Democrazia aziendale?
Scritto da: Uriel , Tuesday , 22 Feb 2005
tratto dal sito anarchico -- IL CAMMINO DEL LUPO --

Leggevo la recensione di un libro scritto da una donna francese, che parla delle multinazionali. Essendoci stato dentro, mi sono abbastanza riconosciuto in quel ritratto. La ragazza pero' ha scritto una cosa, quasi senza pensarci, che mi ha colpito.

La donna ha scritto, infatti, che lungo la storia le dittature totalitarie sono scomparse, ma i loro metodi si sono conservati completamente dentro le grandi aziende e i grandi enti. Gli enti abbastanza grandi, cioe', da disporre di una gerarchia.

La ragazza poi continua il discorso , lasciando semplicemente l'accusa "fascisti" a testimonianza del proprio discorso.

Se avesse voluto approfondirlo, invece, forse avrebbe potuto dire molto di piu'. In effetti, le grandi multinazionali hanno la classica struttura della dittatura stalinista. C'e' una burocrazia assurda ed inutile, un gruppo di funzionari pagati per "snellirla" e che di fatto la complicano applicando teorie che sono pura ideologia, o semplice moda del momento.

C'e' il fenomeno del potere inteso come possibilita' di vessare i sottoposti. E questo e' cio' che fa di una dittatura cio' che e': il fatto che la gerarchia sia intesa come la possibilita' di infliggere disagio, sofferenza o vessazione ai subordinati.

Occasionalmente, le grandi aziende si preoccupano anche di produttivita'. Ma per produttivita' non intendono quasi piu' il rapporto tra i prodotti e il mercato, bensi' il semplice rendiconto degli azionisti. Il quale dipende -a volte- da una questione di produttivita' reale, ma sempre piu' sta dipendendo da altre cose. Dalla capacita' di investimento degli uffici finanziari, ad esempio. Dalla diversificazione, dagli equilibri valutari internazionali. Quindi, come per un regime comunista, l'azienda non ha neppure il problema (se non in casi estremi) della produttivita' di insieme. Un caso tipico e' la fiat, che ha migliorato i propri conti negli ultimi 2 anni, pur perdendo quote di mercato.

Di fatto se dovessimo considerare le multinazionali come fossero nazioni, diciamo a la Heinlein (che parlava di "nazioni aziendali") , allora le multinazionali sarebbero tra le dittature piu' odiose. Tra quelle meno rispettose dei diritti umani, tra quelle meno democratiche in assoluto.

Ed e' interessante notare come vi sia analogia anche nel comportamento e negli atteggiamenti legati al rapporto con la democrazia che vige nei paesi ospitanti.

Prendiamo la delocalizzazione. Essa viene praticata dai paesi ove in teoria si spenderebbe piu' a quelli ove si spenderebbe di meno. E certo contano nel computo anche le cosiddette "facilities". Anche fin qui, tutto bene. Ma perche' la scelta dei paesi non rispecchia del tutto queste condizioni? Perche' sembra esserci un altro fattore in gioco?

Se pero' usassimo questo paradigma per osservare il comportamento di queste aziende, ci aspetteremmo di vedere investimenti molto diversi da quelli che vediamo. Ci aspetteremmo di vedere piu' india e meno cina. Ci aspetteremmo di vedere piu' sudamerica e meno iran.

C'e' invece una certa discrepanza tra il semplice costo del lavoro e delle utilities, e la tendenza a delocalizzare in loco. Sul piano puramente industriale, il massimo sarebbero quelle nazioni dove le utilities costano poco e ve ne sia un mercato relativamente libero, con una certa quantita' di ricchi in grado di finanziare l'azienda e contemporaneamente un bel po' di poveri disposti a lavorare per uno sputo. Un paese come il brasile dovrebbe essere l'ideale. O come l'india. L'ideale e' cioe' un mix di modernita' e poverta', con un libero mercato delle utilities.

In questo senso, poiche' il costo delle utilities e' fondamentale, il brasile e l'india dovrebbero venire preferiti ad Iran e Cina. E invece no.

La ragione e' ideologica. Le multinazionali non si limitano a cercare paesi ove la manodopera sia economica, le utilities costino poco , vi siano dei ricchi in grado di finanziare l'impresa locale. Cercano anche dei governi che siano loro omologhi.

Le multinazionali hanno scoperto e stanno scoprendo sempre di piu' che ,essendo delle costruzioni ideologicamente totalitarie, il mondo democratico e la cultura democratica sono sempre piu' ostili ai loro metodi, alla loro cultura, alla loro essenza stessa.

In pratica le multinazionali si trovano bene in quelle nazioni che praticano a livello di governo e di amministrazione le medesime strategie e le medesime dialettiche. Cioe' in nazioni totalitarie. Nazioni nelle quali la dialettica aziendalista sia del tutto analoga alla dialettica del regime.

