GERARCHIA
RIABILITAZIONE PAGANA DI UNA PAROLA CHE SOPRAVVIVE ORMAI SOLO NELL’ESERCITO E NELLA CHIESA
Gerarchia è brace che cova sepolta dalla cenere dell’egualitarismo ipocrita e dell’atomismo rassegnato. Parola inattuale esiliata dalla rimozione che la modernità ha voluto infliggere a ciò che è, e non è dato non essere: la differenza di rango, l’istinto di casta. Un conio invisibile custodito nell’altrove anche quando le bassezze di un’età buia ne stravolgono l’essenza in affare di classi. Celeste è il suo colore, perché celeste è la gerarchia impalpabile su cui è modellato il calco delle cose e degli umani. La gerarchia immutabile delle sfere cantate da Dante, che è armonia di sonorità luminose cristallizzate. La gerarchia dei colori, delle stelle fisse e dei pianeti danzanti nella misteriosofia egizia così come tra le righe di Goethe. La gerarchia dei cicli cosmici che dall’età della luce degradano nella tenebra per poi risalire, secondo la lezione di Esiodo o dei Veda. La gerarchia dei metalli nobili e meno nobili e infine vili e la certezza alchemica che non si può fare oro se non se ne ha. La gerarchia degli dèi romani o degli angeli cristiani. La gerarchia che nasce dalla contesa, venerata da Eraclito come scintillante trama del logos.L’indicibile gerarchia dei sessi, persino. Di ciò che sta in alto che è come ciò che sta in basso e trova senso se è riferito alla totalità. Ove tutto si tiene, il superiore sovrasta ma comprende l’inferiore e la distanza non è mai separazione. Come nel raggio di luce che tutto investe a vario grado e senza discontinuità. Dunque gerarchia è anzitutto relazione, familiarità, coappartenenza, funzione. Vita. E’ la pax deorum fondata sulla consegna del dover essere e sulla libertà concessa per onorare l’impegno. E l’uomo, dio mortale, essere relazionale e predatore creativo, è hierarchicus oppure non è. Scandalo incomprensibile per chi abbia dimenticato il senso dell’unicuique suum, la regola aurea secondo cui a un re che non sappia fare il re è preferibile un servo consapevole e conseguente. Concetto inafferrabile per chi misconosce che ogni civiltà si è sempre tripartita nei suoi guerrieri, nei suoi sacerdoti e nei suoi bottegai. E per quanto tale necessità sia stata rinnegata nella veglia ordinaria del presente; per quanto sia stata forsennatamente capovolta nel rimescolamento di ranghi del nostro termitaio impazzito, in cui la regalità respira nel privato di una coscienza liberata dai sensi e lo scettro pubblico appartiene all’impudicizia di una servitù in carne che governa il regno della quantità; per quanto insomma questo martedì grasso dell’umanità si perpetui nella sua insolenza, anche oggi non c’è sguardo, gesto, parola o postura che non rinviino a un’unicità irriducibile, al sigillo della differenza e alla possibilità della sua messa in forma secondo l’ontologia dell’alto e del basso. L’ordine del patrizio e quello del plebeo. Della schiena che può scegliere di star dritta come un minareto, oppure molle come un desiderio non tacitato da una volontà in armi. L’ordine dell’amore igneo di chi ama per eccesso d’amore o quello sterile di chi brama e si riproduce per bisogno. L’ordine del sì o del no. L’ordine della signoria o quello della servitù. Perché se non è soltanto questione di comando e obbedienza, la gerarchia, è però senz’altro la condanna silenziosa per chi pretende di comandare senza aver imparato l’obbedienza a se stesso. Come se fosse possibile dominare le ombre senza conoscere la luce. Come fosse possibile sfuggire alla responsabilità – altra parola oggi muta – di diventare quello che si è. Ogni uomo una stella in potenza. Ogni uomo il suo inferno in atto, nel girone dei suoi pari, finché il riscatto non prenda corso. Ogni essere al suo posto, secondo un’eroica e tragica verticalità al di sopra del bene e del male. Non bastasse questo, c’è la morte che in apparenza livella e in realtà seleziona i suoi clienti. La morte che, nella sua selvaggia autonomia, è verità liberatoria e riserva un destino supremamente impersonale ai morti in vita. Mentre a coloro che sanno è data possibilità di scelta per un nuovo cominciamento. Tra i due estremi, una strettoia per incamminarsi in salita o in discesa e la speranza di scoprire che la meta corrisponde al cammino. Lampeggiamenti, questi, che fanno della gerarchia il cattivo pensiero dei pavidi o la risata crassa degli sradicati. Gli uni e gli altri ignari che in un altro sorriso è invece la rivincita della gerarchia. Il sorriso degli dèi in esilio che incombe sul letargo dell’homo aequalis. Dell’uomo contemporaneo appagato dal suo sonno minerale, ma inconsapevole che questo sonno è soltanto una morte che muore in una notte.
Alessandro Giuli




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