Il discorso di Berlusconi in Senato era ieri impeccabile, con l’Onu e tutto il resto perfettamente a posto, le elezioni con la buona partecipazione al voto, il calendario costituzionale, il ruolo di pacificazione delle truppe nostre e della coalizione, la richiesta di non abbandonare il paese da parte delle sue autorità legittime, troppa grazia Sant’Antonio.
La nomenclatura di centro sinistra sa bene che le cose stanno precisamente così, e Fassino o D’Alema o Rutelli da premier
avrebbero fatto un identico discorso, senza alternative.
Prodi ha invece imposto, per il bene mitico dell’unità della sua alleanza, la rinuncia alla politica estera, una posizione demagogica di mera compiacenza verso Rifondazione comunista
e gli altri gruppi pacifisti organici, a prezzo di una devastante perdita di credibilità come forza di governo.
I diessini l’hanno coperto, per presunto realismo elettorale, mentre i due maggiori leader della Margherita hanno cercato
e ottenuto una distinzione nel voto interno alla Federazione riformista, proponendo l’astensione al Senato e coagulando
una minoranza consistente che voterà “no” al rifinanziamento della missione italiana a Nassiriyah solo per disciplina di gruppo.
A parte l’Unione, che sembra la caricatura di una manifestazione pacifista arrivata in ritardo, guidata da uno stanco pifferaio dell’arcobaleno, tutto il resto nel mondo si muove.
E’ vero che ci vorrà del tempo a sanare la contesa transatlantica sull’Iraq, e come ricorda Fred Hiatt Bush ha usato 27 volte la parola “libertà” nel suo discorso, mentre Schroeder a Monaco l’ha impiegata zero volte.
Ma sebbene stabilità, realismo, cautela e molta paura siano ancora le linee dirimenti della cultura politica europea del dopo 11 settembre, ed è comprensibile che sia così, qualcosa sta cambiando.
Alla guida del cambiamento c’è proprio la congiuntura interna irachena.
Il Washington Post osservava ieri che il risultato del voto di 8 milioni e mezzo di iracheni “è più favorevole a una politica di ricostruzione della nazione di quanto ci si sarebbe aspettato”
e che “le paure di chi prevedeva un regime filo-iraniano fondato sul fanatismo religioso sembrano infondate”.
Soprattutto, il grande giornale liberal di Washington affermava che, “sebbene la maggioranza degli iracheni sia a disagio
per l’occupazione americana e straniera, i sunniti sono praticamente soli nel chiedere il ritiro delle truppe”. Se fossero
accontentati, conclude il giornale, coloro che preferiscono la guerra civile alle elezioni “avrebbero la strada spianata”.
Che Prodi ragioni come un sunnita ex baathista, vabbè, sarà la Gruber a fargli da portavoce; ma che i professionisti politici della sinistra italiana debbano andargli dietro, compresa una minoranza
vigile e cosciente, questo è un mistero poco gaudioso.

Ferrara su Il Foglio del 16 febbraio

saluti