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Discussione: I nuovi disfattisti

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    Predefinito I nuovi disfattisti

    Quelli che sperano nel fallimento della dottrina Bush

    A fine agosto dello scorso anno, Il Foglio ha pubblicato in anteprima un lungo saggio dal titolo “La Quarta guerra mondiale: come è cominciata, che cosa significa e perché dobbiamo vincerla”.
    Era un formidabile testo di Norman Podhoretz, scritto per la rivista Commentary e poi definito da David Brooks del New York Times “uno dei dieci migliori articoli dell’anno”.
    Quel saggio, ora raccolto in un volume per le edizioni Lindau, ripercorreva i grandi temi del dibattito culturale post 11 settembre e, in particolare, spiegava con eleganza e chiarezza la guerra scatenata dal totalitarismo islamo-fascista, la lezione del passato, le sfide che l’occidente è costretto ad affrontare per difendere la sua libertà e, ancora, l’essenza della presidenza di George W. Bush, la sua politica, l’intervento in Afghanistan e poi in Iraq, la dottrina del primo colpo, la rivoluzione del regime change e l’impegno generazionale per la democrazia e la libertà in medio oriente.
    Scritte per esteso e tutte insieme, sono le cose che Il Foglio ha raccontato negli ultimi tre anni.
    Il nuovo testo che pubblichiamo in questo inserto è il seguito di quel fortunato saggio.
    Norman Podhoretz, quattro mesi dopo, registrata la riconferma di Bush alla Casa Bianca, ha scritto la seconda parte della sua riflessione, quasi una risposta ai critici e a coloro che ancora oggi non ne vogliono sapere di riconoscere l’esistenza di un nemico che ci ha dichiarato guerra.
    La breccia oggi è sul fronte interno occidentale, spiega Podhoretz, “gli insorti e i loro sostenitori” in medio oriente “sanno che la battaglia per l’Iraq non sarà vinta o persa in Iraq, bensì negli Stati Uniti d’America”.
    E’ qui da noi che si può perdere la partita. Non è una questione di destra o di sinistra, Podhoretz accusa entrambe:
    “E’ vero che l’isolazionismo della sinistra nasce dalla convinzione che l’America sia un male per il resto del mondo mentre quello di destra dalla convinzione che il resto del mondo sia un male per l’America. Ciononostante, le due correnti sono confluite, riversandosi nello stesso canale di una feroce opposizione a qualsiasi cosa abbia fatto Bush in risposta agli attentati dell’11 settembre”.
    Il paleocon iper conservatore Pat Buchanan e il radicale di sinistra Noam Chomsky, per Podhoretz pari sono.
    L’intellettuale newyorchese ha dunque raccontato quella che definisce “La guerra alla Quarta guerra mondiale” (è questo il titolo originale sul numero di febbraio 2005 di Commentary), cioè ha esaminato i filoni politici e intellettuali, di destra come di sinistra, che si augurano il fallimento della Dottrina Bush oppure che auspicano un secondo mandato controrivoluzionario, che restauri la più tradizionale politica di non ingerenza democratica negli affari interni altrui.
    Una politica, però, che non ha evitato né l’11 settembre né la diffusione dell’odio antioccidentale nel mondo islamico.
    Podhoretz spiega che le prime mosse di Bush (Rice al posto di Powell, fiducia a Rumsfeld e Porter Goss alla Cia) confermano e rilanciano la politica della promozione della libertà e della democrazia. Il “Freedom speech” pronunciato giovedì dal presidente, insieme con l’audizione al Senato di Condoleezza Rice, non solo hanno già dato ragione a Podhoretz, hanno addirittura ampliato quel progetto.
    Podhoretz, 74enne, è con Irving Kristol il fondatore del movimento intellettuale neoconservatore. Era una delle colonne portanti della sinistra intellettuale newyorchese degli anni 60 e 70, con Susan Sontag, Norman Mailer e i guru della controcultura leftist.
    Podhoretz e i neocon, che allora non si chiamavano ancora così, furono ripudiati dai loro antichi compagni di strada quando provarono a difendere i valori liberali e americani che credevano in pericolo a causa del crescente antagonismo della sinistra liberal.
    I neoconservatori nacquero proprio quando la sinistra smise di guardare l’America come la nuova Gerusalemme, come la terra promessa delle libertà e delle opportunità. “My love affair with America”, la mia storia d’amore con l’America, è uno dei libri più famosi di Podhoretz, in cui spiega la straordinarietà del sogno americano che lui stesso ha esaudito.
    Nato povero a Brooklyn da genitori scappati dalla persecuzione in Polonia, l’adolescente Podhoretz faceva fatica a parlare inglese, poi riuscì a frequentare l’università e a servire il suo paese per due anni nella Germania post nazista.
    Diventò un fine polemista, un anticomunista rigoroso, un letterato e, infine, un esegeta dei Profeti.
    Il suo giornale, Commentary, fu la palestra culturale dell’Amministrazione Reagan, la fucina della lotta all’impero del Male. Nel 1975, Podhoretz contribuì a scrivere uno dei discorsi più potenti, oltre che più anticipatori della sfida attuale, che un ambasciatore americano abbia mai pronunciato alle Nazioni Unite.
    In occasione dell’approvazione della famigerata risoluzione che giudicava “razzista” il sionismo, Daniel P. Moynihan disse:
    “C’è qualcuno convinto che chi ci attacca sia motivato dalle cose sbagliate che facciamo. Hanno torto. Ci attaccano per le cose buone che facciamo. Perché siamo una democrazia”.
    In questa frase c’è l’essenza dell’analisi idealistico-pragmatica dei neocon.
    E c’è, come ha detto Bush inaugurando il suo secondo mandato, anche la politica ufficiale degli Stati Uniti: “La migliore speranza per avere la pace a casa nostra è espandere la libertà in tutto il mondo”.
    Christian Rocca

    Su Il Foglio del 22 gennaio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito La dottrina Bush

    Ritirata al secondo mandato?
    Nei prossimi quattro anni del suo mandato George W. Bush rinuncierà forse all’ambiziosa strategia delineata con la dottrina Bush per combattere e vincere la quarta guerra mondiale?
    Senza dubbio, lo stesso Bush la chiama ancora “guerra contro il terrorismo” e non ha voluto dare il nome di quarta guerra mondiale al grande conflitto scatenato dagli attentati dell’11 settembre. (La terza guerra mondiale, in questa prospettiva storica, è rappresentata dalla guerra fredda).
    Tuttavia non ha mai esitato a paragonare la lotta contro l’islamismo radicale, e contro le forze che lo nutrono e lo armano, ai conflitti contro il nazismo e il comunismo. Né ha mai rinunciato a dire che per raggiungere la vittoria (nel senso in cui la definisce la dottrina Bush) potrebbe essere necessario lo stesso tempo che ci è voluto per vincere la terza guerra mondiale (durata più di quarant’anni: dall’enunciazione della dottrina Truman nel 1947 fino alla caduta del Muro di Berlino nel 1989).
    Ancor più della dottrina Truman, la dottrina Bush è stata sottoposta ai feroci attacchi di avversari interni a partire dal momento stesso in cui è stata enunciata. Poi, quando Bush ha iniziato a metterla concretamente in pratica, gli attacchi si sono fatti ancora più violenti, fino a raggiungere gli insulti veri e propri durante la recente campagna elettorale. Ma, a dispetto di tutte le ingiurie che gli sono state gettate addosso e malgrado una serie di rovesci in Iraq che hanno messo in serio pericolo la sua rielezione, Bush non è mai arretrato di un solo passo. Invece di fuggire in cerca di riparo per proteggersi dall’assalto, è rimasto in campo aperto e ha contrattaccato per riaffermare la propria fiducia nella validità della sua dottrina nonché la ferma intenzione di seguirla anche nei prossimi anni. Così, ha continuamente ripetuto che in Iraq avrebbe mantenuto il suo impegno fino in fondo, che avrebbe continuato a lavorare per la diffusione della libertà in tutto il medio oriente (e per una riforma democratica quale presupposto per la creazione di uno Stato palestinese), che avrebbe continuato a riservarsi il diritto di azione militare preventiva contro quelle che possono essere fondatamente considerate incombenti minacce alla sicurezza del paese e, infine, che, se necessario, avrebbe agito in modo unilaterale. Perché, allora, visto che Bush è stato rieletto sulla base di questa promessa, oggi ci si deve chiedere se la manterrà veramente? E perché – cosa ancora più strana – la risposta più probabile sembra essere che sia intenzionato a non farlo? Perché – ecco la risposta, che gli piaccia o no e che lo voglia o no – non avrà semplicemente altra scelta. O la sua determinazione verrà infiacchita dalla consapevolezza di non avere sufficiente sostegno politico per continuare con la dottrina Bush, oppure verrà ostacolata da una qualche “legge” della politica democratica sui presidenti che ottengono un secondo mandato. O ancora, lo stesso Bush (come ha detto Irving Kristol a proposito dei liberal diventati neoconservatori) sarà “travolto” dalla realtà.

    Guerra e valori morali
    L’idea che la dottrina Bush non abbia un solido appoggio politico si fonda sui risultati dell’ampiamente pubblicizzato National Election Poll (Nep).
    Secondo questo sondaggio, il voto della maggior parte degli elettori (il 22 per cento del campione esaminato) è stato determinato soprattutto dalla questione dei valori morali, ed è stato proprio tra questi elettori che Bush ha ottenuti i risultati migliori rispetto al suo avversario democratico John F. Kerry; inoltre, mentre ha battuto Kerry in modo schiacciante nel più piccolo gruppo di coloro il cui voto è stato determinato dalla questione del terrorismo (il 19 per cento) ha perso nell’ancora più esiguo gruppo (15 per cento) di quelli il cui voto è stato determinato dalla questione irachena.
    Cosa niente affatto sorprendente, gli avversari liberal del presidente hanno sostenuto che questo sondaggio dimostrava che la sua rielezione non significava una ratifica della dottrina Bush. E’ per questo che sono stati ben felici di confermare la tesi avanzata dai portavoce di vari gruppi della destra religiosa, secondo i quali Bush aveva vinto a causa del “fattore fede” e grazie alla mobilitazione dei fedeli sulle “questioni della famiglia, matrimonio e aborto compresi”.
    Come sempre, alcuni osservatori appartenenti alla destra religiosa sono tuttavia contrari alla dottrina Bush, il che li spinge tra l’altro a minimizzare il ruolo che hanno avuto nella vittoria del presidente. Ma anche i conservatori religiosi che appoggiano la dottrina Bush hanno inconsapevolmente dato una mano ai loro avversari, in patria come all’estero. Per dirlo più chiaramente: attribuendosi quasi tutto il merito per la vittoria del 2 novembre hanno reso più facile allo schieramento pacifista negare il fatto che queste elezioni sono state un referendum sulla dottrina Bush e che questa dottrina ha dietro di sé la solida maggioranza del popolo americano.
    Malgrado tutta la sua intensità, l’intero dibattito sulla relativa importanza dei valori morali e della dottrina Bush potrebbe in realtà basarsi su un completo fraintendimento dei sondaggi. Perché non è affatto scontato che la vaga categoria dei valori morali sia stata intesa dalle persone che hanno partecipato al sondaggio della Nep come se riguardasse esclusivamente l’aborto e il matrimonio omosessuale. Al contrario: con ogni probabilità la si è ritenuta includere la cultura tradizionalista nel suo complesso. Recentemente il romanziere (ed ex segretario della Marina) James Webb ha sostenuto, in modo piuttosto convincente, che questa cultura tradizionalista affonda le sue radici e si alimenta ancora in quel gruppo etnico scozzese-irlandese che rappresenta una larga fetta della popolazione degli Stati “rossi”. Si tratta di un gruppo, secondo Webb, i cui membri sono family-oriented, ossia profondamente attaccati ai valori della famiglia; “giudicano i leader in base alla loro forza e ai loro valori personali”, “hanno una tradizione militare bimillenaria”, “sono estremamente patriottici e hanno appoggiato ogni guerra combattuta dall’America” e, infine, “sono fieramente contrari al controllo sul porto d’armi”.
    Da questo punto di vista, ciò che il sondaggio della Nep rivela è che gli elettori dei “valori morali” hanno in realtà sostenuto precisamente le qualità di cui deve disporre un leader in tempo di guerra. Bush potrebbe perciò a ragione concludere (come io credo abbia fatto) che questi elettori devono essere aggiunti, e non contrapposti, al grande numero di quelli che lo hanno sostenuto sulla questione del terrorismo. Con la stessa giustificazione potrebbe anche ritenere che gli zeloti pacifisti debbano la maggioranza di quel 15 per cento per i quali la questione fondamentale era l’Iraq e che questo (insieme al tono costantemente negativo mantenuto dei media sull’andamento della guerra) spieghi perché Bush abbia subito una netta sconfitta in questo gruppo. Nel 2000 Bush sorprese tutte comportandosi con molto coraggio anche dopo aver perso il voto popolare nella sfida con Al Gore. Perché allora dovrebbe perdere la sua determinazione dopo avere sconfitto John Kerry nel 2004 con un margine di tre milioni e mezzo di voti e dopo avere avuto una chiara conferma del fatto che il popolo americano lo considera l’uomo giusto per il ruolo di comandante in capo nella guerra contro il terrorismo, o meglio, nella quarta guerra mondiale?

