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  1. #11
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    Qualcuno sa dirmi di preciso quali passaggi mancano per il Nespolum e la "riforma costituzionale"?

    Ovvero il Nespolum ha bisogno di referendum confermativo? O dei due terzi? O nessuno dei due e puo' passare con legge ordinaria?
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




  2. #12
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    In Origine Postato da avv.deldiavolo
    No, servono i 2/3 dei voti in Parlamento, se invece passa con una maggioranza più esigua, l'opposizione chiede ed ottiene il referendum.
    e che ho detto io? 420 è i 2/3 di 630, e 210 è i 2/3 di 315. Cmq sapevo che una riforma può passare SOLO con i 2/3.

  3. #13
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    In Origine Postato da DrugoLebowsky
    e che ho detto io? 420 è i 2/3 di 630, e 210 è i 2/3 di 315. Cmq sapevo che una riforma può passare SOLO con i 2/3.

    ho capito, ma se passa con meno dei 2/3 si va al referendum, mentre con più dei 2/3 il referendum non si potrebbe fare

  4. #14
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    In Origine Postato da DrugoLebowsky
    un momento: io sapevo che, per cambiare gli articoli della costituzione, serve una maggioranza qualificata a Camera e Senato. Cioè 420+1 e 210+1. Che la CdL non ha. Per ora.
    Io so che si possa approvare una modifica all'assetto costituzionale anche a maggioranza; salvo poi chiederne l'avallo referendario.

    Ma, potrei sbagliarmi.

  5. #15
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    In Origine Postato da Fuori_schema
    Qualcuno sa dirmi di preciso quali passaggi mancano per il Nespolum e la "riforma costituzionale"?

    Ovvero il Nespolum ha bisogno di referendum confermativo? O dei due terzi? O nessuno dei due e puo' passare con legge ordinaria?
    Alla nausea!
    La legge elettorale è legge ordinaria.
    E' solo per una convenzione d'etichetta che, quando ci s'è messo mano, lo si è fatto di (quasi) comune accordo.
    Inciucista o meno (com'è stato il "mattarellum")

    E' ADESSO che il Banana ne fa una forzatura a rintuzzare (per quanto gli sarà possibile) le disastrose perdite di consenso.

  6. #16
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    Predefinito RIBADIAMO:

    In Origine Postato da Guido Di Tacco
    ....
    ....
    .... tutta l'operazione è anticostituzionale perché, come magistralmente mostrato qualche giorno fa da Luigi Ferrajoli nel suo editoriale sul quotidiano Il Manifesto, il potere di revisione previsto nell'attuale Carta è un potere costituito ma non costituente (non si può fare un'altra Costituzione) e ci sono principi fondamentali, compreso quello di rappresentanza che, come ha affermato la Corte, non sono suscettibili di revisione costituzionale.
    ....
    ....



    Per comodità di lettura inserisco quì di seguito il citato editoriale dell'insigne giurista e filosofo del diritto Luigi Ferrajoli così come pubblicato sul quotidiano Il Manifesto di giovedi 24 febbraio scorso.

    Indipendentemente dal "basso profilo" scelto dai seguaci della cosca banañera per l'operazione, non ci può essere più alcun dubbio:

    LA PATRIA E' IN PERICOLO!!!!





    La Carta stravolta
    di Luigi FERRAJOLI


    E' cominciata silenziosamente in senato la discussione sul progetto governativo di revisione costituzionale già approvato dalla camera in una prima lettura nello scorso ottobre.
    Si tratta chiaramente, per le sue dimensioni e per lo stravolgimento progettato, di una nuova costituzione, promossa da una coalizione di forze - Alleanza nazionale, Forza Italia e Lega nord - nessuna delle quali ha partecipato alla formazione della Costituzione attuale.
    Il senso politico dell'operazione è chiaro. Ciò che si vuole realizzare è una completa rottura della continuità costituzionale al fine di rifondare la Repubblica sulle forze che alla Costituzione del '48 e alla sua origine antifascista furono estranee od ostili.

    Proprio perché non si riconosce nella Costituzione vigente, questa nuova destra, oggi maggioritaria in parlamento ma non nel Paese, pretende di archiviarla, di varare una sua costituzione a sua immagine e somiglianza, di rompere il vecchio patto di convivenza che non a caso Berlusconi ha squalificato come «sovietico».
    Di qui una prima domanda: è legittima, sul piano delle forme e del metodo, una simile riforma, non consistente in una semplice «revisione» costituzionale ma nella confezione di una costituzione del tutto diversa, che cambia al tempo stesso la forma di stato, da nazionale a federale, e la forma di governo da parlamentare a para-presidenziale e tendenzialmente monocratica?

