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Discussione: Cessate il Fuoco

  1. #11
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    pagina 1 de Il Foglio di oggi 18 marzo 2005....Carlo Panella firma un articolo sull'accordo siglato al Cairo fra le bande palestinesi ...

    " «Calma in Palestina»



    Accordo siglato tra 13 movimenti palestinesi, il presidente dell’Anp, Abu Mazen, e il capo dell’intelligence egiziana, Omar Suleiman, per definire una tregua con Israele. Tregua che, peraltro, è termine rifiutato da Hamas e Jihad. Anche una “sospensione” delle iniziative è fuori discussione e si parla soltanto di un periodo di “calma”, fino alla fine del 2005, se Israele accoglierà le richieste dei gruppi armati, comprese quelle sulla liberazione di detenuti . Periodo che gli egiziani volevano di un anno, ma che probabilmente non supererà – nei fatti – lo svolgimento delle elezioni politiche palestinesi di luglio. Resta il grande risultato conseguito, segno che la strategia delineata da Abu Mazen, dal rais egiziano Hosni Mubarak, da re Abdallah di Giordania e dal premier israeliano, Ariel Sharon, a Sharm el Sheik ha superato un primo, grande ostacolo, precondizione per ogni sviluppo; anche se è chiaro a tutti che la “finestra di opportunità” è molto piccola ed è anche molto dipendente da scadenze elettorali che possono indebolire o rafforzare l’attuale leadership palestinese . Ieri sono giunti i risultati molto indicativi delle elezioni nelle università palestinesi, base sociale dell’Intifada delle stragi. Tra i 10 mila studenti di Gaza, la lista di Hamas raccoglie l’80 per cento dei voti; a Hebron 25 seggi a Hamas, contro i 13 di al Fatah; nell’Università americana di Jenin, al Fatah è in minoranza contro i 14 seggi di Hamas e i quattro dei gruppi marxisti-filoterroristi. Un quadro confermato dall’ultimo sondaggio sulle politiche di luglio dell’istituto palestinese Pcpsr che vede Hamas conquistare 7 punti rispetto a due mesi fa, passando al 25 per cento, mentre al Fatah scende di 4 punti e cala al 36. Sommando i parlamentari che otterrà il fronte dell’Intifada (Hamas, Jihad, Hezbollah, Fplp, Fdlp e altri movimenti), non è dunque escluso che al Fatah possa perdere la maggioranza nel prossimo Parlamento palestinese, con risultati destabilizzanti e fine del periodo di “calma”. Abu Mazen, Mubarak, Abdallah e Sharon puntano invece a rafforzare la strategia delineata a Sharm el Sheik, affiancando ai gesti di clemenza nei confronti dei detenuti palestinesi e al ritiro israeliano da Gaza, uno straordinario impegno sul terreno economico e sociale che rafforzi la leadership palestinese in vista del voto. Dopo cinque anni della disastrosa Intifada delle stragi di Yasser Arafat, l’economia dei Territori è allo stremo.
    E’ già iniziato un consistente investimento di capitali americani su progetti egizio-israelo-palestinesi.
    Oggi è chiaro che la crescita della presa di Hamas non è più il portato del suo apparato terrorista, ma del radicamento sociale. Dopo l’uccisione dei leader Yassin e Rantisi e di tanti suoi quadri, Hamas è sulla difensiva patisce la fine della complicità dei nuovi apparati di sicurezza palestinesi. Ma è anche la sezione palestinese dei Fratelli musulmani, il più grande partito transnazionale arabo, grazie a cui convoglia in Palestina uno straordinario impegno sul territorio, garantendo un forte “welfare islamico” attraverso le moschee che distribuiscono prediche infuocate e aiuti, lavoro, servizi. Ecco allora che la volontà dei Fratelli musulmani egiziani di partecipare alle presidenziali di settembre in Egitto (e di garantire a Mubarak una qualche lealtà istituzionale) si somma alla necessità del partito fratello Hamas di fronteggiare la concorrenza sul welfare scatenata da israeliani, egiziani, americani. Più complesse sono le ragioni per cui Jihad islamico (e i gruppi marxisti appoggiati da Damasco) è stato spinto ad accettare la “calma”. Hamas e Fratelli musulmani sono sunniti, il Jihad è di fatto il reparto combattente in Palestina di Hezbollah (sciita). Risponde a una logica politica che ha il suo centro non a Gaza o Ramallah, ma a Beirut, Teheran e Damasco. Hezbollah controlla, con un esercito (e molti ufficiali iraniani), la frontiera tra Libano e Israele: ha una forte possibilità di destabilizzazione. Ma l’“internazionale sciita” di Hezbollah non ha fretta di attaccare. Deve prima risolvere la difficile equazione libanese, che ha visto una piazza antisiriana contrapporsi per la prima volta alla piazza filo-siriana. L’“internazionale sciita” iraniana sente poi riflessi della trattativa sul nucleare tra Europa, Stati Uniti e ayatollah. La Casa Bianca sa che essa è protagonista nelle tre aree di crisi (comprese le infiltrazioni siro-iraniane in Iraq), così come sa che il libanese Nasrallah non può danneggiare Teheran, né Beirut né in Palestina, e che non può smuovere ancor più il terreno instabile su cui poggia l’alleato siriano Bashar al Assad. Dalla valutazione dei costi e benefici su scala regionale della “mezzaluna sciita”, che unisce Gaza, Beirut, Damasco, Sadr city Teheran, è dipeso dunque l’assenso di Hezbollah al periodo di “calma” in Palestina. Questo in una situazione in cui, per la prima volta nella storia, movimenti fondamentalisti e terroristi arabi sono costretti a decidere le proprie linee d’azione tenendo conto di elezioni: in Libano, in Palestina, in Egitto e infine ancora in Iraq. Resta il fatto che la “calma” è solo tattica. La strategia è quella di sempre: distruggere Israele. "