    Segnali post-elettorali
    Il che, risalendo la scala delle possibilità, ci porta alla seconda ragione addotta per sostenere che, volente o nolente, nel suo secondo mandato il presidente dovrà fare marcia indietro sulla dottrina Bush. In un articolo intitolato “Governing Against Type”, Edward Luttwak, del Center for Strategic and International Studies, ci assicura che: “I presidenti rieletti tendono sovente a deludere i loro più entusiastici sostenitori: se sono partiti a sinistra, svoltano a destra (e viceversa); se erano passivi, diventano attivi; se erano dei falchi, diventano delle colombe; e, in tutti i casi, convergono verso il centro di gravità della politica americana, così come verso le consolidate tradizioni di poltica estera”. Per corroborare questa tesi, Luttwak osserva come Ronald Reagan sia diventato meno bellicoso nel suo secondo mandato e come Bill Clinton, dopo avere trascurato la politica estera per i suoi primi quattro anni di presidenza, ci si sia poi immerso a capofitto dopo la sua rielezione.
    A differenza di altri commentatori, Luttwak non attribuisce questi dietrofront “al desiderio del presidente di essere più largamente amato o di corteggiare l’approvazione di futuri storici”. A suo giudizio, la forza trainante è invece la “entropia” o la “naturale tendenza delle democrazie a tornare alla media moderata anziché a uscire dal selciato”. Perciò, anche se Bush cercherà di “uscire fuori dal selciato” (vale a dire, se continua a insistere sulla dottrina Bush), una sorta di legge naturale della politica americana glielo impedirà.
    Ancora una volta, qui abbiamo a che fare con una delle famose “sottovalutazioni” di George W. Bush. Al pari di ogni altro esperto e di ogni altro funzionario di qualsiasi ministero degli esteri dell’intero pianeta, Luttwak non è in grado di comprendere la eccezionale forza del leader che l’America ha trovato in questo presidente, il suo coraggio, la sua determinazione e la sua capacità di resistenza. Bill Clinton, che non faceva un passo senza prima guardare un sondaggio, potrà anche essere ritornato alla “media moderata”. Ma Bush, un politico di straordinario talento, non è altrettanto influenzato dai sondaggi. E sebbene la dottrina Bush sia stata certamente ispirata e influenzata da Ronald Reagan, non c’è il minimo dubbio che Bush seguirà un percorso nettamente diverso da quello scelto da Reagan nel suo secondo mandato.
    Durante la campagna elettorale, proprio nel momento in cui le cose in Iraq sembravano andare nel peggiore dei modi possibili, tanto che alcuni precedentemente entusiasti sostenitori della guerra erano già pronti a saltare sull’altra barca, e quando gli insulti che gli venivano rivolti stavano raggiungendo la violenza di un uragano, pare che Bush abbia detto varie volte: “Ho appena cominciato”. Che le sue parole fossero assolutamente serie è risultato chiaro quasi nello stesso istante in cui è stata annunciata la sua rielezione.
    Per iniziare, dopo avere sconcertato i suoi più bellicosi sostenitori (me compreso) ritirandosi da Fallujah in aprile, ha ordinato un deciso attacco contro questa roccaforte dei terroristi. Ha anche dato il via a operazioni analoghe contro altre sacche dell’insurrezione che sta cercando di cacciarci dall’Iraq e di impedire qualsiasi ulteriore passo in avanti al processo di democratizzazione. Allo stesso tempo, Bush si è comportato con altrettanta determinazione per sconfiggere l’insurrezione scoppiata all’interno della sua stessa amministrazione. Per prima cosa, ha inviato Sent Porte alla Cia con il compito specifico di fare piazza pulita dei funzionari che (oltre a fornire informazioni non accurate) avevano cercato in tutti i modi di sabotare la dottrina Bush. Poi ha rivolto la sua attenzione al Dipartimento di Stato. Sotto la guida di Colin Powell, anche il Dipartimento di Stato aveva attivamente ostacolato la politica del presidente, fino al punto di essere descritto dalle persone più informate come il “più insubordinato” di tutta la storia americana.
    Lawrence Kaplan, di New Republic, offre una serie di esempi lampanti, il più oltraggioso dei quali riguarda l’essenza stessa della dottrina Bush. “Quando”, scrive Kaplan, il presidente “ha proposto un piano ambizioso e concreto per promuovere la democrazia nel medio oriente”, la burocrazia del Dipartimento di Stato, “tenendo conto delle obiezioni avanzate dai leader arabi, ha annacquato il piano fino a farlo diventare irriconoscibile… e quando, alla vigilia della guerra in Iraq, Washington ha distribuito agli uffici delle ambasciate all’estero un memorandum che spiegava i motivi della propria posizione, numerosi ambasciatori dell’America in medio oriente risposero protestando che non avrebbero sostenuto le ragioni della guerra.
    Sostituendo Powell con Condoleezza Rice, Bush ha fatto capire a Foggy Bottom che non avrebbe più tollerato comportamenti di questo genere. Per tutto il primo mandato l’ex consigliere per la sicurezza nazionale è stata una tenace lealista, e ora si può contare su di lei per fare sì che il Dipartimento di Stato appoggi le politiche di quel presidente che si dovrebbero servire anziché contrastare apertamente.
    Ce la può fare davvero? Alcuni “esperti” pensano di no. Infatti, Kaplan riferisce che numerosi suoi ex colleghi vanno dicendo in giro che Condoleezza Rice, “ben lungi dall’epurare i ranghi del Dipartimento di Stato”, cercherà soltanto di ammorbidirli. Altri osservatori, memori del fatto che la Rice si è fatta le ossa nel governo sotto la guida di Bren Scowcroft – uno dei più autorevoli esponenti della scuola “realista” (su cui torneremo fra poco) e implacabile critico della dottrina Bush – si sono domandati fino a che punto si sia davvero dedicata alla “inclinazione di Bush per l’idealistica e risoluta missione dell’America”. Contemporaneamente, Edward Luttwak sottolinea come ci siano “precoci segnali sul fatto che la signora Rice dedicherà grande attenzione agli europei che non hanno appoggiato la guerra” e li considera ulteriori conferme di un imminente allontanamento dalla dottrina Bush.
    Questi segnali, tuttavia, si riducono in realtà soltanto a una certa gentilezza diplomatica e non preannunciano una ritirata al secondo mandato, esattamente come non l’ha preannunciata il presidente quando, alla fine dello scorso novembre, ha dichiarato che “un nuovo mandato rappresenta un’importante occasione per rinsaldare i rapporti con i nostri amici” o quando ha detto che il primo “grande obiettivo” del suo secondo mandato sarebbe stato quello di costruire “efficienti istituzioni multinazionali e multilaterali” e di appoggiare “un’efficace azione multilaterale”. Che in questo caso Bush stesse esibendo semplicemente un po’ di gentilezza diplomatica è stato perfettamente riconosciuto da Dana Milbank del Washington Post. Il presidente, ha scritto Milbank, “ha detto chiaramente che tale collaborazione avrebbe dovuto realizzarsi nei termini da lui stesso definiti e non ha in alcun modo ritrattato quelle politiche del primo mandato che avevano irritato alcuni alleati”. Per di più, il suo inchino alle “istituzioni multinazionali e multilaterali” conteneva un’implicazione negativa: “Quando il primo ministro canadese Paul Martin era sul palco, Bush… ha implicitamente rimproverato il Canada e le Nazioni Unite per non avere dato il proprio appoggio all’invasione dell’Iraq. ‘L’obiettivo delle Nazioni Unite e delle altre istituzioni deve essere la sicurezza collettiva e non un infinito dibattito’, ha dichiarato il presidente, aggiungendo: ‘se si vuole garantire la pace, quando questi organismi promettono serie conseguenze, poi devono anche metterle in pratica’”.

