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    AC Milan 1899
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    Thumbs down Lo squallore della stampa comunista

    Fonte: GiornAL

    "Ma dov’è il tuo Dio?"

    Forse una storia comune a quella di altre migliaia di giovani di quella generazione, quella vissuta da Paolo Orlando, classe 1920, nato a Demonte, in provincia di Cuneo, ma che comunque merita di essere raccontata se non altro per ricordare ai giovani di oggi quanto hanno pagato i giovani di ieri, a qualunque schieramento appartenessero.
    Il padre, maresciallo dei Carabinieri, viene trasferito in Alessandria e lui, con il fratello e la madre levatrice, mette radici a Levata di Boscomarengo, dove vive tutt’ora. Paolo, contrariamente a molti giovani della sua generazione, studia, si diploma alle Magistrali e diventa maestro elementare ma, allora come oggi, l’impiego resta un miraggio e per questo sceglie di entrare come volontario nell’esercito.
    E’ il 1938 e dopo due anni trascorsi nel Regio Esercito, proprio quando scade la ferma, ecco che l’Italia entra in guerra. Siamo nel 1940, Paolo viene messo in congedo il 15 maggio e lo stesso giorno “trattenuto”, ossia riarruolato e spedito a Bolzano dove dovrà sottostare ad un corso di 10 mesi.

    Di quel periodo Paolo non ha un buon ricordo, anzi lo ricorda con “disgusto”. Soprattutto per il cattivo trattamento riservato a lui e ai suoi compagni di corso in Alto Adige, considerati “italiani” con palese disprezzo, ma anche per la durezza del corso cui erano stati sottoposti: – “Avevo i lividi sulle cosce.
    Quando ci davano l’attenti, o il riposo, dovevamo scattare sbattendo violentemente il palmo della mani sulle cosce – e me lo dimostra praticamente scattando sull’attenti, sbattendo con vigore il palmo delle mani sulle cosce - ma ricordo di essere sempre stato molto indisciplinato e la cosa mi costò anche parecchi giorni di prigione; però avevo imparato bene il “mestiere”, ero il più bravo del corso e conquistai il grado sergente maggiore”.
    “Fummo quindi assegnati al secondo Genio Pompieri di Casale – prosegue il suo racconto seduto su di una poltrona in cucina, accanto ad una stufa accesa - in attesa di essere impiegati fummo alloggiati nel castello di Casale.
    Si dormiva per terra su giacigli di paglia. Ricordo ancora otto porte a doppio battente dorate molto belle”.
    I ricordi di Paolo a volte si fanno confusi – lo confessa lui stesso – ma ricorda perfettamente che gli davano 10 lire al giorno, che per l’epoca rappresentavano il guadagno di un buon operaio. “Cinque lire le spendevo per mangiare e le altre per i vizi” Ci confida quindi che fra i vizi non è secondario quello rappresentato dalle donne.
    La moglie, seduta poco distante finge di non aver sentito!
    E’ il 1941 quando la sua compagnia si deve trasferire a Spalato, in Dalmazia.
    Fu li che il mio capitano mi disse di scegliere 16 o 17 uomini. “Scelsi ovviamente i migliori e fummo destinati a Mostar, in Erzegovina”.
    Prima però, così come agli ufficiali viene assegnato un’attendente, a lui, in quanto sottufficiale, viene assegnato un “piantone” – “Si chiamava Martino Matina, veniva dalla Sicilia, non ricordo, o forse non abbiamo mai compreso il nome della città o paese di provenienza – spiega Paolo – si faceva una fatica incredibile a decifrare quel che diceva perché si esprimeva soltanto in siciliano stretto. In compenso però era una persona che svolgeva le sue mansioni con estrema diligenza”.