    Shalom

  2. #12
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    " Ideologi versus pragmatici

    Da un articolo di Gerald Steinberg, Bar Ilan University


    Martedì sera il primo ministro israeliano Ariel Sharon ha ottenuto l’approvazione della legge di bilancio 2005, evitando la caduta del suo governo e rimuovendo un altro ostacolo dalla strada verso l’attuazione del piano di disimpegno. Il giorno prima aveva già ottenuto la bocciatura da parte della Knesset della proposta di indire un referendum nazionale sullo stesso piano di disimpegno.
    Ma sono eventi che potrebbero offrire solo un breve respiro, forse lungo abbastanza per arrivare soltanto all’attuazione dello sgombero dalla striscia di Gaza e dall’area di Jenin nella Cisgiordania settentrionale. Viceversa, le stesse tensioni legate al disimpegno potrebbero innescare cambiamenti più importanti di quelli legati a eventuali elezioni anticipate, conducendo a una generale ricomposizione del panorama politico israeliano. Mentre il processo va avanti, infatti, il divario ideologico-emotivo fra destra e sinistra, responsabile di alcune disastrose scelte politiche israeliane, verrà rimpiazzato da un dibattito politico dominato dai pragmatici realisti.
    La cornice che ha dominato la politica israeliana negli ultimi due decenni rifletteva il profondo divario emotivo sulle opzioni della pace con i palestinesi. Nel 1992 la vittoria di stretta misura di Yitzhak Rabin aprì la strada all’ottimistico processo di Oslo, e le frizioni fra i due principali campi ideologici aumentarono. Ma quando i negoziati avviati da Oslo saltarono per aria alla fine del 2000, quella cornice divenne improvvisamente insignificante. I due maggiori blocchi, Laburisti e Likud, furono lacerati al loro interno dalla campagna terroristica palestinese, ed entrambi si divisero.
    I Laburisti implosero per primi quando i membri dell’ala ideologica guidata da Yossi Beilin (strettamente identificati con il processo di Oslo) vennero sconfitti nelle votazioni interne e uscirono per formare un nuovo partito insieme al Meretz, lo Yahad. Viceversa i pragmatici, compreso Shimon Peres, capirono che le cicatrici di tanto fallimento rappresentavano un pesante fardello che non sarebbe stato facilmente superato da molti elettori israeliani. Su queste basi, e nel pieno della campagna terroristica, i partito laburista lasciò cadere la ricerca di un accordo di pace messianico e nel 2001 entrò nel governo guidato da Sharon.
    Quando i Laburisti abbandonarono l’ampia coalizione per tentare di guadagnare un angusto vantaggio politico-elettorale, i loro tradizionali sostenitori si ribellarono e il partito rischiò quasi di scomparire dal panorama politico israeliano. Sotto Peres, i Laburisti hanno ricuperato un po’ del terreno perduto rientrando a far parte della coalizione di Sharon con lo scopo di sostenere l’attuazione del piano di disimpegno. Ma senza una nuova leadership e una strategia politica realista, il partito laburista farà molta fatica a conservare i 22 seggi in parlamento, nonostante il diffuso malcontento verso Sharon e il Likud.
    Dopo la rottura dei Laburisti, è stata la volta del blocco del Likud che si è diviso fra le sue ali ideologica e pragmatica. Come primo ministro, Sharon è stato politico accorto e razionale, arrivando gradualmente all’inevitabile logica del disimpegno unilaterale e alla costruzione della barriera di separazione. Tale posizione corrisponde all’opinione della maggioranza degli israeliani nell’era post-Oslo, e riflette la realtà politica e demografica. Molti israeliani sono tutt’altro che entusiasti del disimpegno e non corrono alle manifestazioni in sostegno del piano, ma tutti i sondaggi indicano che l’opinione