    Mr. Blair va a Washington
    Un indizio ancora più rivelatore sul fatto che nel secondo mandato non vi sarà alcun dietrofront sulla dottrina Bush (come anche sul fatto che Condoleezza Rice non è più, seppur lo è mai stata, sotto l’influenza di Brent Scowcroft) si coglie nella politica nei confronti di Israele.
    Durante la campagna elettorale, si è detto da varie parti che se, fosse stato rieletto, Bush avrebbe cambiato direzione su Israele. Il ragionamento era che Bush aveva un debito nei confronti del primo ministro inglese Tony Blair, il quale aveva rischiato la propria carriera politica per appoggiarlo sulla guerra in Iraq; la moneta con cui Blair voleva essere ripagato era una maggiore pressione su Israele e una maggiore indulgenza per i palestinesi da parte degli Stati Uniti. Poi, a novembre, è morto il leader palestinese Yasir Arafat. Agli occhi di Blair e di chiunque altro al mondo, questo evento ha aperto una promettente nuova opportunità per riavviare il “processo di pace”, ora in completo stallo.
    Così, Blair è andato a Washington per una visita post-elettorale il cui scopo, come ha anticipatamente dichiarato lo stesso Blair, era convincere Bush a fare proprio questo.
    In numerose precedenti occasioni in cui Bush, dopo avere dato l’impressione di pendere in favore di Israele, aveva chiesto allo Stato israeliano di prendere qualche determinato provvedimento, si era pensato che stesse cercando di accontentare Blair (pagando il debito a rate, per così dire). Tuttavia, che fosse effettivamente così oppure no, la situazione è drammaticamente mutata dopo il 24 giugno 2002. Essendosi reso conto che, in base ai termini della propria dottrina, non ci sarebbe potuto essere alcun concreto processo di pace finché i palestinesi avrebbero vissuto sotto il regime tirannico, cleptocratico e assassino di Arafat, Bush dichiarò che l’appoggio americano ad uno Stato palestinese era condizionato all’affermazione di nuovi leader che si sarebbero impegnati a “costruire nuove istituzioni politiche ed economiche fondate sulla democrazia, l’economia di mercato e la lotta contro il terrorismo”. Nel frattempo, è stato ribadito il diritto di Israele a difendersi con mezzi militari o di altro tipo, compreso il muro di sicurezza che il primo ministro Ariel Sharon ha iniziato a far costruire.
    Nei termini di questo nuovo ordinamento, Bush o un suo portavoce potranno ancora rimproverare ogni tanto le iniziative più estreme degli israeliani; ma non ci sarà più quel continuo oscillare di luce verde e di luce rossa che aveva caratterizzato la posizione del presidente.
    Nel tentativo di convincere Bush a cambiare nuovamente direzione, Blair si è presentato a novembre con due proposte intese a ripristinare le antiche pressioni su Israele e nello stesso tempo ad ammorbidire le richieste poste dal presidente ai palestinesi. La prima di queste proposte prevedeva che Bush mandasse un inviato speciale nella regione, e la seconda che indicesse una conferenza internazionale. A dispetto delle chiare speranze di Blair, tuttavia, Bush ha rifiutato entrambe le proposte. Lo ha fatto con gentilezza, ma anche con decisione. Il risultato è stato che, ben lungi dall’essere “ripagato” con la moneta della pressione su Israele, Blair è tornato a casa a mani vuote, fatta eccezione per il vivissimo elogio espresso da Bush per la sua partecipazione al rovesciamento di Saddam.
    Per quanto possa detestare di essere d’accordo con quanto dice il presidente francese, devo ammettere che Jacques Chirac per una volta ha avuto ragione quando ha dichiarato con un ghigno che Bush non aveva dato nulla a Blair come ricompensa per tutte le sue fatiche.
    Poi, lanciando un segnale molto diverso da quello che Edward Luttwak immaginava di sentire, Condoleezza Rice ha ribadito il concetto. In un incontro con i leader della comunità ebraica svoltosi circa una settimana dopo la partenza di Blair, ha entusiasticamente ricordato il rifiuto posto dal presidente alle due proposte di Blair. Subito dopo, il presidente ha ripreso la palla in mano: nel discorso pronunciato in Canada, ha ripetuto nei termini più chiari possibili che era più impegnato che mai a mantenere le condizioni che aveva posto il 24 giugno 2002 per l’appoggio dell’America alla creazione di uno Stato palestinese: “Il raggiungimento della pace in terra santa non dipende dalle pressioni esercitate sull’una o sull’altra parte a proposito del percorso di un confine o delle dimensioni di un insediamento. Questo metodo è stato già adottato e non ha dato alcun successo. Per negoziare i dettagli della pace dobbiamo affrontare il cuore del problema, che è la necessità di una democrazia palestinese”.
    E questo basti per la “entropia”, e anche per l’idea che, una volta insediata nel suo nuovo ufficio, la signora Rice tornerà sicuramente sotto la tutela di Brent Scowcroft o si trasformerà in un altro Colin Powell.

    Rumsfeld rimane a Washington
    Infine, eccoci alla ragione più plausibile per prevedere (o forse sperare) che nel secondo mandato Bush si allontanerà dalla sua dottrina. La si può riassumere in una sola parola: Iraq. Qui l’idea è che l’Iraq abbia rappresentato il primo grande banco di prova per la dottrina Bush e che l’esito sia stato finora tragicamente fallimentare. I retrogadi “elettori degli Stati rossi” possono essere stati ingannati dalle bugie uscite dalla Casa Bianca e dal Pentagono e amplificate da Rush Limbaugh e Fox News, ma chiunque sia veramente informato sa che l’intera politica estera di Bush è ora sepolta sotto le macerie di Baghdad e delle città del triangolo sunnita.
    Anche senza contare tutti gli altri suoi difetti, quest’analisi è viziata dall’implicito presupposto che, nel più profondo del suo cuore, lo stesso Bush si è ricreduto tanto sulla guerra in Iraq in particolare quanto sulla dottrina Bush in generale, e che ora si inchinerà alla realtà dei fatti e comportandosi di conseguenza. Tuttavia, se Bush crede veramente che l’Iraq sia stato un disastro, perché ha deciso di lasciare Donald Rumsfeld come segretario alla Difesa?
    In quanto principale architetto della guerra in Iraq, Rumsfeld è stato incolpato praticamente di ogni cosa che gli oppositori dell’invasione (e persino alcuni dei suoi aperti sostenitori) ritengono essere andata storta. E’ stato accusato di avere sottovalutato il numero di soldati che sarebbe stato necessario dislocare sul territorio, di non avere fatto nulla per impedire i saccheggi e il generale collasso della legge e dell’ordine seguiti alla conquista di Baghdad, di non aver saputo prevedere, e quindi affrontare con efficacia, l’insurrezione scoppiata dopo la fine dei combattimenti e, infine, di avere creato un clima che ha favorito il maltrattamento dei prigioneri ad Abu Ghraib ed altri crimini analoghi. In breve, “avendo ignorato i piani del Dipartimento di Stato per la fase post-bellica” (come il Washington Post ha delicatamente presentato l’opinione comune in un articolo dedicato alla conferma di Rumsfeld), ha portato il paese a subire una sonora sconfitta che ha messo in discredito proprio quella stessa politica di cui si intendeva dimostrare l’efficacia.
    Ma se Bush avesse accettato questa versione sull’andamento della guerra in Iraq, non è possibile pensare che si sarebbe schierato dalla parte del consigliere ritenuto responsabile di tutti gli “errori” e i “crimini” e non dalla parte di Powell, i cui saggi ma purtroppo non ascoltati consigli avrebbero potuto evitare il disastro.

    ( 1- segue)

    saluti

  3. #3
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    Insorti
    Tutto considerato, quindi, mi sembra di poter prevedere con sicurezza che, nel suo secondo mandato, Bush con cambierà direzione e che continuerà a impegnarsi per realizzare in tutto il medio oriente la dottrina che porta il suo nome; insomma, che non smetterà di “tenere le armi in pugno, tanto letteralmente quanto metaforicamente”, come ha scritto la rivista Time assegnandoli il premio di “uomo dell’anno”. Ma sento di poter affermare con la stessa sicurezza anche che le forze avversarie, tanto nel medio oriente quanto in patria, continueranno la loro battaglia per far naufragare quest’immensa impresa.
    In Iraq, gli insorti (una coalizione di saddamisti irriducibili, di islamofascisti locali e di jihadisti stranieri) hanno un obiettivo molto semplice. Cercano di cacciarci prima che i semi della democratizzazione che noi stiamo aiutando a piantare comincino a germogliare.
    Soltanto in questo modo gli insorti locali possono sperare di riconquistare il potere che hanno perduto quando abbiamo rovesciato Saddam; e soltanto così gli iraniani, i siriani e i sauditi, che hanno inviato e/o finanziato i jihadisti stranieri, possono evitare di diventare il prossimo regime a fare la fine di quello di Saddam.
    Tutti i despoti che tiranneggiano questi paesi sanno perfettamente che un fallimento americano in Iraq escluderebbe automaticamente la possibilità di un uso della forza militare contro di loro.
    Sanno che priverebbe di qualsiasi efficacia ogni altro provvedimento di carattere non militare.
    E sanno che bloccherebbe quell’ondata di dibattito riformista che ha investito il paese dal momento stesso dell’enunciazione della dottrina Bush, e che pone al loro dominio, così come al potere religioso e culturale degli islamisti radicali, una minaccia di gravità senza precedenti.
    Ma la cosa più importante che gli insorti e i loro sostenitori sanno è che la battaglia per l’Iraq non sarà vinta o persa in Iraq, bensì negli Stati Uniti d’America.
    Su questo sono perfettamente d’accordo con il generale John Abizaid, il capo del comando centrale statunitense in Iraq, il quale ha recentemente detto ad alcuni giornalisti: “Si tratta soltanto di tener duro. Nessuno ha la forza militare necessaria per cacciarci da questa regione”.
    C’è dunque da stupirsi se gli insorti speravano nella vittoria di John F. Kerry (che a loro giudizio avrebbe significato un ritiro americano) o se la rielezione di Bush (che, senza farsi ingannare dai vari sondaggi, hanno interpretato come una ratifica della dottrina Bush) è stata per loro una terribile mazzata?
    Ma in Iraq la posta in gioco è troppo alta per abbandonare la partita, anche perché sono convinti di avere ancora buone opportunità per convincere l’opinione pubblica americana che il gioco stesso non vale la candela.
    Ascoltiamo ancora le parole del generale Abizaid: “Non dobbiamo temere nulla di questo nemico, se non la sua capacità di suscitare il panico… e di ottenere la vittoria sui media”. Per raggiungere questo tipo di vittoria gli insorti, probabilmente ispirati dalla strategia che ha funzionato così bene per i nordvietnamiti, contano sull’aiuto delle forze che si oppongono alla dottrina Bush in America. Queste forze sono formate da un’accozzaglia altrettanto male assortita di quella che sta combattendo in Iraq e sono, a loro modo, altrettanto disperate. Infatti, anche loro comprendono perfettamente quanto hanno da perdere se si dimostrerà che la dottrina Bush ha superato con successo il difficile esame che ha dovuto affrontare in Iraq.

    Isolazionismo, di destra e sinistra
    Consideriamo, per iniziare ancora una volta dal gradino più basso della scala, gli isolazionisti della destra paleoconservatrice. La loro tesi è che una cospirazione di funzionari “neoconservatori” (ossia, ebrei) nascosta all’interno della Casa Bianca e del Pentagono stia spingendo questo paese, contro i suoi stessi interessi, in un conflitto dopo l’altro con il solo scopo di “rendere il medio oriente sicuro per Israele”.
    Queste parole vengono dalla penna del più autorevole portavoce del gruppo, Patrick J. Buchanan, che, nel suo pungente stile, aggiunge:
    “Cui bono? A vantaggio di chi vengono combattute queste infinite guerre in una regione che non contiene nulla di vitale per l’America tranne il petrolio, che gli arabi ci devono comunque vendere se vogliono sopravvivere? Chi trarrebbe vantaggio da uno scontro di civiltà tra l’occidente e l’islam? Risposta: una nazione, un leader, un partito; Israele, Sharon, il Likud”. Buchanan afferma anche, sulla base di una fatwa pronunciata da Osama bin Laden, che uno dei principali motivi che hanno determinato l’11 settembre è stato “l’incondizionato sostegno degli Stati Uniti al regime di Ariel Sharon in Israele”. Questi sproloqui hanno ricevuto un secco e penetrante commento di James Taranto, pubblicato sul sito web del Wall Street Journal, OpinionJournal: “Sharon è stato eletto primo ministro di Israele nel 2001, tre anni dopo la fatwa che, a detto di Buchanan, aveva condannato il suo ‘regime’… Il laburista Ehud Barak vinse le elezioni nel 1999 ma questo non impedì ad al Qaida di attaccare la USS Cole nell’ottobre 2000, proprio quando il presidente Clinton stava cercando di mediare un accordo di pace israelo-palestinese”.
    Inoltre, “I primi attacchi di al Qaida contro obiettivi americani sono stati quelli compiuti in Yemen nel 1992 e contro il World Trade Center nel 1993, quando era primo ministro di Israele Yitzhak Rabin. Lo stesso Rabin giunse in seguito ad un accordo con Arafat… ma bin Laden non sembra esserne rimasto per nulla soddisfatto”.
    Gli scritti di Buchanan, contrassegnati da un inconfondibile pregiudizio antisemita, hanno già messo al margine gli isolazionisti paleoconservatori. Se la dottrina Bush supera il testi iracheni, ci saranno sempre meno orecchie disposte ad ascoltare le loro corbellerie.
    Lo stesso vale per gli isolazionisti della sinistra radicale. Costoro, esattamente come i loro progenitori che alla fine degli anni trenta avevano combattuto contro l’entrata dell’America nella seconda guerra mondiale, hanno fatto causa comune con i paleoconservatori seduti all’altro capo dello schieramento politico.
    E’ vero che l’isolazionismo della sinistra nasce dalla convinzione che l’America sia un male per il resto del mondo mentre quello di destra dalla convinzione che il resto del mondo sia un male per l’America. Ciononostante, le due correnti sono confluite, riversandosi nello stesso canale di una feroce opposizione a qualsiasi cosa abbia fatto Bush in risposta agli attentati dell’11 settembre.
    Negli anni immediatamente precedenti agli attentati, Noam Chomsky, il corrispondente di Buchanan nella sinistra, è rimasto in gran parte dimenticato. Dopo la grande notorietà raggiunta negli anni sessanta, era iniziato a sembrare troppo estremista, o forse troppo esplicito nel suo odio verso l’America per poter servire agli scopi del New York Review of Books, sulle cui pagine si era fatto conoscere per la prima volta nel mondo della politica. Ma dopo l’11 settembre Chomsky ha trovato un pubblico nuovamente pronto ad ascoltare la sua tesi, ossia che l’America sia responsabile per gli attacchi subiti, e ad appoggiare la sua denuncia dei provveddimenti presi per rispondervi come l’ultima fase di quel malvagio imperialismo di cui ormai da molto tempo accusa gli Stati Uniti.
    Come Buchanan, anche Chomsky continuerà a sbraitare contro la dottrina Bush finché gli rimarrà fiato in corpo. Lo stesso faranno Michael Moore e tutti gli altri irriducibili di sinistra rintanati a Hollywood, nelle università e in generale nella comunità degli intellettuali.
    Ossessionati dall’idea che l’America sia la più pericolosa forza del male in tutto il pianeta, saranno sempre pronti a giustificare o ad appoggiare – talvolta apertamente e talvolto solo implicitamente – qualsiasi tiranno, per quanto possa essere crudele, se soltanto si schiera contro gli Stati Uniti. Per queste persone, come esse stesse sono costrette ad ammettere, un successo americano in Iraq significherà la perdita della gran massa del pubblico e il ritorno in quell’angusto ghetto da cui erano riusciti a evadere dopo l’11 settembre.

