“Ci siamo persi la Turchia?”: questa è la nervosa domanda che corre a Washington, secondo un allarmato editoriale di Bob L. Pollock, opinionista di punta del Wall Street Journal (1). “L’alleato fedele di 50 anni, che ha combattuto i sovietici al nostro fianco a cominciare dalla Corea”, non è più lo stesso: anti-americano, anti-ebraico, fondamentalista. Il fatto è, spiega Pollock, che “i partiti istituzionali campioni dell’amicizia turco-americana”, le laiche formazioni “repubblicane” create da Ataturk (ossia il regime instaurato dai dunmeh cripto-giudei nella cospirazione dei Giovani Turchi), “si sono autodistrutti nelle elezioni del 2002. Lasciando un vuoto che è stato riempito dal sottile ma insidioso islamismo dell’AK, il Partito Giustizia e Sviluppo di Erdogan”.
Il nuovo governo ha battuto un primo colpo rifiutando di affiancare fedelmente gli Usa nell’invasione dell’Irak. Ma c’è di peggio, racconta Pollock: “In una visita ad Ankara al seguito del [viceministro della Difesa e neocon] Douglas Feith, ho trovato un’atmosfera avvelenata, in cui ogni politico e ogni giornale, religioso o secolare, predica una forma estrema di antiamericanismo e di antigiudaismo che, volontariamente, supera il livello di odio reperibile nei media dei regimi arabi”.
Qualche esempio. “Il giornale Yeni Safak, il preferito dal premier Erdogan, il 9 gennaio ha raccontato che le forze Usa avevano gettato tanti corpi di iracheni nell’Eufrate, da spingere i mullah ad emanare una fatwa per vietare di mangiare il pesce”. Lo stesso giornale riporta di organi strappati ad iracheni uccisi per il mercato dei trapianti, dell’uso di bombe chimiche Usa a Falluja, di “donne e bambini violentati dalla truppa americana”. Cose da non credere, insomma.
Quanto a Hurriyet, antico giornale dei Giovani Turchi (dunmeh), “ha accusato dell’assassinio di diplomatici turchi a Mossul” non i curdi, ma “squadre di liquidatori israeliani”: ma come si fa’ a scrivere cose del genere? Un altro giornale, Sabah, ha alluso alle “origini etniche” di Eric Edelman, ambasciatore Usa ad Ankara, che è ebreo. L’ambasciata americana deve essere pesantemente protetta. Parlamentari turchi accusano gli americani di “genocidio” in Irak (ma cosa vanno a pensare!). Persino nell’antico partito Repubblicano (CHP), “il partito che fu di Ataturk” (dunmeh), gli avversari di corrente si accusano l’un l’altro di essere servi della Cia (impossibile!). E ovviamente l’intera stampa e comunità politica turca, durante la visita di Douglas Feith ha sottolineato che si tratta di un ebreo.
Vi chiederete perché. Forse perché la Turchia si è resa conto di essere stata giocata dagli amici israeliani e israeliti. L’invasione dell’Irak preoccupava Ankara, che giustamente prevedeva quel che è avvenuto: la secessione di fatto dei curdi iracheni, il che crea un polo d’attrazione esplosiva per i curdi di Turchia. Per addolcire la pillola, i neocons gli avevano promesso di appoggiare, con tutta la forza della nota lobby, l’ingresso della Turchia in Europa. La cosa non è riuscita.
La Turchia si trova ora con un problema curdo diventato rovente: al punto che ha occupato militarmente zone e aeoporti del Kurdistan iracheno, e minaccia di reprimere nel sangue il secessionismo kurdo. E’ per scongiurare questo imbarazzante sviluppo – l’alleato turco che invade l’Irak curdo non con gli americani, ma contro di loro – che Doudlas Feith s’è precipitato ad Ankara, seguito dalla Rice. Entrambi hanno ricevuto il trattamento che meritano.
Ma ora il Pollock del Wall Street Journal (ebreo, naturalmente) scrive pieno di rabbia: “Il meglio dell’eredità di Ataturk rischia di andar perduto, mentre nulla resta della passata grandezza ottomana”. E conclude con una chiara minaccia: “La Turchia può diventare facilmente uno dei tanti staterelli di second’ordine: mentalmente ristretta, complottista, marginale, senza amici in America e malvenuta in Europa”. Come la Siria, l’Iran, l’Irak: candidata a un “cambio di regime”.
di Maurizio Blondet
Note
1)Robert L. Pollock, “The sick man of Europe, again”, WSJ, 16 febbraio 2005, p. A8.




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