevelo.

    trasea.

  2. #2
    Agape
    Ospite

    Predefinito Re: la difesa della vita nascente

    Originally posted by Trasea
    gran bell'articolo di francesco agnoli sul foglio di oggi.



    se potete procuratevelo.

    trasea.
    Ecco il testo copincollato da acrobat.. se volete leggervelo on line questo è il link

    MADE IN PERFIDA ALBIONE
    Dal medioevo ai giorni nostri, il pensiero inglese molto bio e poco etico
    ANNO IX NUMERO 354 - PAG I IL FOGLIO QUOTIDIANO MARTEDÌ 28 DICEMBRE 2004

    Chi voglia capire che cosa stia succedendo
    in tema di biotecnologie e di
    nuove sfide in campo bioetico, ha scritto
    Angelo Serra (professore emerito di Genetica
    umana all’Università cattolica del
    Sacro Cuore di Roma), deve guardare al
    Regno Unito: è da lì che partono le idee e
    le innovazioni in questo campo. Sì, perché
    il Regno Unito è la patria dell’eugenetica
    moderna, con le teorizzazioni di Francis
    Galton; è il primo paese europeo occidentale
    del Dopoguerra a introdurre l’aborto
    legale, usandolo spesso per motivi eugenetici;
    è il paese in cui è nata la prima
    bambina fecondata in vitro, Louise Brown,
    nel 1978; è l’antesignano negli esperimenti
    di clonazione e lo Stato più aperto, inmateria di legislazione, alla sperimentazione
    umana. Un motivo per tutto questo
    ci deve essere, e va ricercato nella storia
    del pensiero inglese. Va rintracciato ripercorrendo
    brevemente l’approccio alla
    scienza proprio di questo paese, a partire
    dal medioevo.
    L’Inghilterra del dodicesimo secolo infatti
    è subito coinvolta in nuove importanti
    acquisizioni. Da una parte conosce Aristotele,
    che a Oxford fu accolto molto presto
    e senza particolari resistenze, prima
    che a Parigi; dall’altra le conoscenze astronomiche,
    abacistiche, computiste e matematiche
    della Spagna islamica confluiscono
    nella scuola episcopale di Herford, per
    dare poi vita alla grande stagione scientifica
    di Oxford. “Da Walcher di Malvern
    1091-1135) e da Petrus Alphonsi, attraverso
    Adelardo di Bath e Turkel, sino a Daniele
    di Morley, Roberto di Sareshel e
    Ruggero di Hereford, l’Inghilterra dotta
    aveva conosciuto l’uso relativamente rigoroso
    dell’astrolabio; aveva posseduto, rielaborato,
    corretto sull’esempio delle Tabulae
    di Toledo, nuove tavole astronomiche;
    era penetrata, pressoché un secolo
    prima di Leonardo Pisano, nella trattazione
    e nell’affinamento della tecnica abacistica;
    aveva conosciuto e rielaborato la traduzione
    del Compotus di Mariano Scoto e
    di Filippo di Thaon; aveva conosciuto Euclide
    e Al Kuwarizmi; si era spinta con
    l’audacia tutta pionieristica di Adelardo
    nella trattazione di questioni di filosofia
    naturale; aveva intrecciato rapporti con la
    medicina e i medici arabi” (Franco Alessio,
    Rivista critica di storia della filosofia,
    n.12, 1957).
    In questo confluire di novità, di nozioni
    di scoperte “pre-scientifiche”, si segnalano
    in particolare i francescani, che portano
    nella loro stessa vocazione un’attenzione
    particolare alla natura, vista come
    creatura di Dio, e quindi come via per
    ascendere alla sua conoscenza. Si segnalano
    in particolare il vescovo di Lincoln,
    Roberto Grossatesta, considerato uno degli
    inventori degli occhiali, e il suo discepolo
    Ruggero Bacone, autore tra l’altro di
    un trattatello, “De secretis operibus”, in
    cui si prospettano invenzioni incredibili:
    macchine per la navigazione, senza rematori,
    macchine volanti, carri semoventi…
    Per la scuola francescana inglese, che
    ha il suo centro a Oxford, Dio infatti è il
    Numerator” e “Mensurator primus”, che
    ha costruito il mondo secondo principi
    matematici, linee, angoli e figure. Lo ha
    costruito a partire da una sostanza corporea
    straordinaria, la più simile all’essenza
    spirituale, e cioè la luce fisica. Intorno a
