…velleità

Milano. La grande spallata è stata tentata tra l’estate e l’autunno: larghi settori dell’establishment, sindacati, segmenti della maggioranza erano convinti che Silvio Berlusconi non fosse più in grado di reggere, e che bisognasse dunque accelerare i tempi della sua fine e di quella della legislatura, magari puntando su un governo tecnico e determinando comunque uno scenario politico con protagonisti diversi da quelli eletti.
Sappiamo com’è andata a finire: con la proposta di taglio alle tasse, con Gianfranco Fini agli Esteri e Marco Follini al governo, con il fallimento dello sciopero generale.
La spallata è andata a vuoto.
Il processo politico avrebbe potuto ricominciare sui binari del bipolarismo italiano, un po’ pasticciato ma funzionante: la dialettica tra maggioranza e opposizione avrebbe potuto assicurare le necessarie alternative per le elezioni politiche del 2006.
Sfortunatamente, però, il centrosinistra si è scelto un leader confuso e bizzoso come Romano Prodi (un’invenzione del povero Beniamino Andreatta che però non può più rimediare all’insipienza dell’allievo) e così l’opposizione è finita nelle secche. E siccome anche in politica i vuoti non esistono, le manovre per uno scenario politico proporzionalista, centrista e centrato sui settori sfiatati ma attivi dell’establishment italiano con contorno di sostegno sindacale, sono riprese: dalle polemiche sull’antitrust alle manovrette sul patto per la competitività, dall’utilizzare le spaccature del centrodestra sulle liste dei governatori alle regionali (frutto perlopiù dell’impoliticità di Berlusconi) all’agitazione maleducata, talvolta quasi para-eversiva di ampi settori della magistratura (le vicende Vigna e Fucci).
Si tratta di tensioni assai differenziate, più spontanee che coordinate ma che hanno una loro logica elitista, di fastidio per la sovranità popolare, che le accomuna naturalmente.
Si invoca tanto la competizione ma poi le varie élite italiane si chiudono a riccio di fronte alla difesa dei privilegi.
Esempio evidente di questa realtà sono i magistrati che rifiutano la logica della terzietà di chi giudica rispetto a chi accusa, impossibile in un sistema in cui la carriera di “chi giudica” dipende da un sindacato in cui predominano “quelli che accusano”.
Ma tendenze analoghe esistono tra grande impresa e sindacati pronti ad accordarsi sulle spalle dei diritti dei giovani, dei contribuenti, dei non occupati: questo atteggiamento viene definito “attenzione all’interesse generale”.
E così avviene in tante professioni intellettuali, dove la diversificazione delle posizioni viene considerata un cedimento di fronte al nemico.
Proprio perché risponde a una logica profonda, la ripresa della tentazione di destabilizzare il quadro politico per riproporre pasticci consociativi nell’interesse delle corporazioni più consolidate non può essere considerata un rischio inesistente; è un’aspirazione dalle basi ben fondate e dunque si riproporrà ancora in quest’ultimo anno e mezzo preelettorale.
Anche perché è evidente che se il sistema bipolare passa il voto del 2006 (chiunque sia il vincitore) sarà poi difficile spiantarlo.
Rispetto, però, all’analoga operazione impostata nel 1994 sono tante le differenze che rendono i tentativi di oggi più una velleità che una spallata.
Oltre a varie altre circostanze oggi irriproducibili, ci sono due elementi decisivi che indeboliscono strutturalmente le manovre in atto.
Nel 1994 c’era in Italia un establishment non solo forte economicamente ma anche autorevole. Gianni Agnelli e la sua Fiat rappresentavano non solo un potere consolidato ma anche una speranza concreta per la crescita. Ancora nella metà dello scorso decennio la società torinese aveva argomenti convincenti per sostenere che il suo futuro contribuiva a decidere il nostro.
Così era decisivo nell’indebolire l’autorevolezza del primo governo Berlusconi il peso di un uomo come Enrico Cuccia.
La sua Mediobanca era con buoni argomenti considerata un centro fondamentale per pensare lo sviluppo del Paese.
Ora la Fiat è un problema, non una soluzione, per lo sviluppo dell’Italia.
E il banchiere di riferimento dell’establishment è un Giovanni Bazoli che ha trasformato alcune delle banche più dinamiche del passato finanziario-industriale italiano (dalla Comit alla Cariplo) in un grande supermercato, un grande Bancone Ambrosiano, con qualche buon risultato gestionale, ma con scarsa o nulla funzione di guida della crescita.
L’altro pezzo che manca alla spallata è l’Europa: nel ’92 e in parte ancora nel ’94 la Germania di Helmut Kohl e la Francia che passava da François Mitterrand a Jacques Chirac erano forze trainanti, con grandi prospettive per il futuro.
Ora arrancano incapaci di fare uscire il continente dalla stagnazione, prive di una politica verso il dollaro debole (e il remimbi), interlocutori senza idee per lo strapotere senza responsabilità delle burocrazie bruxellesi.
Dal ’92 al ’96 il peso europeo per commissariare la politica italiana fu fortissmo, oggi non ha più le basi di consenso per contare come un tempo, anzi deve fare i conti con la ritrovata autonomia dell’Italia.

Lodovico Festa su Il Foglio

saluti