La destra religiosa: per una coalizione
di Murray N. Rothbard
febbraio 1993
Com’è che io, un libertario pro-choice , mi sono alzato in piedi e ho applaudito quando il reverendo Falwell ha annunciato, dopo le elezioni, che potrebbe far rivivere la “Moral Majority”; e sono rimasto disgustato quando Cal Thomas, antico vicepresidente di quella organizzazione, dal suo nobile ruolo di columnist cristiano gradito ai neoconservatori, ha esortato Falwell a non farlo (12 novembre)? Thomas consiglia “più comprensione e meno scontro”, ricordando che siamo immersi in una “cultura post-cristiana”, per cui i conservatori cristiani dovrebbero limitarsi a misure “positive”, come pagare borse di studio affinché i ragazzi possano frequentare la scuola o finanziare centri di sostegno alla gravidanza per offrire servizi di adozione del nascituro. In altre parole: abbandonare l’azione politica, o qualsiasi lotta contro il male.
La maggior parte dei libertari giudica i conservatori cristiani negli stessi spregevoli termini dei media di sinistra, se non peggio: crede che il loro obiettivo sia quello di imporre una teocrazia cristiana, proibire i liquori e altri mezzi di godimento edonistico e abbattere le porte delle camere da letto per imporre una Polizia della Moralità in tutto il paese. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità: i conservatori cristiani stanno solo cercando di difendersi da un’élite progressista che ha usato gli apparati statali per attaccare e di fatto distruggere i valori, i princìpi e la cultura cristiani.
ABBATTERE LE PORTE DELLE CAMERE DA LETTO?
È vero che il protestantesimo del diciannovesimo secolo, particolarmente nei territori Yankee del nord, fu spinto dal pietismo evangelico post-millenarista a usare lo Stato per sopprimere il peccato, categoria definita in maniera molto ampia, includendovi la proibizione dei liquori, così come del gioco d’azzardo, del ballo e di tutte le attività che rappresentano una violazione dell’osservanza del riposo domenicale. Fu resa illegale la sodomia, ma anche attività eterosessuali giudicate immorali, come la fornicazione e l’adulterio. Ma il pietismo post-millenaristico vecchio stampo era morto e sepolto già negli anni ’20 del Novecento. Mentre molti conservatori cristiani sono favorevoli a mantenere sulla carta alcune o tutte le leggi sulla moralità sessuale per ragioni simboliche, non conosco nessun gruppo cristiano che voglia imbarcarsi in una crociata per far applicare queste leggi, o che voglia che la polizia abbatta le porte delle camere da letto. Su queste cose, vi sono ben pochi gruppi conservatori proibizionisti; se e quando il proibizionismo si affermerà in America, sarà invece dovuto a qualche misura voluta dai liberal di sinistra, allo scopo di migliorare la nostra “salute” e ridurre gli incidenti sulle strade. Non c’è alcun gruppo cristiano che voglia perseguitare gli omosessuali o gli adulteri.
La battaglia oggi è su un terreno molto diverso. La battaglia è sulle leggi “antidiscriminazione”, che rendono illegale assumere, licenziare o associarsi in base alle proprie preferenze - o avversioni - sessuali. Nel caso dei gay, come nel caso dei neri, delle donne, degli ispanici, degli “handicappati” e degli altri innumerevoli gruppi ‘vittime’ oggetto di misure “antidiscriminazione”, vengono introdotti nuovi “diritti” egalitari che si ritiene di dover imporre attraverso la maestà della legge. Innanzi tutto, questi “diritti” sono orditi a spese dei veri diritti di ciascuno a disporre della sua proprietà; in secondo luogo, tutto questo parlare di “diritti” è irrilevante, perché il problema di assumere, licenziare, associarsi ecc. è qualcosa che va deciso dalle persone o dalle istituzioni stesse, in base alla maggiore convenienza di ciascuna organizzazione. I “diritti” non hanno niente a che fare con tutto ciò. Terzo, la Costituzione è stata sistematicamente stravolta per accantonare lo stato minimo strettamente limitato e favorire la crociata delle corti federali volta a moltiplicare e imporre completamente tali falsi diritti.
