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" Storia di un nazista con la kefiah
di Claudio Vercelli
La biografia del Gran Muftì di Gerusalemme, nel saggio di Stefano Fabei
La copertina ritrae un uomo pio, intento nella conversazione o forse in un abbozzo di preghiera, dietro ad uno sguardo bonario. La copertina, infatti, riproduce una foto oramai scolorita dal tempo, a modo suo traditrice, di Hâjj Amîn al-Husaynî, Gran Mufti di Gerusalemme in anni cruciali e fatali, padre spirituale e politico del movimento nazionalista palestinese, fomentatore delle rivolte antiebraiche, acerrimo nemico del sionismo e contrastatore dell'yishuv nonché grande amico di Hitler.
Poiché la sua biografia, che pur non può essere sottratta ad un giudizio complesso, si svolge intorno a questi poli di attrazione. Di modesta statura, come capo morale, ebbe invece una parte fondamentale nell'evoluzione del quadro geopolitico del Medio Oriente dal periodo immediatamente successivo al primo dopoguerra agli anni Sessanta. L'Olp di Arafat deve molto, se non tutto, a lui. Soprattutto nel male. Sono ancora impresse nella memoria collettiva le immagini del Mufti che rende generoso omaggio alle divisioni di Waffen-SS islamiche (la Handschar e la Kama), la cui ideologia gli calzava a pennello. Nel mentre i camini dei forni spargevano ceneri di quelli che erano stati esseri umani per tutta l'Europa.
Di questo personaggio definito machiavellico, ovvero propenso ad usare qualsiasi mezzo pur di raggiungere il fine di una Palestina priva di sionisti - ed anche di ebrei - molto si è detto e scritto nei Paesi di lingua inglese ma poco o nulla in italiano. Un'assenza singolare e incomprensibile solo se non si ha a mente la scarsa qualità degli studi condotti in casa nostra nel merito delle origini e degli sviluppi dei movimenti nazionalisti arabo-musulmani.
A parziale ammenda di tale vuoto ci ha pensato Stefano Fabei, giovane studioso free-lance che da tempo va editando i suoi lavori riguardanti i rapporti tra colonialismo europeo, movimenti nazionalisti e nazismo nell'area mediorientale.
L'ultimo di essi, Una vita per la Palestina (Mursia editore, Milano 2003, pp. 292, euro 22,00), è per l'appunto la prima biografia in lingua italiana di Muhammad Hâji Amîn al-Husaynî. Un anno fa, aveva consegnato al lettore nostrano, sempre per l'editore Mursia, Il fascio, la svastica e la mezzaluna, un'opera sulle attrazioni reciproche, e fatali, tra fascismo, nazionalsocialismo e panarabismo.
Va detto, a scanso di equivoci, che Fabei fa uno sforzo di obiettività, quantomeno sul livello del metodo. Offrendo ancora una volta un testo molto impegnato sul piano documentale e ricchissimo di dati e rimandi. Di certo vi è un lavoro alle spalle molto intenso e articolato nel corso del tempo. Cosa della quale gli va dato atto, per la qualità del volume ma non rendendolo di agevole lettura per chi non sia appassionato alla materia o non sia uso a condurre studi storici. Una quantità notevole, a tratti impressionante, di dati e riscontri accompagnano le pagine di un testo che è la sintesi di anni di ricerca. E tuttavia c'è molto che non convince in quel che Fabei cerca di descrivere con un calcolato distacco. Ovvero, è il fatto stesso che dietro ad una neutralità calcolata - che però a tratti tradisce l'immedesimazione con chi e quanto è fatto oggetto di biografia - vi è per parte dell'autore come una sorta di incapacità di descrivere la storica tragedia che si andava consumando. Vi è una cronologia molto particolareggiata, non però la definizione dei costrutti logici che animavano i protagonisti in campo. Questo in virtù non solo della figura delinquenziale del Mufti, ma dei clamorosi errori che il movimento nazionalista palestinese, diviso al suo interno da molteplici correnti ed espressione di élite assai poco interessate al "bene comune" dei propri rappresentati e molto all'interesse personale, allora come oggi commise e continua a commettere. Bene fa allora l'islamologo Sergio Noja Noseda, nella presentazione del testo, a rimarcare lo squallore dell'uomo al-Husaynî e il carattere perdente del suo operato politico come di quello di coloro che gli sono succeduti. Poiché la radice del fallimento sta nella natura stessa di quanti (e di come) si adoperarono per un obiettivo palese - la terra ai palestinesi - che celava il modo del suo raggiungimento, attraverso l'inconfessabile intendimento dell'eliminazione degli ebrei. "
Shalom





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