Milano. Le primarie pugliesi potevano essere l’occasione del centrosinistra per darsi una base politico-sociale più ampia: hanno provocato invece uno sbandamento della coalizione.
E questo innanzitutto per responsabilità dei Democratici di sinistra.
Non è semplice capire come si muova il partito maggiore della coalizione: non voleva le primarie “aperte” in Puglia e le ha dovute accettare, voleva un candidato “riformista” più popolare (Vincenzo Divella, presidente della Provincia di Bari) e contro un osso duro come il rifondarolo Nichi Vendola si è fatto imporre il poco conosciuto Francesco Boccia.
Ha perso il candidato della Margherita e tutti sbeffeggiano loro: a iniziare da Romano Prodi.
Un pasticcio. Peraltro non molto diverso da quello messo in scena in campo nazionale, dove il partito maggiore (e centrale: tra Margherita e Rifondazione) del centrosinistra (i Ds) è riuscito non solo ad accettare un leader della coalizione che non viene dalle sue file, ma che questo leader, invece di trattare con i Ds che lo appoggiano, sia lui a dettare le condizioni.
E non solo Prodi li scavalca nei rapporti con Rifondazione, come aveva già fatto con Armando Cossutta e Fausto Bertinotti nel 1996, ma non garantisce neanche un atteggiamento costruttivo del suo partito di provenienza (la Margherita): cosicché i Ds non hanno adeguata visibilità, sono logorati a sinistra da Bertinotti che flirta con la loro minoranza interna, e a destra da Francesco Rutelli.
Come hanno fatto i Ds a cacciarsi in questa situazione? E’ il complesso dell’essere stati comunisti? In Europa Aleksander Kwasniewski è diventato un leader stimato: eppure le responsabilità dei comunisti polacchi verso il proprio popolo sono incomparabilmente più pesanti di quelle del Pci con gli italiani. Il Poup (il partito dei comunisti polacchi), però, si è sciolto; mentre il Pci si è solo trasformato. E’ vero che alcune delle fondamentali caratteristiche dell’organizzazione togliattiana non esistono più. La mitica impenetrabilità alle influenze esterne è svanita: un Luca di Montezemolo, un Carlo De Benedetti e tanti altri oggi possono senza problemi costruirsi nell’organizzazione ds proprie aree d’influenza.
L’antica capacità egemonica è in larga parte svanita: non solo gli intellettuali radicali non becchettano più nelle mani del partito, ma persino Cgil e Unità se ne infischiano della linea del partito. Eppure la “macchina” messa a punto da uomini geniali come Luigi Longo, Pietro Secchia e tanti altri, funziona ancora nella distribuzione del potere interno: nella scelta dei gruppi dirigenti e degli eletti nelle liste del partito, nella distribuzione delle preferenze e delle “risorse” raccolte dall’organizzazione.
La linea di comando direzione-apparato-federazioni-sezioni non è stata ancora spezzata come possono testimoniare quelli che le si sono ribellati, da Achille Occhetto (pur ex segretario generale) al popolarissimo Sergio Cofferati (così normalizzato oggi da contestare le primarie aperte).
Walter Veltroni si è salvato dalla “macchina” solo perché è scappato in tempo in Campidoglio.
La forza della macchina spiega perché Fassino (l’attuale macchinista-capo) sia così restio dal metterla in discussione e abbia affrontato il prossimo congresso dei Ds (si terrà tra poco più di una settimana) senza appassionarsi sul partito riformista. Proponendo, ma solo in modo distratto e burocratico, la Fed, la federazione del nucleo riformista del centrosinistra.
Diseducazione politica
E’ impossibile che a politici esperti come Massimo D’Alema, Fassino e Veltroni sfugga la gravità della situazione della sinistra italiana e come solo una svolta politica vera possa salvarne le chance di governo. Ma se D’Alema ha l’intelligenza politica, Veltroni ha l’immagine moderna, Fassino la capacità organizzativa per affrontare il nuovo, il gruppo dirigente diessino nel suo insieme non ha il coraggio per innovare veramente la politica. Perché?
In parte perché i massimi dirigenti di oggi dei Ds si sono formati nella Fgci e molti osservano che i politici formatisi in batteria non hanno spesso le qualità per svolte radicali, sono più condizionati dagli schemini appresi da giovani che dal rapporto con la realtà.
In più i Ds ex Fgci di oggi rappresentano anche quella generazione che gestì in modo subalterno la svolta a sinistra di Enrico Berlinguer alla fine degli anni Settanta, contro riformisti nazionali e locali. Se dopo l’allevamento in batteria, ci si fa anche un periodo da avvelenatori di Corte, la diseducazione politica è totale.
E se i Ds non punteranno su qualcuno con un passato diverso, l’impasse è sicura.
Lodovico Festa su Il Foglio
saluti




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