...di fatto.

Il caso Siniscalco
di Furio Colombo

Ora che la legge finanziaria è stata approvata con l’espediente del voto di fiducia (nessuna discussione, nessun dissenso possibile neppure all’interno della maggioranza, sulla legge più importante del Paese), è necessario riflettere sul ruolo che ha avuto in questo evento grave e dannoso il ministro dell’Economia Domenico Siniscalco.

Come tutti sanno Siniscalco non era un politico.
Era un tecnico di buoni studi, buon passato professionale, buona reputazione, economista stimato non solo in Italia.
Tutto ciò è bene ricordare per valutare ciò che il ministro Siniscalco ha offerto al presidente del Consiglio:
ha offerto la sua reputazione.


Domenico Siniscalco ha messo un patrimonio di prestigio al servizio di un disegno politico-elettorale.
Lo ha fatto piegando ognuna delle sue qualità, competenze ed esperienze a richieste che sono slegate dall’interesse del Paese, che in molti casi all’interesse del Paese sono contrarie in modo clamoroso, non solo nel giudizio della opposizione.
Lo ha fatto seguendo il percorso di un piano personale di rilancio del presidente del Consiglio presso la sua opinione pubblica, i suoi sondaggi, la sua possibilità di rielezione.
E’ avvenuta dunque una trasformazione legittima, a patto di essere riconosciuta e dichiarata.
Domenico Siniscalco è passato dalle ragioni di un tecnico alle motivazioni di un politico militante.
Va tenuto conto che il cambiamento è avvenuto in un ruolo subalterno.
Vale a dire:
Siniscalco ha preso atto della volontà ostinata di Berlusconi di scavalcare limiti e ostacoli, di ignorare fatti inconfutabili e ragionevoli obiezioni condivise dal resto d’Europa, destra e sinistra.
A questa volontà il ministro dell’Economia si è sottomesso trascurando e subordinando le cognizioni di causa dell’esperto.
La posizione di obbedienza e subordine è importante perché contraddice la responsabilità del tecnico competente.

Che questo sia un tipico rischio del tecnico che si accosta alla politica è confermato dalla vicenda O’Neill negli Stati Uniti.
Il ministro dell’Economia di George W. Bush, richiesto di preparare il nefasto taglio di tasse (e di smantellamento di ciò che resta nei servizi sociali di quel Paese) voluto da George Bush, ha valutato l’errore (insieme con gran parte della comunità economica e accademica americana) e si è dimesso.
Bush ha avuto bisogno di personaggi minori per realizzare la sua politica giudicata rovinosa dai maggiori economisti americani.

Siniscalco invece ha scelto di diventare personaggio minore e subordinato.
Entra in politica non al livello di Giulio Tremonti, che aveva avuto le sue testardaggini e i suoi contrasti.
Entra in politica al livello di Sandro Bondi.

Adesso è un ex tecnico diventato assistente di Silvio Berlusconi per l’impresa elettorale di fare apparire Berlusconi - con una serie di trovate inaccettabili per un economista dotato di reputazione e di stima - come l’uomo di governo che ha tagliato le tasse.

La rispettabilità personale di Siniscalco non finisce per questo.
Ma gli resta il dovere di accettare apertamente il senso di ciò che ha fatto.
Domenico Siniscalco oggi è un funzionario di Forza Italia che - in veste di ministro dell’Economia della Repubblica italiana - ha anteposto immagine, interesse e strategia elettorale di Berlusconi al dettato della sua competenza.

Non è un lieto fine.
Ma sarebbe inutile e poco saggio negarlo.
Si può e si deve rispettare l’uomo di parte che sta con la sua parte ad ogni costo.
Non chi fingesse di essere distaccato e neutrale servitore dello Stato.
Non è più vero.
Non dello Stato.