    La risposta è chiaramente negativa. La nostra Costituzione, come del resto la quasi totalità delle costituzioni democratiche, non ammette il varo di una nuova costituzione, neppure a opera di un'ipotetica assemblea costituente eletta con il metodo proporzionale che pur decidesse a larghissima maggioranza.
    Il solo potere ammesso dal suo articolo 138 è un potere di revisione, che non è un potere costituente ma un potere costituito, il cui esercizio può consistere solo in specifici emendamenti; laddove, se diretto a dar vita a una nuova costituzione, esso si converte in un potere costituente e sovrano, anticostituzionale ed eversivo, in contrasto, oltre che con l'articolo 138, con il primo articolo della Costituzione secondo cui «la sovranità appartiene al popolo» che da nessuno può esserne espropriato.


    Ciò cui invece stiamo assistendo è l'approvazione a colpi di maggioranza di un testo che altera l'intero assetto istituzionale, modificando competenze e regole di formazione e funzionamento di tutti gli organi costituzionali: del parlamento e del governo, del presidente della Repubblica e del presidente del consiglio, dello stato e delle regioni. Il precedente della riforma del titolo V varata dall'Ulivo è invocato a sproposito: benché gravemente colpevole, quella riforma fu pur sempre una revisione settoriale della Costituzione che per di più riprodusse, nella sostanza, una modifica che era stata approvata qualche anno prima dai due
    schieramenti nella bicamerale. L'attuale disegno riscrive invece ben 43 articoli della seconda parte, con gli inevitabili riflessi sulla prima. E' la vecchia idea che Gianfranco Miglio espresse brutalmente dieci anni fa, dopo la prima vittoria elettorale delle destre: la costituzione non è un accordo tra tutti sulle regole del gioco ma è un «patto che i vincitori impongono ai vinti».

    Ma una tal nuova costituzione è illegittima non solo sul piano del metodo ma anche su quello dei contenuti, che come stabilì una storica sentenza della Corte costituzionale del 1988 non possono derogare ai «principi supremi» della Costituzione.


    Non mi soffermo sulla cosiddetta «devolution», che assegnando in maniera esclusiva alle regioni scuola, sanità e funzioni di polizia, rompe l'unità della Repubblica che si basa sull'uguaglianza dei cittadini nei diritti fondamentali, quali sono in particolare i diritti sociali alla salute e all'istruzione.

    Neppure mi soffermo sull'incredibile complicazione, quasi un sabotaggio della funzione legislativa, divisa tra ben quattro tipi di fonti - leggi della camera, leggi del senato, leggi bicamerali, leggi del senato con «modifiche essenziali» su iniziativa del governo e, in più, commissioni e comitati paritetici per decidere chi deve legiferare e mediare i conflitti - con l'inevitabile caos istituzionale, le incertezze e gli infiniti contenziosi che proverranno da una ripartizione inevitabilmente astratta e generica delle quattro competenze.
    L'aspetto più grave di questa riforma, senza confronti né precedenti in nessun sistema democratico, consiste nella demolizione del principio della rappresentanza politica, che è indubbiamente un «principio supremo» sottratto al potere di revisione. Viene anzitutto capovolto il rapporto di fiducia tra parlamento e governo: non sarà più il primo ministro, legittimato direttamente dal voto popolare, che dovrà avere la fiducia del parlamento, ma sarà il parlamento che dovrà avere la fiducia del primo ministro, il quale potrà scioglierlo in forza di un potere affidato non più al presidente della Repubblica ma alla sua «esclusiva responsabilità». E' prevista soltanto la mozione di sfiducia, votata dalla camera per appello nominale, approvata dalla maggioranza assoluta dei suoi componenti e seguita dal suo scioglimento, salvo che sia accompagnata dalla «designazione di un nuovo primo ministro da parte dei deputati appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni, in numero non inferiore alla maggioranza dei componenti della camera».
    Non solo: «il primo ministro si dimette altresì qualora la mozione di sfiducia sia stata respinta con il voto determinante dei deputati non appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni».


    Credo che queste norme anti-ribaltone siano il vero cuore della riforma: il segno inequivoco della svolta che si intende realizzare. Grazie ad esse saranno impossibili le crisi di governo parlamentari. Maggioranza e minoranza vengono blindate, sicché solo i parlamentari della maggioranza avranno un potere di iniziativa politica e di responsabilizzazione dell'esecutivo, mentre i parlamentari della minoranza non conteranno nulla. E' la fine della rappresentanza «senza vincolo di mandato», sancito quale
    principio basilare della democrazia politica dall'art.67, essendo ciascun parlamentare vincolato alla coalizione di appartenenza.


