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  1. #1
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    Predefinito Basta cazzate patriottarde

    Il Tigullio è in crisi e bisogna prenderne coscienza. Piena coscienza. L'industria è disastrata, il turismo in calo, altri settori impossibilitati, per la natura del territorio, ad esser decisivi o trainanti. Allora cosa vogliamo fare? Viviamo in un paese in cui le imprese estere non investono, per gli alti costi del lavoro, per gli alti costi dell'energia, per sostanziale inaffidabilità (basti vedere cosa è accaduto in occasione dei mondiali di sci a Bornio), per assoluta carenza nell'ambito della ricerca e dello sviluppo.

    A queste condizioni, percepite soprattutto nelle zone disarticolate rispetto agli assi produttivi milanese, veneto e romano, siamo condannati ad emigrare, e sinceramente sono stanco che, a fronte di questa situazione disarmante, causata dalla mancanza di un assetto rigidamente federale in cui anche le piccole regioni abbiano diritti, da una finanza derivata (che tra parentesi stanzia quasi tutti i soldi per la difesa dei boschi in Calabria), da un'assoluta assenza di libertà concepita come responsabilità e iniziativa sociale, da un'onnipotenza della partitocrazia romana ormai conclamatamente incapace di interpretare le problematiche locali e globali, nessuno alzi la voce.

    Sono stanco di vedere gente che tace pur sapendo che Roma triplica i canoni demaniali penalizzando una categoria produttiva come gli stabilimenti balneari in una congiuntura sfavorevole sia all'offerta sia alla domanda, ovvero ai consumatori-turisti. E tace ben sapendo che questi soldi non verranno utilizzati per rilanciare il territorio, ma per pagare i conti dello Stato, per stipendiare qualche terrone o per far fare qualche affare alla malavita meridionale. Anzi no: adesso serviranno magari a gestire il Parco nazziunale di Portofino. Il bello è che ci stanno cucendo una prigione addosso e la gente annuisce, pensando a quant'è bello il Monte e quanto son teneri i turisti della domenica che si portano da casa panino e bottiglietta d'acqua. Ma del resto il Monte non è di chi ci abita, no... E' patrimonio dell'umanità. Rimane solo una cosa da capire: di che marca è la vaselina?

    Io dico: se ci tenete così tanto a Santa, visto che parlate continuamente della stradina sotto casa, del fondamentale mercato del venerdi, dell'albero di Natale e altre cose di fondamentale importanza, cercate di svegliarvi e capire che, pur senza voler ridimensionare le responsabilità politiche e imprenditoriali ascrivibili "in loco" (del resto mai educate ad essere autentica classe dirigente), esiste un vecchio detto:mors tua, vita mea.

    Valle d'Aosta, Bolzano, Trento: i numeri parlano chiaro, e sono incontrovertibili: quando Roma, cioè il nefasto e mostruoso Stato italiano, viene presa per il colletto (per non dire a schiaffi), l'economia (e con essa il progresso socio-culturale) decolla.
    Altro che alleanza nazionale...

  2. #2
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    caro Zena, sei un ragazzo intelligente e simpatico ma a volte parti per la tangente e ti scappa qulache errorino.
    Canoni demaniali; bèh qui siamo proprio nel federalismo fiscale per il quale ti batti. Tu sai che dal 2002 le competenze del Demanio Marittimo, sono passate alle Regioni (in nome del giusto decentramento ammnistrativo). A loro volta le Regioni, nell'impossibilità di gestire un reparto così importante e vasto hanno delegato i Comuni che operano per il rilascio delle concessioni ed incassano i relativi canoni. Essi vengono suddivisi tra Comune, Regione ed infine Stato. Per il resto non ho nulla da obiettare anche perchè non abbiamo la riprova che le cose andrebbero meglio con un federalismo più marcato. La crisi economica è più ampia di quanto si vuole spesso credere e va ben al di là dei confini del Tigullio o della Liguria o anche dell'Italia stessa.
    Saluti

  3. #3
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    Originally posted by ataturk
    caro Zena, sei un ragazzo intelligente e simpatico ma a volte parti per la tangente e ti scappa qulache errorino.
    Canoni demaniali; bèh qui siamo proprio nel federalismo fiscale per il quale ti batti. Tu sai che dal 2002 le competenze del Demanio Marittimo, sono passate alle Regioni (in nome del giusto decentramento ammnistrativo). A loro volta le Regioni, nell'impossibilità di gestire un reparto così importante e vasto hanno delegato i Comuni che operano per il rilascio delle concessioni ed incassano i relativi canoni. Essi vengono suddivisi tra Comune, Regione ed infine Stato. Per il resto non ho nulla da obiettare anche perchè non abbiamo la riprova che le cose andrebbero meglio con un federalismo più marcato. La crisi economica è più ampia di quanto si vuole spesso credere e va ben al di là dei confini del Tigullio o della Liguria o anche dell'Italia stessa.
    Saluti
    Caro Ata, a me risulta che l'aumento dei canoni sia stato varato nella finanziaria dal governo, il quale ha fatto spallucce riguardo al contenzioso in merito con le regioni. Le quali difficilmente potrebbero prendere una decisione talmente impopolare nei confronti di una categoria produttiva così importante, pena un vero e proprio suicidio politico. Tanto più che l'asso-balneari era comunque ben disposta a parlare di eventuali aumenti.

