To ... divertitevi,,, da La Nuova Sardegna ,,,
L’opera nefasta del «linguaioli»
Quale politica sulla lingua? Esistono fondati motivi per dubitare che l’attuale direzione di marcia sia quella giusta
Leandro Muoni
La riflessione alla quale ci apprestiamo non è, non vuole essere assolutamente una presa di posizione contro la lingua sarda bensì un discorso a suo favore. Ma in modi e forme che forse a taluni appariranno paradossali o provocatori. Eppure, nell’odierno contesto culturale isolano, in cui si delineano molte recenti iniziative di incontro e discussione sul tema (l’ultima delle quali, il convegno internazionale di Macomer), avvertiamo l’acuta esigenza di contribuire alla precisazione e messa a fuoco di alcuni concetti fondamentali sull’argomento, senza i quali qualsiasi politica linguistica rischierebbe di essere non soltanto sterile e velleitaria ma perfino nociva. Dunque una legge regionale, approvata dopo lungo travaglio nel 1997, ha finalmente decretato la tutela e la valorizzazione della lingua sarda, in quanto bene primario, asse portante ed emblema del patrimonio storico-identitario dell’isola. Da allora in poi si sono moltiplicati gli sforzi per dare concretezza al dispositivo della legge, da parte di enti, istituti, associazioni interessati alla materia e soprattutto alla causa. Non staremo qui a fare la cronistoria di tali tentativi, iniziative, contributi, nei quali si è distinta per attivismo soprattutto la Provincia di Nuoro. Ciò che ci preme è verificare se le cose stiano procedendo nel verso giusto o comunque auspicabile. A nostro sommesso parere - parere di chi, lo dichiariamo per onestà intellettuale, non è sardo di origine ma solo di adozione e per scelta - esistono fondati motivi per dubitare che la direzione di marcia sia quella da preferirsi, non tanto in merito alla questione spinosa e quasi irrisolvibile della cosiddetta unificazione linguistica, quanto proprio in ordine al principio stesso di salvaguardia e valorizzazione della lingua sarda previsto dalla normativa. Ebbene, noi riteniamo che l’indirizzo interpretativo che è stato finora impresso al problema della promozione e diffusione della “limba” sia abbastanza fuorviante. Giacché crediamo che tutela e salvaguardia non escludano ma anzi comportino il necessario, preliminare “rispetto” dell’indole storica delle lingue minoritarie che si intendono valorizzare. Proprio dal punto di vista del “rispetto”, assistiamo invece a una coartazione della “limba”: la quale - almeno questo è la nostra sensazione - viene quotidianamente violentata e forzosamente piegata a usi e contesti che non le sono congeniali, che non le si addicono e non le appartengono. Insomma, la politica di esasperata veicolarizzazione e modernizzazione cui è stata sottoposta in questi anni la lingua sarda ha finito, a nostro avviso, per snaturarla, per involgarirla, per abbruttirla. La stessa cosa vale oggi evidentemente per le lingue materne di tanti altri popoli regionali. E noi qui vogliamo appunto sollevare una questione di estetica, che poi a ben vedere è anche di etica della comunicazione; nella fattispecie, della comunicazione in lingua sarda. Si sente spesso ripetere e ribattere - il discorso è vecchio, perché già lo si faceva negli anni Settanta-Ottanta, quando su questi temi Silvano Tagliagambe decise d’intervenire da par suo con una serie di puntuali e coraggiosi articoli sulla stampa quotidiana, oggi quasi irreperibili e sepolti nel dimenticatoio, forse perché una cattiva coscienza locale vi sospettava evidentemente il crimine di lesa maestà identitaria - si sente spesso ripetere e ribattere, dicevamo, l’argomento-cavallo di battaglia che «tottu si podet narrere in limba sarda, tottu su chi est in su mundu». E costi quel che costi, magari anche a dispetto dell’estetica linguistica: giacché è bene rammentare che ogni lingua custodisce al suo interno una sua ragione estetica. Ma il fatto è che, ad esempio, pure in bergamasco o in catanese - sia detto molto serenamente - si potrebbe dire tutto, proprio tutto, volendo. Resta poi da vedere se quello che ne viene fuori sia anche bello da «udirsi» (ammesso che possa ancora definirsi bergamasco e catanese). E la circostanza che nell’ambito della filologia romanza il bergamasco e il catanese siano catalogati come «dialetti» e il sardo come «lingua» non altera di una virgola la questione dell’adeguatezza «estetica». Che poi è adeguatezza strutturale. Già in epoca medioevale, Dante