    essa fioriscono così gli studi più vari, sulle
    lenti, gli specchi, l’arcobaleno, l’ottica geometrica,
    la prospettiva…
    Questi interessi naturalistici, non solo
    inglesi ma francescani in genere, contribuiscono
    senza dubbio a determinare in
    Europa una rivoluzione “realista” che passa
    dall’architettura alla pittura, alla scultura,
    alla concezione del lavoro, alla scienza.
    La luce fisica, esaltata nelle dottrine cosmogoniche,
    rappresenta la luce metafisica,
    illuminazione divina, nelle nuove strutture
    architettoniche, di tipo gotico, aperte
    alla luce e fondate su di essa. Nel campo
    della scultura i bassorilievi dei portali
    d’ingresso non portano più quasi esclusivamente
    le rappresentazioni del Padre o
    dell’Apocalisse, tipiche dell’alto medioevo,
    ma lasciano posto alla manifestazione del
    divino nel mondo, agli episodi del Vangelo
    degli Atti degli apostoli. La flora fantastica
    delle colonne e dei capitelli si trasforma
    nelle diverse specie di piante, realmente
    esistenti. Le nuove sculture, come
    sottolinea Georges Duby, “si sono liberatedal muro, si muovono; avanzano sul davanti
    della pedana. Ognuno di questi personaggi
    assume un carattere. E’ possibile riconoscerlo,
    non solo per i suoi attributi tradizionali
    […] Si riconoscono dall’espressione
    del volto. Si tratta di caratteri, di persone
    che respirano, il cui sguardo non è
    più rivolto verso l’interno dell’anima […]
    Preceduto da questa coorte, l’uomo-Dio si
    trattiene sulla soglia a Reims, ad Amiens”
    e nelle altre cattedrali europee (Georges
    Duby, “L’Europa nel Medioevo. Arte romanica,
    arte gotica”, Laterza, 1991).
    In pittura, sotto l’influsso francescano, siabbandona l’iconografia rigida e compassata:
    viene perdendo importanza lo sfondo
    dorato bizantino, sinonimo di assenza di
    tempo e di spazio, e gli affreschi delle
    chiese narrano vive storie di santi e si popolano
    di immagini e movenze umane.
    L’azzurro e le nubi del cielo prendono il
    posto degli sfondi dorati: la storia assume
    ruolo nuovo, rispetto all’eterno, perché
    anche le creature, i cieli, “narrano la gloria
    di Dio”. Ugualmente penetrano nella
    cattedrale la celebrazione del lavoro umano,
    le scene di vita dei campi, le vetrate
    donate dalle corporazioni, su cui sono attentamente
    e orgogliosamente disegnati i
    particolari dei vari mestieri. Il denominatore
    comune è nella riabilitazione della
    materia, e quindi del lavoro, della tecnica,
    delle arti dette servili, che è caratteristica
    di una contrapposizione anti catara,
    della connessa visione della creazione
    come vestigio di Dio. In quest’ottica la novità
    del pensiero francescano inglese sta
    anche nell’“empirismo matematico”, nella
    ricerca scientifica non come pura speculazione,
    ma come funzionale “a far ricadere
    nell’esperienza”, nella tecnica pratica,
    le conoscenze astratte e teoriche. Secondo
    Franco Alessio, per esempio, Grossatesta
    cerca di incrociare il “piano matematico
    puro” e quello della “rude empiria”
    facendo “fermentare il motivo della
    efficienza e funzione pratica del sapere
    era direttamente ricavato dal francescanesimo”.
    Si incammina cioè, con tutte
    caratteristiche del pioniere, sulla strada
    della futura scienza sperimentale e della
    rivalutazione delle “arti meccaniche”,
    strada certamente antitetica a quella
    indicata dalla gnosi, in linea generale, e
    contemporanei catari, avversi alla vita
    ogni sua manifestazione, dal matrimonio
    al lavoro, in particolare.
    Ma questa “empiria” grossatestiana, nata
    da una ammirazione contemplativa per
    natura, e dalla meditazione profonda
    due libri, quello biblico e quello naturale,
    è destinata a sfociare, negli anni, in
    direzioni assolutamente non previste. Bisogna
    forse partire, per comprendere la
    svolta, da Francesco Bacone, un inglese
