….Saudita imploda

Roma. Un’esplosione, poi un’altra, una nube di fumo nero. Ieri è stata un’ennesima giornata di violenze a Riad, presa di mira da un gruppo di uomini armati che hanno cercato di assaltare edifici del ministero dell’Interno mentre esplodevano due bombe, forse collocate in due automobili.
Secondo al Arabyia, i terroristi sarebbero stati uccisi, ma il numero delle vittime è ancora imprecisato.
Nel pomeriggio c’erano stati quattro morti negli scontri tra Riad e Gedda. L’Arabia Saudita perde ogni giorno di più il controllo, paralizzata com’è da una crisi politica interna, aggravata da una guerra al terrorismo mal condotta e dallo scetticismo della comunità internazionale, soprattutto per l’inefficienza saudita nella gestione della questione irachena.
Il recente ritiro dell’ambasciatore dell’Arabia Saudita dalla Libia è un ennesimo sintomo di questa crisi di credibilità, che apre la strada all’opportunismo di Muhammar Gheddafi, il quale non ha mai fatto mistero di voler togliere di mezzo il reggente del trono saudita, il principe Abdullah bin Abdulaziz ibn Saud.
Il complotto libico contro Abdullah è cosa vecchia: risale al marzo scorso e se ne è minuziosamente parlato durante il processo intentato ad Alexandria, in Virginia, contro un leader islamico americano, Abdurahman Alamudi, e nell’inchiesta a carico del colonnello Mohamed Ismael arrestato al Cairo mentre tentava di consegnare un milione di dollari a quattro sicari. I due hanno affermato che stavano organizzando, per conto dei libici, un complotto per uccidere il reggente saudita nell’hotel Hilton della Mecca.
Mentre questo complotto era in moto, Gheddafi era impegnato in una fase di disgelo con l’occidente – successivo alla sua autodenuncia del tentativo di dotare la Libia di armi di distruzione di massa e il suo solenne impegno a cessare quella ricerca –in un quadro di normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti e con l’Europa, grazie alla scoperta in Italia, a opera del Sismi, di un carico di armi proibite che ha fatto saltare una “filiera” clandestina strategica per i libici.
Proprio nel momento in cui si impegnava per chiudere il fronte tempestoso delle relazioni a occidente, il colonnello libico è stato colto con le mani nel sacco di una fresca iniziativa terroristica a oriente contro il custode della Mecca e Medina.
E’ forte allora il sospetto che l’attentato non sia altro se non un “avvertimento” inserito nel braccio di ferro senza scrupoli che la Libia e l’Arabia Saudita da trent’anni giocano in sede Opec.
C’era infatti proprio Gheddafi, assieme a Saddam Hussein, nel “sindacato” di committenti che inviò il 21 dicembre 1975 un commando di terroristi agli ordini di Carlos ad assalire la sede Opec di Vienna, uccidendo tre poliziotti e prendendo in ostaggio tutti i ministri del petrolio.
Hans Jhoachim Klein, braccio destro di Carlos, rivelò nel 1978 che obbiettivo dell’azione era uccidere il ministro saudita del petrolio, Ahmed Zaki Yamani, presidente dell’Opec e principale fautore di una politica dei prezzi ribassista.
Durante il sequestro, però, i “committenti” litigarono, inviarono segnali contraddittori e gli ostaggi furono consegnati all’algerino Houari Boumedienne, che li liberò. Gheddafi, che aveva bloccato con l’azione la linea ribassista dei sauditi, si congratulò di persona per l’azione con Jhoachim Klein.

“Che cosa va farneticando quello?”
Ma oggi non ci sono solo le tensioni petrolifere, a separare Riad da Tripoli.
Lo si è capito bene nel marzo del 2003, quando Gheddafi insultò il principe Abdullah durante un vertice della Lega Araba a Sharm el Sheick, accusandolo di essersi “alleato col diavolo” nel 1990, quando si fece aiutare da Washington per contrastare Saddam Hussein.
Abdullah, infuriato rispose: “E a te chi ti ha messo al potere se non gli americani? Sei un bugiardo e la tomba ti aspetta”. Allora Gheddafi badando bene di farsi sentire, replicò: “Ma che cosa va farneticando quello?”.
Abdullah lasciò i lavori della Lega Araba e i due paesi aprirono l’ennesima crisi diplomatica. Gheddafi oggi si permette di sbeffeggiare Abdullah, attanagliato dalla crisi politica.
Le sue ambizioni di potenza regionale sono state ridicolizzate nel 2002 col fallimento del piano di pace per la Palestina dello stesso Abdullah (che Gheddafì osteggiò fino in fondo) e oggi con la sua latitanza dall’evoluzione della questione irachena.
Gheddafi, che continua ad ambire a un’impossibile leadership del mondo arabo, prende atto di questa crisi politica saudita, e fa di tutto per amplificarla.

Il Foglio del 30 dicembre

saluti