Il protezionismo è l'ultimo rifugio degli opportunisti
di Antonio Martino
In tempi recenti si è assistito ad una serie di affermazioni volte a fare risorgere un vecchio, malevolo mito: il protezionismo, la necessità cioè che i produttori nazionali debbano essere “protetti” dalla concorrenza (quasi sempre denunciata come “sleale”) dei produttori esteri. Le giustificazioni di questa tesi sono numerose: i produttori esteri praticano salari più bassi dei nostri, oppure hanno un grado di tutela sociale e di protezione ambientale minore del nostro e, quindi, godendo di costi minori di quelli dei loro concorrenti italiani, hanno facile gioco ad essere più competitivi. Converrà occuparsi di questa idea che conferma la vecchia massima secondo cui le ipotesi, come le calunnie, sono tanto più pericolose quanto più sono plausibili.
Cominciamo col dire che i bassi salari e le ridotte protezioni sociali ed ambientali sono l’ovvia conseguenza del fatto che questi paesi sono poveri. Anche in Italia i salari erano bassi e le protezioni modeste quando l’Italia era povera. Poi, quando anche grazie al commercio internazionale siamo usciti dalla povertà, sia il livello dei salari che quello delle protezioni sociali ed ambientali si è elevato fino a raggiungere i valori odierni. Quanti sostengono che la concorrenza è “sleale” perché in quei paesi i salari sono bassi e non ci sono i nostri livelli di tutela dovrebbero avere il coraggio di dire che è “sleale” essere poveri, colpevolizzando la miseria. Quando sentite parlare di “concorrenza sleale”, nota con sacrosanto sarcasmo antistatalista il compianto Murray Rothbard, mettete mano al portafoglio.
In secondo luogo, il costo del lavoro e quelli della tutela sociale e ambientale sono solo una parte, e non necessariamente la più rilevante, della storia. Se fossero tutto ciò che conta in materia di competitività, gli Stati Uniti, che hanno alti salari ed alti livelli di protezioni, non potrebbero esportare prodotti ad alta intensità di lavoro, come i prodotti agricoli, che invece (anche tuttavia grazie a sussidi peraltro molto meno elevati di quelli europei) esportano in tutto il mondo, specie verso paesi che hanno salari più bassi dei loro e livelli di protezione minimi. Il fatto è che, come sanno bene gli esportatori italiani, il costo più rilevante è quello dello Stato: trasporti inefficienti, fiscalità punitiva, regolamentazioni asfissianti riducono la nostra competitività molto più degli alti salari.
Comunque sia, anche se le cose stessero diversamente, il rimedio (il protezionismo) è assai peggiore del male (la scarsa competitività). Il protezionismo danneggia la società nel suo complesso: non è un caso che i Paesi più aperti al commercio internazionale siano anche quelli che crescono di più (basta confrontare Hong Kong e Singapore con un Paese chiuso come la Birmania). Il protezionismo alla lunga danneggia anche le industrie protette perché le sottrae alla concorrenza internazionale che è l’unico vero incentivo alla ricerca di maggiore efficienza. Infatti i settori più protetti, come la siderurgia negli USA o l’agricoltura in Giappone, sono anche i meno efficienti. Il protezionismo danneggia i consumatori tutti, perché li costringe a sopportare prezzi maggiori di quelli che pagherebbero in assenza di protezioni. Spostando risorse verso le industrie “protette” (che vengono rese artificialmente più competitive dalle protezioni doganali), danneggia tutti gli altri produttori che dovranno sostenere costi di produzione maggiori di quelli che avrebbero in assenza delle misure protezionistiche. Il protezionismo, inoltre, condanna i Paesi poveri alla miseria ed all’instabilità perché, impedendo loro di vendere quanto potrebbero produrre, li mette nell’impossibilità di produrlo, con conseguente sottosviluppo e disoccupazione. Infine, ma potrei continuare a lungo, le misure di protezione adottate da un Paese spingono gli altri Paesi a misure di ritorsione, determinando attriti fra Paesi, guerre commerciali prima e militari poi. Come sosteneva giustamente Frédéric Bastiat nel XIX secolo: “dove non passano le merci, passano gli eserciti”. Il libero scambio non è, forse, condizione sufficiente per la pace, ma il protezionismo e le dispute commerciali sono stati molte volte causa di guerre.
I vantaggi delle misure protettive sono effimeri e limitati a pochi soggetti; i danni sono duraturi e generali. C’è poi, come sottolinea Enrico Colombatto nel suo contributo, un problema di ordine morale, non economico: il protezionismo è indifendibile, se si persegue il benessere di tutti (cioè dei consumatori) e non quello di pochi (l’industria protetta). Quest’intuizione fondamentale è ampiamente suffragata da una mole di evidenza enorme, non si tratta di un’opinione qualsiasi. Eppure, il protezionismo, come l’inflazione e la guerra, resta tutt’ora, per dirla con Hemingway, l’estremo rifugio degli opportunisti economici e politici.


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