    A Mostar la squadra del Genio Pompieri casalese resta fino a giugno - luglio del 1943, svolgendo le incombenze per cui erano stati addestrati: spegnere incendi appiccati dai bombardamenti alleati, ma anche facendo la spola, con le autobotti di acqua potabile, tra la terraferma e le numerose isolette poste di fronte alla costa dalmata, traghettati da navi italiane.
    “Un paio di mesi prima dell’otto settembre, i tedeschi ci spostano a Dubrovnick, in Croazia e, a parte un dispaccio del Comando che ci autorizzava a spendere qualunque somma a nostra disposizione pur di far camminare i mezzi che avevamo in dotazione, non riuscii più a mettermi in contatto con nessuno che ci desse uno straccio di informazione su quanto stava accadendo” Ed è li che Paolo e la sua compagnia del Genio Pompieri viene colta l’otto settembre del ’43.

    “L’otto settembre era un mercoledì – ricorda – il 12, era una domenica, in questi pochi giorni avvengono alcune scaramucce, ma noi continuavamo a svolgere il nostro lavoro, soprattutto il servizio idrico con le isole.
    Fu nel corso di uno di quei traghettamenti, che noi svolgevamo con delle piccole autobotti della Renault, in grado di trasportare 15 quintali di acqua che un sottotenente della marina - non conosco il grado corrispondente in marina (capitano di corvetta n.d.r.) , ma ricordo che sulle spalline aveva una stelletta e si chiamava Orlandini - mi offrì l’occasione di fuggire in Italia.
    Mi avrebbero scaricato probabilmente a Pescara o Bari, ma avrei dovuto abbandonare i miei compagni. Non me la sono sentita.
    Sentivo il peso della responsabilità che mi era stata data quando mi diedero il comando di quegli uomini”.
    Ben presto Paolo si deve rendere conto della gravità degli avvenimenti che si svolgevano attorno a lui e alla sua compagnia - “I marinai probabilmente erano più informati di noi infatti, mentre noi, purtroppo, continuavamo a non comprendere in pieno quanto stava accadendo attorno a noi, il 12 settembre, i tedeschi ci fanno fare i bagagli.
    Andiamo in un altro campo - ci dicono - invece, dopo una breve marcia, ci troviamo si in un campo, ma con altre centinaia, forse migliaia, di soldati italiani chiusi all’interno di un recinto di filo spinato e con quattro o sei – non ricorda bene - mitragliatrici puntate contro di noi”

    A questo punto per Paolo è giocoforza rendersi conto della situazione e teme il peggio. Ed è proprio in questo frangente in cui il meglio e il peggio degli uomini viene a galla, che Paolo ricorda un fatto che per l’occasione e la straordinarietà del tempo in cui si verificava, ha assunto, per lui, un ricordo indelebile. “Eravamo tutti quanti in attesa degli eventi che avrebbero deciso della nostra vita quando mi resi conto che il mio piantone, Matina, si apprestava a prepararmi un giaciglio per coricarmi.
    Lo fermai dicendogli che da quel momento lui non aveva più nessun obbligo nei miei confronti. Che era libero di comportarsi come meglio credeva data la situazione. La risposta fu stupefacente. La ricordo ancora perfettamente: “ Maggiò, aggio sempre servito bene da obbligato, ora ancor di più da uomo libero”.
    Come non rilevare la straordinarietà di considerarsi uomo libero in un campo di concentramento con quattro mitragliatrici puntate contro! Non passa comunque molto tempo e un bel giorno (si fa per dire) Paolo sente il suo nome dall’altoparlante.
    Pensa di essere arrivato al capolinea e temporeggia. Teme per la sua vita. “Dai un po’ di dignità” - dice a se stesso rimproverandosi per quella sgradevole, ma comprensibilissima sensazione di paura per la sua vita.