Sull’infondatezza della definizione di ‘diritti’ per queste questioni: supponiamo che io decido di aprire un ristorante cinese. Deliberatamente e in base a valutazioni economiche prendo la decisione di assumere solo camerieri cinesi che parlano sia il cinese sia l’inglese, perché voglio attrarre in prevalenza clientela cinese. Non devo avere il diritto di usare la mia proprietà per assumere solo camerieri cinesi? Lo stesso tipo di decisione basata su considerazioni economiche dovrebbe essere consentita e non avversata se io volessi assumere solo uomini, o solo donne, o solo neri, o solo bianchi, o solo gay, o solo etero ecc. E se la mia decisione si dovesse rivelare sbagliata e perdessi molti clienti non cinesi? In quel caso i miei affari ne soffriranno e io potrò o cambiare la mia decisione o cessare l’attività. Di nuovo, dovrebbe essere una mia decisione, punto e basta.
In sintesi: le leggi antidiscriminazione, di qualsiasi specie, sono un male, un’aggressione ai veri diritti, della persona e di proprietà, e sono anti-economiche perché rendono inefficienti le decisioni.
Questo ci porta alla prima controversa iniziativa dell’amministrazione Clinton: rimuovere il divieto per i gay di far parte dell’esercito. Le forze armate dovrebbero essere considerate come qualsiasi altra impresa, organizzazione o servizio; le decisioni dovrebbero essere prese sulla base di ciò che è meglio per quel settore, e i “diritti” non hanno niente a che fare con tali decisioni. Il tradizionale divieto per i gay nelle forze armate non ha niente a che fare con i “diritti” o anche con l’“omofobia”; è invece il risultato di una lunga esperienza, nonché del buon senso. Le forze armate non sono come qualsiasi organizzazione di tipo civile. Non solo i suoi uomini si trovano in situazioni di combattimento (parzialmente condivise con corpi civili come la polizia), ma i comandanti militari hanno di fatto il controllo totale sulla persona e sulla vita dei loro subordinati, specialmente in situazioni di combattimento. In tali circostanze, gli omosessuali dichiarati potrebbero consentire favoritismi per coloro con i quali sono sentimentalmente legati, o compiere ricatti e abusi sessuali sui sottoposti. Si aggiunga il disagio di molti in situazioni intime o di vicinanza, e il risultato è la distruzione del morale e dell’efficienza delle unità combattenti.
La risposta standard dei gay è interessante perché è astratta e non risponde sul punto in questione: nelle forze armate tutte le attività sessuali sono e devono essere illegali, a maggior ragione gli abusi sui subordinati. I difensori dei gay nelle forze armate dicono: rendete illegali solo le azioni, e lecito e legittimo l’orientamento sessuale dei membri.
Un primo problema di questa risposta simil-libertaria è che confonde ciò che dovrebbe essere di per sé illegale con ciò che dovrebbe essere illegale per chi sceglie volontariamente di far parte di un’organizzazione (ad esempio, le forze armate) che ha il diritto di darsi – e deve darsi –proprie regole di partecipazione, per non parlare delle regole che riguardano le assunzioni o le promozioni o i licenziamenti. Nel diritto penale solo le azioni (come il furto o l’omicidio) dovrebbero essere illegali e non gli orientamenti della mente. Ma poter o non poter far parte delle forze armate dovrebbe dipendere dalle norme decise dalle forze armate stesse, e non bisognerebbe semplicemente includere chiunque non sia un criminale. Pertanto, persone mezze cieche sono chiaramente di per sé non in una condizione criminale; ma sicuramente le forze armate hanno il diritto di escludere tali persone dall’organizzazione.
In secondo luogo, la risposta standard pro-gay ignora alcune realtà della natura umana. Sicuramente, proprio i libertari dovrebbero essere consapevoli dell’assurdità di rendere il sesso illegale e ritenere chiusa la questione. Il punto è che le forze armate capiscono che, pur dato per scontato che il sesso al loro interno deve senz’altro essere vietato, ciò non chiude la questione, perché la natura umana trionfa sempre sulla legge. La prostituzione è illegale da tempo immemorabile, ma non è affatto scomparsa. È proprio per la loro sagace conoscenza della natura umana che le forze armate vogliono mantenere il divieto all’ingresso dei gay. Le forze armate non suppongono ingenuamente che nell’esercito e nella marina non vi siano gay. D’altra parte, non hanno alcuna intenzione di intraprendere una “caccia alle streghe” per cercare di stanare i gay nascosti. Il punto centrale è che, con i gay costretti a celare la propria condizione, il problema dei favoritismi, degli abusi sessuali ecc. è fortemente ridimensionato. Consentite l’omosessualità manifesta nelle forze armate e i problemi, anche relativi al morale dei soldati, aumenteranno.