    Non si tratta di una semplice «riforma». Con questa rigida separazione tra maggioranza e minoranza il parlamento viene di fatto emarginato. Già con il sistema maggioritario è stata abolita l'uguaglianza nel voto dei cittadini. [b]Il nuovo sistema abolisce ora anche l'uguaglianza del voto dei parlamentari ed estromette di fatto l'opposizione da ogni funzione di controllo e di mediazione politica.
    Non solo. Esso vanifica anche la rappresentatività e la responsabilità politica dei parlamentari della maggioranza, i quali risulteranno vincolati da un rapporto di mandato imperativo, non già dal basso ma dall'alto, nei confronti del primo ministro. Queste norme sono infatti dirette non solo a neutralizzare l'opposizione ma soprattutto a disciplinare, a ricattare e di fatto a neutralizzare ogni potere di controllo della stessa maggioranza parlamentare. Ne risulterà una totale irresponsabilità del primo ministro di fronte al parlamento in favore del solo suo presunto rapporto organico, diretto, con l'elettorato.

    Si sta insomma progettando la soppressione della democrazia parlamentare e forse della democrazia tout court. Giacché un organo monocratico non accompagnato da un parlamento indipendente non può per sua natura, come insegnava Hans Kelsen settant'anni fa, rappresentare tutto il popolo, che non è un'entità omogenea ma una pluralità di soggetti e di interessi attraversata da conflitti politici e di classe. La democrazia, aggiungeva Kelsen, «è un regime senza capi». E l'idea di un rapporto organico tra un capo e il popolo intero è un'idea organicistica e populista che contraddice la nozione stessa della democrazia, non diciamo costituzionale ma semplicemente «rappresentativa».


    Per questo sarebbe essenziale - prima che lo scempio si compia, prima della seconda lettura del progetto da parte del parlamento un messaggio motivato del presidente della Repubblica che quanto meno ricordi alle camere i limiti del potere di revisione, il fatto che la Costituzione è un patrimonio di tutti e l'inviolabilità dei principi supremi tra i quali rientrano indubbiamente la rappresentanza politica senza vincolo di mandato e il ruolo di iniziativa, di controllo e mediazione di un libero parlamento.
    Se c'è un caso in cui l'esercizio del ruolo di garante della costituzione del presidente della Repubblica è doveroso, esso è proprio questo; tanto più che per le leggi di revisione costituzionale ben difficilmente il presidente potrebbe ricorrere al potere di rinvio previsto dall'art.74 prima della promulgazione, la quale fa seguito al referendum confermativo.

    Ma ancor più essenziale è l'informazione dell'opinione pubblica e la sua mobilitazione intorno al pericolo incombente. Temo che alla base dell'inerzia dell'opposizione ci sia una scarsa consapevolezza intorno alla gravità della posta in gioco e, insieme, il solito timore di «demonizzare» un avversario che si rivela ogni volta peggiore e, oltre tutto, accusa quotidianamente la sinistra di preparare al paese terrore, miseria e morte.
    E' invece necessario drammatizzare la questione costituzionale proponendola, semplicemente, come emergenza democratica: come la scelta, cui saremo chiamati con il referendum Costituzionale tra l'istituzione di un regime e la sopravvivenza della democrazia. Solo così, del resto, il referendum potrà essere vinto: solo se diventerà una grande battaglia di principio, non inquinata da proposte di compromesso, consapevole della posta in gioco e dei guasti già prodotti dall'avventura berlusconiana, capace di rifondare, nel senso comune, il valore della Costituzione
    repubblicana quale fondamento della nostra democrazia!.



  7. #17
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    Predefinito Re: RIBADIAMO:

    In Origine Postato da Guido Di Tacco
    Per comodità di lettura inserisco quì di seguito il citato editoriale dell'insigne giurista e filosofo del diritto Luigi Ferrajoli così come pubblicato sul quotidiano Il Manifesto di giovedi 24 febbraio scorso.

    Indipendentemente dal "basso profilo" scelto dai seguaci della cosca banañera per l'operazione, non ci può essere più alcun dubbio:

    LA PATRIA E' IN PERICOLO!!!!
    Grazie Guido, copiata.
    Me la leggo con calma.

    Saluti e stima.

  8. #18
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    Stima che contraccambio appieno MrBojangles

    Saluti anche a te

  9. #19
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    Rega' occhio, strategia della tensione in arrivo....