    Superfalchi
    Non avendo alcun pubblico di massa da perdere, nulla preoccupa gli esponenti di un altro schieramento d’attacco contro la dottrina Bush uscito da un quartiere della destra che considera la pura crudeltà il solo modo efficace di condurre una guerra e che ritiene l’idea dell’esportazione della democrazia incompatibile con i principi politici conservatori. Per quanto appartenga senza dubbio alla destra, questo quartiere di superfalchi è altrettanto distante dai santuari del paleoconservatorismo quanto dai rifugi della sinistra antiamericana.
    Il membro più prolifico di questo gruppo è Angelo M. Codevilla che, in una serie di saggi pubblicati sul Claremont Review of Books, ha accusato l’amministrazione Bush di “rinunciare alla vittoria” non ricorrendo a quelle “politiche energiche in grado di assicurarla” e che non nasconde la sua convizione che, per colpa di ciò, stiamo perdendo la guerra. Nello stesso spirito, e sulla medesima rivista, Mark Helprin ha scritto che non abbiamo saputo “né prepararci adeguatamente alla guerra né dichiararla nel modo giusto; né individuare precisamente i nostri nemici né stabilire una disciplina e decidere gli obietttivi di guerra, né subordinare l’economia alla difesa comune né tantomeno assumere le più elementari responsabilità di governo”. Ad aiutare questi due eloquenti e fieri polemisti ad ammucchiare disprezzo sull’idea di trasformare “l’intero mondo islamico in un gruppo di pacifici Stati democratici” (sono parole di Helprin) accorre il più moderato Charles R. Kesler, direttore di Claremont Review. Per fare trionfare la democratizzazione nel mondo islamico è necessario ridurre in “completa sottomissione” i regimi che lo governano e poi occuparli “per decenni, non per qualche mese o qualche anno, ma per decenni” (Kesler). Anche in quel caso, le nostre truppe potrebbero dover “rimanere e morire… per un tempo indefinito in una missione… sul compimento della quale vi è ben poco accordo” (Codevilla).
    Tra tutte le critiche della dottrina Bush, questa è la sola che mi colpisca, perlomeno sul tema di come si deve condurre una guerra. Non ho alcuna obiezione di principio alla crudeltà di cui i superfalchi si fanno campioni, e sono d’accordo sul fatto che sarebbe probabilmente molto efficace. Il problema è che più rifletto sulle loro tesi più mi appaiono fatalmente infettate dal virus dell’utopia, proprio quella stessa malattia che normalmente riempe di disgusto e paura questa sorta di critici. Quando questi critici parlano della necessità di una guerra senza quartiere (con totale mobilitazione in patrie e assoluta spietatezza sul campo di battaglia) presuppongono un mondo che non esiste, almeno non in America o in qualsiasi altro paese democratico.
    E quando prendono in considerazione l’America che esiste nella realtà, sanno notare soltanto le sue imperfezioni e i suoi difetti; e disprezzano questi difetti, insieme alle limitazioni imposte dal carattere della nazione sui leader che elegge, usando un linguaggio derisivo, come quando Codevilla si riferisce sarcasticamente “ al minimo comune denominatore tra le forze politiche americane”.
    Tuttavia, mentre Codevilla, seduto a scrivere nel suo studio, è libero di incitare ad una spietata eliminazione di queste restrittive condizioni, chi è seduto nell’Ufficio Ovale non se lo può assolutamente permettere. E in ogni caso, la cosa sorprendente non è, contrariamente a quel che dice Helprin, quanto “indeciso” e “inetto” sia stato Bush bensì quanto è già riuscito a fare pur dovendo muoversi all’interno di queste condizioni.
    Quanto alla democratizzazione, Kesler ha ovviamente ragione: è un’impresa molto difficile e non si può realizzare in quattro e quattr’otto. Ma riconoscere questo non significa affatto sostenere che non si può realizzare a meno che non si presentino condizioni molto specifiche.
    Lo scetticismo conservatore che Kesler predica fondandosi sui testi di Montesquieu e John Adams va molto bene in astratto; in pratica, però, non ci vogliono per forza decenni per avviare un processo, per ripulire il terreno, seminare e innaffiare il campo.
    A differenza di tutti gli altri avversari della dottrina Bush, i superfalchi non sono mossi dal timore di essere screditati se questa dottrina avrà successo, se non altro perché nessuno di loro pensa che una strategia basata su premesse così sbagliate e per di più così timida e debole potrà mai funzionare. Perciò si può stare sicuri che continueranno a criticare aspramente queste politiche indipendentemente dal loro risultato.

    Internazionalisti liberal
    Avvicinando verso il centro, incontriamo il quartiere abitato dall’establishment della politica estera.
    Qui – ospitati da organizzazioni come il Council on Foreign Relations, la Brookings Institution e il Carnegie Endowment, e circondati dalla popolosa comunità delle organizzazioni non governative (Ong) – vivono gli internazionalisti liberal, con la loro fiducia quasi religiosa nelle negoziazioni come il migliore, e anzi l’unico, modo per risolvere i conflitti; con la loro incrollabile fede nelle Nazioni Unite (che continuano ostinatamente a considerare grande strumento della sicurezza nazionale anche se l’Onu ha ormai la reputazione di “un’incapacità a prendere decisioni serie per impedire lo scatenarsi della violenza”); e, infine, con la loro conseguente delicatezzza di stomaco per la forza militare. Tra i loro più autorevoli portavoce figurano Stanley Hoffmann, dell’università di Harvard, Charles A. Kupchan, del Council on Foreign Relations, e G. John Ikenberry, della Georgetown University.
    Sotto Jimmy Carter (il cui segretario di Stato, Cyrus R. Vance, era un devoto discepolo di questa scuola), e in grado minore anche sotto Bill Clinton, gli internazionalisti liberal sono stati al centro della politica estera americana. Ma sebbene abbia gettato qualche osso nella loro direzione e gli abbia perfino concesso il favore di qualche inchino cerimoniale alle Nazioni Unite, George W. Bush ha dato il benservito alla scuola degli internazionalisti liberal. E non ne ha fatto alcun mistero.
    Come ha dichiarato in un discorso pronunciato a West Point il primo giugno 2002: “Non possiamo difendere l’America e i nostri amici sperando che tutto vada bene. Non possiamo dare la nostra fiducia alle parole di tiranni, che firmano solennemente trattati di non proliferazione e poi li violano altrettanto sistematicamente”.
    Gli internazionalisti liberal hanno ben presto compreso che cosa significassero per il loro futuro dichiarazioni come queste.
    Sebbene ritenesse che anche un certo numero di altre forze avesse già precedentemente indebolito la loro posizione, secondo Kupchan era stata “l’elezione di George W. Bush a suonare la campana a morto per l’internazionalismo liberal” (da lui definito come “un internazionalismo moderato e centrista, che gestisce il sistema internazionale per mezzo del compromesso, del consenso e delle istituzioni internazionali”). Ikenberry, invece, attribuisce la colpa soltanto a Bush: “Una serie di rigide idee fondamentaliste ha conquistato di forza Washington e offerto, dopo l’11 settembre, la base teoretica per un radicale riorientamento della politica estera americana… Questa non è una leadership, ma una demolitrice geostrategica che distruggerà la ormai cinquantenaria architettura internazionale dell’America”.
    Ciò che Ikenberry non dice è che, grazie al lavoro di questa
    “demolitrice”, gli internazionalisti liberal sono stati ridotti ad una sorta di camera a eco domestica per i francesi e i tedeschi.
    Tutto quello che sembrano capaci di fare è enumerare i vari modi in cui l’invasione “unilaterale” dell’Iraq ha “danneggiato la posizione internazionale degli Stati Uniti, il loro prestigio e la loro credibilità, nonché la solidità delle alleanze e la buona volontà degli altri paesi” (Ikenberry).
    Poiché si rifiutano anche solo di considerare la possibilità che l’11 settembre dimostrasse la necessità di un “riorientamento” della politica estera americana, vale a dire, che “gli strumenti e le dottrine del vecchio sistema avessero perduto la loro utilità” e che questo dovesse essere sostituito da “una nuova serie di regole per affrontare le nuove minacce alla sicurezza internazionale”, gli internazionalisti liberal non possono fare altro che sperare in un ritorno allo status quo ante. Questo sogno, secondo Stanley Hoffman, potrebbe ancora essere trasformato in realtà facendo affondare la dottrina Bush con un ritiro dall’Iraq che “porterebbe ad una riconciliazione con amici e alleati scioccati dal recente unilateralismo di Washington e dal suo ripudio degli obblighi internazionali, e contribuirebbe quindi a restaurare… la credibilità americana e il suo soft power in tutto il mondo”.
    A differenza di Hoffmann, né Ikenberry né Kupchan prevedono un futuro così roseo per il loro credo, persino nell’estremamente improbabile caso che la dottrina Bush venga abbandonata. Se, comunque, in Iraq questa dottrina avrà successo, temono tutti, e giustamente, che sarà praticamente impossibile, per dirlo con le parole dello stesso Kupchan, “riportare gli Stati Uniti a una versione liberal di internazionalismo”. O anche, aggiungerei io, riportare i suoi esponenti al centro dell’establishment di politica estera.