pubblica riconosce che si tratta della politica più razionale date le circostanze. Come che sia, il piano di disimpegno ha però alienato lo zoccolo duro dell’elettorato di Sharon all’interno del Likud e tra i sostenitori della politica degli insediamenti. Come nel caso dei Laburisti, la spaccatura nel Likud fra ideologi e pragmatici va aumentando, come si può vedere nelle accese riunioni del partito e nei velenosi attacchi ai suoi leader. Le prossime elezioni, che potrebbero aver luogo pochi mesi dopo il disimpegno, potrebbero portare alla divisione ufficiale, con due varianti del Likud a contendersi il sostegno degli elettori. I sondaggisti stanno già cercando di saggiare lo scenario in cui un Likud ideologico, guidato da Binyamin Netanyahu, si contrapponesse a un Likud realista, guidato da Sharon.
    Negli ultimi trent’anni le formazioni centriste non sono andate molto bene nella vita politica israeliana. Tuttavia gli spostamenti oggi in corso verso il pragmatismo potrebbero invertire questo schema. Lo Shinui, nato come un partito di protesta improntato a un’ideologia laicista, si è spostato verso il centro come testimonia la decisione di votare a favore della legge di bilancio, pur essendo uscito dalla coalizione, per permettere l’attuazione del disimpegno.
    Intanto i partiti ideologici non scompariranno e, per essere sostenibile, la struttura post-Oslo dovrà focalizzarsi sempre più su un approccio realistico al conflitto palestinese piuttosto che sulle fallimentari soluzioni utopistiche. I grandiosi disegni messianici che promettono soluzioni immediate, sia da destra che da sinistra, rappresenteranno una sfida continua, mentre i leader del centro pragmatico dovranno porre l’enfasi sulla gestione pragmatica e non-ideologica anche delle tensioni socio-economiche e fra laici e religiosi all’interno della società israeliana.
    Con quest’ordine del giorno, una così radicale ricomposizione pone una sfida formidabile alle prossima generazione della dirigenza politica israeliana. Ma il processo è già avviato e, come per il disimpegno, in mancanza di una vera alternativa non farà che andare avanti. Gli israeliani hanno già pagato un prezzo troppo alto a ideologie, su entrambi i lati dello spettro politico, che difettavano di autentiche fondamenta nella realtà.

    (Da: Jerusalem Post, 29.03.05)
    "
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    Shalom

  3. #13
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    " ''Sterminare gli ebrei, soggiogare i cristiani''



    La fase finale della storia sarà l’assoggettamento dei paesi cristiani all’islam e lo sterminio di tutti gli ebrei. È quanto ha affermato un leader religioso palestinese nel suo sermone di venerdì scorso, diffuso dalla televisione dell’Autorità Palestinese. Gli ebrei sono così malvagi, predica Ibrahim Mudayris, che non possono essere assoggettati come i paesi cristiani, per cui la sola soluzione per loro è la morte: letteralmente, lo sterminio di ogni singolo ebreo. Nel suo sermone, Ibrahim Mudayris ha ripreso molti dei temi classici tradizionalmente utilizzati dalla propaganda estremista islamica palestinese per giustificare l’uccisione di ebrei e la prospettiva del loro genocidio.
    Ecco alcuni dei brani più significativi del sermone del 13 maggio:

    “Dio ha messo in guardia il suo Beneamato Profeta (Maometto) dagli ebrei, che hanno assassinato i loro profeti, che hanno falsificato le Scritture, che per tutta la loro esistenza sono stati corrotti e corruttori, che hanno violato i trattati e gli accordi. Centinaia di versetti su di loro sono scesi (dal cielo) e appaiono nel Corano. In essi si parla della corruzione dell’indole degli ebrei e delle loro malvagie intenzioni”.