    Cinquecento, figlio del Lord Guardasigilli
    della regina Elisabetta. Siamo cioè
    nell’Inghilterra anglicana, in cui potere
    spirituale e temporale si fondono nella figura
    del sovrano, e la religione, da cattolica
    universale, diviene statale, nazionale,
    fortemente antipapista. “Alla corte di Elisabetta
    – scrive Paolo Gulisano nel suo
    Chesterton e Belloc” (editrice Àncora) –
    affollavano maghi, alchimisti e cantori
    una nuova età dell’oro che avrebbe dovuto
    giungere attraverso la Regina Vergine,
    che doveva soppiantare nella sua magnificenza
    il culto alla troppo umile Vergine
    di Nazaret, la nuova dea della giustiziao, come era conosciuta nell’antichità,
    Astrea”. Francesco Bacone scrive e discute
    di scienza in quest’epoca, ma senza apportare
    nulla di concreto alla vera ricerca,
    anzi lasciandosi sfuggire, come scrive Bertrand
    Russell, “la maggior parte di ciò
    faceva ai suoi tempi nel campo della
    scienza”. Bacone, che respinge ad esempio
    la teoria copernicana, anche nella versione
    data da Keplero, usa accenti enfatici,
    quasi mistici, sui poteri della scienza
    sull’idea di progresso da lui formulata.
    Questo si coglie specialmente nella
    Nuova Atlantide”, descrizione di
    città iniziatica ideale, detta Bensalem,
    vivono scienziati-sacerdoti, capaci
    tutto, “per allargare i confini del potere
    umano verso la realizzazione di ogni possibile
    obiettivo”. Studiano il “prolungamento
    della vita”, la “generazione aerea”,
    “continuazione della vita quando diversi
    organi sono morti e asportati, la resurrezione
    di corpi che all’apparenza sembrano
    morti”, la possibilità di rendere fecondi
    o sterili”, la creazione di “numerose
    specie di serpenti, vermi, insetti e pesci
    sostanze in putrefazione”. L’atmosfera dell’isola
    è completamente magica, misticheggiante;
    il linguaggio ricco di allusioni
    simboliche, numerologiche, alchemiche
    astrologiche. Gli scienziati-sacerdoti tengono
    “consultazioni per decidere quali
    scoperte ed esperienze realizzate possano
    essere rese note al pubblico e quali no”,
    vivono sconosciuti al resto del mondo,
    quasi “nel grembo di Dio”.
    C’è dunque, in tutta l’opera, un interesse
    di tipo magico per le scoperte scientifiche,
    tanto che compaiono immagini care,
    quasi contemporaneamente, al mago Paracelso,
    colui che voleva creare l’homunculus
    tramite putrefazione di seme umano.
    Sapere, per Bacone, è essenzialmente
    potere. E il potere viene effettivamente
    cercato, nella sua vita, al punto che il
    citato Russell afferma: “Bacone avrebbe
    fatto meglio a occuparsi meno del successo
    mondano”. Il filosofo inglese, finito
    processo per corruzione, muore
    1626, dopo aver sperimentato la capacità
    freddo di arrestare il processo di putrefazione
    di un pollo. Esperimento
    prelude, forse, a un tentativo di controllare
    la vita, analogo a quello della odierna
    crioconservazione degli embrioni, o
    scelta di alcuni personaggi di farsi crioconservare,
    ad Alcor, in America, per
    poi risorgere? Non lo sappiamo. Certo
    invece il fatto che Bacone propugna
    qualche modo un’idea di scienza staccata
    dalla morale, dal senso del limite, dal
    atdizionale
    timor di Dio, slanciata verso un
    progresso che si ritiene infinito. Una
    scienza, per così dire, “soprannaturale”.
    Dopo di lui la filosofia inglese conosce
    l’empirismo, che nega la metafisica, e accantona
    il concetto di Dio creatore. Per
    Hobbes, nato a Malmesbury nel 1588, tutto
    riconducibile a un corporeismo meccanicistico
    in cui non c’è posto per la libertà
    come possibilità di scelta e neppure per
    valori assoluti: bene e male non esistono di
    per sé, ma sono relativi, dipendono dalla
    percezione che ne hanno le singole persone.
    Per questo variano di continuo. E’ questa
    una visione che evidentemente, applicata