Gli stessi vincoli a fortiori valgono per le donne nelle forze armate, soprattutto per le unità integrate che operano a stretto contatto, come avviene in combattimento. (Il vecchio metodo delle unità femminili separate e assegnate alla dattilografia, alla guida delle jeep ecc. non poneva simili problemi.) Poiché vi sono molti più maschi eterosessuali che omosessuali, e poiché qui non c’è la questione del segreto, i favoritismi e gli abusi sarebbero molto più diffusi. Di nuovo, il divieto di relazioni sessuali all’interno delle forze armate sarebbe ancora più difficile da imporre. Questo è particolarmente vero nel clima culturale contemporaneo, in cui le “molestie sessuali” sono state estese al leggero contatto e persino allo sguardo lascivo. Pensate alle docce in comune e pensate alla vicenda di Tailhook elevata all’ennesima potenza!
Il problema delle donne nelle forze armate è stato ulteriormente aggravato dalla distinzione per sesso dei requisiti fisici. Poiché per le donne si è rivelato quasi impossibile superare i test relativi alla forza e alla velocità, gli standard sono stati abbassati in modo che la maggior parte delle donne possa superarli; e sono incluse qualità essenziali in combattimento come la capacità di sostenere il peso delle armi o il lancio delle bombe a mano!
Alla fine, i libertari ripiegano sulla loro tesi standard secondo la quale tutte queste restrizioni possono essere applicate nel caso di organizzazioni private, e i “diritti” non si applicano a tali organizzazioni, ma i diritti egalitari vanno applicati a strutture statali come le forze armate. Ma, come ho scritto a proposito dell’eventuale “diritto” di impuzzolentire una biblioteca pubblica solo perché è pubblica, questa specie di nichilismo deve essere abbandonato. Io vorrei privatizzare tutto, ma, non essendo ancora giunto quel magnifico giorno, i servizi pubblici esistenti dovrebbero essere gestiti nella maniera più efficiente possibile. Certo, il servizio postale dovrebbe essere privatizzato, ma, in attesa di quel felice giorno, dovremmo difendere la possibilità che i postini gettino tutta la posta nei cassonetti dell’immondizia, in nome di un servizio che sia il più terrificante possibile? A parte il rifiuto che una simile posizione indurrebbe nei poveri consumatori (cioè noi), c’è un altro grave errore in questa posizione libertaria tipica (che, lo confesso, in passato sostenevo), e cioè che offusca e distorce il corretto concetto di “diritti”, trasformandolo dalla stretta difesa della persona e della proprietà a un confuso guazzabuglio egalitario. Di conseguenza, la legittimazione dei “diritti” antidiscriminazione, o alle azioni positive, nei servizi pubblici pone le condizioni per la loro mostruosa e sicura espansione nel settore privato.
L’ABORTO E UNA RADICALE DECENTRALIZZAZIONE
Il tema dell’aborto è più difficile. Poiché gli antiabortisti considerano l’aborto l’omicidio di un essere umano, abbattere le porte delle camere da letto per evitare un omicidio non rappresenterebbe quindi una posizione anti-libertaria. In più, si collocherebbe ovviamente in una categoria molto differente dall’imposizione con la polizia delle leggi contro l’attività sessuale. Anche su questo tema comunque vi è ampio spazio per un accordo fra libertari pro-choice e destra religiosa pro-life. In primo luogo, come ho scritto a proposito di Henry Butler, libertario e candidato al Congresso per i Repubblicani, la sua posizione pro-choice non gli ha risparmiato gli insulti della compagnia antiabortista, in quanto egli si è opposto al finanziamento dei servizi abortivi attraverso le imposte, non solo perché siamo contro ogni finanziamento della sanità a carico del contribuente, ma anche perché è particolarmente orrendo obbligare coloro che aborriscono l’aborto in quanto omicidio a pagare per tali omicidi. Inoltre, i pro-choice possono unirsi ai pro-life nel sostenere la libertà di scelta dei contribuenti, o dei ginecologi – che subiscono dagli abortisti pressioni via via crescenti a realizzare aborti – o di altre categorie.
