Intervista a Nabil Khair, segretario di Al Fatah in Italia
:::: 28 Febbraio 2005 :::: 9:48 T.U. :::: Intervista :::: Stefano Vernole
Nel suo recente viaggio di propaganda in Europa, il presidente degli Stati Uniti d’America Bush jr. si è attribuito il merito di aver riaperto le trattative di pace tra israeliani e palestinesi.
Dopo numerose incursioni nei Territori Occupati dell’esercito sionista è arrivata venerdì sera la risposta della Jihad islamica (almeno stando alla prima rivendicazione, ma c’è ancora molta confusione sulla paternità dell’attentato), con una bomba collocata a Tel Aviv. Stando a quanto riportato dal giornale israeliano “Jerusalem Times”, la bomba è scoppiata davanti a un locale frequentato da membri d’elite dell’esercito sionista, il governo Sharon ne ha subito approfittato per incolpare la Siria, i cui legami con la Jihad islamica risultano però estranei ai più.
Prima che si verificasse questo situazione di stallo nelle trattative avevamo parlato con il dr. Nabil Khair, Segretario nazionale di al Fatah in Italia. Ecco i contenuti del colloquio.


Eurasia: Dr. Khair, giudicate sufficiente per uno Stato palestinese sovrano e indipendente il piano del governo Sharon, volto a sgombrare Gaza (presidiandone però militarmente i confini) e mantenere attraverso la costruzione del muro parte della Cisgiordania e di Gerusalemme Est? Non è più o meno la stessa proposta di Barak già rifiutato da Arafat a Camp David?


Dr. Khair:La domanda contiene già la risposta. Quando Arafat e l’OLP avevano firmato gli accordi di Oslo avevano praticamente riconosciuto il possesso sionista sul 78% della Palestina storica. Su tutto il resto (il 22% …) è necessario il ritiro incondizionato di Israele, basato sulle Risoluzioni ONU 242 e 338, senza di esso nessuna pace è raggiungibile. Al Fatah è cosciente della necessità di arrivare ad un accordo con Israele, ma all’ANP serve una sovranità reale con confini sicuri e riconosciuti, grazie anche allo smantellamento degli insediamenti ebraici. L’eventuale scambio di territori, già proposto da Barak a Camp David, dev’essere legato alla Road Map e alle Risoluzioni delle Nazioni Unite.


Eurasia: Si è calcolato che con i discendenti, l’ammontare dei profughi palestinesi ammonti a circa 4 milioni di persone, avete ricevuto assicurazioni in tal senso su un loro possibile rientro o sareste disposti ad accontentarvi di un simbolico risarcimento, come già ventilato in passato da Tel Aviv?

Dr. Khair: Abbiamo avuto assicurazioni al contrario … Israele deve assumersi le responsabilità per quello che è successo nel 1948 e permettere una soluzione ragionata del problema dei profughi, visto anche l’esistenza della “legge del ritorno” che permette a qualsiasi ebreo sparso per il mondo di immigrare in Israele in qualunque momento, assumendone la cittadinanza. Non pretendiamo da un giorno all’altro il rientro in Palestina di 4 milioni di persone, ma va stabilito un piano preciso che affermi il principio in base al quale venga consentito ai profughi palestinesi che lo desiderino di tornare a casa.

Eurasia: Molti, sia in Palestina che in Europa, individuano in Marwan Barghouti l’unico possibile carismatico erede di Yasser Arafat, crede che una sua liberazione a breve possa definirsi realistica? (Ricordiamo che Barghouti sta scontando alcuni ergastoli nelle carceri sioniste).

Dr. Khair: Innanzitutto al Fatah si augura di cuore che Marwan venga presto liberato, ma non possiamo fare previsioni su questo. Tengo a chiarire che siamo totalmente favorevoli al concetto di democrazia, le ultime elezioni palestinesi hanno visto la vittoria di Abu Mazen e per quanto ci riguarda è ora lui il Presidente dell’ANP. Il nostro rispetto per gli esiti elettorali è stato il medesimo quando ad esempio Hamas ha vinto le ultime elezioni amministrative nella Striscia di Gaza. Il 4 agosto 2005 dovrebbe svolgersi il prossimo congresso di al Fatah per il rinnovo dei propri rappresentanti, se Marwan deciderà di candidarsi e verrà eletto noi saremo felici di questo avvenimento. Tengo a sottolineare che da parte nostra non ci sono state pressioni su Marwan nemmeno durante le ultime elezioni presidenziali, la sua rinuncia alla candidatura è stata frutto di una scelta personale.


Eurasia: Quali sono i rapporti tra al Fatah e le organizzazioni che come Hamas, la Jihad islamica e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina non hanno ancora rinunciato alla prospettiva della prima OLP, guidata da Shukairy, che prevedeva l’integrale possesso della Palestina per i palestinesi e la costruzione di uno Stato democratico nel quale avrebbero convissuto musulmani, ebrei e cristiani? Anche in considerazione del fatto che queste tre formazioni sembra stiano vagliando l’opportunità di presentare liste comuni alle elezioni di ottobre.


Dr. Khair: A nostro giudizio la maggioranza della popolazione palestinese accetta la soluzione dei due Stati, uno israeliano e uno palestinese, separati tra di loro. Dopo i recenti colloqui di Sharm El Sheik abbiamo un cauto ottimismo, in quanto tutti i partiti palestinesi stanno rispettando la tregua aldilà delle loro differenti strategie, mi auguro che lo faccia anche Israele. Per quanto riguarda al Fatah, la sua politica è quella di favorire il processo di pace, l’obiettivo minimo che ci siamo proposti finora è quello di costringere Tel Aviv a porre fine alle uccisioni mirate e ottenere un primo rilascio di prigionieri palestinesi.


Intervista raccolta per “Eurasia” da Stefano Vernole