Dal "Corriere della Sera" 31.12.2004 Cronaca di Roma
di FRANCO CORDELLI
Per la cronaca, o per la memoria, voglio qui annotare che l’Ara Pacis è un altare votato dal Senato romano nel 18 a.C. dopo il ritorno di Augusto dalla Gallia e dalla Spagna. Fu dedicato nel 9 a.C. e, composto da un altare marmoreo con due sponde ornate di decorazioni di vario genere, si eleva sopra un podio rettangolare. Ebbene: quanti romani, e quanti cittadini venuti ad abitare in Roma negli ultimi anni, possono dire di saperne qualcosa, nel senso di averne osservato le sembianze? Noi, i più antichi, appena appena le ricordiamo. Da anni non facciamo altro che vederne le spoglie o, per chiarire, i paraventi. Codesti paraventi, con il tempo sono andati impreziosendosi. Sono sempre più raffinati, sempre più attraenti, sempre più variopinti. A furia di passarci davanti, a piedi o in automobile, sul lungotevere, sorge un dubbio: che vogliano nascondere qualcosa? Sappiamo più o meno bene come è andata la faccenda. Si decise di restaurare il monumento, di restituirlo all’antico prestigio. Di poi, vi furono dispute. I progetti non trovavano l’unanimità dei consensi. Intanto, i lavori intrapresi si fermavano. O riprendevano, con lena e vigore. E poi si fermavano di nuovo, forse si cambiava prospettiva, forse il progetto era diventato un altro. Resta il fatto che miglioravano i paraventi e il Mausoleo ad Augusto scompariva, s’inabissava nelle tenebre burocratiche. Ecco, è questo il primo spettacolo che mi auguro di non più vedere nel 2005.
Se la chimerica Ara Pacis è chiamata a rappresentare un futuro di cui non ci importa nulla (poiché un futuro troppo a lungo atteso non è nulla, non esiste, si dissolve nella fantasticheria), c’è uno spettacolo romano che non vorremmo più vedere in quanto rappresentativo di un passato al quale nulla ci incatena. Mi riferisco al premio Strega, una delle più tristi cerimonie mondane della Capitale. Mi ricordo dell’unica volta che io vi sia stato, in Valle Giulia. Era il 1967. Ero con il mio amico Alfonso Berardinelli. Eravamo compagni d’università. Giurammo che mai più vi avremmo messo piede. Non sono sicuro che quella promessa sia stata mantenuta (contraddico dunque quanto ho appena detto). Ma ammirammo il ritiro di Pier Paolo Pasolini, che era sul punto di concorrere al premio con il suo «Teorema». Grande fu la delusione quando dall’epistolario si scoprì che Pasolini si ritirò non già per nobili ragioni, per altro oggi inesplicabili, bensì per la delusioni. Pasolini aveva capito che le sue lettere di richiesta di voto ai giurati non avrebbero sortito l’effetto sperato. Ma quello era ancora il premio Strega! Cioè, quasi nulla. Ma un quasi nulla che rappresentava la società letteraria romana. Che cosa rappresenta oggi il premio Strega? Che cosa può essere un premio che si assegna a luglio ma di cui a febbraio si conosce il vincitore? Il premio Strega è come il campionato di calcio. Anzi, il campionato è leggermente migliore. Non si sa chi vincerà fra Juventus e Milan, posto che ciò interessi a qualcun altro, a parte i tifosi di quelle due squadre. Ma il premio Strega, a chi interessa oltre lo scrittore che lo vincerà e il suo editore?
L’unico aspetto attraente del premio Strega è che nulla in Italia meglio e più compiutamente rispecchia l’evoluzione, se così si può chiamare, della cosa letteraria. Essa è un mondo a parte, privo di qualunque relazione con la realtà: come un mondo a parte, privo di qualunque rapporto con la realtà, è l’Ara Pacis, sbarrata, nascosta, oscurata e, per colmo di derisione, imbellita da luccicanti tavole paragonabili ai luccicanti voti dei cinquemila o diecimila elettori dello Strega.
Ultimo spettacolo che ci auguriamo di non più vedere nel 2005. È una serie di spettacoli, quelli che si offrono al pubblico di due teatri storici di Roma, il Valle e il Quirino. Anche ammesso che nel cartellone vi siano due o tre titoli dignitosi o buoni, sarebbe meglio che non ve ne fosse nessuno: i buoni sono travolti dal marasma, dall’ignominia dei cattivi. Si dirà: perché appuntare la propria attenzione proprio sul Valle e il Quirino? La risposta è semplice: perché il Valle ed il Quirino sono un bene pubblico. Essi riflettono la tendenza-prassi culturale dominante: non già chiamare il pubblico a cercare se stesso, a conoscere, a scoprire ciò che non sa; chiamarlo, viceversa, a patrimoni logori, a beni consumati, ad esperienze non dissimili da quelle televisive; ad esperienze, in una parola, rassicuranti, di scadente livello culturale, di riaffermata soggezione di chi riceve rispetto a chi, paternalisticamente, offre, o crede di offrire.




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