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    Predefinito A proposito del voto sul....

    ....rifinanziamento della missione militare in Iraq

    D’Alema neocom:
    “Non nascondo che per chi – come me – crede che la democrazia sia un valore universale è difficile negare che ci sia persino un certo fascino avventuroso nell’ideologia neoconservatrice”.
    Massimo D’Alema
    (La Stampa, 16 febbraio 2004)


    Kerry non è D'Alema:
    Voterò a favore…Penso che questi soldi siano importanti per il nostro successo e per completare il processo”.
    John Kerry
    (a proposito del prossimo voto sul rifinanziamento della missione americana in Iraq, Reuters, 15 febbraio 2005).

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Re: A proposito del voto sul....

    In origine postato da mustang
    ....rifinanziamento della missione militare in Iraq

    D’Alema neocom:
    “Non nascondo che per chi – come me – crede che la democrazia sia un valore universale è difficile negare che ci sia persino un certo fascino avventuroso nell’ideologia neoconservatrice”.
    Massimo D’Alema
    (La Stampa, 16 febbraio 2004)


    Kerry non è D'Alema:
    Voterò a favore…Penso che questi soldi siano importanti per il nostro successo e per completare il processo”.
    John Kerry
    (a proposito del prossimo voto sul rifinanziamento della missione americana in Iraq, Reuters, 15 febbraio 2005).

    saluti
    Caro Mustang,

    lungi da me una difesa delle opinioni di D'Alema, essendo io un sinistro estremista della peggior specie (te li chiami 'bamboccetti', giusto ?) , di quelli che 'no alla guerra senza se e senza ma' (pur riconoscendo una buona dose di ipocrisia in alcuni di coloro che la pensano come me, cosa del resto molto dannosa perchè, fra l'altro, offre un ottimo pretesto a coloro che fanno del discredito lo strumento per combattere le altrui opinioni...), però mi parrebbe più corretto pubblicare per intero l'articolo apparso su La Stampa, perchè estrapolare una frase da un contesto non mi sembra una manovra particolarmente corretta, specialmente se si rischia di stravolgerne il senso, non trovi ?

    Cordialmente,
    Etrusco

    *********************************************

    «VERSO UN NEW DEAL UE-USA, POTREBBE ESSERE PROPRIO IL PRESIDENTE MENO AMATO DAGLI EUROPEI AD APRIRE UNA NUOVA FASE»
    D’Alema e la riscoperta dell’amministrazione Bush