Non ci vuole poi molto a notare l'analogia completa tra il rifiuto dei dittatori di attenersi al rispetto dei diritti umani e quello delle aziende di fare lo stesso. Entrambi sono del tutto insofferenti a qualsiasi regolamento provenga dall'esterno, rappresentanto una totalita' piu' ampia di quella che raggruppano loro.

E allo stesso modo il dittatore e l'impresa oppongono questa ragione a chi vorrebbe contestatne l'essenza: "senza di me costoro sarebbero perduti, io non li sfrutto bensi' li ordino perche' il loro sacrificio individuale, sebbene estremo, permetta il raggiungimento di scopi collettivi. Come l'ordine e il sostentamento".

La dialettica e' identica. In entrambi i casi si sostiene che le vessazioni siano l'unica ragione funzionale al raggiungimento dell'obbiettivo collettivo che e' l'obiettivo materiale. Allo stesso modo, chi cerca di contestare il totalitarismo dell'azienda o del dittatore viene dipinto come un ingenuo idealista, corrotto , corruttore, portatore di inefficenza e disordine. Mentre al contrario i modi austeri e rigidi del dittatore/azienda sono quelli che hanno portato alle grandi vittorie , alle grandi opere realizzate sinora, e che sfamano cosi' tanta gente.

Di fatto si tratta di enti ideologicamente identici. Non c'e' quindi da stupirsi se una fiat delocalizzi in Iran anziche', pochi kilometri piu' in la', in Turchia.

Forse le facilities in Iran costano meno? Forse costa cosi' meno la manodopera? A pochi kilometri di distanza, difficile. Si vedrebbero fenomeni migratori di massa dall' iran alla Turchia. La differenza e la ragione della scelta e' che l'Iran e' una dittatura, e alla multinazionale fiat la dittatura piace perche' le assomiglia. Perche' sono affini nei metodi di amministrazione e governo.

Alla turchia e' stato chiesto di adottare la dialettica e la cultura della democrazia. E per questo non piace: fiat sa che nel tempo la cittadinanza turca verra' istruita, nel cammino verso la democrazia, ad ODIARE i metodi delle dittature, cioe' i metodi delle multinazionali. Al conrario in iran potra' contare su una propaganda analoga.

L'azienda vessa il dipendente? Lo fa anche lo stato. Se e' giusto per lo stato, e' giusto anche per l'azienda. Non c'e' bisogno di giustificarsi, perche' le stesse parole con cui si giustifica lo stato giustificano anche l'azienda. Le stesse parole e la stessa cultura che giustificano la persecuzione degli oppositori politici giustificheranno il licenziamento dei sindacalisti.

Continuita' ideologica. Il vero motivo della localizzazione, oggi, non e' il calo dei prezzi, ma un semplicissimo problema di scontro ideologico. Le multinazionali, con i loro metodi interni totalitari si trovano sempre piu' in conflitto con la cultura comune dei paesi democratici, mentre vivono sempre piu' a loro agio con la cultura dei paesi autoritari.

E quando delocalizzano non lo fanno verso paesi poveri ma democratici, come india o brasile, ma verso paesi poveri E tirannici E autoritari, ove la loro struttura altrettanto tirannica, i loro modi altrettanto autoritari non si distinguano dal resto dell'ambiente.

In realta' le ragioni della delocalizzazione delle multinazionali non sono economiche, ma prettamente politiche. La ricerca di un ambiente ideologicamente analogo a quello che viene prodotto dentro l'azienda.

Questo e' il motivo per il quale la cina viene preferita all'india e l'iran al brasile. Certo contano anche i costi, ma non contano solo quelli. A quanto pare, un peso enorme ce l'ha la scelta del sistema POLITICO del paese nel quale delocalizzare. Questo spiega perfettamente la distribuzione delle delocalizzazioni, basta attribuire a circa il 50% delle ragioni di scelta il sistema politico del paese ospite.

Essenzialmente, questo implica una semplice ammissione di fatto: le grandi multinazionali di stampo fordista, o in generale di dimensioni notevoli, non hanno alcun futuro all'interno delle democrazie. I loro metodi saranno sempre di piu' rigettati dallo stesso personale, a meno che un costante periodo di crisi non costringa il personale a subire. Ma un costante periodo di crisi danneggia ancora di piu' le aziende.

Ragione per cui, le multinazionali spostano le strutture in paesi dove non ci sia una cultura democratica diffusa tra le maestranze, la quale cultura non possa portare ad un doveroso rifiuto del loro metodi di amministrazione interna , delle risorse, delle carriere e del personale.

La crisi economica che sta avvenendo oggi nelle democrazie, e che non sta avvenendo nei paesi totalitari e' dovuta proprio alla migrazione delle multinazionali in paesi ideologicamente e culturalmente affini.

Sara' compito delle democrazie, oggi, concepire aziende di grandi dimensioni gestite secondo una cultura democratica. Chi ci riuscira' avra' vinto la scommessa del futuro.