    in campo scientifico, apre la porta all’eliminazione
    di qualsiasi vincolo morale:
    scienza non è più, come ogni realtà, buona
    se usata bene e cattiva se usata male,
    ma buona o cattiva a seconda di come la
    intende chi se ne serve, di volta in volta.
    Questa concezione viene rafforzata dall’opinione
    di David Hume (1711-1776), sia
    nella sua negazione delle idee universali,
    sia nella sua concezione secondo cui “la
    ragione è, e deve solo essere, schiava delle
    passioni, e non può rivendicare in nessun
    caso una funzione diversa da quella di obbedire
    ad esse”. In età illuministica l’accantonamento
    di un concetto chiaro di bene
    e di male prosegue con l’affermarsi del
    deismo, e cioè della credenza in un Dio
    che non si occupa dell’uomo, e che quindi,
    pur essendo il Legislatore nel mondo fisi-
    soco,
    non lo è in quello morale. In quest’epoca
    compare anche la figura di Malthus, un
    pastore protestante il cui padre era stato
    discepolo del francese Condorcet, uno dei
    maestri del progressismo acritico di stampo
    illuminista. Malthus è conosciuto come
    grande sostenitore del controllo delle nascite:
    vi è nella sua teoria un cardine del
    pensiero moderno, che consiste nel fatto
    che l’uomo non è più visto come pro-creatore,
    all’interno di un progetto divino in cui
    conserva la sua libertà, ma come unico signore
    del processo riproduttivo. Non è cioè
    dipendente da una Origine, ma origine egli
    stesso. Questo concetto aprirà a epigoni
    malthusiani coerentissimi, pronti a sostenere
    l’importanza di carestie, guerre, malattie,
    sterilizzazioni forzate, come strumenti
    di controllo delle nascite, o per dirla
    con Giovanni Papini, interventista nella
    Prima guerra mondiale, per spazzare via
    dalla tavola quelle troppe persone che vivono
    per il solo fatto di essere nate (Lacerba,
    1914). Dopo Malthus occorre citare, brevemente,
    Herbert Spencer (1820-1903), che
    propugna, prima di Darwin, una concezione
    evoluzionistica che influenzerà anche il
    famoso naturalista. Nel suo “L’ipotesi dello
    sviluppo”, Spencer parla di una evoluzione
    dell’universo e di una evoluzionetrabiologica
    che hanno i caratteri “divini”
    della necessità: siamo di fronte al tipico ottimismo
    positivista, deterministico, in cui
    la libertà è negata, ma il progresso, quello
    materiale, al contrario, assicurato e senza
    limiti. “L’evoluzione (per l’uomo) – scrive –
    può terminare solo con lo stabilirsi della
    più grande perfezione e della più completa
    felicità”. Si tratta evidentemente di una
    religione laica, in cui la salvezza, certa, è
    garantita dal tempo, senza collaborazione
    dell’uomo, che, naturalmente buono, è
    chiamato solo a marciare verso il paradiso
    terrestre, la felicità completa, da consumarsi
    nella dimensione terrena. Non siamo,
    a ben vedere, molto lontani dalle prospettive
    di Francesco Bacone. Pressoché
    contemporaneo a Spencer è Charles
    Darwin (1809-1882). Quello che interessa,
    brevemente, è il concetto di progresso e di
    evoluzione, che così bene si combina col
    pensiero della sua epoca, ormai abituato a
    fare dell’uomo il salvatore di se stesso. In
    particolare, per il nostro argomento, è importante
    lo spazio dato al caso e alla selezione
    naturale. Dal pensiero di Darwin derivano
    infatti, storicamente, nella rielaborazione
    di suoi epigoni più che sua originale,
    la prevalenza della specie e di riflesso
    della comunità, e quindi dello Stato, sull’individuo;
    la lotta tra le nazioni come lotta
    per la sopravvivenza; la diversità tra i
    gradi di evoluzione raggiunta dai diversi
    popoli, per cui alcuni sarebbero superiori e altri inferiori… Soprattutto, la non distinzione
    tra diritti dell’animale e diritti
    dell’uomo: per una inesorabile legge di
    contrappasso l’assolutizzazione-divinizzazione
    dell’uomo, ottenuta negando il Dio