    Realisti
    Ma tra tutti i gruppi che formano la coalizione schierata contro la dottrina Bush quello che ha maggiormente da perdere è il gruppo dei realisti.
    La prospettiva realista è fondata su due presupposti connessi tra loro. Il primo è che negli affari internazionali il grande obiettivo è la stabilità, che può essere raggiunta soltanto attraverso un adeguato equilibrio di potere. Da questo deriva un principio molto antico, che risale alle disposizioni che nel XVI secolo permisero una coesistenza più o meno pacifica tra i principati cattolici e protestanti, fino ad allora in costante conflitto gli uni con gli altri. Nella sua forma originaria questo principio era formulato con l’espressione latina cuius regio eius religio (la religione del principe vale anche per la regione sulla quale governa).
    Tradotto in termini laici, questo principio stabilisce che ogni Stato è sovrano al proprio interno, e che soltanto le azioni che intraprende al di fuori dei suoi confini possono essere affare di un qualsiasi altro Stato.
    A differenza degli internazionalisti liberal, i realisti non hanno nessuna debolezza di stomaco per l’uso della forza. Ma, in base alle norme specifiche dei loro principi, la forza è giustificata soltanto per rispondere all’aggressivo tentativo da parte di un altro Stato di rovesciare un equilibrio di potere fino a quel momento stabile; scatenare una guerra al fine di attuare un “cambio di regime” viene invece considerato quasi sempre sbagliato e insensato.
    Un buon esempio di come operino concretamente queste norme è offerto dalla prima guerra del Golfo, quando Bush padre, con Brent Scowcroft come consigliere per la sicurezza nazionale, impiegò la forza per cacciare Saddam Hussein dal Kuwait ma non per rovesciarlo dal potere in Iraq.
    Fino all’11 settembre i realisti hanno senza dubbio rappresentato la scuola di pensiero più influente nel mondo della politica estera, considerando tutte le altre ingenue o pericolose o entrambe le cose insieme (sebbene una paternalistica approvazione possa occasionalmente essere concessa agli internazionalisti liberal). Non sarebbe esagerato dire che per chiunque avesse un posizione di grande importanza all’interno di quel mondo, teorico o praticante che fosse, la prospettiva realista era un dato assiomatico. Ed essendo, per così dire, la posizione di default, è stata adottata quasi automaticamente anche da George W. Bush, almeno fino all’11 settembre. Ma quel giorno, il più o meno riflessivo realismo di Bush si beccò una tale batosta che crollò fragorosamente a pezzi esattamente come le Torri Gemelle.
    Bush non fece nessun mistero di avere ripudiato il realismo, e non stette certo a menar il can per l’aia: “Per decenni le nazioni libere hanno tollerato l’oppressione in medio oriente in nome della stabilità. I
    n pratica, questo atteggiamento ha prodotto meno stabilità e più oppressione; di conseguenza, ho cambiato politica”.
    Con questo ci si sbarazzava del primo principio guida della tesi realista.
    Ma Bush è stato altrettanto diretto, anzi, quasi brutale, nel rifiutare la proibizione realista all’uso della forza per trasformare le condizioni interne di un altro Stato: “Alcuni di coloro che si definiscono realisti mettono in dubbio il fatto che la diffusione della democrazia nel medio oriente debba essere una nostra preoccupazione.
    Ma i realisti in questo caso hanno perso contatto con una fondamentale realtà: l’America è sempre stata meno sicura quando la libertà era costretta a battere in ritirata, mentre è stata sempre più al sicuro quando la libertà poteva marciare in avanti”.
    Tanti saluti, allora, anche al cuius regio eius religio.
    Con queste parole Bush annunciava un mutamento di portata rivoluzionaria nelle regole del gioco internazionale. Se vogliamo comprendere l’autentico significato di questo mutamento, dobbiamo iniziare riconoscendo che l’invasione dell’Afghanistan è stata un’applicazione soltanto parziale della nuova dottrina.
    Poiché i terroristi che ci avevano attaccato avevano le proprie basi in Afghanistan, ed erano protetti e appoggiati dal regime talebano al comando del paese, l’invasione non ha costituito un caso di attacco preventivo. E’ stata, invece, un normale atto di ritorsione in risposta ad un’aggressione non convenzionale: loro ci hanno colpito e noi abbiamo colpito a nostra volta.
    Non rappresentando nulla di nuovo, i realisti non si sono opposti in linea di principio all’invasione (anche se alcuni di loro hanno ritenuto una follia pensare che avremmo potuto vincere dove molti altri eserciti – e da ultimo i russi – avevano fallito miseramente). Ma la missione in Afghanistan ha cominciato ad entrare in conflitto con i principi della tesi realista non appena si è passati dal rovesciamento del regime talebano al sostegno di una sua sostituzione con un governo impegnato per la democratizzazione. Tuttavia, a questo punto le critiche dei realisti hanno assunto una forma più prudente: il nostro obiettivo politico, hanno sostenuto, era ancora più folle di quello militare. Questo fa supporre che non siano stati altrettanto svelti degli internazionalisti liberal nel capire quali fossero le vere intenzioni di Bush. Probabilmente incapaci di immaginare che fosse davvero serio quando parlava di rimodellare la struttura politica di tutta la regione, sembravano essersi consolati con l’idea che l’Afghanistan era stato soltanto una solitaria per quanto esagerata reazione all’11 settembre.
    In tal caso, sono stati subito risvegliati alla triste realtà dall’invasione dell’Iraq. Ma, ancora una volta, è passato un bel po’ di tempo prima che i realisti sia siano resi conto di quanto fosse violenta la tempesta scatenata da George W. Bush. Questo ulteriore ritardo è stato causato dalla concentrazione quasi esclusiva dedicata al dibattito sulle armi di distruzione di massa dell’Iraq.

    ( 2- segue)

    saluti

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    Armi di distruzione di massa
    Quando Bush ha accusato Saddam Hussein di non voler consegnare le sue armi di distruzione di massa, si basava in buona fede su quanto gli aveva detto la Cia (e che sosteneva anche ogni altro servizio segreto del mondo). Parlava anche in buona fede quando ha avvertito che Saddam avrebbe potuto mettere queste armi nelle mani di terroristi e quando ha poi citato questo pericolo per giustificare la sua nuova politica di prevenzione (“Se aspettiamo che le minacce si materializzino completamente, avremo aspettato troppo a lungo”).
    Ma ci sarebbe stato un grosso prezzo da pagare per una simile attenzione alla questione della armi di distruzione di massa. Non soltanto il loro mancato ritrovamento mette in serio dubbio la legittimità dell’invasione irachena; probabilmente ancora più dannoso è stato il fatto che l’enfasi sulle armi di distruzione di massa ha fatto relegare in secondo piano i veri motivi strategici di lungo termine che giustificavano questa invasione.
    Infatti, mentre l’obiettivo immediato era effettivamente disarmare Saddam Hussein, quello di lungo termine era un’opera di “prosciugamento delle paludi” (non importa se dominate da despoti religiosi, come in Afghanistan, o da tiranni laici, come in Iraq), dove, secondo la dottrina Bush, si alimentava il terrorismo medioorientale. Per prosciugare queste paludi non bastava rovesciare i regimi che le avevano create, ma era anche necessario sostituirli con governi eletti che si sarebbero impegnati a realizzare le speranze dei “popoli delle nazioni islamiche che voglion e meritano le stesse libertà e opportunità di cui godono i popoli delle altre nazioni”.
    Tutto questo è praticamente sparito dalla discussione sull’Iraq nei mesi immediatamente precedenti l’invasione. Ciononostante, i realisti hanno cominciato ad accorgersi che si erano sbagliati ad archiviare l’Afghanistan come un caso isolato e che il disarmo di Saddam non era il solo e unico scopo della missione in Iraq. Per quanto gli deve essere costato, alla fine hanno dovuto riconoscere il fatto incredibile che Bush non faceva semplice retorica quando aveva detto che l’obiettivo strategico era portare verso la democrazia tutti gli Stati del medio oriente, nessuno escluso.
    Peggio ancora, non c’era alcun modo di dissuaderlo, nemmeno quando stretti consiglieri di suo padre come Brent Scowcroft e James Baker gli ripetevano che l’invasione dell’Iraq era un errore. Ovviamente manipolato (come i realisti, e molti altri insieme a loro, hanno concluso) da ideologi conservatori che si erano intrufolati come dei tarli nel suo cervello, Bush ha rifiutato categoricamente la tesi che il più grave ostacolo alla soluzione di tutti i nostri problemi medio-orientali non fosse Saddam Hussein ma Ariel Sharon. Ed è rimasto del tutto indifferente all’obiezione che la sua nuova dottrina di democratizzazione avrebbe destabilizzato la regione (facendo infuriare tutti, ha addirittura risposto che era esattamente ciò che si augurava) e che avrebbe aggravato, e non diminuito, il pericolo di terrorismo.
    Un’interessante anomalia nella vicenda dell’offensiva realista contro la dottrina Bush è che non si è avvalsa dei servizi di Henry Kissinger, il leader universalmente riconosciuto di questa scuola. Quasi tutti i suoi discepoli, inclusi alcuni autorevoli assistenti nelle amministrazioni Nixon e Ford, come Scowcroft e Lawrence Eagleburger (il quale è stato segretario di Stato sotto Bush padre), si sono schierati contro l’invasione dell’Iraq.
    Ma Kissinger, dopo qualche esitazione, si è dichiarato a favore dell’uso della forza contro Saddam; e una volta cominciata la battaglia è stato inflessibile sulla necessità di tenere duro fino alla vittoria. In netto contrasto con i suoi meno flessibili studenti, Kissinger ha compreso che nel medio oriente era in gioco la credibilità americana e che la perdita di questa credibilità avrebbe rappresentato la peggiore minaccia immaginabile proprio per quella stabilità che i realisti dovrebbero considerare loro primario obiettivo.
    Data la sua posizione sull’Iraq (e sebbene sia rimasto profondamente scettico sulle prospettive a breve e medio termine per la democrazia nello stesso Iraq e in tutta la regione medio-orientale), Kissinger non ha voluto aggiungere la sua voce alla campagna contro la dottrina Bush montata da altri realisti con innumerevoli articoli e libri.
    Queste polemiche, come quelle degli internazionalisti liberal, hanno avuto un tono più moderato delle violente farneticazioni degli isolazionisti: sono state meno isteriche e più paternalistiche, ma in sostanza altrettanto apocalittiche.