    Ieri sera, quattro esplosioni vicino ad altrettante caserme dei Carabinieri
    Possibili collegamenti con il processo G8 o con le condanne per il processo D'Antona
    La pista anarco-insurrezionalista
    dietro le bombe a Milano e Genova
    Gli attentati sono stati rivendicati dal FAI, Brigata 20 luglio
    Annunciato un ordigno anche al Festival di Sanremo

    Il volantino degli anarco-insurrezionalisti
    GENOVA - Le bombe di ieri sera a Genova e Milano sono state rivendicate dalla FAI, Federazione anarchica infornale, Brigata 20 luglio, una sigla legata alla galassia anarco-insurrezionalista. Il testo della rivendicazione è stato recapitato per posta al quotidiano Secolo XIX di Genova. La lettera è stata spedita da Milano. Nel documento, due pagine scritte al computer, i terroristi annunciano anche un'esplosione durante la diretta di ieri sera al Festival di Sanremo, ma gli artificieri non hanno trovato nel teatro Ariston alcun ordigno.

    Il linguaggio usato dai terroristi nel documento è involuto ma minaccioso: "Le schegge dell'azione si faranno pioggia di pugnali confitti nel cuore e nelle membra del dominio".

    In riferimento al Festival di Sanremo, gli anarchici scrivono: "Oggi abbiamo scelto il palcoscenico per ricordarvi la realtà dei fatti. Noi non amiamo le luci della ribalta; le sfruttiamo se opportuno. Abbiamo usato il frivolo scenario dello spettacolo più amato dagli italiani per veicolare un messaggio di libertà e solidarietà a tutti i prigionieri. Troveremo sempre il modo di irrompere nei vostri costosi teatrini, fino al giorno in cui allestiremo una tavola imbandita sulle vostre tombe". Firmanto FAI, Cooperativa Artigiana Fuoco e Affini, Brigata 20 luglio.

    Vicino a uno dei cassonetti in fiamme è stata ritrovata la scritta "Nadia libera fuori gli sbirri dai quartieri", con i simboli della stella cerchiata e della falce e martello. L' ipotesi più accreditata è quella di attentati anarchici in segno di solidarietà con i brigatisti rossi condannati a Roma per l'omicidio D'Antona.

    Il prefetto di Genova ha annunciato misure straordinarie: "Abbiamo deciso di prendere misure straordinarie con un controllo più significativo e funzionale agli obiettivi storicamente presi di mira, cioè i presidi delle forze di polizia, perchè questa è la logica che ispira questi criminali".

    Le bombe esplose ieri a Genova davanti alle stazioni dei carabinieri di Voltri e Prà dalle 19.50 alle 20.10, erano ordigni rudimentali, composti da contenitori metallici (a Voltri una pentola, a Prà barattoli), pieni di una miscela esplosiva ancora sconosciuta, con un timer a batteria collegato con fili elettrici. Gli ordigni usati ieri sera erano simili a quelli usati in due precedenti attentati a Genova, attribuiti agli anarco-insurrezionalisti, nei pressi della Questura e della caserma di Polizia a Sturla. I resti delle bombe recuperati saranno esaminati dagli esperti del Ris di Parma.

    La prima bomba a Genova è esplosa alle 19.50 in un cassonetto di plastica dietro la caserma di Prà, di fronte ad un deposito della Guardia di finanza che si trova nel retro dell'edificio. Poco dopo, questa volta davanti alla caserma, ha preso fuoco un altro cassonetto della spazzatura. In questo caso l'ordigno non è esploso, ma ha provocato solo una fiammata.

    Alle 20.10 è avvenuta l'esplosione più grave, a pochi metri dalla stazione carabinieri di Voltri, davanti a uno degli ingressi del terminal portuale. La bomba era in un cassonetto metallico, il cui coperchio è stato scagliato a diversi metri di distanza. Non ci sono stati feriti per puro caso. Sul posto si trovava il conducente di un pullmino che attendeva di caricare l'equipaggio di una nave. I pezzi di lamiera sono volati poco sopra il suo mezzo.

    A Milano, il primo ordigno è stato fatto esplodere intorno a mezzanotte all'interno di una campana metallica per la raccolta differenziata del vetro vicino alla caserma Montebello che ospita il Nucleo Comando della Regione Lombardia dei Carabinieri. L'esplosione ha divelto la campana e sparso schegge di vetro. Pocco dopo, mentre un brigadiere stava ispezionando i dintorni, c'è stata l'esplosione di un secondo ordigno collocato in una campana di plastica per la raccolta della carta. Per fortuna il militare che si trovava vicino è rimasto illeso.
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
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  10. #20
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    In Origine Postato da MrBojangles
    Io so che si possa approvare una modifica all'assetto costituzionale anche a maggioranza; salvo poi chiederne l'avallo referendario.

    Ma, potrei sbagliarmi.
    Se c'è la doppia lettura a maggioranza assoluta è pubblicata in Gazzetta. Il referendum va chiesto entro tre mesi dalla pubblicazione. Se non c'è richiesta entra in vigore.

 

 
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