    Si presenta al comando tedesco ma questi non sono affatto ostili nei suoi confronti, anzi, gli propongono di affiancare l’esercito tedesco in qualità di combattente, in cambio gli offrono l’immediato passaggio da sottufficiale a ufficiale con tutte le prerogative del caso.
    Paolo non accetta, gli vengono strappate le stellette (simbolo della Casa Regnante) ma, poiché non rifiuta di continuare a svolgere il lavoro di autista, non lo fucilano.
    Il rifiuto non era ammesso, soprattutto da parte di chi era in grado di svolgere una mansione importante come quella che svolgevano Paolo e la sua compagnia. Infatti, non erano più molti gli autisti tedeschi o italiani disponibili nel 1943, e quasi tutti impegnati in prima linea. Infatti, nei giorni precedenti, Paolo dovette assistere alla morte di cinque autisti che si erano rifiutati di mettersi al volante. “Un capitano tedesco a cui mancava un occhio – racconta Paolo – sparò personalmente un colpo in fronte a ciascuno di loro”.

    Salvata la pelle, almeno provvisoriamente, continua il servizio di distribuzione dell’acqua ma quando sopraggiunge l’inverno viene spedito in una officina meccanica imponendogli di sovrintendere il lavoro di una quarantina di italiani.
    “Ogni tanto qualcuno tagliava la corda – ricorda divertito – quando poi se ne accorgevano venivo minacciato di fucilazione. Questo accadde più di una volta quando trovavano la branda vuota di qualcuno, ma riuscii sempre a convincerli che non ne avevo colpa se loro (i tedeschi n.d.r.) li mandavano in giro con i camion senza una adeguata sorveglianza.
    Forse il vero motivo risiedeva nel fatto che eravamo troppo indispensabili alla manutenzione dei loro mezzi per fare a meno di noi fucilandoci.”

    La carenza di autisti – come detto poc’anzi - costringe i tedeschi ad utilizzare anche autisti italiani e a Paolo tocca in sorte fare da autista ad un generale tedesco che deve fare un giro di perlustrazione del fronte a lui assegnato. Naturalmente non da solo perché il generale è abbondantemente scortato.
    “Nel corso di uno di questi giri di perlustrazione – racconta Paolo – dovetti assistere anche all’esecuzione di una famiglia di slavi. Perché furono uccisi non lo so, non mi tenevano certo informato su quanto capitava intorno a noi.
    Ricordo però, e il fatto mi colpì in modo particolare, che dopo avere assistito a quella tragedia, il generale avanzò verso il poggio dal quale si dominava uno splendido panorama ed esclamò, in tedesco : - “Schone (bello)”
    Ma per Paolo tutto si modifica nei primi giorni del luglio del ’44 quando, al passo di Pec, sul confine albanese, avviene uno scontro con i partigiani di Tito.

    I tedeschi, che hanno l’ordine di resistere ad oltranza, muoiono tutti. “E’ stata una cosa terribile!” - Paolo però comprende che questa è l’occasione per fuggire.
    Alza le mani e avanza verso i partigiani urlando di non sparare. Viene preso, utilizzato come scudo e mandato avanti, in perlustrazione, dove lo scontro era appena terminato.
    Nel caso qualcuno avesse sparato lui sarebbe stato il primo a morire. Non succede nulla, i tedeschi erano tutti morti. Lo consegnano quindi al “commissario politico” il quale non crede che lui non abbia combattuto.
    Inoltre la sua divisa del Genio Pompieri è bleu scura, quasi nera come quella dei repubblichini. Paolo, che nel frattempo ha studiato e imparato in modo decente lo slavo, riesce comunque a dimostrare quel che effettivamente era perché le mostrine sul bavero, pur strappate, avevano lasciato un alone indelebile.
    “Anche le informazioni prese a Mostar furono in mio favore - commenta – Ero stato proposto dal comando tedesco per un encomio, dato il lavoro svolto con la mia squadra.
    Encomio che, fortunatamente, non era mai arrivato altrimenti non so come sarebbe andata a finire con i partigiani”.
    Infatti un encomio proposto dal comando tedesco sarebbe stato considerato collaborazionismo e la conseguenza avrebbe potuto essere la fucilazione immediata.