    SIAMO alla vigilia della storica visita del Presidente George W. Bush alle istituzioni dell’Unione Europea. Dopo le grandi difficoltà di questi ultimi anni c’è oggi un certo ottimismo sulle prospettive delle relazioni tra Europa e Stati Uniti. Il secondo mandato di Bush sembra offrire un’opportunità per un new deal transatlantico a condizione che si tenga conto - sia negli Usa che in Europa - della lezione dell’Iraq. Paradossalmente potrebbe essere il presidente meno interessato ai rapporti con l’Europa e meno amato nel vecchio continente ad aprire una fase nuova nelle relazioni transatlantiche. Le elezioni in Iraq hanno rappresentato un grande evento democratico che può essere l’occasione per avviare un nuovo corso politico. Non è mutato - almeno per me - il giudizio sulla guerra. Ma si intravede, sia pure tra mille difficoltà, una possibile via d’uscita e un terreno di impegno comune per Usa ed Europa. L’elezione di Abu Mazen e la nascita nello stesso tempo di un nuovo governo in Israele con la partecipazione dei laburisti hanno determinato in Palestina uno scenario nuovo nel quale la volontà e gli interessi americani e europei possono convergere per cogliere le opportunità di pace. E’ in questo scenario che si deve registrare la straordinaria importanza dell’accordo per un cessate il fuoco raggiunto a Sharm El-Sheik tra il leader israeliano e il presidente palestinese. Vi è infine la questione dell’Iran. Le preoccupazioni nella comunità internazionale di fronte alla possibilità che quel Paese si doti di armi nucleari; la necessità di trovare una soluzione attraverso l’iniziativa politica e diplomatica in cui l’Europa è impegnata, prevenendo il rischio di un nuovo conflitto, di una nuova pericolosa iniziativa americana che rischierebbe di compromettere gli sforzi per dare stabilità a quella tormentata regione. Sarebbe dunque sbagliato sottovalutare le novità. Ma tuttavia è sconsigliabile cadere in un trionfalismo che sottovaluti gli ostacoli e le difficoltà. Se è vero infatti che lo svolgimento delle elezioni ha segnato un successo degli americani in Iraq è anche vero che il vincitore della consultazione è l’ayatollah Al Sistani e non il premier insediato e sostenuto dagli Usa. Paradossalmente le elezioni sono state vinte da chi non ha cessato di considerare la guerra ingiusta e di ritenere illegittima la presenza americana in Iraq. In più si deve valutare il rischio di una frattura difficilmente sanabile con la grande maggioranza della comunità sunnita. In Palestina, dove c’è una vera speranza e opportunità di pace, tuttavia le due parti appaiono ancora lontane da una possibile intesa sull’assetto finale, sui confini tra i due Stati, su Gerusalemme e sulla questione dei rifugiati. E’ dunque evidente che solo una cooperazione tra Usa, Europa e insieme Russia, Nazioni Unite e mondo arabo può consentire di sostenere e garantire i processi politici che possono dare un assetto pacifico alla regione. Sembra esserci coscienza di questo; sembra esserci maggiore prudenza da parte americana e maggiore disponibilità da parte europea. Anche per questo è forse oggi il momento per riflettere sulle questioni più di fondo e per definire non solo un’agenda delle relazioni tra Stati Uniti e Europa, ma anche una filosofia di questi rapporti o, se si preferisce, per ridefinire una comune missione dopo che, ormai da gran tempo, si è esaurita l’epoca della guerra fredda e della contrapposizione all’Unione Sovietica e al comunismo
    .... Non nascondo che per chi - come me - crede che la democrazia sia un valore universale è difficile negare che ci sia persino un certo fascino avventuroso nell’ideologia neoconservatrice. Almeno rispetto al cinismo e all’immoralità di una vecchia destra americana che sosteneva le dittature militari nell’America Latina e in altre parti del mondo. Ma è difficile negare che l’altra faccia della guerra per la democrazia è la fine di ogni legalità internazionale, l’enorme costo umano dei conflitti, la tortura e la violazione dei diritti umani che finiscono per ridurre la differenza morale tra i combattenti per la libertà e i terroristi, il rischio di uno scontro di civiltà. E c’è da chiedersi quanto dureranno democrazie imposte da eserciti stranieri non fondate su processi reali di evoluzione politica e culturale. Sembrerebbe oggi che questi interrogativi si affaccino alla mente anche di alcuni fra i dirigenti americani, almeno a giudicare da certe dichiarazioni del nuovo Segretario di Stato Condoleezza Rice. L’esperienza europea di «esportazione della democrazia» che ha portato all’allargamento dell’Unione ai Paesi dell’Est e che ora si misura con il processo di adesione della Turchia è certamente più lenta e faticosa di quella americana; ma sembra in grado - almeno nel contesto particolare del nostro continente - di assicurare risultati più duraturi e convincenti. Può esservi dunque una visione alternativa possibile all’etica di potenza e all’unilateralismo. Ma essa non può consistere nel mantenimento dello status quo; in una concezione ottocentesca della legalità internazionale e della sovranità nazionale che tollera le dittature e la violazione sistematica dei diritti umani. Se l’Europa assume i panni di un continente vecchio, cinico, bottegaio e moralmente pigro finisce per dare ragione alle peggiori immagini di noi che la cultura neocon americana abbia prodotto. Riproduciamo i passaggi principali dell’intervento di Massimo D’Alema al seminario «Quel avenir pour les relations transatlantiques» tenutosi a Parigi, in cui la sinistra europea ha discusso delle relazioni transatlantiche alla vigilia del viaggio europeo di George Bush.

 

 

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