    La crisi economia è certamente di natura ampia ma, quanto a drammaticità degli effetti, non eccessivamente debordante i confini italiani. I problemi del Tigullio e della Liguria, infine, non sono di natura congiunturale. Interpretare la crisi con chiavi generiche serve solo a misconoscere la radice dei nostri problemi, consistenti nell'essere italiani e nell'esserlo perfino di serie B.

    Il problema è che, fin quando da destra e da sinistra si continuerà a parlare di interesse nazionale e si continuerà a seguire la strada di una contrapposizione ideologica,noi continueremo sempre a non aver voce in capitolo e a dover pagare la nostra scarsa consistenza economica ed elettorale.

    Eppure abbiamo di fronte agli occhi esempi di come, oltrepassando la vetusta contrapposizione destra-sinistra e riappropriandoci dei nostri diritti e delle nostre risorse, sia possibile innescare un circolo virtuoso in grado anche di ridurre l'impatto di eventuali congiunture internazionali negative.

    Non si può negare anche l'evidenza e continuare a sbatter la testa contro la finestra come le mosche!

    Non abbiamo soldi per mettere a sicurezza i boschi, che in Liguria coprono il 52% del territorio, quando in Calabria ci sono undici mila forestali! Questi sono dati, ed è ora che sui dati riflettiamo. E potrei portartene quanti ne desideri, rispondendo a ogni sorta di curiosità statistica. Il quadro che ne emerge è sempre uno: questo Stato è una pietra al collo e difenderlo significa, ahimè, difendere la nostra precarietà in nome di qualche favola ottocentesca e di qualche fantasia letteraria. Il cui prezzo è il nostro futuro.

  4. #4
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    Predefinito caro ata ...

    Originally posted by ataturk
    caro Zena, sei un ragazzo intelligente e simpatico ma a volte parti per la tangente e ti scappa qulache errorino.
    Canoni demaniali; bèh qui siamo proprio nel federalismo fiscale per il quale ti batti. Tu sai che dal 2002 le competenze del Demanio Marittimo, sono passate alle Regioni (in nome del giusto decentramento ammnistrativo). A loro volta le Regioni, nell'impossibilità di gestire un reparto così importante e vasto hanno delegato i Comuni che operano per il rilascio delle concessioni ed incassano i relativi canoni. Essi vengono suddivisi tra Comune, Regione ed infine Stato. Per il resto non ho nulla da obiettare anche perchè non abbiamo la riprova che le cose andrebbero meglio con un federalismo più marcato. La crisi economica è più ampia di quanto si vuole spesso credere e va ben al di là dei confini del Tigullio o della Liguria o anche dell'Italia stessa.
    Saluti
    controlla quanta parte del canone rimane nelle tasche del comune e ti renderai conto che di si tratta di uno scaribarile bello e buono .... ovvero le rogne alle strutture comunali con irrimediabili ripercussioni sul piano paesistico e della gestione del consenso e i benefici ($$$) allo stato.

    strano ma vero!

    ciao

  5. #5
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    L´italia fatta a cannonate e trombonate


    Gilberto Oneto, il Federalismo 27/9/04


    Sergio Romano ci ricorda come “fecero gli italiani”: con il partito delle guerre, quello della cultura a tutti i costi unitaria. Ma c’è anche un terzo partito: per fare gli italiani con bastone, carota e lenticchie, a furia di occupare ogni spazio

