Moro, i vescovi e il centro-sinistra: quel sondaggio negli nni '60
In vista dell'apertura al Psi, il leader democristiano chiese il parere della maggior parte dei presuli
Di Antonio Airò
Dal vescovo di Livorno, Andrea Pangrazio, arriva un sì
convinto. «Ho considerato da tanto tempo le cose nel senso
da voi previsto». Con scettico realismo si esprime Giuseppe Battaglia, vescovo di Faenza. Si augura che «l'esperimento
tentato sia coronato da successo, per l'isolamento del comunismo, cancrena della nostra Patria». Da Milano, dove
già dal gennaio 1961 la città è governata da una giunta di
centro sinistra, il cardinale Montini scrive: «Mi astengo dai commenti. Ma non posso tacere che su tanti punti, alle
parole rassicuranti i fatti non corrispondono». Nettamente
negativo da Palermo il giudizio del cardinale Ruffini. «La scelta non è stata fatta in armonia con il pensiero dei
vescovi. gli elettori dc sono ora in gran numero malcontenti, confusi e sbandati».
E' una singolare e finora inedita "geografia del consenso e del dissenso" che, da Nord a Sud , raccoglie le perplessità e le preoccupazioni, ma anche la fiducia e le speranze dell'episcopato in quel 1962 che vede il congresso Dc a Napoli e subito dopo il governo Fanfani coinvolgere il partito socialista di Nenni. Una geografia ben documentata dallo storico Augusto D'Angelo nel libro "Moro, i vescovi e
l'apertura a sinistra" (Studium editore, pagine 168, euro 18,50) e che ha al suo centro la "consultazione persuasiva",
avviata dal leader dc con un rapporto diretto con i vescovi.
Moro spiega la svolta della Dc in un testo "articolato" che affida, per la trasmissione ai vescovi, a 57 esponenti del partito (tra questi 5 ministri e 15 sottosegretari ) in rapporti di amicizia e di stima con i presuli del loro
collegio con l'incarico di ascoltarli e di sentire anche se il centro-sinistra incrini il sostegno dal dopoguerra sempre
dato al partito.
Tra il 29 marzo e il 7 aprile 1962, la lettera di Moro si rivolge a 254 vescovi, esclusi Siri e quanti si sapeva contrari al centro sinistra. Di 138 pastori si conoscono le posizioni pro e contro attraverso le relazioni inviate al
segretario della Dc dai suoi incaricati, tra i quali Zaccagnini. Mancano invece quelle di Cossiga, di Emilio Colombo, di Rumor, di Forlani ai quali era stato affidato un gruppo di vescovi. Sono assenti in "toto" in questa geografia i pastori della Calabria. Settantun vescovi
scrivono direttamente a Moro. Quarantacinque si limitano a «cortesi biglietti» di ringraziamento. Ventisei rispondono in modo argomentato: 16 «tendenzialmente favorevoli o favorevoli al centro sinistra»; 10 «tendenzialmente contrari o contrari».
Al di là dei numeri l'iniziativa di Moro rivela un episcopato che non si nasconde i timori verso l'ingresso dei
socialisti nelle "stanze dei bottoni", ma che parla anche «di governo dei rischi e delle speranze»; che scrive di cattolici «ingannati e giocati»; che accetta il centro-sinistra come uno «stato di necessità» ma rimprovera alla Dc «di aver condotto il Paese a una scelta obbligata»; che pretende «in maniera ferma» il distacco del Psi dal Pci; che si divide, positivamente o negativamente sulla giunte di centro sinistra, formate già in 46 città, ma ai socialisti, come nota Moro, non è stata data «nessuna effettiva leva di potere».
La pluralità di giudizi dei vescovi si unifica però in una corale e ripetuta apertura di credito alla Dc, che si vuole
diventi un partito "pesante", radicato del territorio con un maggiore vaglio della classe dirigente. E l'elezione di
Segni alla presidenza della Repubblica sembra far rientrare tante delle preoccupazioni. Non cessano le voci contrarie, comprese quella interne alla Dc dei "centristi" di Scelba.
Ma la "consultazione persuasiva" di Moro aveva raggiunto il suo obiettivo: «Depotenziare il carattere ideologico
dell'apertura a sinistra».
(C) Avvenire, 8-2-2005




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