    “Se Dio non avesse protetto il Beneamato (Profeta), egli sarebbe caduto vittima del tradimento ebraico, e sarebbe stato uno delle migliaia di profeti assassinati dagli ebrei”.

    “Questo giorno (anniversario dell’indipendenza di Israele) è il più duro, perché con la perdita della Palestina, la nazione araba fu perduta. Con la creazione del falso Stato di Israele, la nazione islamica fu perduta”.

    “Israele è un cancro che si diffonde nel corpo della nazione islamica, giacché gli ebrei sono un virus come quello dell’Aids, che causa sofferenze a tutto il mondo. È dimostrato dalla storia. Leggete la storia. Non chiedo di leggere il Corano, perché il Corano è chiaro e definitivo e noi tutti gli crediamo. Ma a coloro che non credono, diciamo: leggete la storia. Troverete che gli ebrei stanno dietro a ogni conflitto sulla Terra. Le sofferenze delle nazioni? Vi sono dietro gli ebrei”.

    Ibrahim Mudayris prosegue spiegando che le persecuzioni subite dagli ebrei nel corso della storia non sono altro che una legittima reazione di autodifesa contro la loro malvagità. Gran Bretagna, Francia, Portogallo, Russia zarista, Germania nazista: tutte hanno perseguito e/o espulso gli ebrei come atto di autodifesa e di vendetta. “Non chiedete alla Germania cosa ha fatto agli ebrei, giacché gli ebrei furono quelli che provocarono i nazisti affinché il mondo entrasse in guerra contro la Germania. Quando gli ebrei, col movimento sionista, spinsero le nazioni del mondo a combattere la Germania, quel giorno eruppe la rabbia dei tedeschi”.

    “Gli ebrei fanno cose peggiori di quelle che sono state fatte a loro all’epoca della guerra nazista. Alcuni ebrei sono stati uccisi, ma loro esagerano la descrizione (della Shoà) per guadagnarsi i mass-media e le simpatie del mondo”.

    “Furono gli inglesi che promisero agli ebrei una sede nazionale nella terra di Palestina. Perché? Perché gli inglesi erano disgustati della presenza degli ebrei fra loro e volevano esserne liberati, e così promisero di creare una sede nazionale per gli ebrei in Palestina”.

    “La potenza degli ebrei è un pallone gonfiato, non è reale. Perché? Perché gli ebrei traggono la loro forza dalla debolezza dei musulmani, dalla nostra debolezza. Gli ebrei non hanno forza di carattere, non hanno determinazione né la forza della fede. Dio dice che gli ebrei sono codardi, temono i musulmani più di quanto temano Dio”.

    Noi musulmani dominavamo il mondo e verrà un giorno, grazie a Dio, in cui domineremo il mondo. Verrà il giorno in cui domineremo l’America, la Gran Bretagna e il mondo intero. Ma non gli ebrei. Perché gli ebrei non accetteranno di vivere sotto il nostro dominio, giacché sono sempre stati traditori per natura. Verrà un giorno in cui tutti saranno liberati dagli ebrei, anche l’albero e la pietra dell’Hadith che tutti voi conoscete, l’albero e la pietra che vogliono che il musulmano ponga fine a ogni ebreo. Ascoltate il Beneamato (Profeta), che vi parla della fine inesorabile che attende ogni ebreo ”.

    L’Hadith a cui si riferisce Mudayris è il seguente: “Verrà l’ora in cui il musulmano muoverà guerra all’ebreo e lo ucciderà, e finché vi sarà un ebreo nascosto dietro una roccia o un albero, la roccia e l’albero diranno: musulmano, servo di Dio, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo”.

    Il testo (tradotto in inglese) del sermone tenuto da Ibrahim Mudayris nella moschea di Gaza venerdì 13 maggio, nonché brani del video originale trasmesso dalla televisione dell’Autorità Palestinese (con aggiunta di sottotitoli in inglese) sono reperibili sul sito del Palestinian Media Watch
    http://www.pmw.org.il

    Sullo stesso sito, alla pagina http://www.pmw.org.il/KAJ_eng.htm , un rapporto (in inglese) intitolato “Kill a Jew - go to Heaven”, che documenta l’uso sistematico della giustificazione del genocidio degli ebrei nella propaganda e pubblicistica dell’Autorità Palestinese.

