IL FATTO
Parla il professor Proietti, responsabile del dipartimento di Emergenza e Accettazione del Policlinico Gemelli di Roma La degenza del Pontefice, le sue attuali condizioni di salute. E il racconto di un’esperienza medica e umana indimenticabile
«I miei dieci giorni con il Papa malato»
«Il tempo di guarigione è stato più rapido di quello inizialmente da noi previsto. Tutte le indagini hanno mostrato la pronta risposta alle terapie e l’assenza di complicanze. A quel punto abbiamo potuto anticipare di un giorno l’uscita del Santo Padre»
Di Dino Boffo
I nove ricoveri del nostro Papa, distribuiti nell'arco di 24 anni, benchè causati da fattori diversi, in realtà hanno finito nell'opinione pubblica per assomigliarsi un po' tutti, quanto meno per ciò che puntualmente scatenavano nel circo della comunicazione mediatica. E dunque per ciò che viene ogni volta riversato nel grande pubblico in termini di analisi e congetture, oltre che di allarme e di ansia. A far testo ci sono le annate dei giornali, basterebbe sfogliarli infatti per scoprire coincidenze curiose, se non sorprendenti.
Ciascun ricovero però, a ben vedere, è distintamente segnato dal clinico che volta per volta si prende in carico la salute del Santo Padre. Preso dalle corsie dov'è noto agli ammalati e ai luminari suoi colleghi, questi viene di colpo sbalzato sugli spalti della notorietà pubblica. E in breve il suo cognome fa il giro del mondo. Comprensibile dunque la curiosità che si scatena attorno a questa figura.
L'ultimo ricovero, da poco concluso, non ha fatto eccezione. Salvo che per un fatto. Il professor Rodolfo Proietti, che ha il ruolo di direttore del dipartimento di Emergenza e Accettazione del Policlinico Gemelli, è un personaggio assolutamente schivo, al punto da sottrarsi persino alla lettura dei comunicati che pure stendeva.
Professor Proietti, per alcuni giorni lei è stato uno dei professionisti più in vista e ad un tempo più inavvicinabili. Come mai è toccato a lei stavolta di guidare l'équipe che ha preso in cura il Santo Padre?
Per un motivo abbastanza semplice: come tutti sanno il Santo Padre è stato ricoverato al Policlinico Universitario Gemelli con procedura d'urgenza. In questi casi la responsabilità di coordinare l'équipe medica compete al direttore del dipartimento di Emergenza e Accettazione, ruolo da me ricoperto in questo momento. Ho continuato a seguirlo perché la diagnosi mi coinvolgeva nelle mie competenze.
Tutto è avvenuto davanti ad un'opinione pubblica colpita e quanto mai addolorata per ciò che succedeva ad un Papa molto amato. Eppure, qualcuno ha inteso scorgere una qualche vaghezza o laconicità circa le obiettive ragioni del ricovero. Ci può dire se ci sono misteri sullo stato di salute del Papa?
Assolutamente nessun mistero. La ragione del ricovero, come più volte è stato detto nei comunicati stampa, è stata unicamente la «laringo-tracheite acuta con crisi di laringospasmo». Laringo-tracheite acuta che fortunatamente si è risolta con relativa rapidità e senza comparsa di altre complicanze. L'episodio si è inserito nella struttura fisica di un ottantacinquenne segnato - lo vedono tutti - da precedenti malanni, ma dalla tempra molto forte.
Si è voluto insinuare anche che la struttura sanitaria sia stata come espropriata della comunicazione circa il decorso della malattia. Risponde al vero la cosa?
L'équipe medica non è stata espropriata proprio di nulla. Al contrario, di comune accordo si è deciso che i cosiddetti «bollettini medici» scritti dai curanti venissero letti dai responsabili dell'ufficio stampa della Santa Sede e del Policlinico Gemelli. Personalmente ritengo che al medico competa la scrittura del bollettino e non tanto la sua lettura soprattutto quando il decorso clinico, come in questo caso, evolve con regolarità e in assenza di eventi imprevisti o di particolare gravità. Anche per questo motivo si è deciso di contenere i comunicati stampa a non più di uno al giorno. Non volevamo nascondere nulla come dimostrato dalla conclusione dell'evento; molto più semplicemente, e fortunatamente, non avevamo nulla da aggiungere.
Rispetto alle preoccupazioni dei primi istanti, si è verificato un decorso abbastanza spedito, e alla fine si è avuta un'accelerazione nei tempi d'uscita dal nosocomio. Impressione sbagliata?
Impressione giusta. Il tempo di guarigione è stato più rapido di quello inizialmente da noi previsto. Tutte le indagini diagnostiche effettuate hanno mostrato la buona e pronta risposta alle terapie, l a risoluzione della laringo-tracheite acuta e l'assenza di complicanze. A quel punto abbiamo potuto anticipare di un giorno l'uscita del Santo Padre.
Per quel che può dire, come sta ora il Papa?
Certamente in buone condizioni generali anche se dovrà concludere il periodo di convalescenza. È noto che dopo un evento infiammatorio acuto l'organismo ha bisogno di qualche tempo per recuperare in pieno le proprie energie. A questo non fa eccezione il Santo Padre.
Immagino che per una struttura ospedaliera accogliere un ospite tanto illustre sia come immettere una sorta di eccitante nei ritmi e nelle condutture ordinarie. O mi sbaglio?
Direi che simili eventi non possono non mettere a dura prova qualunque struttura ospedaliera. Ma il problema è che bisogna essere sempre pronti per affrontarli nel modo migliore. E comunque la struttura è chiamata a dare il meglio all'ospite illustre senza nulla togliere all'assistenza prestata agli altri malati. Per il raggiungimento di questo obiettivo già da alcuni anni il Policlinico Gemelli si è dotato di un «Piano per la gestione delle emergenze» che consente di far fronte ad interventi eccezionali ed imprevisti (ospite illustre, ma anche arrivo contemporaneo di numerosi feriti a seguito di un disastro) senza interferire con l'attività ordinaria dell'ospedale. Direi che anche questa volta il piano ha funzionato egregiamente. Nella medicina moderna è importante una buona programmazione, non potendo nulla essere lasciato al caso o all'improvvisazione.
Cosa le resta professore, come persona, di queste due ultime settimane?
L'immensa emozione, l'onore di assistere il Santo Padre e, nell'assisterlo, di comprendere cosa deve rappresentare ogni paziente per il medico e come il medico dovrebbe vivere la sua missione. È stato, per me, un enorme privilegio e al termine dei dieci giorni che mi hanno visto vicino al Santo Padre sono uscito con la consapevolezza di aver ricevuto molto più di quello che ho dato. Sensazioni più profonde, e che difficilmente riuscirò a dimenticare, vorrei mantenerle nell'ambito della mia sfera privata.
Avvenire - 16 febbraio 2005




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