Il declino dell’Occidente
Questa mattina ho fatto sette chilometri di corsa. Ho puntato il timer e mentre correvo sul tapis-roulant della palestra, ho calcolato quanto sono sette chilometri: da casa mia, su per la collina dietro quegli ulivi e poi giu’ dopo le dune fino al braccio di mare dove si puo’ guardare quello scoglio che la leggenda dice sia la barca dei Feaci che riportarono Ulisse a casa e che Poseidone traformo’ in roccia per punizione.
Con la cyclette e’ la stessa cosa: stai fermo a sudare sotto la luce artificiale per ore in fila con gli altri, invece di pedalare fino al paese vicino, a bere una gassosa sotto il pergolato dell’osteria gestita dal sindaco che ti fa assaggiare pure il salame nuovo di quest’anno. Abbiamo detto basta alle strade impervie e pericolose lasciandoci inscatolare in sottoscala al neon, come polli all’ingrasso.
Tutto perduto? Certo abbiamo perso le piccole cose e le piccole distanze, noi che sappiamo andare su Saturno per scoprire eventuali nuove forme di vita, ma non sappiamo piu’ raggiungere una fazzolettata di automobilisti fermi in autostrada per il maltempo. Noi che abbiamo centinaia di amici in giro per il mondo con indirizzi che si scrivono sempre con una @ in mezzo, ma non salutiamo il nostro vicino di pianerottolo, noi che abbiamo inventato una nuova lingua per i messaggini ( diciotto milioni di telefonini venduti quest’anno) ma che ci siamo dimenticati i congiuntivi, che vigiliamo sulla qualita’ della vita degli animali ma lasciamo che migliaia di pendolari si spostino tra una citta’ e l’altra ammassati come bestie.
Abbiamo paura ad attraversare la citta’, a star soli nella nostra casa in campagna, a prendere la metropolitana o l’ascensore di notte, ma giriamo sollevati spingendo i carrelli nei supermercati, non si fa piu’ lo “struscio” su e giu’ per il paese ma passeggiamo con gli amici nei centri commerciali. Ce ne sono in America che dal nome capisci quale sara’ la sorpresa che ti aspetta. Entri nell’Arcade Venice? All’ultimo piano troverai un pezzo di Venezia coi canali e le gondole. Si chiama Arcade Bellagio? C’e’ un pezzo del lago di Como uguale e preciso, ma non autentico. Perche’ noi occidentali l’autentico ormai ce lo siamo scordato. Preferiamo il simile, l’analogo, il somigliante, purche’ asettico e rassicurante. Insomma meglio Disneyland delle Langhe, anche se un certo Collodi gia’ da tempo ci aveva detto di diffidare del Paese dei Balocchi da dove si esce tutti ciuchini. Che se poi ti legano alla macina, anche se e’ del Mulino Bianco, ti accorgi che “dopo aver camminato per cento miglia ti ritrovi a sera, sempre nello stesso posto, senza aver visto ne’ citta’, ne’ villaggi, ne’ natura e nemmeno gli angeli” (Non vi spaventate: e’ solo una dotta citazione dal Vangelo Apocrifo di Filippo, per far capire a qualcuno che non sono proprio un coglione…)
Gia’. E mentre correvo per rimanere sempre nello stesso posto, mi sono chiesto: che sia questo il Declino dell’Occidente?
(continua)
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