    Tifare per la sconfitta
    Ciò appare chiarissimo dalla lettura di una lunga e estremamente benevole recensione di alcuni libri contro la dottrina Bush scritti prima delle elezioni da un eterogeneo gruppo di realisti e internazionalisti liberal appartenenti in larga misura al mondo accademico. Intitolata “A Dissenter’s Guide to Foreign Policy” e pubblicata in World Policy Journal, questa recensione è stata scritta da David C. Hendrickson, un professore di scienze politiche del Colorado College e membro della Coalition for a Realistic Foreign Policy.
    Hendrickson comincia ponendo implicitamente sullo stesso piano le iniziative intraprese dall’America sotto George W. Bush con le “iniquità” dell’Unione Sovietica di Stalin, a partire dagli “orrori della collettivizzazione, dei processi farsa, del massacro dei figli della rivoluzione per mezzo di purghe e assassinii” fino al “patto nazisovietico del 1939”.
    Infatti, proprio come tutto ciò fece perdere a molti comunisti di tutto il mondo la loro fiducia nella giustizia dell’Unione Sovietica, così, per i realisti e gli internazionalisti liberal esaminati da Hendrickson.
    “La semplice enormità di ciò che l’amministrazione Bush stava tentando di fare ha determinato un fondamentale ripensamento sulla convinzione che gli Stati Uniti siano sostanzialmente, e malgrado alcune imperfezioni, una potentissima forza per il bene nel mondo. Per loro, come anche per l’autore di questa recensione, questa convinzione ora poggia su basi molto precarie”.
    Tutto quello che si può rispondere a parole come queste è che se, a causa delle “malvagie tendenze” della dottrina Bush, deve scendere su di noi la fine dell’America come forza del bene, scenderà nella forma di un attacco da parte di terroristi armati di armi di distruzione di massa, e che un tale attacco è molto più probabile che avvenga se si ostacoleranno queste tendenze e non se le si appoggerà. Ma se queste medesime “tendenze” avranno successo, è certo che i realisti (e gli internazionalisti liberal) si troveranno ad affrontare l’imminente fine del loro mondo. Nel caso peggiore immaginabile, le loro idee verrano scartate in quanto ritenute, per l’appunto, non realistiche, e rischieranno di essere spazzati completamente via.
    Prima del 2 novembre, alcuni realisti avevano temuto che la rielezione di Bush, per dirlo con le parole di Hendrickson, avrebbe “confermato e ratificato i rivoluzionari mutamenti che Bush ha introdotto nella strategia degli Stati Uniti”. Ora che si sono un po’ calmati, sperano di evitare l’apocalisse minacciata da un possibile risultato che alcuni di loro avevano ipotizzato prima del 2 novembre: precisamente, che “quando lo zelo rivoluzionario si scontrerà con la dura realtà… le politiche di Bush… finiranno in lacrime”.
    Non si può fare altro che ammirare il candore con cui Hendrickson ammette ciò che normalmente viene negato con estrema passione: ossia che persino molti autorevoli realisti, insieme con altrettanti internazionalisti liberal, stiano tifando per una sconfitta dell’America. L’azione diretta non è nel loro stile, e non parteciperanno a “dimostrazioni di massa e alle disobbedienze civili” invocate da Tom Hayden, il quale consiglia di seguire il copione del movimento “pacifista” degli anni sessanta (del quale era stato uno dei principali organizzatori) allo scopo di tirarci fuori dall’Iraq. Ma non staranno nemmeno seduti passivamente ad aspettare che la “dura realtà” faccia “finire in lacrime” la dottrina Bush.
    Invece di scendere in piazza, i realisti e gli internazionalisti liberal preferiscono mettersi davanti alla macchina da scrivere e raddoppiare i loro sforzi per spingere l’opinone pubblica contro la dottrina Bush. E lo faranno soprattutto cercando di dimostrare che la dottrina sta già cadendo a pezzi nel suo primo vero incontro con la “dura realtà” in Iraq.

    Tutte le notizie manipolabili
    Nel frattempo, riceveranno un non piccolo aiuto dai loro alleati di fatto in entrambi gli schieramenti politici e dai loro accoliti nel mondo dei media, come Chris Hedges del New York Times (del quale si cita qui un articolo pubblicato sul New York Review of Books poche settimane dopo la rielezione di Bush): “In Iraq stiamo perdendo la guerra. C’è stato un costante aumento degli assalti sferrati dagli insorti contro le forze della coalizione… La nostra nazione è isolata e detestata. Siamo diventati dei tiranni nei confronti di chi è più debole di noi. Abbiamo dimenticato i nostri valori democratici”.
    Al pari di Hedges, i vari gruppi che formano la coalizione anti-Bush continueranno a esprimere giudizi capovolti di questo genere (il più stupefacente rimane comunque quello di Hedges, secondo il quale una politica il cui primo obiettivo è l’esportazione della democrazia significa che “abbiamo dimenticato i nostri valori democratici”). E, al pari di Hedges, si getteranno avidamente su qualsiasi cattiva notizia, su qualsiasi rapimento, decapitazione e attentato che avvenga in Iraq. Se poi, per qualche sfortunato caso, la notizia non è abbastanza cattiva o sufficientemente ricca di particolari succulenti, ne esagereranno la portata e traviseranno il significato.
    E’ esattamente questo il gioco che hanno fatto fin dall’inizio della guerra in Iraq. Per esempio, quando, poco dopo la conquista americana di Baghdad nell’aprile 2003, si verificarono episodi di saccheggio nella città, gli oppositori della guerra diedero la colpa al Pentagono. Ma, anche se quasi nessuno si è preoccupato di notarlo, questa potrebbe essere stata la prima volta nella storia della guerra in cui i saccheggi sono stati compiuti non dall’esercito invasore ma dalla popolazione locale, che agiva, per di più, contro la volontà dello stesso esercito invasore.
    Un esempio ancora più lampante di come si siano esagerate e travisate le cattive notizie è stato lo scandalo di Abu Ghraib, dove una mezza dozzina di guardie carcerarie americane aveva inflitto umiliazioni, per lo più di natura sessuale, su un piccolo numero di prigionieri iracheni.
    Il senatore Edward M. Kennedy ha paragonato Abu Ghraib alle prigioni di Saddam Hussein, dove innumerevoli prigionieri sono stati torturati e uccisi; l’ex vicepresidente Al Gore l’ha paragonato ai gulag di Stalin, dove milioni di persone morirono di fame e malattie; il finanziere George Soros ha detto che era una cosa altrettanto spaventosa degli attentati dell’11 settembre.
    Un esempio più recente di esagerazione e distorsione delle notizie si legge in un articolo pubblicato sul Washington Post da Brian Gifford, un ricercatore della University of Californa.
    Secondo Gifford, “L’enfasi sull’ ‘esiguo’ numero di perdite… serve a giustificare la prosecuzione della guerra e impedisce alla nazione di affrontare la realtà della situazione irachena”.
    Il corollario di questa affermazione, ossia la tesi secondo cui le perdite americane in Iraq non erano affatto esigue in base agli standard storici, è patentemente ridicolo (basta confrontare i 6600 uomini morti nel solo giorno dello sbarco in Normandia durante la seconda guerra mondiale con i circa 1000 soldati finora morti in tutta la guerra irachena) e si è ben presto rivelato fondato su statistiche sbagliate e calcoli matematici erronei.
    Poi, al culmine dell’ultima ondata di distorsione e disfattismo, sono apparsi due piuttosto lugubri documenti riservati fatti trapelare dalla Cia al New York Times.
    Lasciamo perdere il fatto che la Cia abbia costantemente lasciato trapelare analoghe morbose valutazioni sulla situazione irachena e che abbia persino autorizzato aperti attacchi contro la dottrina Bush sferrati dal suo interno.
    Lasciamo perdere che il nuovo direttore della Cia, Porter Goss, abbia appena fatto distribuire un memorandum nel quale si richiede ai dipendenti dell’agenzia di non “identificarsi, non appoggiare o sostenere l’opposizione all’amministrazione e alle sue politiche”. Lasciamo perdere che questi ultimi documenti non erano altro che le opinioni personali di alcuni funzionari con cui altri funzionari erano fortemente in disaccordo.
    Lasciamo perdere che la Cia si sia sbagliata praticamente su ogni cosa che aveva a che fare con l’Iraq, dalla questione se Saddam possedesse effettivamente armi di distruzione di massa fino al ruolo di Ahmad Chalabi.
    Nonostante tutto questo, i due nuovi documenti continuavano a essere smerciati come “valutazioni obiettive” su “questioni di politica, economia e sicurezza”, molto più autoevidenti e credibili dell’ottimistico “quadro fornito dall’amministrazione Bush”.
    Esattamente come continuerà ad esagerare le cattive notizie, la coalizione non smetterà neppure di ignorare le buone notizie che giungono dall’Iraq. Non avranno nulla da dire sui progressi che si stanno compiendo nella creazione di un libero sistema politico, nella ricostruzione dell’economia e nel ripristino della legge e dell’ordine in tutto il paese, così come sui provvedimenti contro l’insurrezione, che stanno avendo buon effetto persino all’interno del triangolo sunnita. Poiché queste notizie non si accordano con la posizione pacifista sull’Iraq non vengono considerate “dura realtà”.
    Mentre scrivo queste parole, circa un mese prima delle elezioni che si devono tenere in Iraq, l’insurrezione sta intensificando la sua campagna di violenza per persuadere con il terrore i cittadini a disertare le urne e ottenere così un rinvio. La mia ipotesi è che questi attacchi terroristici (che in un solo giorno di dicembre hanno ucciso oltre sessanta civili iracheni) non avranno successo, e che, se anche lo avessero, il rinvio non sarà indefinito e che le elezioni prima o poi saranno comunque indette. Supponiamo quindi che, nel giro di non più di un anno, a Baghdad ci sia una coalizione di governo regolarmente eletta; che sia guidata da una Costituzione che garantisca la libertà politica e i diritti delle minoranze; che l’economia sia in ripresa; che i soldati e i poliziotti iracheni si siano assunti la maggior parte delle responsabilità nella lotta contro l’insurrezione armata; che il numero delle truppe americane sia ridotto alle dimensioni di una semplice forza d’appoggio; e, infine, che vi siano sempre meno soldati americani feriti o uccisi.
    Che succederebbe?
    I realisti e i loro alleati liberal si inchinerebbero di fronte a questa realtà?
    Penso di no. Penso che farebbero la stessa cosa che hanno fatto quando, lo scorso dicembre, Hamid Karzai è stato ufficialmente nominato presidente dell’Afghanistan.
    In un incisivo articolo sul modo in cui la stampa ha scelto di riferire la notizia, Peter H. Wehner, del White House Office of Strategic Initiatives, ci ricorda ciò che i realisti hanno sempre ripetuto a proposito dell’Afghanistan: che era “troppo arretrato, troppo frazionato, troppo medievale e religiosamente fanatico, nonché troppo ingovernabile per potersi muovere verso la democrazia”.
    Eppure, soltanto tre anni dopo la guerra per la liberazione del paese dall’ignobile regime talebano, “si sono tenute libere elezione ed è stato eletto un presidente civile, moderno e filoamericano”. Wehner descrive poi come la stampa ha presentato questo, a suo giudizio, “eccezionale evento”:
    “Il New York Times ha inserito la notizia a pagina A8, il Washington Post a pagina A13, e Usa Today le ha riservato un piccolissimo spazio a pagina A5. Il Los Angeles Times l’ha messa a pagina A3”.
    Ma al Wall Street Journal (il cui punto di vista è più vicino a quello del New York Times e del Washington Post che alla posizione conservatrice esibita sulle sue pagine editoriali) non è bastato seppellire la storia.
    Nella rubrica “What’s News”, il giornale ne ha dato notizia in una sola frase (“Karzai ha giurato come presidente dell’Afghanistan”) immediatamente seguita da questa: “I ribelli talebani hanno attaccato una base militare vicino al confine pachistano, uccidendo quattro soldati. Le truppe americane hanno ucciso due assalitori”.
    Il Los Angeles Times ha persino superato il Wall Street Journal cogliendo l’occasione per dilungarsi sulla quantità di oppio prodotta in Afghanistan. Il giornalista Charles Krauthammer ha riassunto la questione con grande chiarezza: “Ciò che è avvenuto in Afghanistan è quasi miracoloso… e che cosa hanno da dire i liberal su questo straordinario risultato dell’amministrazione Bush? Che l’Afghanistan coltiva papaveri. Capperi! Questa è forse una notizia? E’ come dire che il sole sorge a oriente.
    ‘L’Afghanistan ha democraticamente eletto un nuovo presidente’: questo sì che è come dire che il sole sorge a occidente! L’Afghanistan ha sempre coltivato papaveri. Che cosa dovrebbe fare il presidente Bush? Forse mandare 100.000 marine per distruggere i raccolti e incitare a una ribellione popolare?”.
    Concludendo che “l’Afghanistan è il primo paese laureato nella dottrina Bush di esportazione della democrazia in luoghi ostili”, Krauthammer lamenta con tristezza come questa notizia, invece di essere accolta con una cerimonia di festeggiamento, sia stata o denigrata o condannata all’oblio.
    Non però dallo stesso Hamid Karzai che, il “giorno della laurea”, ha detto le seguenti (e quasi del tutto ignorate) parole:
    “Tutto ciò che abbiamo realizzato in Afghanistan – la pace, le elezioni, la ricostruzione, il ritorno a scuola dei bambini, la ripresa degli affari, la riacquisizione di prestigio all’interno della comunità internazionale – lo dobbiamo all’aiuto degli Stati Uniti d’America. Senza questo aiuto l’Afghanistan si troverebbe ancora nelle mani dei terroristi, distrutto, lacerato dalla povertà e senza scuole per i suoi bambini. Siamo profondamente grati al popolo degli Stati Uniti per averci permesso di vivere questo giorno”.
    Già molto prima di quel giorno, naturalmente, i nemici della dottrina Bush che avevano sperato in una sua frantumazione nelle montagne dell’Afghanistan avevano cominciato a spostare quasi tutte le loro pedine in Iraq, che sembrava un terreno molto più promettente. Ora, con tutte le varie polemiche su un possibile fallimento in Iraq, non verrà risparmiato alcuno sforzo pur di fare in modo che persino una vittoria sia presentata come una sconfitta.