Ma a parte il tema del finanziamento, vi sono altri argomenti a favore di un riavvicinamento con i pro-life. C’è una valutazione di tipo prudenziale: il divieto di qualcosa in quanto omicidio non riesce a imporsi se solo una minoranza lo considera omicidio. Una proibizione a livello nazionale semplicemente non funzionerebbe, oltre al fatto che è politicamente impossibile da conseguire. I paleolibertari pro-choice possono proporre ai pro-life: “Guardate, una proibizione a livello nazionale è impossibile. Basta con i tentativi di far approvare un emendamento alla Costituzione sulla vita umana. Invece, per questa e molte altre ragioni, dovremmo radicalmente decentrare le decisioni politiche e giudiziarie in questo paese; dobbiamo porre fine al dispotismo della Corte Suprema e della giurisdizione federale e riportare le decisioni politiche al livello dei singoli stati e delle amministrazioni locali”.
I paleo pro-choice a loro volta dovrebbero auspicare che la Roe v. Wade in futuro venga rovesciata e restituire alla dimensione statale e locale le questioni relative all’aborto – quanto più a livello decentralizzato, meglio è. Si lasci che l’Oklahoma e il Missouri limitino o vietino l’aborto, mentre la California e New York mantengono il diritto ad abortire. La speranza è che in futuro, all’interno di ciascuno stato, avremo comunità locali che prendono tali decisioni. I conflitti a quel punto saranno ampiamente depotenziati. Coloro che vogliono abortire, o praticare aborti, possono trasferirsi o recarsi temporaneamente in California (o nella contea di Marin) o a New York (o nella West Side di Manhattan). La risposta tipo degli abortisti - che le “donne povere” sprovviste dei soldi per affrontare il viaggio sarebbero private della possibilità di abortire - ovviamente rinvia ad una più generale tesi egalitaria e redistributivistica. Oggi i poveri non sono forse “privati” della possibilità di viaggiare per godersi una vacanza? Di nuovo, quella tesi svela il programma nascosto degli abortisti, che è a favore della medicina socializzata e del collettivismo in generale.
Un impegno a favore di una radicale decentralizzazione implica che i pro-choice dovrebbero rinunciare al Freedom of Choice Act, che, attraverso il governo federale, imporrebbe il diritto all’aborto all’intero paese. Ciò comporta che i libertari dovrebbero smetterla di puntare tutto sulla carta dei giudici ‘buoni’ – come Richard Epstein o Alex Kozinski – alla Corte Suprema. È molto più importante sbarazzarsi completamente della tirannia giudiziaria federale e decentralizzare radicalmente il nostro ordinamento – per tornare al trascurato Decimo Emendamento.
Un atto infausto del presidente Clinton è stato quello di mutare la politica di Bush che tagliava i fondi ai medici che consigliavano l’aborto. I progressisti abilmente travisarono questa misura denunciandola come una “violazione della libertà di parola dei medici”. Ma non era coinvolta alcuna “libertà di parola”. Le persone devono essere libere di parlare, ma questo non significa che devono essere protette dalle conseguenze delle loro parole. Nessuna persona, e quindi nessun medico, ha il “diritto” di ricevere fondi dai contribuenti. Ognuno può avere il diritto di dire tutto ciò che vuole, ma non il diritto di dire tutto ciò che vuole e di essere finanziato dai contribuenti. E come i contribuenti non dovrebbero essere costretti a finanziare gli aborti, così non dovrebbero essere costretti a finanziare le persone che consigliano gli aborti.
