Si sa che l’ironia non è nelle corde di un personaggio come Eugenio Scalfari, incline al solipsismo metafisico. Ma la sua canzonatura del taglio delle tasse del governo Berlusconi, equiparato a un “misero” cappuccino al giorno, ha impressionato i consumatori italiani attaccati alla bevanda della mattina.
La riduzione fiscale corrisponde più o meno allo 0,6 per cento del pil.
Si tratta di un po’ meno della percentuale che, secondo il piano dell’Onu denominato Millennium Development Goals, dovrebbe essere devoluta dai paesi ricchi del mondo per aiuti ai paesi poveri. L’obiettivo è ridurre della metà la povertà, che nel linguaggio dell’Onu significa dimezzare il numero di coloro che vivono con meno di un dollaro al giorno.
In realtà, siamo ancora lontani dal cappuccino quotidiano, considerato anche che negli altri paesi ricchi il cappuccino è più caro che in Italia.
In base alle statistiche dell’Ocse, il complesso dei 22 paesi più industrializzati membri del Dac (Development Assistance Committee) destinano agli aiuti ufficiali allo sviluppo circa lo 0,23 per cento del pil (anni 2001-2002). L’Italia spende lo 0,20. Un poco di più sborsano la Germania (0,27), la Francia (0,35) e la Spagna (0,28 ). Solo alcuni paesi del nord Europa hanno già raggiunto l’obiettivo ufficiale dello 0,7 per cento del pil.
E’ questo il contesto in cui i cosiddetti “potenti della terra”
hanno discusso di programmi per gli aiuti allo sviluppo in occasione del World Economic Forum a Davos.
Al Forum non erano presenti solo le star, Sharon Stone, Richard Gere e Bono Vox, per sollecitare la generosità dei convenuti.
Jeffrey Sachs, economista della Columbia University e a capo del programma delle Nazioni Unite, ha presentato uno studio sulle misure necessarie a dimezzare la povertà in un decennio.
Sachs dimostra che l’ammontare finanziario necessario è del tutto sostenibile dai paesi ricchi, i quali da un mondo meno povero, e quindi più sicuro e stabile, trarrebbero vantaggi economici nel lungo periodo.
Sachs mostra anche ciò che tutte le persone sensate comprendono, ossia che i soldi non bastano per lo sviluppo e che molti fattori istituzionali, cioè di buon governo, sono cruciali; ma fa anche notare che vi sono paesi ben governati, anche in Africa, che ugualmente non ricevono aiuti sufficienti.
Il fatto che molti aiuti siano andati a rafforzare dittature corrotte, incluso il programma Oil for Food in Iraq, non implica che gli aiuti non servano allo sviluppo.
E’ un errore di logica, usato come alibi quando serve. I critici degli aiuti fanno notare che i programmi di aiuto ai paesi poveri sono stati spesso un fallimento. Tuttavia gli studi più recenti mostrano che l’aiuto internazionale può essere efficace sotto certe condizioni, che qui non abbiamo lo spazio di enunciare.
Il problema non sono gli aiuti in sé, ma come sono stati tradotti in pratica nel passato. Se distribuiti giudiziosamente, gli aiuti possono più che ripagarsi grazie agli aumenti di efficienza che provocano. Il Piano Marshall e altri programmi di successo a paesi come Corea, Taiwan, e Giappone, ne sono la prova. Tuttavia, migliorare l’efficienza dei programmi di aiuto non è sufficiente.
E’ necessario che i paesi donatori aumentino il loro impegno.
Cartolarizzare le donazioni
Le proposte di alcuni primi ministri presenti a Davos hanno avuto un certo risalto.
Blair, per esempio, ha proposto di creare un nuovo strumento finanziario con il compito di cartolarizzare gli impegni di aiuto ricevuti per i prossimi trent’anni, in modo da spenderne il ricavato nei primi dieci anni. Ciò significa che l’agenzia incaricata dell’operazione accenderebbe un debito che verrebbe garantito dai pagamenti futuri dei donatori.
Dal punto di vista finanziario la proposta è simile a quella sostenuta tra gli altri da uno degli autori di questa rubrica sul Sole 24 Ore, e secondo la quale i paesi dell’Unione monetaria europea dovrebbero essere autorizzati a indebitarsi, per aumentare gli aiuti allo sviluppo, senza che l’aggravio aggiuntivo sia calcolato nel disavanzo rilevante per il Patto di stabilità.
Nella proposta Blair l’indebitamento avverrebbe attraverso un intermediario, ma la sostanza non cambierebbe. Colpisce, tuttavia, che Blair proponga la creazione di un ulteriore strumento per il finanziamento dello sviluppo, che presumibilmente si aggiungerebbe alla pletora di organizzazioni multinazionali esistenti allo scopo.
Di per sé la cosa non sarebbe negativa se rimanesse nelle mani dei grandi paesi donatori. Per quanto vergognosamente avari è da loro, infatti, che possiamo aspettarci un’azione concreta.
Il Forum di Davos è venuto dopo il meeting di Kobe in Giappone, sponsorizzato dall’Onu per coordinare gli aiuti ai paesi colpiti dal maremoto. I resoconti dicono che alla conferenza hanno partecipato 5000 persone provenienti da 116 paesi.
A fare cosa e a quale costo? La spesa del meeting non la conosciamo, l’esito sì: scaramucce e nessun accordo. Ma a cosa servono le gigantesche strutture di Nazioni Unite, Banca Mondiale eccetera se non a coordinare e organizzare gli aiuti, senza alcun bisogno di conferenze introduttive?
Ernesto Felli e Giovanni Tria su Il Foglio del 2 febbraio
saluti




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