    Creatore, si risolve nel declassamento a
    semplice prodotto di evoluzione biologica,
    al pari degli animali. Di qui le moderne
    teorie, ad esempio di Peter Singer, sulla
    maggior dignità degli scimpanzè o di altri
    mammiferi adulti rispetto ai neonati!
    Un’applicazione dell’evoluzionismo
    darwinista è anche quella proposta da
    Francis Galton (1822-1911), cugino e discepolo
    di Darwin, colui che conia la parola
    “eugenetica”. Galton ritiene che la selezione
    naturale presente in natura vada in
    qualche modo aiutata. Scrive: “Se venisse
    speso in provvedimenti per migliorare la
    razza umana anche solo un ventesimo dei
    costi e dei sacrifici che si spendono per
    migliorare la razza dei cavalli e dei bovini,
    che galassia di genii potremmo creare!
    Potremmo introdurre nel mondo profeti e
    gran sacerdoti della civilizzazione così come
    ora possiamo moltiplicare gli idioti
    mettendo insieme i cretini” (citato in Cascioli
    e Gaspari, “Le bugie degli ambientalisti”,
    Piemme). Per questo Galton si fa
    sostenitore di un’eugenetica “positiva”, atdizionale traverso matrimoni selettivi. Teorizza inoltre
    l’inferiorità genetica di diverse razze,
    tra cui i neri e gli indiani d’America. Sarà
    Leonard Darwin, figlio di Charles, a promuovere
    l’eugenetica “negativa”, e cioè il
    divieto ai deboli di riprodursi. E’ aperta la
    strada a un fenomeno destinato a realizzarsi,
    di qui in avanti, in molti paesi, e non
    solo, come si è soliti credere, nella Germania
    nazista: la sterilizzazione forzata di
    persone ritenute “non adatte”. Il darwinismo,
    inoltre, viene a combinarsi dal principio
    con le teorie malthusiane per teorizzare
    una dottrina eugenetica basata sul
    concetto per cui “l’uomo è un animale e il
    progresso razziale deve essere fondato
    sulle leggi biologiche”. Ne derivava l’esigenza
    di migliorare la razza e di eliminare
    una presunta sovrappopolazione attraverso
    la sterilizzazione di pazzi, epilettici, poveri,
    criminali, non impiegabili, barboni.
    Con un balzo temporale possiamo passare
    al Novecento, e precisamente all’inglese
    Aldous Huxley, figlio di un famosissimo
    biologo darwinista e fratello del premio
    Nobel per la scienza, Julian Huxley.
    Costui descrive nel suo romanzo “Brave
    New World” (1932) la società del futuro,
    quella che egli crede potrà essere la società
    del futuro.
    Si tratta di un’opera che godrà di fama
    immensa, un testo capitale della letteratura
    inglese, accanto e simile a “1984” di
    Orwell. Descrive un mondo i cui abitanti
    sono rigidamente controllati, manipolati,
    soggiogati dal potere in ogni aspetto della
    loro vita. La riproduzione stessa è sottoposta
    a un controllo centralizzato, gli ovuli
    fecondati in vitro, in provetta, vengono
    conservati artificialmente. La nascita è
    quindi anonima (non esiste più la famiglia),
    e può essere plurigemina, con la capacità
    di ottenere fino a novantasei gemelli
    identici da un solo uovo (clonazione).
    Le conoscenze genetiche permettono di
    studiare la riproduzione a tavolino e di
    creare caste di uomini superiori, fisicamente
    e intellettualmente, e, agendo sull’ossigenazione
    del cervello durante il processo
    di sviluppo dell’embrione, di uomini
    inferiori, pronti a obbedire ed eseguire
    lavori più umili. Il numero dei cittadini è
    fisso. L’intensità demografica viene controllata
    attraverso la sterilizzazione forzata
    di un numero consistente di donne, le
    cosiddette “cinture malthusiane”, contenenti
    mezzi contraccettivi, un “centro di
    aborti” la cui attività appare alacre, visto
    che la castità è considerata una perversione,
    una sorta di eutanasia e altri provvedimenti
    analoghi. La base ideologica è fornita
    dalla educazione sessuale nelle scuole,
    che elimina ogni “tentazione” alla famiglia
    promuovendo rapporti precoci, occasionali
