Roma. Chi ha paura del ddt?
Certo non il liberal doc Nicholas D. Kristof, editorialista del New York Times.
In un articolo uscito l’8 gennaio, e intitolato perentoriamente “E’ tempo di spruzzare di nuovo il ddt”, ha chiesto la riabilitazione del superdemonizzato antiparassitario come indispensabile presidio sanitario contro la malaria. E ha sollecitato un cambio di rotta in tal senso da parte del presidente George W. Bush e delle agenzie statunitensi e internazionali che si occupano della lotta a una malattia che “uccide ogni anno venti volte di più di quanto non abbia fatto lo tsunami.
Nella lunga guerra tra zanzare ed esseri umani stanno vincendo le zanzare”.
Storcerà sicuramente il naso chi è convinto che sulla sostanza che meritò il Nobel al suo inventore, il chimico svizzero Paul Miller, debba pesare una volta per tutte l’anatema pronunciato dalla proto-ecologista Rachel Carson nel celeberrimo e sopravvalutato
“Primavera silenziosa”.
In quel libro, uscito nel 1962, al ddt era attribuita ogni possibile nefandezza.
Da allora, di tutte le accuse che gli si muovevano è rimasta in piedi fondamentalmente quella secondo cui provocherebbe nascite premature nelle donne incinte che vi sono massicciamente esposte, mentre su altri effetti non si è arrivati a conclusioni univoche.
Il ddt è da molti anni sparito dalla lista dei pesticidi usati in agricoltura nel Primo mondo, rimpiazzato da sostanze meno persistenti nell’ambiente e negli organismi, mentre dal 2001 ne è vietato l’utilizzo anche nel Terzo mondo, con possibilità di deroga, per uso non agricolo ma sanitario, nei paesi colpiti, e ogni anno in misura crescente, dalla malaria.
Nella lotta a quella malattia il ddt è stato ed è ancora una difesa essenziale. Lo dimostra il caso del Sudafrica, dove all’abbandono del ddt sono seguite forti recrudescenze della malaria, finalmente tornata sotto controllo dopo che nel 2000 si è deciso di riammettere l’uso del pesticida.
Ogni anno la malaria provoca in tutto il mondo, secondo le stime più caute, almeno un milione di morti (ma Kristof parla di due-tre milioni) e circa mezzo milione di nuovi casi, per la maggior parte localizzati nell’Africa sub-sahariana.
Eppure, scrive Kristof, “molte agenzie occidentali non finanziano programmi anti-malaria nei quali sia previsto l’uso di ddt”, mentre Nazioni Unite e Banca mondiale si limitano a incoraggiare l’utilizzazione di zanzariere impregnate di piretroidi (una classe di insetticidi meno persistenti del ddt) e di farmaci antimalarici,
“strumenti fondamentali, ma non sufficienti”.
Sul ddt, insomma, grava ancora il pregiudizio alla Carson che lo identifica con il peggiore dei tossici, e che confondendo l’uso agricolo con quello sanitario (o paventando il primo con la scusa del secondo) ne impedisce “culturalmente” l’uso anche dove potrebbe svolgere una funzione positiva, addirittura vitale.
Gli esponenti del Wwf e di Greenpeace citati da Kristof nel suo articolo si dichiarano non contrari, in linea di principio, all’uso del ddt contro la malaria, in assenza di alternative.
Ma seppure non esiste un vero e proprio divieto del ddt come presidio sanitario, si è affermato nel tempo un orientamento mondiale che si manifesta in raccomandazioni e azioni che ne scoraggiano fortemente l’uso.
In molte situazioni la zanzara che trasmette la malaria è ormai resistente al ddt, ma è un buon motivo per ostacolarne o non promuoverne l’uso dove ancora può funzionare?
Il ddt è efficace, costa pochissimo, non presenta difficoltà di stoccaggio e la persistenza del principio attivo, che gli è imputata come difetto, nella lotta alle zanzare è un vantaggio, perché è sufficiente un trattamento delle abitazioni ogni sei mesi per proteggere le persone dal contagio. Oggi l’Oms scoraggia l’uso del ddt a favore di prodotti più biodegradabili ma assai più cari, e per molti paesi questo è un problema.
Al ddt, scrive ironico Kristof, si addebita la “quasi estinzione” dell’aquila calva, il nobile pennuto simbolo degli Stati Uniti (ma anche in questo caso sarebbe lecito qualche dubbio: secondo i dati della Audubon Society, nel periodo di massima diffusione del pesticida, tra il 1941 e il 1961, la fauna avicola aumentò in tutto il Nord America: altro che “primavera silenziosa”…).
Possiamo difendere l’aquila calva, conclude Kristof, tenendo giustamente il ddt fuori da quella parte di mondo che non ne ha bisogno. Ma usiamolo contro la malaria dove questa è la prima causa di morte.
Il Foglio del 12 gennaio
saluti




Rispondi Citando