    Da questo momento per Paolo inizia la guerra partigiana, dapprima, al fianco dei Titini, sia pur per poco, come vedremo. Infatti, da Pec, con marce notturne, il gruppo di partigiani si trasferisce a Pizsren. Più della metà dei partigiani muore di stenti in quel trasferimento fra le montagne e i feriti pregavano i compagni di non abbandonarli vivi.
    Era tragicamente noto a tutti che, qualora fossero caduti nelle mani degli Ustascia, al seguito dei tedeschi, la loro fine sarebbe stata terribile. La lotta partigiana lo porta, a fine ’44, a Belgrado dove, dopo una furiosa battaglia in cui l’esercito tedesco è costretto a ritirarsi, si incontrano con l’esercito russo e i partigiani italiani, nelle cui fila si trovavano molti nostri soldati.
    Da questo momento, e fino alla fine della guerra, Paolo resta al seguito della “Divisione Italia, II Battaglione “Matteotti”, divisione I, Proletaria. Si trovava appunto fra Belgrado e Zagabria – non riesce ad essere più preciso - quando, nella notte fra il 15 e 16 gennaio del ’45, furono attaccati dai tedeschi.
    “Fu una strage, io riuscii a fuggire attraversando il Danubio dirigendomi verso Zagabria”. Di quella battaglia ha un ricordo confuso.

    L’unica cosa certa sono tre fori di proiettile. Uno gli buca il berretto, un altro il cinturone salvandogli la vita, ed un terzo gli trapassa i pantaloni. L’unico ricordo nitido e piacevole, è il saluto di una contadina che lo sveglia il mattino dopo in una stalla portandogli una ciotola di latte – “Che bello!” esclama ricordando quel momento.
    Riesce a ricongiungersi con il resto della compagnie e da qui torna a Trieste, impegnando numerosi scontri con i Tedeschi in ritirata. “Non li volevamo lasciar passare! Intanto arriva il 25 aprile, ma per noi la guerra finirà soltanto 8 o 10 giorni dopo, proprio per il motivo che ho detto prima. I tedeschi infatti, non si volevano arrendere a noi ma agli americani – spiega – Sono tornato a casa solo nel luglio del ’45, dopo sette anni e mezzo che hanno bruciato la mia gioventù”

    Per dimostrarmi che quel che mi ha raccontato è la pura verità, mi mostra con orgoglio la sua tessera da partigiano ed un encomio che, la ormai ex Repubblica Jugoslava, gli fece pervenire nel 1974 - “Quando era Presidente Pertini”.
    Gli faccio notare che ultimamente la televisione ha messo in onda uno sceneggiato – “Il cuore nel pozzo” – in cui vengono portati alla luce anche i crimini commessi dai partigiani Titini nei confronti dei civili istriani e italiani in generale, dove si denuncia appunto la strage perpetrata gettando uomini, donne e bambini, colpevoli solo di essere italiani, nelle cosiddette “foibe”, profonde caverne ed aperture carsiche nel terreno.
    “Non ho mai avuto modo né di sentire né tanto meno vedere nulla di tutto ciò” – è quanto sostiene Paolo che, è bene ricordarlo, rientrò in Italia nei primi giorni di maggio del ’45. “E’ stato orribile quello che ho visto e vissuto con i miei compagni, italiani, e slavi.
    Non uomini in divisa, ma straccioni cui l’unica cosa che li distingueva era il berretto con la stella rossa. Eravamo così male in arnese che, nel corso delle nostre azioni di disturbo, ci capitò, più di una volta, di liberare dei soldati italiani fatti prigionieri dai tedeschi e utilizzati per lavori pesanti.
    Ebbene, dopo aver passato qualche giorno con noi, alla macchia, preferivano riconsegnarsi ai tedeschi. Almeno avevano da mangiare qualcosa, con noi invece il digiuno forzato era una regola quasi quotidiana”.