    ( 3- segue )

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    La lezione di Tet
    Impossibile? Ripensiamo alla storia dell’offensiva di Tet montata dai comunisti in Vietnam nel 1968.
    A quel tempo, i funzionari americani dichiararono – e le prove erano lì a confermarlo – che l’offensiva si era conclusa con una sconfitta militare dei nordvietnamiti e dei loro surrogati vietcong. Ma l’impressione quasi universalmente suscitata dalla stampa e dalla televisione fu quella di una sconfitta degli americani e dei sudvietnamiti. Ogni singolo punto della storia fu travisato per mezzo di notizie e immagini fuorvianti e persino da vere e proprie menzogne. Così, i media continuarono a insistere sui successi di Hanoi anche dopo che l’assalto del Nord sulle città sudvietnamite era stato ormai respinto; parlarono di aree rurali cadute sotto il controllo comunista che invece erano in saldo possesso delle forze americane e sudvietnamite; dissero che nelle province le truppe sudvietnamite si rifiutavano di combattere quando in realtà si rifiutavano di arrendersi; e così via.
    Per mettere la ciliegina sulla torta, tutte le volte che il comandante americano, Generale William Westmoreland, o il presidente Lyndon Johnson o qualsiasi altro portavoce cercavano di ribattere a queste false notizie, venivano presi in giro per
    “cantare il solito vecchio ritornello” di progresso e ottimismo che li aveva già smascherati come un branco di bugiardi.
    Proprio questo trionfo di manipolazione della realtà è ciò che i nemici della dottrina Bush cercheranno disperatamente di ottenere se (o quando) l’Iraq si dimostrerà un successo. Naturalmente, oggi le cose sono un po’ diverse. Nel 1968, quando Walter Cronkite, parlando nel suo consueto tono solenne dai microfoni della trasmission della CBS Evening News, sottoscrisse la tesi che l’offensiva di Tet si era conclusa con una nostra sconfitta, Johnson si rese conto che non c’era più nulla da fare per combattere questa sfacciata menzogna, e che lui stesso era, sotto ogni punto di vista, ormai finito.
    Ma dopo l’ascesa di canali di espressione alternativi a quelli dei media dominanti, come le talk-radio, Fox News e la blogosfera, quando, nel 2004, Dan Rather (il successore di Walter Cronkite) ha cercato di smerciare una bugia su George W. Bush, è stato lui e non Bush a ritrovarsi finito.
    Neppure questo significa necessariamente che un successo in Iraq non sarà esposto alla minaccia di un trattamento stile offensiva di Tet da parte delle forze anti-Bush. Ci saranno inevitabilmente numerosi equivalenti iracheni dei “papaveri” e dei “ribelli talebani” su cui ricamare. Tuttavia, nelle attuali circostanze, avranno una vita molto più difficile dei loro antenati del 1968.
    Può persino capitare che, come nel caso di Dan Rather, alla fine saranno loro, e non Bush, a essere screditati. Se le cose andranno così, saranno pronti a gettare la spugna? Potete scommettere di no. Ammettere che avevano sbagliato a proposito della dottrina Bush equivarrebbe a dichiarare una completa resa intellettuale e politica: riconoscere che tutte le loro idee sull’ordine internazionale e sul ruolo che gli Stati Uniti dovrebbero svolgere negli affari internazionali sono diventate carta straccia, come le banconote degli Stati confederati. Il che ci riporta all’inizio, vale a dire alle previsioni di una ritirata al secondo mandato da parte dell’amministrazione Bush. Se, di fatto, non ci sarà nessuna ritirata sulla questione irachena, i realisti e tutti gli altri critici della dottrina Bush dovranno spostarsi su un altro terreno. E’ proprio su questo terreno (dove si trova la minaccia rappresentata dalla Corea del Nord e dall’Iran, gli altri due membri dell’Asse del Male) che i realisti in particolare stanno già preparandosi ad aprire un nuovo fronte di battaglia nella loro guerra contro la quarta guerra mondiale.

    Entrano in scena Iran e Corea
    Un saggio di questo polemico risdispiegamento è offerto da un articolo di David E. Sanger pubblicato lo scorso dicembre sul New York Times con il titolo “Gli avvistamenti di falchi possono essere prematuri”. Sarebbe rischioso, scrive Sanger, “giungere alla certa convinzione… che una seconda amministrazione Bush, non trattenuta dalla prudenza di Colin Powell, spingerà gli Stati Uniti in una serie infinita di conflitti con il resto del mondo, a partire da un approccio bellicoso nei confronti delle ambizioni nucleari dell’Iran o della Corea del Nord… E’ passato molto tempo da quando il presidente ha parlato dell’ ‘Asse del Male’.
    Durante la campagna elettorale, le parole e le azioni del presidente hanno dimostrato chiaramente che i vincoli alla potenza americana avevano cominciato a reintrufolarsi nella Casa Bianca”. Ricomponendo accuratamente tutti i pezzi del suo puzzle, Sanger attribuisce questa nuova prudenza dell’amministrazione alla esperienza fatta in Iraq:
    “L’Iraq ha reso la vita più difficile ai falchi della Casa Bianca… perché ha saputo tenere testa alle truppe americane e aggravato il problema di avere esigue risorse militari… il risultato è che ‘potremmo aver esaurito per un po’ la nostra forza di falchi", come dice Daniel Benjamin (membro del consiglio di sicurezza nazionale durante l’amministrazione Clinton); ci potranno essere ‘numerose opportunità di mostrarsi falchi’ con la Corea del Nord e l’Iran, aggiunge ancora Benjamin, ma Bush ha poche opzioni in entrambi questi paesi.
    Sulla stessa linea di Benjamin è Ivo H. Daalder, della Brookings Institution, secondo il quale, citando sempre dall’articolo di Sanger, Bush non ha alcuna possibilità di impedire all’Iran e alla Corea del Nord rispettivamente di procurarsi e di usare armi nucleari: “Dovremo imparare a convivere con i nostri limiti”, sostiene Daalder, "anche se questo significa accettare tacitamente una capacità nucleare che Bush ha dichiarato inaccettabile in Corea del Nord o Iran”.
    Persino Pat Buchanan, improvvisamente travestito da realista, ha dato il suo contributo: “Ciò che sembra accadere è questo: malgrado i piani di guerra neoconservatori per un Pax Americana abbondino, il presidente Bush si sta scontrando contro una diversa realtà: un esercito bloccato e sanguinante in Iraq, i costi sempre maggiori della guerra, un deficit alle stelle e la mancanza di alleati pronti a combattere o anche solo ad aiutare. Insomma, ha di fronte il dilemma del Vietnam”.
    Ma, proprio come la teoria dell’entropia di Edward Luttwak, queste previsioni “sottovalutano” la determinazione e la tenacia di Bush. Non tengono neppure conto di quanto la dottrina Bush sia già andata oltre i “limiti” che a loro giudizio avrebbero certamente impedito l’avvio di un processo democratico in Afghanistan, e quanto lontano questi presunti limiti siano già stati spinti in Iraq. Se Bush rimane fedele ai suoi propositi, non si lascerà influenzare da questo genere di discorsi né per la Corea del Nord né per l’Iran.
    Ma si tratta soltanto di discorsi o invece di una “dura realtà” che dobbiamo affrontare nel caso di questi due paesi?. Per quanto riguarda la Corea del Nord, l’ostacolo individuato dai realisti è di natura più politica che militare (vale a dire, l’uso o anche solo la minaccia della forza scatenerebbe ogni sorta di difficoltà con i sudcoreani, che “desiderano un atteggiamento più conciliante”). Quanto all’Iran, l’opinione più diffusa è che non esista nessuna opzione militare.
    Perché, a differenza dell’impianto nucleare iracheno di Osirak, che rappresentava un facile e succoso obiettivo da bombardare per gli israeliani, gli impianti nucleari iraniani sono sparsi per tutto il paese e, in più, sono stato o ulteriormente “rafforzati” costruendoli sotto terra oppure, se in superficie, “protetti” dalla popolazione civile che vive intorno. Ma, mi domando, è davvero possibile che non esista alcuna “attuabile opzione militare” per impedire all’Iran di mettere le sue malvagie mani sulle armi atomiche, o alla Corea del Nord di usare o minacciare di usare quelle che chiaramente già possiede?
    E’ davvero credibile che sia al di là delle capacità della più potente nazione in tutta la storia del mondo elaborare e mettere in atto una strategia per evitare qualcosa di molto vicino ad una minaccia mortale?
    Non essendo un generale o il figlio di un generale, io non sarei in grado di farlo. Nè tantomeno nego che sarebbe molto meglio se potessimo realizzare i nostri obiettivi senza sparare un colpo. Ma, come dice il vecchio proverbio, ho pronto un ponte da offrire in vendita a chiunque pensi che possiamo fidarci dei ridicoli accordi negoziati con i folli governanti nordcoreano e con la mullocrazia di Teheran o delle impotenti escandescenze del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
    A giudicare da come si è espresso negli ultimi tempi il presidente, si potrebbe supporre che desidera fare un’offerta di acquisto per il mio ponte, e che ha dimenticato quella dichiarazione, già prima citata, che aveva così sgomentato gli internazionalisti liberal e che è opportuno qui citare una seconda volta: “Non possiamo difendere l’America e i nostri amici sperando che tutto vada bene. Non possiamo dare la nostra fiducia alle parole di tiranni, che firmano solennemente trattati di non proliferazione e poi li violano altrettanto sistematicamente”.
    Comunque, dubito fortemente che Bush abbia improvvisamente scoperto la saggezza di “sperare che tutto vada bene” e di riporre “la nostra fiducia nelle parole dei tiranni”. A me sembra molto più probabile che, appoggiando le iniziative europee in Iran e i negoziati delle sei potenze in Corea del Nord, che Bush stia ancora cercando di percorrere la via diplomatica, proprio come quando ha passato diversi mesi e speso numerose energie per ottenere un’approvazione delle Nazioni Unite all’invasione irachena. Contemporaneamente, sta anche cercando di guadagnare tempo fino a quando in Iraq la situazione si farà più tranquilla.
    In Corea del Nord non sembra esserci alcuna soluzione diplomatica o politica.
    Ma in Iran un’alternativa potrebbe essere offerta dall’opposizione interna che desidera rovesciare il regime dei mullah e sostituirlo con un governo democratico. Come sembra evidente, anche questi oppositori dell’attuale regime sono dei nazionalisti e potrebbero a propria volta reclamare il diritto di sviluppare una capacità nucleare. Ma se l’Iran non fosse più uno sponsor del terrorismo e un nemico degli Stati Uniti, il suo possesso di un arsenale nucleare non rappresenterebbe più un’imminente minaccia. Di conseguenza, se l’opposizione interna è sufficientemente forte, è nel nostro interesse incoraggiare una sollevazione interna.
    Convinto sostenitore di questa tesi è Michael Ledeen dell’American Enterprise Institute, i cui innumerevoli articoli su questo tema terminano sempre con questo slogan: “Più presto, per favore”. Ecco, per sommi capi, le sue ragioni. Oggi in Iran più del 70 per cento della popolazione è apertamente opposta al regime, fortemente desiderosa di libertà e democrazia, e coraggiosamente a favore della dottrina Bush per l’esportazione della democrazia in tutta la regione medio-orientale. Se siamo riusciti a sconfiggere l’Unione Sovietica ispirando e sostenendo una piccola parte del popolo russo, in Iran le probabilità di successo sono senza dubbio molto più alte.
    Diversi colleghi di Ledeen all’AEI, nonché molti altri sostenitori della dottrina Bush, non sono affatto d’accordo. Il regime di Teheran, affermano, non è così debole come pensa Ledeen, e l’opposizione non è più forte come sembrava all’inizio. Ma anche se avessero ragione, è difficile vedere quali danni deriverebbero dal seguire i consigli di Ledeen, dato che anche in Iran potremmo benissimo rimanere altrettanto piacevolmente sorpresi di quanto lo siamo stati per l’implosione dell’impero sovietico. Se dunque una insurrezione non sembra possibile, ci rimane una sola alternativa ad un intervento militare preventivo: non far nulla (illudendoci con qualche inutile iniziativa diplomatica) e restare a guardare il principale sponsor mondiale del terrorismo dotarsi di armi nucleari che potrebbe poi consegnare ai suoi amici terroristi per usarle contro il “Grande Satana”.
    Ci sono, in effetti, persone che hanno già cominciato a riconciliarsi con questa eventualità, e contro questa terribile prospettiva hanno resuscitato la vecchia dottrina della mutua distruzione, o più precisamente della Mutual Assured Destruction (cui di solito ci si riferisce con il perfettamente adatto acronimo “MAD”). Non c’è nessun bisogno, dicono con soddisfazione, di perdere il sonno per la remota possibilità che gli iraniani possano equipaggiare i terroristi con armi nucleari: i mullah non sarebbero certo disposti a farlo se temessero che, in caso di un attacco nucleare contro gli Stati Uniti, diventerebbero automaticamente un possibile obiettivo per una nostra ritorsione. Il problema evidente di questa tranquillizzante argomentazione è che il regime iraniano negherebbe fieramente di essere anche minimamente coinvolto in un attacco terroristico contro gli Usa. E i nostri servizi di intelligence, già scottatisi con Saddam, ci penserebbero due volte prima di addossare la colpa su di loro. Considerando questo più che plausibile scenario, sarebbe davvero “mad”, folle, riporre la nostra fiducia nel MAD.

