sviluppo attività low cost: strumento politico o ratio economico? è la domanda che si pone david jarac nel suo abituale articolo del sabato sul quotidiano economico italia oggi.
ratio economico: l'apertura di voli low cost ha senz'ombra di dubbio, sostiene jarac, risolto il problema della stagionalità di alcuni scali. E' il caso, per sempio, di Alghero che soffre durante l'inverno di un calo dei passeggeri non indifferente. L'indotto prodotto dai voli a basso prezzo ha permesso di attrarre sullo scalo passeggeri che non avrebbero mai volato su Alghero fuori stagione permettendo così allo scalo di assicurarsi un minimo di stabilità di traffico "spalmata" su tutto l'anno con il risultato di migliorare (anche se non risolvendolo in toto) il problema della stagionalità.
Nella sostanza questi sono aeroporti che hanno uno zoccolo duro di passeggeri non low cost che assicurano un minimo di proventi da poter investire nelle incentivazioni di marketing date dai gestori ai vettori low cost per gli start up. Proventi che vengono generati dallo zoccolo duro non low cost attraverso la spesa in aeroporto per l'acquisto di extra e dalle tasse d'imbarco e sbarco prese dai vettori non sovvenzionati (i pax low cost non spendono in aeroporto e le tasse d'imbarco sono annullate dagli incentivi dati ai vettori). Aeroporti però che hanno il problema della stagionalità della loro clientela risolvibile in parte attraverso l'apertura di voli low cost.
strumento politico: in alcuni casi, invece, sostiene sempre jarac, gl'investimenti per l'apertura sugli scali di voli low cost risponde esclusivamente a logiche politiche volte alla ricerca di positive esternalità di nautura elettorale a tutto beneficio solo dell'assetto politico che controlla e governa le singole società aeroportuali. Investimenti, questi, senza un ritorno economico di lungo periodo per l'assenza di proventi certi, dati dallo zoccolo duro, da poter investire nei voli low cost (come avviene invece per alghero) e per l'assenza (problema di tutti gli scali italiani) di un ottimale sviluppo della parte non aviation del business aeroportuale (parcheggi, negozi, strutture d'intrattenimento ecc ecc) che se ben potenziata darebbe i suoi ritorni economici da poter investire sempre nello sviluppo del low cost. L'ovvio risultato di tutto ciò non può che essere: BUCHI DI BILANCIO.
Nella stonza questi sono aeroporti che incentivano l'apertura di voli escluvamente per assicurarsi passeggeri che permettano al gestore più assunzioni di personale (gestito con fini elettorali) nonchè di offrire ai clienti elettori locali destinazioni a pochi euro e quindi di mettersi nelle condizioni di avere più peso politico sulle strutture politiche/amministrative centrali affinchè queste investano nell'aerea in infrastrutture e in attività produttive e procedano loro stesse a ripianare gl'investimenti fatti dai gestori aeroportuali.
E' il caso per esempio, di venezia, che per "manie" di grandezza di qualche soggetto si è esclusivamente appoggiata a volare e al traffico da essa generata col risultato che saltata volare saltano molti dei progetti politici sottostanti.
Mi chiedo: a senso tutto ciò? ha senso "tollerare" continue richieste di danari pubblici al di fuori di qualsiasi programmazione nazionale di settore al solo fine di assecondare progetti politici locali (si badi bene locali e non nazionali)? A senso (e questo sta succedendo, oggi, per SEA) tollerale che i gestori ritardino i potenziamenti infrastrutturali da farsi con denari pubblici (nella fattispece girati da ENAC) perchè tutti "concentrati" nelle sviluppo di operazioni "low cost" o non aviation?




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