    Ricorda anche l’incontro con un soldato italiano, di Spinetta, ne ricorda solo il cognome, Diana. Divennero amici, ma purtroppo, nel corso di un’azione i tedeschi lo uccisero. Paolo ricorda che quella morte lo rese furioso, giurò di vendicarsi uccidendo con le sue stesse mani il primo tedesco che avesse avuto modo di far prigioniero.
    Racconta che si fece portare sul luogo dove giaceva Diana, era un campo appena arato, trascinò il corpo in un solco e lo coprì con le mani. “Il dolore che provai fu talmente forte che, rivolgendomi ad un prete che era con noi gli urlai: “Dov’è il tuo Dio?” L’occasione di realizzare quella vendetta prese corpo pochi giorni dopo, quando gli dissero di avere fatto sei prigionieri tedeschi.
    “Mi feci portare da loro, ero deciso a mettere in pratica quanto promesso ma, quando li vidi, sporchi anche loro come noi, terrorizzati per la fine che avrebbero potuto fare, non ne ebbi più il coraggio”.
    “Vedi Piero – dice rivolgendosi a me al termine dell’intervista - quel prete mi rispose che al peggio non esiste limite alcuno. Ed è purtroppo vero.
    L’uomo, in determinate occasioni, perde ogni barlume di umanità. Ricordalo; non essere mai troppo severo con il tuo prossimo perché potrebbe capitare anche a te!”

    Quando tornò a casa, dopo sette anni e mezzo, l’abitudine a dormire per terra non gli consentì, ancora per qualche tempo, di dormire in un letto.
    Doveva coricarsi sul pavimento se voleva riposare. Smetto di sollecitarlo perché mi rendo conto di quanto gli costi ricordare tutto ciò, al punto che quando ci salutiamo mi invita ad andare a trovarlo ancora – “Ma non parliamo più di quelle cose!”

  2. #2
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    Ancora si deve iniziare a parlare di Foibe e già questa gentaglia fa del revisionismo, ma si è mai preoccupata Giornal di andare a intervistare qualche vecchio reduce RSI? No, e mai lo farà!
    Abbiamo preso il potere politico ma questi stronzi continuano ad avere il monopolio sulla cultura e sull'informazione!

  3. #3
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    Mostar è ad alcuen centinaia di km dal mare e l'equivalkente dello S.Ten inn marina è il Guardiamarina.

    cazzo che puntiglio storiografico!

  4. #4
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    In Origine Postato da Gianmario
    ...Abbiamo preso il potere politico ma questi stronzi continuano ad avere il monopolio sulla cultura e sull'informazione!
    Illusi!! Il potere lo ha preso solo Berlusconi, per uso e consumo suo e dei suoi amici di merenda.

    Per prendere il controllo della cultura bisogna avere cultura, intelligenza e sopratutto cose VERE da dire, non le solite menzogne propagandistiche.

    Vi dovete accontentare di avere il controllo del parlamento, ancora per poco....

  5. #5
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    In Origine Postato da Dario
    Illusi!! Il potere lo ha preso solo Berlusconi, per uso e consumo suo e dei suoi amici di merenda.

    Per prendere il controllo della cultura bisogna avere cultura, intelligenza e sopratutto cose VERE da dire, non le solite menzogne propagandistiche.
    ma che cazzate dici??? i postexcomunisti hanno raccontato palle per decenni, fatto sparire verita' storiche dai libri di scuola, scritto "letteratura" sul grande impero sovietico, nascosto orrori (vedi foibe), nonche' impedito anche con la violenza un confronto (vedi le universita' post-68).

    Ma lo avete un cervello per pensare o e' proprio andato completamente?

  6. #6
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    In Origine Postato da Djaspher
    Da qual pulpito.
    infatti; tu sei talmente intelligente che alle mie osservazioni non hai saputo che rispondere con la solita battutina idiota.

 

 

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