    (Da: Palestinian Media Watch Bulletin, 16.05.05)
    "

    www.israele.net


    Shalom

  4. #14
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    A pagina 11 del quotidiano torinese La Stampa del 3 agosto 2005, Fiamma Nirenstein firma un articolo-intervista dal titolo ...





    "«Barak Dobbiamo andarcene anche dalla Cisgiordania» "


    EHUD Barak, deciso, abbronzato, ci riceve a Tel Aviv a un ventesimo piano di marmo e vetri. Ha annunciato da poco che alle prossime primarie del partito laburista sarà candidato al ruolo di primo ministro, e la nostra intervista ha tutta l’aria di un programma politico. La giornata, al solito, è drammatica: 500 autobus di oppositori dello sgombero da Gaza stanno convergendo da tutta Israele verso la cittadina di Sderot: la destra estrema tenta di nuovo, mentre si teme lo spargimento di sangue fra manifestanti esasperati e forze dell’ordine, la marcia verso la Striscia.
    Signor Barak, il clima di crisi è al calor bianco. Teme la guerra fratricida?
    «Noi la temiamo costantemente per motivi storici. E’ scritta a lettere di fuoco nel Talmud, quando si parla della dinastia di Davide e Salomone e dei Maccabei. Di fronte al pericolo esterno ci siamo azzannati fra di noi, e nei nostri geni temiamo questa atroce eventualità. Ma stavolta non credo affatto si possa arrivare a un simile scontro».
    A me sembra l’apertura di una profonda crepa fra laici e religiosi sul ruolo dello Stato e la terra.
    «Questo è uno scontro sul significato della democrazia: è stata raggiunta democraticamente una decisione molto invisa a una parte. E il capo del governo che ne è il padre ha sbilanciato i suoi ex seguaci con una giravolta che risulta aggressiva, ingiuriosa. Le proteste sono direttamente proporzionali alla frustrazione: ma non lasceremo che distruggano le scelte democratiche, con le buone e con la pressione. Conosco personalmente molti settler, sono patrioti molto responsabili. Non lasceranno che la loro folla diventi eversiva. Semmai, temo le provocazioni e gli estremisti. Se fossimo arrivati alle scelte attuali in una logica più graduale e con prospettive chiare, oggi sarebbe tutto diverso».
    Non le sembra che Sharon abbia agito bene?
    «Sharon ha un coraggio straordinario, e del resto tutta la sua storia di difensore di Israele lo dimostra. Semmai, io e Rabin prima della decisione operativa avremmo messo in moto il referendum. Inoltre per un lungo periodo ha scelto la rovinosa strada degli insediamenti, che ci impedisce di realizzare la struttura stessa del sogno sionista, ovvero uno Stato ebraico democratico, che non domini un altro popolo e non tema la demografia… Se Sharon non avesse creduto nella grande Israele, per esempio, oggi saremmo molto più avanti nella costruzione della barriera di separazione che già oggi, insieme alle azioni di zahal, l’esercito, salva il nostro popolo dall’orrore del terrorismo. E diremmo chiaramente che la barriera della sicurezza è quella che lascia fuori i settler che in realtà saranno fuori fino a un accordo definitivo. Eppoi, il figlio di Sharon è implicato in una truffa di denaro speso direttamente per la sua elezione, egli quindi deve annunciare il ritiro dalla vita politica dopo lo sgombero».
    A quali ulteriori sgomberi unilaterali pensa? O li immagina negoziabili con un partner palestinese?
