Tempi
VINCERE, NON TESTIMONIARE
Dopo l'efficace editoriale con cui Dino Boffo, direttore di Avvenire, ha
risposto alle obbiezioni sollevate dal Foglio alle posizioni astensioniste
al referendum sulla legge 40, anche noi vorremmo spiegare perché bisogna
andare al mare e non alle urne. Giuliano Ferrara ha scritto che predicare
astensione può sembrare uno stratagemma, non è convincente per chi si batte
contro l'indifferenza ingrossare il partito statistico degli indifferenti,
non mobilita una battaglia di ragioni, mette le nostre idee in condizione di
minorità psicologica. Sono osservazioni giuste in sede di principio. Ma se
dai principi scendiamo nella realtà, osserviamo che lo strapotere
politico-mediatico dei sostenitori del "sì" non è neppure in questione. Col
raggiungimento del quorum, la (buona) legge 40 verrebbe spazzata via.
Dunque, minorità psicologica o no, la più nera delle sconfitte resterebbe
una nera sconfitta per quanti sono persuasi che la verità sull'uomo, la sua
intangibilità dal giorno del suo concepimento al giorno del suo naturale
trapasso, possa essere messa in discussione e, all'occasione, negata a colpi
di maggioranze referendarie. I "comitati del no" però darebbero una bella
testimonianza morale e civile portando i cittadini alla urne? Ma certo. E la
conseguenza pratica poi quale sarebbe? Che "il popolo degli embrioni"
entrerebbe in fabbrica per essere selezionato senza nemmeno una chiara
indicazione della filiera paterna di provenienza. O verrebbe buttato via
perché difettoso e senza sapere perché è stato fabbricato. Perciò, con tutto
il calcolo manifesto insito nella posizione astensionista, per altro
legittima in democrazia (non siamo nella ex Bulgaria o nell'Irak di Saddam,
che o votavi per il tiranno o finivi in galera), noi pensiamo che disertare
le urne sia la cosa più ragionevole. Ha ragione Francesco Cossiga: come in
medicina quello che conta è salvare il paziente, così in politica quello che
conta è vincere, non testimoniare.
di Tempi




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