Per tutti i beceri Marxisti e neoFascisti
L'Europa cristiana di Habermas
«L’etica ebraica della giustizia e l’etica evangelica dell’amore: non disponiamo di opzioni alternative. Tutto il resto sono soltanto chiacchiere postmoderne»
Di Marina Corradi
«Dialogo su Dio e il mondo», è il titolo di uno dei capitoli dell'ultimo saggio di Jürgen Habermas Tempo di passaggi, da domani in libreria per Feltrinelli (pagine 152, euro 15). Tema a dir poco impegnativo, dove ad affrontare uno dei massimi filosofi contemporanei è il teologo della liberazione Eduardo Mendieta. L'appartenenza dell'intervistatore spiega una domanda come questa: «Professor Habermas, lei parla di una missione dell'Europa in favore del mondo, di una chanche che potrebbe storicamente toccare a un'Europa unificata. Ma forse che questa prospettiva non è compromessa dalla stretta relazione con il cristianesimo intrattenuta dall'Europa stessa?»
Il professore, tuttavia, non ci sta. Risposta: «Guardi, sulla famigerata trinità di colonialismo, cristianesimo ed eurocentrismo abbiamo finito di litigare. (...) Il regime di Pol Pot, Sentiero Luminoso in Perù, la dittatura di miseria in Nord Corea mostrano come dopo il fallimento dell'esperimento in Unione Sovietica la società capitalistica mondiale non consenta più nessuna "exit-option", più nessuna via d'uscita all'indietro. Qualunque trasformazione del capitalismo globale che voglia neutralizzare i rischi di una sempre più accelerata "distruzione creatrice" sembra ormai possibile solo dall'interno». Insomma, alla Scuola di Francoforte la "stretta relazione " fra cristianesimo e Europa non pare un impaccio grave per la sua eventuale missione. Anzi, esemplifica il filosofo, «prendiamo l'esempio dei diritti dell'uomo. Nati in Europa, oggi essi rappresentano l'unico linguaggio con cui anche nel Terzo Mondo gli oppositori e le vittime dei regimi tirannici e guerre civili possono alzare la voce contro violenza e persecuzione, contro l'offesa portata alla loro dignità umana».
Ma va oltre il laico Habermas, spiegando come questa identità cristiana che l'Europa del Trattato ha voluto misconoscere sia nella stessa struttura portante della cultura occidentale: «qualcosa di più di un precedente, o di un catalizzatore».
«In Occidente - dice il professore - il cristianesimo non ha soltanto soddisfatto i presupposti cognitivi di una moderna struttura di coscienza, ma anche favorito quelle motivazioni che sono state studiate da Max Weber nelle sue indagini di etica economica. L'universalismo egualitario - da cui sono derivate le idee di libertà e convivenza solidale, coscienza morale individuale, diritti dell'uomo e democrazia - è una diretta eredità dell'etica ebraica della giustizia e dell'etica cristiana dell'amore. A tutt'oggi non disponiamo di opzioni alternative. Continuiamo ad alimentarci a questa sorgente. Tutto il resto sono chiacchiere postmoderne». Anche questo si dice, alla Scuola di Francoforte, a proposito di cristianesimo e Occidente.
E a che punto è l'elaborazione del pensiero filosofico in questo momento storico? Habermas: «La filosofia si applica a elaborare il dogma della "umanizzazione di Dio", riflettendo seriamente sulla incondizionatezza del dovere morale di fronte alla radicalità del male, sulla finitudine della libertà umana, sulla fallibilità dello spirito e caducità della vita individuale».
Lei - viene posta la domanda - si considera erede di quella prima Scuola di Francoforte che con Adorno aveva percepito l'Olocausto alla luce di una critica sociale enfatizzante gli elementi barbarici e totalitari dell'epoca? Habermas: «I saggi di Adorno muovono dalla intuizione per cui una soggettività scatenata, quando si ponga come assoluta e trasformi tutte le cose circostanti in semplici oggetti, finisce per scontrarsi con ciò che è veramente assoluto (...) Sottraendosi a ogni controllo, la oggettivizzazione non porta rispetto a quel nucleo sostanziale dell'individualità altrui, che rende ogni creatura "immagine di Dio"».
Ultima domanda per un filosofo tedesco nato nel 1929, la cui adolescenza ha coincisa con lo sfacelo del Terzo Reich: «È stato il secolo del "male radicale". C'è qualcosa che da questo "male radicale" possiamo imparare - ammesso che se ne possa imparare qualcosa?»
La risposta di Habermas è, ancora una volta, sorprendente: «L'Olocausto non era qualcosa di immaginabile prima del giorno in cui fu messo in atto: dunque anche il male radicale ha un suo indice storico variabile. Con ciò intendo sottolineare una peculiare asimmetria nella conoscenza del bene e del male. Non sappiamo fin dove gli uomini sono capaci di giungere nel male. E tanto più cresce la malvagità, tanto più evidente diventa anche il
bisogno di rimuovere e dimenticare la colpa




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