    «La giusta scelta è quella di lasciare la Cisgiordania, ed è quello che Sharon teme di articolare, e che sarà invece la scelta naturale dei laburisti...»
    Veramente la sinistra è in crisi da tempo.
    «Lo è assai di più il Likud, in pezzi mentre tutto il Paese imbocca la strada da noi indicata: la fine dell’occupazione, che abbiamo sempre indicato senza sbandamenti».
    Se ne andrebbe unilateralemente o trattando con Abu Mazen? Come giudica il nuovo presidente palestinese? E cosa lascerebbe?
    «Me ne andrei unilateralmente. Abu Mazen è ottimo per quello che dice, sia in inglese che anche, a differenza di Arafat, in arabo. Ma si tratta solo di parole, fatti per fermare il terrorismo non ne abbiamo visti. Se sarà un partner di pace, non lo so. Ma anche se Hamas, la Jihad Islamica, le Brigate del Fatah seguiteranno a attaccarci, noi non ci bloccheremo. Dobbiamo seguitare ad abbandonare gli insediementi che ci creano i problemi demografici, come quelli siti fra una città araba e un’altra».
    E quando a Malei Adumim, il Gush Etzion, Ariel, ovvero la cintura di protezione di Gerusalemme, lei sgombererebbe anche quella?
    «No, fino al giorno in cui si possa trattare con un partner affidabile. Terrei circa il 7-8 per cento dell’area della Cisgiordania dentro il recinto di sicurezza, che a sua volta sarà smantellato quando si arrivi a un accordo. Chiederei intanto che sia formata una commissione internazionale che aiuti i palestinesi a gestire un periodo che porti all’organizzazione del loro Stato».
    Non una commissione dell’Onu, suppongo.
    «Potrebbe essere il Quartetto, o quant’altro. Non importa. Desidero al più presto uno Stato che sia un partner nella discussione».
    Teme una pioggia di fuoco nei giorni dello sgombero?
    «Certo, e il nostro primo compito resta combattere per la nostra vita. Ma andarcene da Gaza ci dà vantaggi nella guerra al terrorismo: più capacità di manovra per l’esercito, più simpatia nel mondo..».
    Cosa ha pensato delle dichiarazione del Papa sul terrorismo?
    «Che noi siamo un popolo giustamente molto sensibile quando si tratta del nostro diritto all’esistenza, che è stato tante volte messa in forse».
    Ma il terrorismo contro Israele è eguale a quello di al Qaeda?
    «Per quanto riguarda Hamas e la Jihad islamica, è identico. Stesso rifiuto totale dell’Occidente, stessa mania di dominazione. Per Fatah, invece è identico nella sostanza: indiscriminata strage di innocenti per creare panico al proprio scopo».
    La nostra generazione vedrà la pace?
    «Non lo so. So che credere nella pace aiuta a vivere giustamente la vita di ogni giorno».
    Detto «Napoleone d’Israele», Ehud Barak è il militare più decorato della storia del suo esercito. Come politico è l’erede di Rabin, un premier-soldato che insegue la «pace dei coraggiosi» voluta dal maestro laburista. Nato nel 1942, a 17 anni cambia il cognome Brugg in Barak («folgore») e si arruola nell’esercito. Numero uno dell’intelligence e capo di stato maggiore, nel 1995 Barak si congeda ed entra in politica a fianco di Rabin, di cui sarà ministro dell’Interno. In seguito all’assassinio del premier, è ministro degli Esteri nel governo Peres (1996). Nel 1997 è alla guida dei laburisti e nel 1999 stravince le elezioni battendo Netanyahu. Sarà primo ministro fino al 2001, quando è battuto dal falco Ariel Sharon.
    "