nel suo «De vulgari eloquentia» aveva formulata l’obiezione che il volgare sardo scontasse qualche «ritardo» storico rispetto ad altre parlate coeve, che esso non fosse al passo coi tempi, che non potesse considerarsi un idioma precisamente «moderno». Ebbene, immaginiamoci la cosa rapportata al Duemila. Ora, pretendere che una bellissima e incomparabile favella arcaica e d’impronta fondamentalmente contadina - la quale nella cancelleresca lingua della Carta de Logu effonde tutta la sua grazia e fragranza agreste - si tramuti d’incanto in una moderna lingua veicolare per l’era di Internet (salvo a voler credere alla bella favola del Nuraghe elettronico) cos’è se non una forma di mancanza di rispetto e di violenza nei confronti di un idioma minoritario? I linguaioli però ribattono così: non è forse vero che tutti i lessici del mondo, anche quelli più illustri, sono pieni di prestiti, di apporti esterni, di neologismi? Certo che è vero! Però assorbiti gradualmente, non trangugiati in un’unica, anacronistica, devastante colata! Ma i dottori della Legge e della Lettera insistono nel voler incrementare l’uso e la diffusione di tale sorta di esperanto sardesco ovunque e comunque, a tutti i livelli della comunicazione, perfino nel linguaggio scientifico. Non si accetta neanche per lontana ipotesi la più prudente scelta di campo di una frequentazione dei soli usi domestici e familiari, che poi sarebbe il registro dell’intimità e dell’autenticità in rapporto al carattere più specifico dell’idioma di un popolo regionale, anzi la si rifiuta come proposta indecente. Né ci si ritiene appagati degli stessi brillanti esiti ottenuti attraverso l’uso poetico e letterario, grazie all’opera meritoria di recupero creativo del patrimonio linguistico sardo svolta in questi anni da parte degli scrittori. Si preferisce invece rincorrere il «brutto» e l’«inautentico»: magari per rimuovere, in nome di una pregiudiziale ideologica ovvero di un malinteso orgoglio nazionalitario, l’insopportabile sospetto della discriminazione culturale. Non appare però praticabile, e nemmeno comprensibile né giustificabile al riguardo, una prospettiva di autodeterminazione attraverso la lingua, come se la Sardegna fosse un territorio colonizzato. La stessa risoluzione 2625 dell’Onu segnala del resto che il diritto di autodeterminazione «non dovrà intendersi nel senso che autorizzi o fomenti la diminuzione dell’integrità territoriale degli stati sovrani e indipendenti». Lasciamo poi andare le assurde, anche se talvolta ingegnose e perfino spiritose, terapie alternative di pronto soccorso linguistico, vale a dire di ricorso ad una mirabolante ingegneria morfo-lessicale: per cui non sai più se denunciare da una parte i barbarismi e i forestierismi più smaccati oppure dall’altra i purismi e gli autarchismi più ridicoli. Al cospetto dei neo-fondamentalisti dell’era elettronica o degli zelatori del politicamente corretto sono sconosciute, anzi inconcepibili, le sottili distinzioni di natura estetica: poco conta cioè che ogni lingua sia vegliata dal suo genio storico; che racchiuda costituzionalmente, per quanto organismo plastico e vitale di prim’ordine, il suo limite di tensione, la sua soglia di rottura. Tutto ciò fa ci ripensare, con un risvolto di malinconica comicità, alla favola esopica della rana e del bue. Fatte salve le «pari dignità», naturalmente, che però non significano affatto il «pari peso specifico». Come a dire cioè, parafrasando una nota similitudine di Emilio Lussu, che il gatto e il leone appartengono entrambi certo alla stessa famiglia dei felini, ma non sono precisamente la stessa cosa. La rana - come ricorderete - si gonfia, si gonfia e si dilata per assomigliare al bue, fino a scoppiare. Ma è dunque questo che si vuole ottenere dalla lingua sarda: la «valorizzazione», il «potenziamento» della rana fino al termine estremo della sua deflagrazione? Insomma - se non fosse ancora sufficientemente chiaro - il vero problema, la vera sfida appare oggi quella di preservare la lingua sarda negli ambiti di bellezza, negli usi domestici e familiari oltre che poetico-letterari, almeno per il prossimo millennio; non quella di perderla in mezzo alla desolazione dei registri ufficiali e nella sperequazione dei circuiti internazionali fra una decina d’anni o poco più, quando la moneta cattiva avrà definitivamente cacciato quella buona.
Mi pari ki li Terramannesi so' incumintzendi a preocupassi.
![]()




Rispondi Citando