    Giusto dieci anni fa le gloriose Edizioni Scheiwiller hanno pubblicato, sotto il significativo titolo di Finis Italiae, due saggi di Sergio Romano. Uno (Declino e morte dell’ideologia risorgimentale) è una intelligente e approfondita analisi di come sia sopravvissuta e come si sia sviluppata la cosiddetta “ideologia risorgimentale”, quell’insieme di idee, ideali e interessi che hanno dato vita al processo unitario italiano e che ne hanno garantito la sopravvivenza per un secolo e mezzo. Sostiene Romano che, subito dopo la fine della fase di unificazione militare e di fronte alla necessità di dare una giustificazione ideologica se non morale della nuova statualità (il «fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani» del D’Azeglio), si fossero formati in seno alla classe dirigente risorgimentale due partiti caratterizzati da due diverse visioni del percorso da seguire. Il primo pensava (e pensa) che gli italiani debbano essere forgiati «col ferro e col fuoco, nel vivo dell’azione, nel crogiolo delle guerre e delle battaglie». In mancanza di reali interessi condivisi e di una radicata identità (in realtà, di una identità comune toutcourt), il nuovo Stato deve mantenere se stesso con i metodi propri di tutte le tirannie e non certo con la forza del “plebiscito di ogni giorno” descritto da Renan. La storia unitaria è così un rosario di violenze, sopraffazioni, guerre, repressioni ed espulsioni. Molto significativamente, Romano scrive che: «Lo voglia o no l’Italia ha bisogno, per esistere, di guerre e di sangue». Il secondo partito non nega l’utilità “patriottica” delle guerre e degli apparati militari, ma ne valuta con attenzione e preoccupazione oneri e pericoli. Si rende conto che guerre e repressioni costano molto denaro e sostiene perciò che nel tentare di forgiare gli italiani sia meglio percorrere una strada diversa, più graduale e meno rischiosa. Sostiene che per giustificare e “fare digerire” l’unificazione territoriale e istituzionale sia meglio utilizzare l’educazione dei cittadini, convincerli della bontà della convivenza economica e della necessità della formazione di una comunità culturale. Le due parti osserva Romano non sono identificabili con le divisioni politiche tradizionali: solo nei primi anni «la Sinistra è volontarista, aggressiva, nazionalista, mentre la Destra è cauta, poco incline ai colpi di testa e alle avventure militari». Più tardi la divisione attraversa diagonalmente la società risorgimentalista. Personaggi come Crispi, Saladra, Sonnino e Mussolini hanno con decisione percorso la strada che cerca di “fare gli italiani” con la guerra, le aggressioni coloniali, le repressioni poliziesche e l'esercito nelle strade: il bastone. Altri, come Spaventa, Sella, De Santis, Minghetti, Depretis e Giolitti hanno cercato di perseguire lo stesso obiettivo privilegiando le riforme, le infrastrutture, la scuola, lo sviluppo economico, la propaganda siste matica, l’addomesticamento delle verità storiche e l’invenzione di miti da distribuire alla gente: la carota. In tempi più recenti questa “scuola di pensiero” (si fa per dire) si è avvalsa di cinema, radio e soprattutto televisione. In verità le due strade si sono sempre in qualche modo intrecciate: le cannonate sono state accompagnate dalle trombonate patriottiche e la propaganda più insinuante ha convissuto fino ad oggi con il Codice Rocco. Perfetti esempi della forgia di un popolo di patrioti sono state le scuole di Stato e le caserme: disinformazione e cannoni, libro Cuore e uniformi. C’è però anche un terzo partito patriottico che non rientra nell’indagine di Romano, quello che nasce dall’inevitabile processo di democratizzazione della società (sviluppo dei mass media, suffragio universale, moltiplicazione delle fonti di informazione) e dal sostanziale fallimento degli altri due partiti, che in 160 anni non sono mai veramente riusciti a «fare gli italiani». È quello che rinuncia a convincere ma si “contenta” di vincere, di avere il consenso, la connivenza e il voto rassicurante della maggioranza dei cittadini: tutte cose che ottiene comperandosele, pagando tanto qualcuno e distribuendo piatti di lenticchie ai più. I suoi esordi risalgono agli anni del processo unitario: ufficiali napoletani comperati a suon di piastre turche e di avanzamenti di carriera, possibili oppositori garibaldini aggregati con stipendi e gradi militari, borghesi convinti con posti nella burocrazia statale e con la divisione della torta dei beni ecclesiastici, malavitosi sdoganati e ricoperti di soldi per “benemerenze patriottiche”. Ma si trattava ancora di numeri relativamente limitati di cittadini: il vero exploit del terzo partito è venuto con il suffragio universale (dopo il secondo conflitto mondiale) quando per il controllo politico non bastavano più i voti a migliaia ma ne servivano milioni. Oggi il consenso patriottico è garantito da una élite di qualche decina di migliaia di politici di professione (o di stipendiati della politica) e di alti funzionari, poi c’è la massa di manovra di milioni di pubblici dipendenti, di falsi invalidi, di pensionati veri indifesi e ricattati, di faccendieri e di loro accoliti, di malavitosi e di aspiranti miracolati. Forse non sono la maggioranza della popolazione ma di sicuro sono l’assicurazione elettorale alla sopravvivenza dei partiti italiani e quindi dell’intero sistema unitario. Dall’altra parte c’è la maggioranza di chi lavora, di chi crea ricchezza, di chi fornisce il sostentamento per l’intero entrachen patriottico. Ma questi non sono per propria costituzione organizzati, magari non votano più, o votano per forze marginali, o peggio votano in perfetta buona fede per quelli che li fregano cadendo nel loro abile giochino di finte contrapposizioni fra destra e sinistra. È il nuovo volto del vecchio partito risorgimentalista, di quello che ha costruito e tiene in piedi una struttura statuale che gli permette di sfruttare il lavoro altrui e di vivere alla grande facendo il solo sforzo di sventolare una bandiera. La forza di questo partito è enorme e subdola: riesce a comperare e annientare ogni avversario dell’unità: i partiti autonomisti più piccoli e geograficamente marginali sono coperti di soldi, quelli più grandi illusi con promesse e addomesticati con briciole di potere e qualche auto blu. Naturalmente tutto questo non ha fatto sparire le altre due vecchie abitudini: scuola e televisione sono sempre in azione, una spedizione militare per attizzare turgori patriottici si riesce sempre a fare in qualche parte del mondo, e il Codice Rocco è sempre lì per i più riottosi. Per fare gli italiani con bastone, carota e lenticchie.

 

 

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