    e continui. Sulla tematica del
    controllo demografico Huxley ritorna in Brave New World Revisited” del 1958, dimostrando
    che la distopia, il mondo da incubo
    descritto nel precedente romanzo,
    non gli appare come tale in tutti gli aspetti:
    “Nel mondo nuovo della mia favola era
    ben risolto il problema del rapporto fra
    popolazione umana e risorse naturali. Si
    era calcolato il numero ideale per la popolazione
    del mondo e si provvedeva a
    contenerlo entro quel limite […] Ma nel
    mondo vero contemporaneo non si è risolto
    il problema della popolazione”. Il problema
    del sovrappopolamento, scrive
    Huxley, è capitale, la popolazione (due miliardi
    e ottocentomila persone nel 1958)
    eccessiva, e non esistono “l’intelligenza e
    la volontà che quasi mai ritroviamo nel
    formicaio di analfabeti che popolano il
    mondo”, per attuare “il controllo delle nascite”.
    “Forse non è impossibile la gestazione
    in vitro come non è impossibile il
    controllo centralizzato della riproduzione;
    ma è chiaro che per molti anni a venire la
    nostra rimarrà una specie vivipara, che si
    riproduce a casaccio”, laddove invece la
    dittatura del Mondo Nuovo sarà forse eccessiva,
    ma efficace. “Il nostro sregolato
    capriccio non solo tende a sovrappopolare
    pianeta, ma anche, sicuramente, a darci
    una maggioranza di uomini di qualità biologicamente
    inferiore”.
    E’ evidente che Huxley sta dalla parte
    del grande dittatore. E’ evidente il suo disprezzo
    per l’umanità “formicaio di analfabeti”,
    che si riproduce “a casaccio”, secondo
    uno “sregolato capriccio”; che abbisognerebbe
    quindi di un “ordine”, di un
    controllo dall’alto, dell’intelligenza superiore,
    imposta con la violenza, con l’inganno,
    con la tecnologia, di uomini “illuminati”
    come lui. Al fondo vi è la teoria darwiniana
    della selezione naturale che Aldous
    eredita dal padre e dal fratello, e che lo
    porta, pur fra molte ambiguità, a chiedersi,
    nel “Brave New World Revisited”, in un
    capitolo intitolato “Qualità, quantità, moralità”,
    se i “mezzi buoni” dell’igiene e
    della medicina, portando alla salvezza di
    persone che altrimenti potrebbero morire,
    non raggiungano in fondo un “fine cattivo”,
    un male quale è il sovrappopolamento
    e “la progressiva contaminazione del
    fondo genetico a cui dovranno attingere i
    membri della nostra specie… Ogni progresso
    della medicina – continua – sarà
    frustrato da un corrispondente aumento
    del tasso di sopravvivenza degli individui
    che dalla nascita portano con sé una qualche
    insufficienza genetica… E che dire degli
    organismi insufficienti per condizioni
    congenite, che la medicina e i servizi soco, ciali oggi salvano e lasciano proliferare?”.
    Siamo così giunti all’epoca attuale in
    cui la scienza intesa come magia di Bacone
    si salda con l’empirismo, l’evoluzionismo
    progressista, l’ateismo, il deismo e il
    materialismo, il relativismo etico di Hobbes,
    per giustificare, come dicevano gli
    scienziati della Nuova Atlantide, “il potere
    umano verso la realizzazione di ogni
    possibile obiettivo”. Così, solo così, solo in
    quest’ottica generale, aborto, sterilizzazioni,
    eugenetica, controllo delle nascite ed
    eutanasia, tutte espressioni di morte, possono
    andare perfettamente d’accordo, nell’ideologia
    di chi li propugna, nonostante
    l’apparente paradosso, con la volontà di
    generare a ogni costo in provetta. Non è casuale, allora, come si diceva all’inizio,
    il ruolo pionieristico svolto dal Regno
    Unito nel campo dell’abbattimento
    graduale di ogni limite ai poteri della
    scienza. Simbolico mi pare il fatto che la
    prima bimba in vitro, la già citata Louise
    Brown, sia stata prodotta da due medici
    inglesi, che appartengono culturalmente
    pensiero filosofico citato: Patrick Steptoe,
    esperto in aborti, e un ateo accanito
    come il biologo Robert Edwards. Anche