ISTITUIRE UNA RELIGIONE DI STATO
I cristiani hanno sofferto per decenni un’aggressione organizzata che ha espulso completamente le espressioni della cristianità dalle scuole pubbliche, dai luoghi pubblici e quasi dalla vita pubblica. Questa azione è stata giustificata attraverso una torsione e un’estensione assurde del Primo Emendamento, che proibisce l’istituzione di una religione tramite lo stato. Istituire una religione ha un significato preciso: pagare ecclesiastici e chiese con i soldi dei contribuenti. Cancellare anche la preghiera volontaria dalle scuole pubbliche, o cancellare l’insegnamento della religione, è un cavilloso e voluto fraintendimento del testo e dell’intenzione dei suoi estensori, con il fine di sostituire la nostra tradizionale cultura cristiana con una cultura di sinistra secolarizzata. Il divieto del presepe davanti ai municipi dimostra fino a dove si spingeranno i secolaristi – davvero mostra quanto siano totalitari nella loro offensiva volta a cancellare la religione dalle istituzioni pubbliche.
In conseguenza di ciò, nella competizione fra diverse visioni del mondo, i cristiani hanno dovuto operare con entrambe le mani legate dietro la schiena. Poiché nella competizione la visione del mondo secolarista di sinistra non è considerata una “religione”, l’espulsione della visione cristiana dalle scuole ha lasciato al secolarismo di sinistra la strada libera per la conquista senza opposizione del terreno delle idee.
Ovviamente nessun libertario può essere a favore della vera instaurazione statale di una religione. Però va precisato che il Primo Emendamento si riferiva solo al Congresso, non ai singoli stati, e che alcuni stati continuarono ad avere una religione ufficiale anche dopo l’istituzione della repubblica. Il Connecticut, ad esempio, continuò a mantenere la Chiesa Presbiteriana dopo il 1789, eppure non risulta che il Connecticut soffrisse sotto un dispotismo intollerabile. Quindi, se anche una chiesa ufficiale in uno o due stati non deve essere accolta con isteria, cosa dobbiamo pensare di tutto il chiasso che si fa sul presepe, o sulla preghiera, o sulla scritta “Noi confidiamo in Dio” sulle monete americane?
Reintrodurre la preghiera, comunque, oggi difficilmente risolverebbe il grave problema della scuola pubblica. Le scuole pubbliche sono costosi e massicci centri di lavaggio del cervello culturale e ideologico, nella quale attività purtroppo esse sono molto più efficaci che non nell’insegnare le tre R o nel mantenere semplicemente l’ordine. Qualsiasi piano che inizi a smantellare quella mostruosità che è la scuola pubblica si scontra con l’efficace opposizione dei sindacati degli insegnanti e degli educatori. Serve un vero radicale cambiamento, per trasferire l’istruzione dalle scuole pubbliche a scuole private non regolamentate, religiose e secolari, così come all’insegnamento in casa gestito dai genitori.
UN’AGENDA PER LA DESTRA CRISTIANA
Questi sono solo alcuni dei temi che richiedono un’alleanza fra paleolibertari e destra cristiana. La destra cristiana è composta da persone meravigliose, ma deve riordinare le proprie idee. Deve risolvere due vitali e impellenti questioni interne, per le quali serve molto più spirito di contrapposizione e molta meno “comprensione”. In primo luogo, deve prendere a martellate i pietisti e la pervasiva sinistra cristiana, la sinistra buonista, egalitarista, socialista del tipo “We Shall Overcome”. Secondariamente, deve essere realista e scagliarsi contro i dispensazionalisti e le loro profezie e smanie per un imminente Armageddon. Non solo le loro continue profezie dell’Armageddon li espongono al ridicolo, ma concentrarsi sull’Armageddon inevitabilmente indebolisce il desiderio di partecipare all’azione e allo scontro politico. In aggiunta, la loro interpretazione del Libro della Rivelazione li rende come dei sionisti ancora più fanatici di Yitzhak Shamir e dei likudniks.
Insomma, il compito dei paleolibertari è di uscire dal settario buco libertario e stringere alleanze con i “reazionari” culturali e sociali, nonché politico-economici. La fine della guerra fredda, così come l’affermarsi della “correttezza politica”, hanno reso totalmente obsoleta la posizione tipo dei libertari, cioè di collocarsi a metà strada fra destra e sinistra, o “al di sopra” di esse. Di nuovo, come prima dei tardi anni ’50, i libertari dovrebbero considerarsi persone di destra.
Traduzione di Piero Vernaglione
Rothbardiana




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