    Shalom

  5. #15
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    Hamas vuole sfruttare a suo vantaggio il ritiro da Gaza



    A pagina 9 del quotidiano La Stampa del 14 agosto 2005, Fiamma Nirenstein firma un articolo dal titolo ...........



    " «L'incognita di Hamas sul ritiro da Gaza»


    Con la grande bandiera verde alle spalle, ornati delle loro fasce da «martiri» cariche di slogan inneggianti al potere di Dio, con i loro mitra, i leader di Hamas sono apparsi tutti insieme in uno show che non si vedeva da dieci anni: in un albergo di Gaza, davanti a una selva di microfoni, hanno annunciato in arabo e in inglese che, dopo il ritiro di Israele, gli attacchi proseguiranno. Haniyye, rotondo, la barba grigia, fiancheggiato da quattro fondatori, ha sfidato il presidente dell’autorità palestinese Abu Mazen, in aperto contrasto con la sua promessa di evitare ogni violenza e contro gli ordini di contenimento impartiti dall’Autorità alle forze armate: «Hamas rimane fedele alla resistenza come scelta strategica. Hamas rimane fedele alla sua ala militare e al suo diritto di possedere armi... non permetteremo a nessuno di usarci, non volgiamo scontrarci con l’Autonomia palestinese ma non daremo a nessuno la possibilità di monopolizzare il processo decisionale».
    E questo a un giorno dalla celebrazione ufficiale, alla presenza di Abu Mazen, dell’uscita di Israele da Gaza, dopo che al porto decine di migliaia di pescatori avevano applaudito il discorso del Presidente. Abu Mazen aveva detto, come pochi giorni prima Abu Ala, il Primo ministro dell’Autonomia, che Gaza è solo il primo passo verso la conquista di Gerusalemme capitale: una scelta di linea dura, accattivante per chi sia in bilico fra Hamas e Fatah. E Mohammed Dahlan, l’uomo di Abbas a Gaza, aveva chiamato all’unità sotto una sola bandiera, quella nera, verde rossa e bianca di Arafat, e non quella verde dello sceicco Yassin. Intanto Hamas, sventolando le sue bandiere verdi, di cui ha fatto cucire 70 mila esemplari, oltre a 40 mila uniformi militari e 100 mila cappelli, per festeggiare la giornata in cui i palestinesi potranno entrare nelle zone occupate dai settler, mostrava alla stampa un’impressionante esercitazione militare, con mitra, pugnali, missili, capriole sui fuochi. Subito imitata ieri dalla Jihad islamica, responsabile dell’ultimo attentato a Netanya che ha mostrato l’abilità delle sue milizie.
    Poco aiuta sapere che intanto Mohammed Dahlan ha dispiegato 7500 uomini lungo l’attuale linea divisoria con il Gush Katif per impedire attacchi e scorribande. Il messaggio di Hamas, come ci spiega l’analista palestinese Khaled Abu Toameh, si chiama Indihar, che in arabo classico significa «espulsione e sconfitta»: viene usato su tutti i giornali, nei discorsi pubblici e fra la gente quando si parla del ritiro. E vuol dire una cosa sola: Israele se ne va da Gaza perché è stato, appunto, «espulso e sconfitto» dall’Intifada. La gente di Ramallah e di Betlemme come quella di Gaza, è d’accordo nel ritenere che lo sgombero sia una conseguenza degli attacchi suicidi di questi anni e dei missili Kassam, più di 6000 nel corso dell’Intifada, centinaia ancora in queste ultime settimane.
    Per esempio Nadem, un insegnante di Betlemme, ne è profondamente convinto: «Il processo di Oslo è stato molto meno efficace, l’Intifada, lo si vede da questo ritiro, è stata molto più utile. Gli shahid hanno avuto un risultato concreto. Non è vero, come dice Abu Mazen, che il terrorismo suicida e i Kassam danneggiano la causa del popolo palestinese».
    Un’inchiesta condotta dal Palestine Information Center Web ha accertato che il 94 per cento dei palestinesi vede lo sgombero come Indihar, la vittoria dell’Intifada. Dunque, ambedue le fazioni, Fatah e gli integralisti islamici, rivendicano la paternità dell’Indihar, perché è una sicura chiave di successo e del potere economico e politico che verrà dal possesso di Gaza. Confida Hani, gommista di Gaza, padre di quattro figli: «Non vedo l’ora di muovermi liberamente su e giù per la Striscia, ho sognato da sempre questo momento. Voglio portare i miei bambini su tutte le spiagge, vedere i posti che non ho mai visto, e sperare che il domani porti solo cose buone».
    Chi raccoglierà questa gioia avrà una forza spendibile anche nel prossimo futuro, ora che il consesso internazionale e soprattutto il presidente americano George Bush, trasferiranno all’Autonomia molti aiuti concreti: si deve costruire il porto, riaprire l’aeroporto, promuovere imprese economiche di ogni genere, infrastrutture, posti di lavoro. Ma cavalcare l’Indihar e gestire una situazione pacifica è una contraddizione in termini: se la gente è convinta che Israele si batte con l’Intifada, difficilmente si applicherà a coltivare la sua speranza di tornare alla Road map e di trattare.
    E poi Hamas vuole partecipare alla festa, e lo fa sulla sua linea, quella che gli consente di ricattare Abu Mazen minacciando attentati e ipotecando l’intero sgombero. Per ora Abu Mazen tiene duro anche se non reagisce direttamente. «Non accetteremo - dice - una situazione in cui Hamas cerca di distruggere l’Autorità palestinese e sostituirla». Bisogna vedere se riuscirà a continuare a evitare l’uso delle armi e a conquistare l’opinione pubblica all’idea della trattativa. Proprio quello che Hamas cercherà di evitare a ogni costo.
    "


    Shalom

 

 
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