    Vento in poppa per Bush
    Durante la campagna presidenziale, George W. Bush ha giurato che non avrebbe mai esitato a fare un intervento preventivo se lo avesse considerato necessario per proteggere e difendere gli Stati Uniti. Ha anche promesso che non avrebbe sottoposto la sua decisione a quel “global test” di cui John Kerry aveva annunciato di volersi fare promotore. Infine, ha ribadito che non si sarebbe fatto influenzare dai sondaggi d’opinione o dalla pressione dei suoi nemici, all’estero come in patria.
    Da questi, per come la vedo io, discendono quattro cose.
    La prima è che Bush farà tutto il possibile per mantenere il suo giuramento e anche la corollaria promessa, spostando al momento opportuno l’attenzione dall’Iraq alla Corea del Nord e all’Iran (con, si spera, una fermata di rifornimento in Siria, che ha continuato a inviare terroristi e armi attraverso il confine iracheno e che presenta molte meno difficoltà per un eventuale intervento militare).
    La secondo è che, in Iran come già in Iraq, la questione delle armi di distruzione di massa rappresenta soltanto l’immediato casus belli. L’obiettivo strategico, quale definito dalla dottrina Bush, è quello di prosciugare una delle più importanti paludi in cui si alimenta il terrorismo islamico.
    Bush è davvero pronto a procedere in questa direzione e con questo obiettivo davanti a sé?
    Io credo di sì (ecco la terza cosa); ma ritengo (quarta cosa) che gli ostacoli da superare in patria siano ancora più alti di quelli che deve superare in medio oriente.
    Dopo un breve periodo di malumore, la coalizione delle forze schierate contro di lui il 2 novembre si è risollevata in piedi e ora è diventata pericolosa come una tigre ferita. E’ talmente decisa a sbarazzarsi della dottrina Bush che potrebbe essere ancora in grado di sconfiggere persino un nemico così determinato come George W. Bush.
    E le probabilità di vittoria non sono necessariamente a favore del presidente, se non altro perché, per il momento almeno, ha molti meno sostenitori nel mondo delle idee di quelli che militano nella coalizione avversaria.
    Ma dobbiamo comunque far rientrare in questo conto gli oltre 61 milioni di americani che il 2 novembre lo hanno eletto per il secondo mandato.
    Ho iniziato questo articolo sostenendo che, votando per lui, questi 61 milioni di persone (che rappresentano una netta maggioranza del popolo americano) hanno espresso la propria fiducia nell’autore della dottrina Bush come l’uomo più adatto per guidarci in questo nuovo tempo di guerra.
    Ora voglio concludere con una riflessione su una frase detta da Harry Truman (un leader con cui Bush ha molto in comune) in un momento della terza guerra mondiale per certi aspetti simile a quello in cui ci troviamo ora nella quarta guerra mondiale:
    “Ciò che una nazione può o deve fare parte dalla disponibilità e dalla capacità del suo popolo di assumersene la responsabilità e l’onere”.
    In verità, la responsabilità di combattere la quarta guerra mondiale è di un genere diverso da quella che gli americani hanno dovuto assumersi nella terza guerra mondiale. Ma lo stesso vale anche per la seconda guerra mondiale in confronto alla terza. Per certi aspetti, oggi è più facile che per gli americani che sono vissuti durante quelle due guerre. Questa volta non ci sono né cartoline di chiamata alle armi né necessità di razionamento delle risorse, e le tasse non sono state aumentate. D’altra parte, abbiamo maggiori motivi di essere preoccupati per la sicurezza del nostro stesso suolo patrio continentale, che, nelle precedenti guerre, nessuno dei nostri era mai riuscito a colpire.
    Per di più, avendo di fronte a sé un conflitto che potrebbe durare anche tre o quattro decenni, gli americani dell’attuale generazione dovranno essere più pazienti di quanto abbia dovuto esserlo la “straordinaria generazione” della seconda guerra mondiale (durata per noi soltanto quattro anni).
    E dovendo affrontare un nemico ancora più sfuggente dei comunisti, il popolo americano oggi deve dimostrare almeno la stessa perseveranza che ha avuto – nonostante tutte le sue lamentele e le sue proteste – per i 47 lunghi anni della terza guerra mondiale. Anzi, da questo punto di vista, la generazione della quarta guerra mondiale deve zappare un terreno ancora più duro di quello sul quale hanno dovuto lavorare i suoi predecessori nella seconda e nella terza guerra mondiale.
    Durante la seconda guerra mondiale non è praticamente mai spirato nell’aria alcun sentimento disfattista, neppure in reazione ad autentiche sconfitte (e ne abbiamo subite molte, soprattutto nei primi anni di guerra).
    Né c’è mai stata una fissazione ossessiva sugli errori di Roosevelt e Churchill (che, per quanto siano stati senza dubbio due uomini eccezionali, ne hanno fatti molti).
    Per di più, alcuni di questi errori furono così gravi e pieni di conseguenze che in confronto quelli di cui sono accusati Bush e Rumsfeld sembrano insignificanti, persino se, per amor di discussione, accettiamo l’ipotesi che i critici di oggi abbiano completamente ragione.
    Pensiamo, per fare un solo esempio, agli incredibilmente grossolani errori che costarono la vita di 20.000 soldati americani nella battaglia delle Ardenne.
    Eppure, la cosa principale che ognuno sapeva e ricordava di quel terribile episodio era la risposta data dal comandante americano alla richiesta di resa dei tedeschi: “Pazzi!”
    Durante la terza guerra mondiale, al contrario, i critici della destra e della sinistra scatenarono una grande ondata di sentimenti disfattisti.
    Questo disfattismo fu poi rafforzato da violente recriminazioni su se e come una certa battaglia avrebbe dovuto essere combattuta. E le battaglie sulle quali si discuteva non erano soltanto militari, come in Corea e (in misura molto maggiore) in Vietnam; erano anche politiche, come negli appassionati dibattiti sul controllo degli armamenti e sulla distensione, e persino ideologiche, come nel caso della polemica sul fatto se il nemico fosse l’espansionismo sovietico in particolare o il comunismo in generale, o semplicemente le nostre stesse paranoiche illusioni.
    La quarta guerra mondiale appare già caratterizzata dalla propria versione di tutti questi tre fenomeni (“Perché siamo andati in Iraq?”; “Chi è esattamente il nostro nemico?”; “Esiste davvero una minaccia terroristica?”). Ma nell’èra dell’informazione televisiva ventiquattro ore su ventiquattro, le forze del disfattismo hanno a propria disposizione un’arma molto più potente per amplificare tutto ciò che va male o che semplicemente sembra andare male.
    Chi, come me, sostiene la necessità di combattere la quarta guerra mondiale può lamentarsi quanto vuole per questa situazione; ma è la situazione in cui questa guerra dovrà essere combattuta, se mai sarà combattuta. La verità è che, in questa guerra, dobbiamo affrontare un disfattismo molto più forte di quello scatenatosi durante la terza guerra mondiale. Prima della nostra entrata in guerra nel 1943, si sollevarono seri dubbi sul fatto se eravamo in grado di contrapporci con successo a nemici così fanatici e disciplinati come la Germania nazista e il Giappone imperiale.
    Durante la terza guerra mondiale, autorevoli anticomunisti come Whittaker Chambers e James Burnham erano convinti che ci mancava il fegato, il cuore e la volontà per scontrarci con l’Unione Sovietica e i suoi alleati e simpatizzanti: per Chambers eravamo “lo schieramento perdente”; per Burnham dimostravamo una debolezza e una follia addirittura suicida.
    Ma la storia ha dimostrato che si sbagliavano, perché, come ha detto una volta Charles Horner (Hudson Institute) parlando di Chambers, non seppero “prevedere la resistenza del popolo americano e dei suoi leader”.
    Oggi si sentono ovunque analoghi dubbi e timori, e persino alcuni seguaci della dottrina Bush mormorano che siamo diventati troppo teneri, troppo concilianti e troppo interessati soltanto a noi stessi per poter affrontare una nuova difficile sfida.
    Fatta eccezione per qualche occasionale brivido di paura suscitato da un’eccessiva attenzione per le forze pacifiste e per certi aspetti della nostra cultura, sia positivi che negativi, non condividevo questi dubbi e questi timori prima del verdetto elettorale del 2 novembre; ora sono stati spazzati via da ciò che ha voluto dire il popolo americano quando ha rieletto George W. Bush per un secondo mandato alla Casa Bianca.
    Ecco perché penso (per dirlo ancora una volta) che questo straordinario presidente (come, prima di lui, l’altrettanto straordinario Harry Truman nella sua sfida al comunismo) abbia il vento in poppa nella sua battaglia contro il radicalismo islamico e il suo ignobile esercito di terroristi; una battaglia che ha come obiettivo la diffusione della libertà e la cui vittoria garantirà maggiore sicurezza e prosperità non solo al popolo americano e alle popolazioni del medio oriente, ma anche a quelle dell’Europa e di tutto il mondo, nonostante lo sconsolante fatto che molte di esse non vogliano ancora riconoscerlo.

    Norman Podhoretz
    © Commentary (traduzione di Aldo Piccato)

    ( fine )

    Il tutto "naturalmente" su Il Foglio

    saluti

 

 

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