    campo della clonazione, si diceva, i
    britannici sono all’avanguardia, proprio
    il concetto secondo cui nulla osta all’evoluzione
    infinita, al progresso immaginato
    senza limiti, all’autorealizzazione dell’uomo
    per mezzo di se stesso. Ne è espressione
    attualissima Mary Warnock, già presidente
    del “Comitato per la fecondazione
    umana e l’embriologia”, sulle cui decisioni
    è basata la legislazione inglese in materia
    di bioetica. Nel suo “Fare bambini”
    Einaudi, 2004), la Warnock, che conosce e
    Hume, Darwin e Huxley, apre a qualsiasi
    possibilità: fecondazione omologa, fecondazione
    eterologa, accesso alla Fiv anche
    per le coppie che hanno volutamente
    oltrepassato l’età fertile, diagnosi pre-impianto,
    e cioè selezione eugenetica, adozione
    omosessuale (“non c’è prova che
    questi bambini sarebbero danneggiati per
    sempre”), autoinseminazione delle lesbiche,
    crioconservazione, banche del seme,
    utero in affitto o in prestito (“non sono sicura
    che la società ne avrebbe un danno”),
    fecondazione con seme di persona morta,
    clonazione riproduttiva. Quest’ultima è a
    momenti criticata, molto ambiguamente,
    in tanti punti difesa, con questa conclusione:
    “E’ forse un peccato che il Regno
    Unito si sia unito al resto d’Europa in una
    completa messa al bando della clonazione”,
    che le sembrerebbe lecita, ad esempio,
    “nel caso di completa sterilità maschile”.
    Questo anche perché “non esiste
    prova certa che evidenzi come, per un
    particolare bambino (clonato, ndr), ciò risulterebbe
    essere uno specifico danno, o
    danno più grande che nascere attraverso
    metodi artificiali all’interno di una
    coppia omosessuale”. Riguardo alle mamme-
    nonne, oltre i 60 anni, la Warnock si dichiara
    invece “contraria”, salvo poi affermare,
    con un relativismo che ha dell’incredibile,
    che basterebbe consigliarle “di
    andare all’estero per il trattamento, in Italia
    forse… dove fioriscono cliniche private
    dove non c’è regolamentazione statale
    merito a ciò che può essere tentato, almeno
    fino a che si paga per ottenerlo” (la
    Warnock scriveva prima che l’Italia si dotasse
    di una legge in materia di procreazione
    assistita).
    fronte a ogni possibile situazione la
    Warnock dimostra sostanzialmente di ritenere
    morale, o non immorale, tutto ciò che
    fattibile. Facilitata, in questo, dalla totale
    cancellazione dei diritti del “terzo incomodo”,
    l’eventuale bambino chiamato a
    nascere con modalità e in ambienti contro
    natura. Infatti a pagina 40-41 afferma chiaramente
    che il suo Comitato non ha mai
    preso in considerazione “seriamente” il
    principio del bene del figlio”, e a pagina
    parla con disprezzo della “retorica del
    bene del figlio”. Sono possibili disagi fisici,
    malformazioni genetiche, disagi psicologici,
    in seguito a Fiv, o agli sperimentalismi
    sull’uomo? Sì, dice la Warnock, possibili.
    Ma non è questo il punto per chi sia figlio
    della cultura relativista, materialista,
    darwinista, di cui si è detto. Così il figlio
    viene ridotto a diritto, a bisogno, a soddisfazione
    dell’io, a pretesa, a “curiosità”, anche
    se a parole viene talora detto il contrario.
    Perché si vuole un figlio? Scrive:
    Alcune persone, credo, vogliono figli per rivivere alcune esperienze infantili. Io sono
    sicura che ciò è stato parte del piacere
    avuto dai miei figli, se non la motivazione
    per averli. Altri, al contrario, desiderano
    essere capaci di fare per i propri figli meglio
    di quanto i propri genitori abbiano fatto
    per loro. La ragione più ovvia per il desiderio
    di avere figli è forse una forma di
    curiosità insaziabile: che cosa produrrà il
    rimescolamento casuale dei geni? Che cosa
    sarà riconoscibile e cosa no?”. Occorrono
    commenti, di fronte a un’idea così commovente
    di amore materno?
    Francesco Agnoli

