Il leader verde
Cohn-Bendit: resti anche la svastica, i divieti non servono
E’ giusto abolire i simboli delle dittature?
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE BERLINO - Onorevole Cohn-Bendit, due suoi colleghi il lituano Vytautas Landsbergis e l’ungherese Joszef Szajer, hanno proposto di mettere al bando in tutta l’Europa, oltre ai simboli del nazismo anche i simboli comunisti. Cosa ne pensa?
«Guardi che io sono contro tutti i divieti».
Vuol dire che è anche conto il divieto della svastica che tra l’altro è già operante in Germania?
«Assolutamente. Anche perché si è visto che in Germania non serve a nulla. La nostra società deve smetterla di pensare di poter risolvere con dei divieti un problema grave e doloroso».
L’anima libertaria di Daniel Cohn-Bendit si ribella. L’ex leader del Sessantotto parigino, oggi capogruppo dei Verdi al Parlamento europeo, definisce la querelle sulla messa al bando dei simboli nazisti e comunisti «una falsa discussione».
(Tam Tam)
«La questione - spiega Cohn-Bendit al Corriere - si è posta perché quell’idiota del figlio del principe Carlo è andato a una festa con una svastica sulla manica della camicia. Per favore, parliamo di cose più serie. Per fare un esempio, in Germania abbiamo attualmente in corso un dibattito vero e importante sulla Npd, il partito neonazista, sull’opportunità di metterlo fuori legge o no. Io sono contro la sua messa al bando, perché non possiamo impedire agli elettori di esprimersi in favore della Npd. Il problema è come lottare contro l’ideologia totalitaria nazista e lo stesso vale per l’ideologia totalitaria comunista. E’ un dibattito complesso. Ma commetteremmo un clamoroso errore, se lo limitassimo al dilemma vietare o non vietare».
Detto questo, sono necessari o no dei limiti alle attività delle forze estremiste in tutta l’Europa? Perché, a suo avviso, la legge che proibisce i simboli tedeschi non funziona?
«Io sono molto, molto prudente sui divieti. Negare l’Olocausto, in Germania, è punito con una pena detentiva. Ma oggi l’estrema destra è estremamente abile e lo dice senza dirlo, come è avvenuto la scorsa settimana al Parlamento della Sassonia. C’è sempre la possibilità di far ricorso a un linguaggio, che segnala a chi lo capisce "io nego l’Olocausto", senza dirlo esplicitamente. E questo è ancora più pericoloso. E’ chiaro che non possiamo condannare chi fa ricorso a questo linguaggio. Il problema si porrà di nuovo domenica prossima, in occasione dei 60 anni del bombardamento di Dresda. I giornali sono già pieni di articoli e rievocazioni. Il dibattito è già aperto. L’estrema destra non farà che saltargli sopra, al grido "i tedeschi sono vittime". Come si vede, ripeto, vietare non serve a nulla. Facciamo un altro esempio, io sono stato molto criticato in Polonia, perché ho detto che bisognerebbe discutere dell’antisemitismo, che esisteva prima che i tedeschi invadessero il Paese. Eppure è un tema da affrontare».
Ma insomma cosa dire ai deputati dell’Est che esprimono la sensibilità storica e politica di chi ha vissuto sotto il giogo sovietico? «Io dico che oggi esiste il dovere di parlare dei massacri di cui si sono resi responsabili i comunisti, i quali volevano costruire il migliore dei mondi possibili e invece hanno dato vita a un altro totalitarismo, diverso ma orribile quanto il nazismo. Ma, discutere se abolire falce e martello è inutile e sbagliato. Cosa dovremmo fare, una caccia alle streghe in Italia contro Rifondazione comunista? Assurdo. Discutere su cosa significhino la falce e martello per qualcuno che è stato nel gulag, certo, è importante. Ma questo dibattito non si fa con il tema della messa al bando».
Paolo Valentino
09 febbraio 2005




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