  3. #3
    Totila
    Ospite

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    Forse mi sono perso qualche passaggio: ma che ci fa Agnoli sul Foglio?

  4. #4
    Fieramente Leghista
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    I concetti espressi nell'articolo sono in buona parte condivisibili, ma io vorrei sentire le opinioni sul tema della genetica: fino a che punto è lecito portare avanti la sperimentazione su esseri umani?

    Mi spiacerebbe che ci fosse un rifiuto a priori verso ogni possibilità di sperimentare e progredire in questo campo, non bisogna cadere in una demonizzazione anacronistica, poichè è proprio la sperimentazione genetica che potrà aprire la risoluzione di molti problemi in medicina, e non è vero che la biogenetica sia rivolta solo alla creazione di esperimenti stile creatura di frankenstein.

  5. #5
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    Meglio Carlo Alberto Agnoli:tipo il suo libro'La Rivoluzione Francese nell'opera della massoneria'
    Pro aris rege!

  6. #6
    Lux in tenebris lucet
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    Forse mi sono perso qualche passaggio: ma che ci fa Agnoli sul Foglio?
    eh, Giuliano - non l'Apostata, quell'altro, quello grosso&ciccione - ha letto gli articoli del giovane Agnoli, gli sono piaciuti, e gli ha proposto di scrivere sul Foglio, senza censura - preventiva o successiva - alcuna...
    E perchè non approfittarne?

  7. #7
    Lux in tenebris lucet
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    Originally posted by halexandra
    I concetti espressi nell'articolo sono in buona parte condivisibili, ma io vorrei sentire le opinioni sul tema della genetica: fino a che punto è lecito portare avanti la sperimentazione su esseri umani?

    Mi spiacerebbe che ci fosse un rifiuto a priori verso ogni possibilità di sperimentare e progredire in questo campo, non bisogna cadere in una demonizzazione anacronistica, poichè è proprio la sperimentazione genetica che potrà aprire la risoluzione di molti problemi in medicina, e non è vero che la biogenetica sia rivolta solo alla creazione di esperimenti stile creatura di frankenstein.
    Eh, ma 'sti oltranzisti cattolici non distinguono tra omicidio a fine edonistico e omicidio a fine di sperimentazione genetica...
    Sono dei fanatici reazionari... bisogna capirli...

  8. #8
    Lux in tenebris lucet
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    Originally posted by Lupus
    Meglio Carlo Alberto Agnoli:tipo il suo libro'La Rivoluzione Francese nell'opera della massoneria'
    beh, l'articolo di francesco e il libro del padre vertono su due argomenti diversi... comunque è giovane, può migliorare ancora...

  9. #9
    email non funzionante
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    La tradizione non è il passato. La tradizione ha a che vedere con il passato né più né meno di quanto ha a che vedere col presente o col futuro. Si situa al di là del tempo.
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    Originally posted by Trasea
    Eh, ma 'sti oltranzisti cattolici non distinguono tra omicidio a fine edonistico e omicidio a fine di sperimentazione genetica...
    Sono dei fanatici reazionari... bisogna capirli...
    Pro aris rege!

  10. #10
    Fieramente Leghista
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    Originally posted by Trasea
    Eh, ma 'sti oltranzisti cattolici non distinguono tra omicidio a fine edonistico e omicidio a fine di sperimentazione genetica...
    Sono dei fanatici reazionari... bisogna capirli...
    Benissimo, ma si può sapere cosa centra questo con ciò che avevo scritto io e che hai quotato?

    Io ho chiesto semplicemente dei pareri in generale sulla sperimentazione genetica e sui limiti che dovrebbe avere e se dei limiti debbano essere posti. Non vedo cosa centrino gli omicidi.

 

 
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